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lunedì 24 aprile 2017

« Il dolore più grande è non essere desiderati, renderti conto che i tuoi genitori non hanno bisogno di te quando tu hai bisogno di loro. Questa mancanza di amore è entrata nei miei occhi e nella mia mente. L'unico motivo per cui sono diventato una star è la mia repressione. Nulla mi avrebbe portato a questo se fossi stato "normale" ». John Lennon

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Rifiuti, prostituzione e caporali: l'inferno di Rosarno

Rosarno Ghetto CaporalatoCorrado Zunino, La Repubblica
12 aprile 2017

Viaggio nel ghetto più grande d'Italia. Più di 2500 migranti ammassati nella baraccopoli della Piana di Gioia Tauro. Il rapporto dei Medici per i diritti umani (Medu) si chiama "Terraingiusta" e racconta "le condizioni spaventose" in cui vivono gli ospiti della spianata in provincia di Reggio Calabria.

Il ghetto d'Italia è nella Piana di Gioia Tauro, l'area diffusa e sfilacciata di San Ferdinando attorno a quella che è chiamata La Fabbrica, un ex capannone industriale dove nella stagione delle arance, dei mandarini e dei limoni si ammassano cinquecento africani. Cinquecento, dieci docce per tutti. Nell'area diffusa, intorno alla Fabbrica, sono altri duemila i migranti richiamati dai ventotto euro al giorno pagati per la raccolta. Nelle baracche di legno e plastica che li ospitano l'elettricità è a intermittenza - c'è per un paio d'ore e poi, nelle due ore successive, non c'è più. È garantita, d'altronde, da piccoli generatori a benzina.

L'acqua corrente, pure, è saltuaria e quella calda non scende mai dalle dieci docce a disposizione. Non c'è raccolta di rifiuti, nella Piana, la spazzatura si accumula ovunque, anche vicino ai materassi. Metà dei lavoratori dorme su materassi appoggiati direttamente sul pavimento. Le latrine sono, perlopiù, a cielo aperto. Il ghetto è pronto a esplodere ancora mentre nel raggio di pochi chilometri sono stati contati quattrocento appartamenti sfitti.

Il rapporto annuale su Gioia Tauro, redatto dai Medici per i diritti umani (Medu), si chiama "Terraingiusta" e racconta "le condizioni spaventose" in cui vivono gli ospiti di questa spianata in provincia di Reggio Calabria. L'area è tornata a calamitare gruppi di migranti africani che avevano trovato un lavoro in realtà industriali italiane, soprattutto del Nord. La lunga coda dell'infinita crisi ha chiuso le fabbriche (del Vicentino, per esempio) e riportato i manovali del Ghana e del Mali alle campagne calabresi, nuovamente braccianti.

A Rosarno, a dieci chilometri da San Ferdinando, nel 2008 e nel 2010 ci sono state rivolte violente contro le condizioni disumane e il bullismo feroce, sia dei caporali vicini alla 'ndrangheta che dei residenti rabbiosi. Per provare a mitigare furie contrarie le amministrazioni un anno fa hanno avanzato progetti di "accoglienze diffuse" - sono arrivati 500mila euro dedicati allo scopo -, ma tutto si svolge ancora dentro e attorno l'ex cartiera.

E' il quarto lavoro anagrafico-sanitario di Medu alla Piana di Gioia Tauro. Tre mesi di controlli clinici, da dicembre 2016 allo scorso marzo, e di richiesta delle generalità hanno certificato che il lavoratore agricolo di San Ferdinando è un trentenne subsahariano che nell'ottanta per cento dei casi ha un permesso di soggiorno regolare. Quattro su cinque, ecco, non sono clandestini, ma già integrati alla vita italiana. I fallimenti altrove li hanno portato qui.

Raccolgono clementine con salari "abbondantemente sotto il costo di produzione" e i kapò cui si rivolgono pretendono tre euro per portarli su campi a quaranta chilometri dal ghetto. Solo un quinto dei migranti della terra ha un contratto di lavoro e il 71 per cento non sa che esiste - di fronte alla perdita del reddito - l'istituto della disoccupazione agricola.

Le condizioni di vita si sono aggravate, dice il censimento Medu, anche perché i lavoratori stranieri di Rosarno sono il 30 per cento in più rispetto al 2014. Cucinano in stufette e bracieri di fortuna e a dicembre e poi a gennaio due paurosi incendi hanno incenerito diverse baracche di legno e plastica cresciute attorno alla Fabbrica. Due i feriti gravi. Nella Piana sono cresciute anche le donne, ora sono un centinaio. Quasi tutte nigeriane, molte dedite alla prostituzione. Nel ghetto sono comparsi alcuni night club.

Sul piano clinico, i medici per i diritti umani hanno visitato 553 pazienti, in alcuni casi anche quattro volte. Le patologie più frequenti riscontrate sono le difficoltà di respirazione (21,2 per cento dei casi), poi problemi di digestione e dolori ossei. "Si tratta di disturbi strettamente correlati alle pessime condizioni abitative e lavorative". Diversi stranieri, lo scorso inverno, hanno accusato principi di congelamento di mani e piedi.

Le infezioni più diffuse sono fungine e parassitarie. La maggior parte dei migranti, nel corso dell'avvicinamento all'Italia attraverso rotte subsahariane, "ha subito molteplici violenze e abusi di ogni tipo". L'ambulatorio che ha ospitato le visite è senza bagni e riscaldamento, la sala d'attesa è separata dalla sala visite da una tenda. Non ci sono computer, telefono, fax nell'ambulatorio. Mancano farmaci essenziali, strumenti di pronto soccorso.