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CORRIERE DELLA SERA

Corriere della Sera
18 09 2015

Un migrante è morto fulminato nel sito francese dell’Eurotunnel, il tunnel sotto la Manica: è quanto annuncia la prefettura del Nord-Pas-de-Calais citata dai media francesi. Il ragazzo, di circa vent’anni, cercava di salire su una navetta ferroviaria per trasporto dei Tir nel Tunnel sotto alla Manica. Calais è un altro dei punti critici di frontiera dove i migranti cercano di attraversare il confine per raggiungere il Nord Europa.

Come la Croazia, che ha chiuso nella notte tutti i valichi di frontiera con la Serbia e dove sono cominciati i lavori di costruzione di un nuovo muro: si tratta della barriera al confine tra Ungheria e Croazia. Lo ha annunciato il premier ungherese Viktor Orban. Alla chiusura annunciata in precedenza dei valichi di Ilok, Ilok 2, Principovac, Principovac 2, Tovarnik, Erdut e Batina, si è aggiunta anche quella di Bezdan.

Orban ha dichiarato che sarà costruito un muro sul lato del confine di 41 chilometri in cui i due Paesi non sono divisi da un fiume entro oggi: «Dobbiamo implementare le stesse misure che ci sono sul confine con la Serbia», ha detto Orban aggiungendo che a questo punto 600 soldati sono impiegati sul muro, altri 500 saranno schierati oggi e 700 durante il weekend. Al momento della chiusura, al valico di Bezdan si trovavano un centinaio di migranti che non sono riusciti a passare e sono stati condotti con un autobus in un vicino centro d’accoglienza. Sospesa anche la circolazione dei treni tra Belgrado e Zagabria. Da mercoledì più di 11 mila migranti hanno attraversato il confine tra Serbia e Croazia.

Croazia al collasso
All’indomani dei duri scontri con la polizia magiara, con un bilancio di oltre 300 feriti e condanne in tutto il mondo della violenza degli agenti, i migranti diretti in Germania e nel resto del Nord Europa hanno perso il braccio di ferro con l’uomo forte di Budapest e hanno accettato di seguire l’itinerario croato. In poche ore dalla notte scorsa Horgos si è praticamente svuotato e giovedì sera, come ha detto il ministro della Difesa serbo in visita al confine, restavano solo profughi sufficienti a riempire non più di due-tre autobus. Ma quando migliaia di migranti che hanno abbandonato il confine ungherese diretti verso quello serbo-croato hanno sfondato i cordoni degli agenti alla frontiera di Tovarnik, la tensione è salita anche al confine con la Croazia. Ma anche qui, dopo le prime dichiarazioni di apertura e disponibilità, le autorità croate hanno rapidamente tirato il freno dinanzi alla prevedibile "invasione" dei disperati della rotta balcanica. «Siamo ormai saturi», ha chiarito Zagabria.

Hollande: «Decisioni, o sarà la fine di Schengen»
All’indomani dei violenti scontri tra polizia e migranti al confine tra Serbia e Ungheria, giovedì anche il governo bulgaro ha scelto la linea dura e schierato l’esercito al confine con la Turchia, a sostegno della polizia nelle operazioni di vigilanza in vista degli arrivi dei profughi. Intanto il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha convocato una riunione straordinaria per mercoledì 23 settembre alle 18 per discutere come trattare la crisi dei rifugiati. Il presidente francese François Hollande, da Modena dove ha incontrato il premier Matteo Renzi, ha avvisato: «Decisioni mercoledì, o sarà la fine di Schengen».«Si dovranno creare hot spot in Italia, Grecia e Ungheria — ha spiegato —, lavorare con la Turchia perché accolga i migranti siriani e agire infine sui Paesi di origine».

Le persone e la dignità
15 09 2015

 

Nei primi otto mesi dell’anno, oltre 381.000 persone hanno raggiunto l’Unione europea via mare. Di queste, 120.000 sono arrivate in Italia e 258.000 sono approdate sulle isole della Grecia, in nove casi su 10 fuggendo da paesi tormentati dai conflitti come Siria, Afghanistan, Iraq e Somalia o governati da regimi dispotici come l’Eritrea.

Dopo essere scampate agli orrori della guerra ed essere sopravvissute a viaggi pericolosi, per queste persone le difficoltà – come abbiamo ampiamente visto in questi giorni – non cessano una volta giunte in territorio europeo.

Sul portale del Corriere della Sera troverete il resoconto della riunione del Consiglio dei ministri degli Affari interni dell’Unione europea tenutasi ieri: l’ennesimo vertice di “emergenza” per trovare soluzioni coordinate e condivise in grado di affrontare la crisi dei rifugiati. L’ennesimo fallimento, secondo Amnesty International.

Ma si tratta davvero di una situazione di “emergenza”? I numeri giustificano la diffusione del panico, l’adozione di misure contraddittorie (e in alcuni casi del tutto illegali), le violazioni dei diritti umani e le scene degradanti, umilianti se non addirittura odiose viste e riviste in queste settimane all’interno dell’Unione europea?

Facciamo un po’ d’ordine, almeno per quanto riguarda la Siria (dell’Eritrea avevamo già scritto qui).

Il conflitto in Siria ha causato la morte di 220.000 persone e ha reso 12.800.000 persone fortemente dipendenti dall’assistenza umanitaria. Oltre il 50 per cento della popolazione siriana è ormai sfollata.

I rifugiati che hanno lasciato la Siria sono oltre quattro milioni. Il 95 per cento di essi si trova in soli cinque paesi: Libano (1.200.000, un quinto della popolazione totale del paese), Giordania (650.000, un decimo della popolazione totale del paese), Turchia (1.900.000), Egitto (132.375) e Iraq (249.463 – aggiungiamo che in questo paese negli ultimi 18 mesi si sono registrati oltre tre milioni di sfollati).

Se mettiamo a confronto le popolazioni, per sopportare lo stesso onere di accoglienza del Libano l’Italia dovrebbe ospitare 12 milioni di rifugiati. L’Unione europea, coi suoi 500 milioni di abitanti, dovrebbe accoglierne 100 milioni.

Dall’inizio della crisi siriana, il mondo ha messo a disposizione dei rifugiati siriani più vulnerabili (vedove, vittime di stupro e tortura, minori orfani, malati terminali) 104.410 posti per il reinsediamento, ossia solo il 2,6 per cento del totale dei rifugiati siriani presenti in Libano, Giordania, Turchia, Egitto e Iraq.

Detto che i paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar ecc.) e altri paesi ricchi che ne avrebbero le possibilità (Corea del Sud, Giappone, Russia, Singapore ecc. hanno vergognosamente messo a disposizione zero posti per il reinsediamento, vediamo cosa è accaduto nei paesi dell’Unione europea.

La Germania si è impegnata a mettere a disposizione 35.000 posti per il reinsediamento, il 75 per cento di quelli promessi dall’intera Unione europea. Gli altri 27 paesi dell’Unione europea hanno messo a disposizione 8700 posti, l’equivalente dello 0,02 per cento dei rifugiati siriani presenti in Libano, Giordania, Turchia, Egitto e Iraq

Insomma, se a Budapest si grida all’emergenza, come dovrebbero chiamarla a Beirut?

 

Le persone e la dignità
11 09 2015

Il governo turco ha respinto l’appello dei partiti di opposizione, che hanno chiesto di sospendere il coprifuoco attualmente in vigore per l’intera settimana a Cizre, città curda non lontana dai confine siriano e iracheno. Una delegazione del partito filo curdo Hdp, composta di parlamentari e con i due ministri filo curdi al seguito, è stata fermata dalla polizia mentre cercava di raggiungere l’area, roccaforte dei ribelli separatisti curdi del Pkk, dove attualmente sono in corso operazioni militari.

La delegazione, che era partita mercoledì 9 settembre, voleva raggiungere Cizre per raccogliere informazioni sulle condizioni sanitarie dei civili, verificare eventuali violazioni di diritti umani e capire cosa è successo nei giorni precedenti, dopo che il coprifuoco ha precipitato la zona in una bolla di silenzio. Il leader del partito filo curdo Selahattin Demirtas, ha definito la città “la Kobane della Turchia”: “Il mondo deve sapere quello che sta succedendo a Cizre”. Della delegazione fanno parte due ministri del governo ad interim appena formato – quello degli Affari Europei, Ali Haydar Konca, e il responsabile dello Sviluppo, Muslum Dogan – oltre a diversi deputati e lo stesso Demirtas.

Mercoledì pomeriggio il convoglio di auto e bus diretto a Cizre era stato fermato dalla polizia turca a circa 80 km dalla città. La delegazione, a quel punto, aveva deciso di proseguire a piedi in una “marcia della pace” tra strade sterrate nel tentativo di aggirare i blocchi della polizia.

Il premier Ahmet Davutoglu è intervenuto giovedì sera, chiarendo che le misure prese “continueranno a rimanere in vigore per tutto il tempo che il governo e l’esercito riterranno necessario”. Davutoglu ha poi invitato tutti i partiti a “rispettare le condizioni di sicurezza”, assicurando che l’accesso sarebbe stato negato anche a una delegazione del partito della giustizia e dello sviluppo, Akp.

Il ministro degli Interni, Selami Altinok, aveva confermato la decisione giovedì 10 settembre in conferenza stampa, definendola “necessaria a garantire la sicurezza dei cittadini, ma anche di onorevoli e onorevoli ministri”.

“Consideriamo l’arrivo della delegazione come un fattore di provocazione tale da poter causare incidenti – ha proseguito Altinok – ecco perché, per questioni di ordine pubblico, alla delegazione non sarà permesso l’accesso a Cizre".

Altinok ha poi fornito un resoconto delle operazioni svolte nella città, con “800 chili di esplosivo e armi di piccola e media gittata sequestrate, 10 terroristi arrestati, 7 uccisi, 11 poliziotti e 4 civili feriti, un civile morto”.

Dopo lo stop del convoglio la delegazione, guidata dal dell’Hdp Selattin Demirtas, ha intrapreso una marcia di 90 km e ha tentato di inscenare un sit-in su una collina vicino i confini siriano e iracheno, ma la polizia, in base a quanto rivelato da fonti del partito, lo avrebbe impedito.

Ma il ministro dell’Interno, Selami Altinok, è stato irremovibile: a Cizre non si entra per ragioni di sicurezza,
Il blocco sulla città viene denunciato anche dal principale partito di opposizione, il socialdemocratico Chp, che parla di “150mila abitanti di fatto in stato d’arresto” e accusa: “Un coprifuoco di una settimana non esiste in nessun posto al mondo. A Cizre è in corso una tragedia, ministri e deputati dovrebbero poter entrare”.

Dal 22 luglio scorso, dopo la rottura della tregua in vigore dal 2013, il conflitto tra Ankara e Pkk ha causato almeno 1.116 morti e 920 feriti tra i miliziani e più di 100 vittime tra le forze di sicurezza in scontri consumatisi in Turchia e nord Iraq. Una scia di sangue che la `pasionaria´ curda Leyla Zana ha denunciato giovedì iniziando uno sciopero della fame: “Preferisco morire io piuttosto che questi ragazzi”.

Monica Ricci Sargentini

La 27 Ora
10 09 2015

Vorrei scusarmi con tutti i signori giudici, avvocati, consulenti psicologi (d’ufficio o di parte), carabinieri, poliziotti, medici del pronto soccorso, testimoni… che ho disturbato nelle ultimi tre anni. Vorrei scusarmi anche con le lettrici e i lettori della 27ora, che qualche mese fa ho coinvolto in una vicenda così intima. Da allora, qualcosa è cambiato. Ma in peggio. Il tribunale di Vicenza non ha ancora deciso nulla sul destino mio e dei miei figli. In compenso un altro tribunale, la procura di Terni, ha deciso di indagarmi, perché ho voluto proteggere me stessa e i miei bambini. Vorrei fare un pubblico mea-culpa e dire a tutti che sono stata stupida, troppo sicura di me, ingenua e superficiale. Quando ho dovuto lasciare il mio Paese, l’Algeria, 20 anni fa, perché condannata a morte dagli integralisti armati, pensavo, ero certa, che come persona, come donna, come intellettuale, qui sarei stata più rispettata. Ero sicura che i miei diritti e la mia dignità sarebbero stati salvaguardati meglio in Italia, in Europa, in Occidente, più che in Africa e nel mondo arabo-musulmano.

Ma ora mi devo rassegnare a questa amara verità. La mia persona, la mia vita, la mia incolumità non contano nulla di fronte alla prepotenza e all’influenza del mio ex. Un professionista rispettato e temuto. Un italiano. Aveva ragione lui. E a lui dovevo dare retta, non al mio dolore, alla mia rabbia e alla mia sete di giustizia e sicurezza. Me l’aveva detto: «Stai sprecando saliva, voce e tempo….». Me l’aveva assicurato: «Nessuno ti crederà mai, sei solo una straniera e io sono nel mio territorio…». Aveva ragione.
Lui gioca a casa, ed io sono una povera illusa che oggi deve scalare una montagna per ricostruirsi e riprendere i pezzi della propria vita, senza farlo mai trasparire ai figli e continuando a proteggerli da sola, come ha sempre fatto in questi ultimi anni. Cioè da quando sono nati, senza nessun aiuto, tranne l’affetto di amici e parenti. Lui, in questi lunghissimi anni, ha lavorato, guadagnato più soldi, aumentato il suo patrimonio, ha avuto varie relazioni, ha potuto vedere i nostri due figli quando e come ha voluto. Ha deciso di non pagare, in parte, quello che il tribunale ha stabilito sulla base delle sue fantasiose dichiarazioni. E ha trovato il tempo di continuare a pedinarmi, minacciarmi, tormentarmi, ricattarmi. Oggi sembra ringiovanito. Ha persino cambiato il taglio dei capelli per sembrare più giovane.

Io, che ho 18 anni meno di lui, sono ormai l’ombra di me stessa. Dalla donna combattiva, in carriera, indipendente, positiva, piena di vita e fiera che ero, sono diventata una poveraccia. Si, non mi vergogno a dirlo. Ridotta ad accettare la carità da parenti e amici per pagare l’avvocato e andar avanti, senza far mancare nulla ai miei figli, due cittadini italiani. Ho perso il mio lavoro, il mio reddito, prosciugato i miei risparmi, accumulato debiti, messo su chili per l’ansia e l’impossibilità di continuare a fare sport, non vedo i miei parenti e genitori da 4 anni, non ho più nessun contatto con i miei amici, vivo in affitto e ho dovuto cambiare tre regioni (Veneto, Umbria, Lazio) per sfuggire al suo stalking. Perché nonostante una quindicina di denunce con referti medici (di cui uno di 20 giorni), testimonianze, registrazioni, lui non ha mai avuto la minima condanna, neanche un ammonimento verbale. Avrebbe sicuramente rimediato una condanna e forse sarebbe stato incarcerato se avesse maltrattato un chihuahua. Ahimè, io non sono un chihuahua. Sono solo una disgraziata araba musulmana che ha sbagliato il Paese dove rifugiarsi e l’uomo da amare. Ho sbagliato tutto. E allora, aspettando Godot, per due volte ho preso i miei figli, i loro giocattoli, i miei libri e ho cambiato casa, comune, regione, ovviamente informando sempre chi di dovere.

E questa volta, ecco la bella novità, mi ha denunciata lui. Perché secondo il mio ex, io avrei dovuto rimanere lì, a subire, subire, subire… finché «morte non ci separi»… E così i carabinieri di Porano (provincia di Terni) hanno scritto che io sono andata via dalla casa dove mi ero rifugiata con i miei figli «per futili motivi». E cosi la procura di Terni ha deciso di indagarmi. Ora, io sono indagata. Lui è un cittadino libero. Libero anche di fare di me quello che vuole. Io sono stanca e ho perso totalmente la fiducia nella giustizia italiana.

Tre anni dopo la mia prima denuncia, ecco cosa hanno fatto le autorità. Qualche archiviazione, con motivazioni agghiaccianti come questa: «Si trattava di un rapporto burrascoso». Così ha scritto il procuratore del tribunale di Bassano del Grappa. Dopo la mia opposizione all’archiviazione, motivata da nuovi fatti, i magistrati hanno ripreso le indagini. Stanno ancora indagando. Nel luglio 2014 c’è stata un’udienza per decidere sull’affido dei nostri figli e sulla mia richiesta di tornare a Roma per riprendere il mio lavoro, perché lui mi teneva suo ostaggio insieme ai bambini in un paesino veneto di 1000 abitanti. I giudici si sono riuniti per decidere. Tutt’ora risultano «riuniti». Il tribunale di Vicenza sembra essere stato colpito dall’era glaciale. Il tempo e la mia vita sono sospesi. Nel frattempo vale ancora l’affido congiunto col mio ex, nonostante ci siano tutte le condizioni per darmi l’affido esclusivo, soprattutto per la perizia psichiatrica che in lui ha riscontrato una personalità «paranoica con impulsi di violenza incontrollabili e idee persecutorie».

A proposito di perizie, anch’io ho dovuto subirne una, una vergognosa «valutazione delle mie capacita mentali» perché lui ha affermato tramite la sua avvocatessa, una donna e madre anche lei, che io «sono matta e pericolosa per i figli»… Ed è stata una altra tortura, degna della peggiore dittatura al mondo non da un stato civile che dovrebbe tutelare le vittime e non perseguitarle come è successo a me… Ho vissuto, nonostante sia una madre premurosa, attenta, totalmente dedica ai piccoli, che ha sacrificato tutto per i suoi figli, lunghe mesi angosciosi. Facevo incubi dove sognavo che i miei figli mi venivano tolti, ingiustamente.

Ovviamente non c’era nessun motivo, e il tribunale non ha mai giudicato necessario coinvolgere i servizi sociali o altro, ma questo castigo psicologico l’ha voluto l’avvocata del mio ex e la perizia del perito scelto del giudice, un professorone di psicologia della facoltà di Padova, uno che promuove la bufala del PAS (una pagliacciata inventata in Italia per terrorizzare le madre che denunciano i compagni violenti), e che è stato sfacciatamente e totalmente di parte, a favore del mio ex. Questo signore, che ha consegnato al tribunale una relazione che riprendeva in gran parte il parere del perito di parte del mio ex, una donna pure lei, mi hanno fatto vivere una disumana e crudele angoscia come madre. Mi vergogno al posto loro. Tutto questo per affermare poi, come ha riconosciuto lo stesso perito del tribunale, che i «bimbi stanno bene con la madre». È stata, dall’inizio, la strategia diabolica adottata dalla sua avvocata, farmi passare per una matta.

Hanno anche provato a farmi passare per una poco di buono, infangando il mio nome e il mio onore. È la cosa che mi ha fatto più male in questa vicenda, oltre al terrore che mi portassero via i figli. Ovviamente hanno usato la diffamazione e le bugie, non avevo nessun merito per pretendere ad un profilo di «musulmana pervertita». Ho sporto denuncia su questo, ma è stata archiviata. Perché la legge italiana, nelle cause civili, prevede che il tuo ex possa dire tutto sul tuo conto, influenzare il giudice, ma la fa franca. Quanto alla sua diffamazione, che ha portato avanti con i conoscenti e autorità, i testimoni italiani hanno negato tutto davanti al giudice, dichiarato il falso con una naturalezza che mi ha lasciata scioccata. I miei testimoni, le rispettive compagne del suo amico e di un suo vicino parente, loro che avevano sempre affermato di stimarmi e mi avevano incoraggiata a sporgere denuncia giurandomi che mi avrebbero sostenuta. Una volta in tribunale, si sono rimangiate tutto.

Così quest’uomo, il mio ex, ha ancora il diritto di dire la sua su tutte le decisioni che riguardano i nostri figli, e io sono ridotta a sbattere la testa contro tutti i muri dell’amministrazione italiana. Quando vado all’anagrafe o dai dirigenti scolastici, mi sembra di entrare in una caserma. Come mi era successo in Algeria, 20 anni fa, quando fui arrestata dai gendarmi per un mio articolo sul terrorismo.

Io non sono ancora cittadina italiana e questo ha pesato molto in questa amara vicenda. Quando ho voluto chiedere la cittadinanza, dopo aver maturato 10 anni di residenza anagrafica, ma ero di fatto qui da 20 anni, mi hanno detto che non ne avevo diritto. Questo mi ha detto l’impiegata alla prefettura di Terni. Visto che negli ultimi tre anni non ho guadagnato abbastanza, non posso chiedere la cittadinanza. Le ho spiegato che io, nelle ultimi tre anni, ho partorito due figli, e perciò non ero in grado di lavorare tanto, anche perché entrambe le gravidanze erano a rischio in quanto avevo superato i 40 anni.

La rappresentante dello Stato italiano con freddezza ha sentenziato: «La cittadinanza non è un diritto, è una concessione. Deve aspettare altri tre anni e guadagnare abbastanza e poi presentare la domanda e non è detto che sarà accettata, ci vorranno altri due anni per esaminarla». Se io fossi un calciatore africano o una show-girl sud-americana col lato B, avrei avuto la cittadinanza in sei mesi. Fratelli d’Italia. Fa niente. Sono anni che sento brividi quando ascolto l’inno di Mameli, esattamente come quando sento l’inno algerino, Kassaman! Sono anni che la pasta la mangio solo al dente, e che il caffè americano mi fa schifo, che impreco in romanaccio…e se potessi passare davanti a qualcuno in fila, o evadere il fisco, lo farei senza troppi rimorsi.

Per tutte le procedure amministrative che devo svolgere per la vita quotidiana dei miei figli, tutti mi rimandano al mio ex, che mi ride in faccia e mi dice: «Cara, abbiamo l’affido congiunto, dovresti sapere che non puoi fare nulla senza la mia firma. A meno che non ritiri le denunce». In Italia, non esiste una giustizia per le donne vittime di violenza. Né per loro né per i loro figli. Con una eccezione: se il tuo ex è un disgraziato avanzo di galera o ancora meglio, un extracomunitario come dite voi italiani. Allora, un po’ di attenzione la danno a una donna che presenta denuncia. Io sono stanca e talmente delusa e amareggiata dall’Italia che me ne andrei subito. Ma, nonostante tutto, non priverei mai i miei figli del loro papà, e viceversa. Ho una coscienza e una morale, che mi sono portata dietro nei miei pochi bagagli vent’anni fa, quando sono sbarcata a Roma.

Ma sono stanca di tutto questo, e vorrei potermi esiliare in Vaticano. Non so se papa Francesco, un uomo di cuore, accetterebbe una musulmana agnostica, che ormai invoca ogni giorno, per mettere fine al suo calvario, l’unico santo algerino. Sant’Agostino pensaci tu!

Nacéra Benali

Corriere della Sera
04 09 2015

«Tra i mille interrogativi che mi pongo e ai quali non riesco a dare risposta, ritengo che sia un’assurdità, nel 2015, morire sul posto di lavoro per guadagnare a malapena 27 euro al giorno». Far luce su come ciò sia stato possibile è la richiesta che Stefano Arcuri, marito di Paola Clemente, bracciante agricola 49enne morta il 13 luglio scorso nelle campagne di Andria, pone al procuratore del tribunale di Trani. Ventisette euro al giorno che, per i sindacati, «sono circa la metà di quanto dovuto per il lavoro che stava facendo Paola - spiega Giuseppe Deleonardis, segretario Flai Cgil Puglia - perché per il cosiddetto acinino dell’uva la paga è 49 euro».

Su questa differenza si stanno interrogando in procura, a Trani, cercando anche di far luce sul gioco degli acconti e dei saldi contabilizzati in busta paga dalle agenzie interinali alle migliaia di braccianti che - in Puglia e non solo - lavorano come la sfortunata donna tarantina un’intera giornata nei campi per portare a casa poche decine di euro. Paola, come si legge nella sua busta paga, nello scorso mese di novembre ha visto contabilizzare a saldo appena 257,38 euro. Perché nella parte alta dello stesso cedolino sono evidenziate trattenute per acconto stipendi pari a 727 euro che portano il totale trattenute a 829 euro e il saldo finale a 257 euro dai 1.489 euro lordi. La busta paga di dieci mesi fa era a carico dell’agenzia per il lavoro Quanta. «Ma quando la signora Clemente è morta - specifica l’avvocato Vito Miccolis che assiste il marito di Paola - lavorava per Inforgroup: abbiamo fiducia che anche in tal caso la procura farà piena luce su eventuali meccanismi di acconti e saldi».

Per intanto vogliono vederci chiaro i sindacati: «Sollevammo il problema lo scorso 8 luglio - spiega Deleonardis - quindi prima ancora della morte di Paola, perché diversi lavoratori, una sessantina, vantano crediti di circa 500 euro che, pur presenti in busta paga, non sono mai stati corrisposti». E nei giorni scorsi, il primo settembre, la Flai Cgil ha dato l’ultimatum a Quanta: «Premesso che l’aspetto retributivo e relativi conguagli dei lavoratori assunti è in capo all’agenzia e non alle aziende utilizzatrici - si legge nella lettera inviata all’agenzia interinale con sede a Milano - che, come da voi comunicatoci, si erano assunte l’onere di conguagliare ai lavoratori il dovuto, non avendo i lavoratori a tutt’oggi ricevuto alcun rimborso, se entro 5 giorni non avremo notizie positive in merito, ci vedremo nostro malgrado costretti ad adire le vie legali e a segnalare le inadempienze alla Guardia di finanza».

Tra acconti e saldi, oneri in capo alle agenzie interinali o alle aziende utilizzatrici, il caporalato moderno sembra così nascondersi tra le pieghe di una somministrazione del lavoro apparentemente regolare. «Non solo apparentemente - spiega il vice presidente di Quanta Vincenzo Mattina - ma anche nella realtà. Se dobbiamo dare qualcosa ai lavoratori, la daremo, chiariremo tutto. Come abbiamo già fatto nel 2014 dopo le segnalazioni dell’ispettorato del lavoro: abbiamo chiesto all’Inps di normalizzare tutte le posizioni non regolari, in gran parte sottoinquadramenti dei lavoratori. Il ravvedimento, per la sola Puglia, ci è già costato 120 mila euro per la prima tranche e complessivamente ce ne costerà 400 mila». A dimostrazione che qualcosa, nelle campagne del Tavoliere, non quadra. «Sì - spiega ancora Mattina - e ne avemmo la percezione nel 2013, due anni dopo la nostra decisione di entrare nel settore agricolo, prevalentemente in Puglia ma anche in Sicilia e Lazio. Inviammo subito tre persone da Milano a Rutigliano e alla fine del nostro screening , due dipendenti, denunciati anche per concorrenza sleale perché avevano preso contati con altre agenzie, andarono a casa». Mai pensato che agissero da caporali? «Sì, il dubbio ci è sorto - conclude Mattina - in particolare che utilizzassero la cosiddetta “paga di piazza”».

Che non è il salario contrattuale (applicato in Puglia dal 20% delle aziende, secondo la Flai) ma la consuetudine che prevede il sottosalario per immigrati e donne, tanto più basso quanto più a Sud si va. La risposta alla domanda di Stefano - perché morire per 27 euro - è in questa amara verità.

Michelangelo Borrillo

Cronache estive

InGenere
03 09 2015

Il corpo delle donne, il diritto, la libertà: non sono mancati in questa estate che sta finendo dibattiti e interrogativiintorno a questi temi sempre risorgenti, che animano fazioni opposte nell’opinione pubblicae dividonoil femminismo. Voglio considerare tre casi che hanno fatto discutere: innanzitutto la risoluzione di Amnesty International per la decriminalizzazione della prostituzione, che ha visto insorgere contro la più importante Ong per i diritti umani un ampio cartello di associazioni femministe e star hollywoodiane. Poi c’è la vicenda dei libri per l’infanzia sul “gender” vietati dal sindaco di Venezia, su cui è intervenuto anche il cantante Elton John attaccando Brugnaro e difendendo il racconto di “famiglie omosessuali che vivono felici e contente”, rianimando così qualche discussione sulla maternità surrogata che permette alla coppia Furnish-John di essere genitori di due figli (ne scrive, per esempio, Letizia Paolozzi). Infine, il caso di Martina Levato, l’“acidificatrice” condannata a 14 anni per aver sfigurato due ex fidanzati insieme al compagno Alexander Boettcher, che a Ferragosto ha partorito un bambino per il quale il Tribunale dei Minori di Milano ha avviato la procedura per adottabilità.

Riflettere in parallelo su casi così diversi può forse aiutare a orientarsi nella materia complessa racchiusa in tante questioni che interrogano l’autodeterminazione delle donne in ambito sessuale e riproduttivo. Credo che un punto essenziale sia decidere di chi vogliamo assumere lo sguardo, ascoltare la voce, provare a leggere i bisogni. Parto perciò da un assunto che riguarda un altro ordine di scelte, ma che ha il pregio di mettere d’accordo tutte le diverse anime del femminismo, ovvero quello che anima le battaglie per l’autodeterminazione in tema di aborto, e che suona più o meno così: “la prima parola e l’ultima sul proprio corpo spetta a ogni donna”.

Prendiamo il caso di Amnesty International. Come ha dichiarato l’Ong, la proposta di policy sulla prostituzione approvata l’11 agosto si basa sue due anni di consultazioni con un ampio numero di organizzazioni e singoli, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, UnAids, Anti-Slavery International, la Global AllianceAgainstTrafficking in Women, e poi gruppi di sex worker e di “sopravvissute”, associazioni femministe, LGBT e antitratta. L’obiettivo è “garantire una maggiore protezione dei diritti umani delle sex worker – che sono spesso tra le donne più marginalizzate nella società” attraverso la decriminalizzazione universale della loro attività e di quelle attività connesse che, quando criminalizzate, finiscono per ripercuotersi sulla loro condizione di precarietà ed esclusione. La decriminalizzazione, sostiene l’organizzazione per i diritti umani (d’accordo con numerosi esperti ed esperte), può garantire anche migliori condizioni per l’emersione delle situazioni di tratta e sfruttamento, al contrario della criminalizzazione che spinge verso l’invisibilità.

La campagna ostile guidata dalla CoalitionAgainstTrafficking in Women – e sottoscritta da star come Meryl Streep, Kate Winslet, Anne Hathaway, Lena Dunham – ha invece accusato Amnesty International di voler proteggere i diritti di clienti e sfruttatori. Eppure se assumiamo il punto di vista di chi si prostituisce, e non quello di clienti o sfruttatori, l’accusa di voler favorire questi ultimi svanisce sullo sfondo. Il problema è qui nella definizione dell’oggetto, un dilemma antico: la prostituzione è un lavoro da riconoscere o una violenza da eliminare? Non nego che considerarla un lavoro come un altro faccia nascere alcuni dilemmi importanti. Ma se è una violenza, come sostiene l’abolizionismo di stampo svedese, cosa ne facciamo di tutte e tutti coloro che affermano di esercitarla per scelta, magari sotto il condizionamento della necessità economica e della mancanza di opportunità alternative, come però – è il caso di ricordarlo – accade per molte altre attività? Esiste un altro caso in cui le protagoniste di una lotta per i diritti siano sconfessate in quanto portatrici di domande di riconoscimento, e non da chi le vorrebbe sottomesse e mute alla legge del più forte, ma da chi le ritiene bisognose di salvezza, anche contro la propria volontà?

Vengo quindi al secondo tema, quello della maternità surrogata, o gestazione per altri, meno discusso in questa estate ma già oggetto di grande dibattito nei mesi passati (si veda il caso suscitato dalle dichiarazioni di Dolce e Gabbana), e inoltre senza dubbio affine al precedente, perché riguarda l’uso del proprio corpo a fini non sessuali ma procreativi, in cambio di denaro. Se la prostituzione si presta a interpretazioni molto differenti del ruolo femminile – da quella incentrata sull’espropriazione del piacere e sulla subordinazione al diritto maschile, a quella che vede nella negoziazione economica del sesso una forma di resistenza a questo stesso diritto – la gestazione per altri pare gravata (almeno in Italia) da uno stigma molto pesante: la donna nuovamente ridotta a strumento di desideri altrui e a macchina riproduttiva. Il tema è complesso, ma se non ci si capisce su questa questione della procreazione persino un ddl fiacco come quello sulle unioni civili fermo in Parlamento rischia di trovare opposizioni insormontabili anche da parte di un’opinione pubblica sensibile al tema dei diritti (dove si sente dire: la stepchildadoption non nasconderà un incoraggiamento verso il ricorso alla maternità surrogata?).

Ciò che mi pare si perda di vista nella condanna senza appello di questa pratica e di chi vi fa ricorso è – come nel caso delle campagne contro la prostituzione – la soggettività delle donne coinvolte. Le quali lungi dal sentirsi universalmente soggette a una violenza culturale, e fisica, o espropriate del frutto del proprio ventre, non raramente riportano un’esperienza consapevole e serena. Si veda il racconto del rapporto con la madre portatrice che fa il giornalista Claudio Rossi Marcelli nel suo libro Hallo Daddy! (Mondadori) oppure le storie raccolte da Serena Marchi in Madri, comunque (Fandango).

Ma anche in quest’ambito i problemi etici, politici, nonché giuridici, sono tutt’altro che assenti. La maternità può essere un lavoro? Un lavoro come un altro? Il tema pare riguardare quasi esclusivamente la gestazione, perché la cura del bambino affidata a figure stipendiate solleva assai meno obiezioni. Dove porre dunque il limite del commerciabile? Come garantire la piena disponibilità del proprio corpo da parte di una donna, e insieme prevenire forme di sofferenza o abuso? Perché bandendo il denaro si presume di poter eliminare una fonte di oggettivazione, quando per qualunque altra prestazione, anche corporale (escluse la gestazione e il sesso, incluse invece le prestazioni domestiche e di cura), il pagamento in denaro appare come un veicolo di riconoscimento? Il punto è complicato, e richiede per essere sciolto niente meno che una riflessione sul rapporto tra corpo, persona, lavoro e denaro. E sulla relazione tra sessualità, riproduzione, norma e legge.

Eccoci quindi al terzo caso, in cui a una donna, condannata a 14 anni di carcere, viene tolto il figlio appena nato. Parrebbe un rovesciamento del caso precedente: se la genitorialità è un diritto che –in presenza di altri soggetti consenzienti – può realizzarsi anche nella maternità surrogata, come negare quel diritto a una donna che ha già messo al mondo il proprio figlio e ha intenzione di riconoscerlo, anche se le perizie psichiatriche indicano la sua incapacità di prendersene cura? In realtà il nodo è qui differente. Se accettiamo di definire la genitorialità come un fatto non solo biologico ma anche sociale, quindi non solo attraverso il desiderio della nascita ma anche della cura, ci accorgiamo che il semplice fatto della procreazione perde la predominanza discorsiva che porta a beatificare il ruolo materno, mentre al tempo stesso le famiglie adottive, ricostruite, monogenitoriali, omogenitoriali, assumono piena dignità quali luoghi possibili di investimento affettivo ed educativo. Difficile avere dubbi sul fatto che il figlio di Martina Levato e Alexander Boettchertroverebbe in una famiglia adottiva un luogo assai più adeguato a una crescita sana.

Tuttavia, anche qui ci sono questioni nient’affatto semplici da affrontare, che mettono in tensione corpo, desidero, diritto. A chi spetta la prima parola?A chi l’ultima? Il principio da cui sono partita, quello della “prima e ultima parola”, non può più avere validità assoluta quando i corpi da uno si fanno due. Ma può il sapere psicologico, medico o giuridico sostituirsi interamente al volere della donna? Non esiste lo spazio per una mediazione tra il sapere/potere dello Stato e il desiderio di una madre, uno spazio da aprire ben prima del parto, prima che il superiore interesse del bambino diventi oggetto della burocrazia e un paese intero si senta chiamato ad accusare o difendere la “cattiva madre”?

Giorgia Serughetti

Corriere della Sera
28 08 2015

Stefano se n’è andato il 25 giugno, sconfitto da un linfoma. Del lutto che gli ha portato via l’amore di una vita - «stavamo insieme da 21 anni» - Cesare ha due ricordi, uno brutto e uno bello. «Per la richiesta della cremazione ha dovuto firmare sua madre, io non ero nessuno. Alla cerimonia funebre laica, un nostro amico felicemente sposato ha detto che per lui noi eravamo la coppia ideale».

Cesare Piro si è iscritto al registro delle unioni civili di Roma quindici giorni prima che Stefano Ceccarelli, il suo compagno, morisse. Non hanno fatto in tempo a beneficiare del congedo straordinario retribuito, equiparabile alla licenza matrimoniale, che Almaviva, l’azienda di cui Cesare è un dirigente dell’area internazionale, ha predisposto a partire dal primo settembre, assieme a tre giorni di permesso retribuito in casi di decesso o grave infermità del partner per gli iscritti al registro delle unioni civili o sposati all’estero.

«La storia del nostro collega ci ha molto colpiti ed è stata una spinta motivazionale in più, ma in realtà attendevamo da tempo che una legge ci aiutasse a tutelare i nostri dipendenti: purtroppo tarda ad arrivare. Così abbiamo precorso i tempi», spiega Marina Irace, direttore delle risorse umane del Gruppo Almaviva, leader italiano nei servizi informatici alle grandi aziende, quarantamila dipendenti nel mondo di cui tredicimila nel nostro Paese.

L’iniziativa, nell’immediato, non aiuta Cesare a risolvere problemi pratici. «Come, per esempio, le questioni legate al testamento: io e Stefano dieci anni fa ci eravamo nominati eredi universali l’uno dell’altro, ma davanti al fisco sono un perfetto estraneo e adesso devo pagare una cifra esorbitante per la successione». A questo dovrà pensare il Parlamento, licenziando finalmente una legge che tuteli tutte le coppie di fatto, omosessuali e no.

Le aziende, nel frattempo, pubbliche o private, stanno facendo quello che possono, e sono sempre di più. A marzo l’Atac, la municipalizzata dei trasporti romani, ha concesso 15 giorni di congedo matrimoniale all’autista gay di un suo bus dopo l’iscrizione nel registro delle coppie di fatto in Campidoglio: era successo anche a Palermo pochi mesi prima, stessa situazione. L’università di Bologna Alma Mater ha fatto altrettanto con tre diversi docenti.

Un paio di settimane fa è stato il Massimo di Palermo ad accordare, primo teatro in Italia, permessi matrimoniali ai suoi dipendenti, per nozze o unioni civili. È una pratica ormai consolidata in Dhl (qui basta il certificato di convivenza rilasciato dal Comune, anche in assenza di Registro), Ikea (che prevede pure permessi familiari per occuparsi dei figli non biologici, basta il certificato anagrafico di convivenza), Servizi Italia e Call & Call.

Telecom e Intesa San Paolo hanno fatto la loro parte, nei casi di nozze all’estero tra persone dello stesso sesso. «Per le imprese è anzitutto un buon investimento, perché un dipendente felice produce di più, non si tratta semplicemente di una scelta ideologica, che pure è importante perché introduce ulteriori elementi di dibattito culturale. Il punto è che mentre una coppia eterosessuale può scegliere se sposarsi o no, una coppia omosessuale non ha scelta. Da un lato bisogna rimuovere una discriminazione, dall’altro adeguare ai nostri giorni l’istituto familiare. La legge non può tardare», promette Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle Riforme costituzionali e ai rapporti con il Parlamento e già fondatore di Parks-Liberi e Uguali, l’associazione di imprese che lavora sui temi delle differenze e delle pari opportunità nelle aziende in cui la diversità viene considerata come un valore aggiunto.

Quest’anno il Glbt Diversity Index, l’indice di Parks che misura politiche e pratiche aziendali per dipendenti lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender, ha premiato Telecom Italia.

Elvira Serra

Corriere Sociale
25 08 2015

I Balcani producono più Storia di quanta ne consumino. L’espressione popolare interpreta il senso epocale delle disperate migrazioni attraverso Macedonia, Kosovo, Serbia e Ungheria Esplora il significato del termine:

I Balcani producono più Storia di quanta ne consumino. L’espressione popolare interpreta il senso epocale delle disperate migrazioni attraverso Macedonia, Kosovo, Serbia e Ungheria per raggiungere il cuore dell’Europa, quasi a risalire idealmente contromano il corso del Danubio. Nel nuovo secolo, come nel precedente, la Storia del Vecchio Continente ripassa da queste lande desolate e lascia dietro di sé morti e feriti, odio e fili spinati. Dopo guerre di trincea e pulizie etniche, dopo muri ideologici e cortine di ferro, una forma altrettanto devastante di conflitto si sta generando nell’impotenza delle Grandi Potenze, come se un destino ineluttabile debba avere partita vinta sul primato della politica e sulla coscienza degli europei più fortunati.

«Vagabondavano come mosche senza testa», scriveva il serbo Milos Crnjanski nel suo Migrazioni , narrazione di un popolo sradicato in cammino verso la terra promessa. Come nell’epica letteraria, le migrazioni non si fermano davanti ai mari in tempesta, ai fili spinati, ai cordoni di polizia. Avanzano su battelli alla deriva e su inquietanti vagoni ferroviari. Possono essere decimati, respinti, talvolta arrestati. Ma non si fermeranno.

Lo dimostrano cifre fornite da Eurostat: 400 mila richieste di asilo (160 mila in più dello scorso anno) nei primi sette mesi, 700 mila potenziali arrivi nella sola Germania. Gli sbarchi attraverso la «frontiera» del Mediterraneo ormai equivalgono i flussi nei Balcani.

La «pressione» dei disperati ha moltiplicato rotte, porte d’ingresso, zone di provenienza. Il fenomeno ha stravolto i due presupposti su cui si è finora basata la risposta politica, peraltro balbettante: il presupposto che sia possibile la distinzione fra richiedenti asilo, migranti per bisogno e fuggiaschi da guerre e carestie; e il presupposto che si tratti di un’emergenza umanitaria sperabilmente transitoria.

L’emergenza ha invece assunto le dimensioni di una crisi geopolitica di lunga durata che abbraccia il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa subsahariana. La disperazione di milioni di esseri umani, manipolata dai trafficanti e dalle formazioni terroristiche è anche strumento di disfacimento dei Paesi di provenienza e di destabilizzazione dei Paesi di accoglienza. È stato calcolato che l’Africa subsahariana avrà 900 milioni di abitanti in più nei prossimi vent’anni. Di questi, almeno 200 milioni saranno giovani in cerca di lavoro. Il caos dei loro Paesi d’origine li spingerà sempre più a nord. Non basterà aprire centri di accoglienza.

I richiami alla Storia balcanica e la narrazione di queste fughe di massa ci dicono che questa è la vera posta in gioco. Se l’emergenza suscita ancora sussulti di solidarietà, appelli della Chiesa, prese di coscienza nelle società europee, la crisi geopolitica rischia di innescare fenomeni distruttivi, incontrollabili, non lontani dai fantasmi del passato.

Non è questione di xenofobia o populismo nazionalista, ma di una nuova forma di conflitto: sta avvenendo qualche cosa di devastante se si erigono nuovi muri, se si diffonde l’equazione immigrato=terrorista, se le società più ricche e potenti tendono a chiudersi, lasciando soli i Paesi più deboli e più esposti all’ondata migratoria. Di questo passo, l’Europa rischia di implodere, sconfitta dai profeti del terrore, dagli scafisti, dai demagoghi, dalle leggi ineluttabili della demografia e del bisogno che stravolgono la convivenza civile, alimentano la guerra fra poveri, modificano il paesaggio culturale, minano il nostro modello di società.

L’Europa, fortezza protettrice e al tempo stesso assediata, dovrebbe ritrovare le ragioni della propria Storia e della propria alleanza politica, economica e finalmente militare. La risposta alla nuova guerra è una combinazione di sicurezza delle frontiere, fermezza armata di fronte al terrorismo, solidarietà consapevole. Non è troppo tardi, di sicuro è difficile. La gestione contabile della crisi greca non è un segnale di risveglio.

Le persone e la dignità
25 08 2015

La crisi in cui è precipitato il Burundi a seguito della decisione del presidente Pierre Nkurunziza di candidarsi per la terza volta alle elezioni di luglio (da lui vinte, in un clima di violenza e tra denunce di brogli), non accenna a diminuire.

Già un mese fa, Amnesty International aveva diffuso un rapporto sull’uso della forza, anche letale, con cui le forze di sicurezza avevano represso le manifestazioni a partire dal 26 aprile.

Ora, un nuovo rapporto dell’organizzazione per i diritti umani presenta una serie di agghiaccianti testimonianze sulle torture inflitte dalla Polizia nazionale e dai Servizi d’intelligence ai danni di giornalisti, attivisti per i diritti umani e semplici cittadini che prendevano parte alle proteste contro il presidente Nukrunziza.

Ecco due resoconti:

“Hanno iniziato a picchiarmi con delle sbarre d’acciaio. Poi mi hanno detto di spogliarmi. Hanno preso una latta da cinque litri, l’hanno riempita di sabbia e l’hanno lasciata legata ai miei testicoli per oltre un’ora. Dopo, mi hanno obbligato a sedermi in una pozza di acido delle batterie. Bruciava terribilmente…”

“Una sera di luglio mi hanno portato in una stanza minuscola, dove non c’era spazio neanche per stare sdraiato. Ho dormito seduto. Il mattino dopo mi hanno spostato in un’altra stanzetta, col pavimento ricoperto di sassi. Il terzo giorno, un’altra stanza piena di schegge di vetro. Mi hanno obbligato a scrivere i nomi di tutte le persone che conoscevo e a firmare una dichiarazione per cui non avrei mai più preso parte a manifestazioni”.
Molte torture sono state praticate in un centro di detenzione della polizia che ufficialmente non esiste, chiamato “Da Ndadaye”. Qui, i prigionieri sono stati picchiati con cavi elettrici e sbarre di metallo e costretti a immergere la testa in secchi d’acqua sporca.

“Mi hanno detto ‘Se non confessi, ti ammazziamo’. Io ho risposto ‘Cosa devo confessare se non so nulla? Ditemi voi cosa volete che vi dica e ve lo dico’”.
Finora, le autorità del Burundi non hanno aperto alcuna inchiesta sulle denunce di tortura.

La 27ora
25 08 2015

Le urla e la ragione poco si associano, ma anche le idee a priori con la realtà. La maldestra gestione delle immissioni in ruolo nella scuola da parte del governo ha visto tutto contrapposto: ragione e realtà, urla e idee a priori. Errori macroscopici e sottovalutazioni hanno portato, allo stato, ad un aumento delle supplenze, per quella che doveva essere la più grande stabilizzazione del secolo. Urla e idee a priori l’hanno fatta da padrone sui trasferimenti forzosi dal sud al nord di moltissimi docenti in virtù di un meccanismo messo a punto malissimo dal ministero dell’Istruzione. Si potevano attendere le disponibilità degli uffici territoriali per avere un ventaglio di cattedre più ampio, invece di far rientrare quelle cattedre di cui si avrà contezza nella seconda settimana di settembre per trasformarle in supplenze, raddoppiandone il numero: chi avrà avuto una cattedra, la manterrà in diritto, ma potrà optare per la supplenza se è più vicina a casa, almeno per un altro anno, creando, a sua volta una supplenza sulla sua cattedra.

Ciò di cui si è poco parlato nella contesa tra favorevoli e contrari è la reale posta in gioca, che non riguarda solo gli attori in causa. Usare la parola deportazione, come più d’uno ha fatto, è fuori luogo perché a ogni cosa va dato il proprio nome. I numeri ci dicono quale fenomeno si stia mettendo in moto, i cui effetti integrali sono stati solo posticipati di un anno.

Il 79% del corpo docente in Italia è formato da donne; il 100% nelle scuole dell’infanzia; il 95% nella primaria; l’85% nelle medie; il 59% nella secondaria di secondo grado, dove però le percentuali tornano a salire nei classici o nei licei pedagogici.

Accadrà, dunque, che saranno donne, madri ad andare con o senza figli da un capo all’altro dell’Italia, per lavorare. Ma questo non è un Paese per donne e non possiamo far finta che lo sia quando finiamo nella banalizzazione del, si va dove il lavoro c’è. Un professore guadagna in media mille e quattrocento euro al mese. La migrazione comporta l’affitto di una casa. Se con figli anche scuola e doposcuola. Se con figli piccoli nidi, perlopiù a pagamento. Questo non è un paese con un welfare alla francese, anche se i soloni nostrani dicono che ce n’è anche troppo. E siamo ai primi passi quanto a congedi parentali, oggetto residuale rispetto alla totalità di una vita familiare e culturalmente ancora malvissuto.

Chi fa le leggi e dovrebbe avere la situazione sotto controllo avrebbe dovuto almeno lavorare per la riduzione del danno, e invece non lo ha fatto. Ci sarà, dunque, un costo sociale ancora una volta gestito nel privato. Separazioni, tensioni, spaccature, ricostruzioni di ambiti familiari, che solo chi non li conosce può affrontarli con parole di superficialità. Senza ricchezza, ma solo con una chimerica speranza che forse un giorno andrà meglio.

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