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CORRIERE DELLA SERA

Le persone e la dignità
02 07 2015

Il giornalista turco Mehmet Baransu, editorialista del quotidiano Taraf e vincitore del premio del giornalismo Sedat Simavi nel 2009, è stato condannato a 10 mesi di carcere per aver insultato su Twitter il presidente Recep Tayyip Erdogan quando era ancora primo ministro. Il giornalista è un editorialista del quotidiano Taraf e si trova già in prigione nell’ambito dell’inchiesta del golpe Martello, nome in codice di un presunto piano per un colpo di Stato militare ai danni del partito islamico di governo, l’Akp di Erdogan, che risalirebbe al 2003.

Nel corso del processo Baransu si è dichiarato non colpevole e ha chiesto la sua assoluzione sostenendo che ci sono otto account Twitter falsi con il suo nome.

“Alcuni tweet che non ho scritto sono considerati miei. Quelli che ho fatto dal mio vero account riguardano eventi pubblici e non contengono insulti – ha affermato il giornalista durante l’udienza in tribunale martedì 30 giugno -. Perché Erdoğan ha pensato che mi riferissi a lui quando ho parlato di ladri senza fare nessun nome. Voglio che gli sia chiesto se pensa di essere un ladro”.

Il pubblico ministero Sıddık Çinko aveva chiesto che il giornalista fosse condannato a sette anni di prigione per aver “insultato e ricattato” Erdogan quando era primo ministro. Il giudice ha dapprima deciso per un anno di prigione ma poi ha ridotto la pena a dieci mesi in considerazione del passato dell’imputato, delle sue relazioni sociali e del suo comportamento durante il processo. Baransu è stato anche indagato per i suoi articoli sul massacro di Uludere, il 28 dicembre 2011, in cui 34 civili furono uccisi vicino al confine con l’Iraq a causa di un attacco aereo dei militari turchi. Secondo l’accusa il giornalista avrebbe rivelato il contenuto di documenti ufficiali che dovevano rimanere segreti per tutelare la sicurezza nazionale.

“Dopo la sua testimonianza – ha spiegato il suo avvocato Sercan Sakallı – la corte ha deciso di non avallare la richiesta di arresto ma aprire un’inchiesta su articoli scritti quattro anni fa è una provocazione che mostra la situazione pietosa in cui è versa il nostro sistema giudiziario. Noi pensiamo che i giudici agiscano su mandato del gornato”.

Il giornalista è in prigione dal primo marzo per l’inchiesta sul golpe Martello in cui è accusato “di aver formato un’organizzazione criminale e di aver distrutto documenti importanti per lo Stato”.

Monica Ricci Sargentini

La 27 Ora
02 07 2015

È arrivato ultimo, ma in un certo senso è il primo. Perché con l’apertura alle studentesse transgender votata dal Barnard College qualche giorno fa, tutte le Seven Sisters — gli storici college femminili privati a indirizzo umanistico del Nordest degli Stati Uniti — hanno modificato le proprie politiche di ammissione per riconoscere la fluidità dell’identità di genere e adattarsi a una società in evoluzione.

«Barnard valuterà per l’ammissione candidati che vivono da e si identificano costantemente con le donne», ha annunciato la presidente Debora Spar. Escludendo, in questo modo, gli uomini trans, cioè coloro che, nati femmine, hanno poi assunto un’identità maschile: per le persone transgender vale sempre il genere di arrivo. Anche se, precisa il college affiliato dal 1900 alla Columbia University, la decisione non toccherà coloro che iniziano la transizione dopo l’iscrizione (e quindi gli uomini trans continueranno a studiare e a laurearsi a Barnard). Questo nel tentativo di conservare la vocazione storica del college, che ha da poco celebrato il suo 125° anniversario, come istituzione femminile. «Se tutte le posizioni in merito erano molto sentite», ha osservato Spar, che negli ultimi mesi aveva indetto sull’argomento vari consigli d’istituto, oltre a consultazioni con ex allievi, «due sono apparse subito chiare e irrefutabili: che Barnard dovesse riaffermare la propria missione di college per le donne e che dovesse ammettere anche studentesse trans».

Una decisione applaudita dalla comunità transgender e non solo, anche se dubbi rimangono sul termine «costantemente», usato in precedenza anche da Wellesley. Perché è difficile, fa notare Genny Beemyn dell’Università del Massachusetts ad Amherst, per un adolescente vivere apertamente da trans negli anni del liceo: anche se i genitori l’appoggiano, può diventare oggetto di bullismo dai compagni.

Nell’ultimo anno, ciascuno degli storici college — che in realtà non sono più sette da tempo, avendo Vassar aperto agli uomini nel 1969 e Radcliffe chiuso i battenti nel 1999, in seguito alla fusione con Harvard — ha messo a punto la propria formula per includere studenti transgender. La decisione di Barnard di aprire alle trans donne è in linea con quanto già fatto da Wellesley a marzo (che in più accetta studenti nati donne ma che non si identificano né con le femmine né coi maschi) e dallo Smith a maggio. Mentre Mount Holyoke, la prima delle Seven Sisters a cambiare, lo scorso autunno, le regole per l’ammissione, e più recentemente Bryn Mawr, hanno optato per ammettere sia donne che uomini trans e genderqueer. Altri college femminili che hanno modificato le proprie politiche per aprire alla comunità transgender sono il Mills College di Oakland, in California, il primo in assoluto a compiere questo passo, un anno fa, e il Simmons College di Boston. Mills, come Mount Holyoke, accetta donne e uomini trans; Simmons, come Wellesley, accetta sia donne trans che studenti nati femmine ma che non si identificano né come donne né come uomini. Come a Barnard, anche a Smith, Wellesley e Simmons, uomini trans che iniziano la transizione dopo l’iscrizione possono comunque laurearsi.

Includere gli studenti trans, e in particolare donne trans, come «aggiornamento» della propria missione, insomma, non come rinuncia ad essa. Una grande dimostrazione di modernità e lungimiranza da parte dei college femminili, la cui vocazione è di proteggere e allevare il pensiero femmina, aiutando le donne a sviluppare il proprio potenziale e diventare leader in una società ancora patriarcale. Un’apertura che manca, invece, ai college maschili. Una decisione, in realtà, non più prorogabile, dopo l’accelerazione della riflessione sull’identità di genere e la comunità transgender che diventa mainstream. Non solo Caitlyn Jenner su Vanity Fair, Laverne Cox di «Orange Is the New Black» su Time e la serie fresca di Golden Globe «Transparent» su un padre che diventa donna. A dicembre, quello di New York era diventato il nono Stato USA, dopo la California, il Colorado, il Connecticut, l’Illinois, il Massachusetts, l’Oregon, il Vermont e Washington (ma c’è anche Washington, D.C.) a obbligare per legge le compagnie assicurative a coprire le terapie ormonali e gli interventi chirurgici per il cambio di sesso in presenza di disforia di genere. A ottobre, in una mossa contestata, l’Oregon era diventato il primo Stato a offrire agli adolescenti trans, attraverso il programma assistenziale pubblico Medicaid, la copertura assicurativa di farmaci per ritardare o sopprimere la pubertà.

E al di qua dell’Atlantico, il St Catharine’s College dell’università di Cambridge, fondato nel 1473 e che aveva aperto alle donne nel 1979, ha rivisto il proprio rigidissimo dress code per permettere agli studenti maschi di indossare gonne e alle femmine di portare i pantaloni alle cene formali. La prima apertura di questo genere, a Cambridge, alla comunità transgender, decisa dopo la protesta di uno studente che l’anno scorso aveva iniziato la transizione a femmina. «Adesso ogni studentessa potrà indossare un completo da uomo, se vorrà, e i maschi non saranno più tenuti a mettere cravatte e pantaloni, ma potranno andare a cena anche col tubino”». Unica regola rimasta, l’eleganza — dopotutto sono inglesi. «Speriamo tutti che il cambiamento farà sentire più a loro agio studenti transgender e genderqueer».

Non tutti sono d’accordo. In Virginia, il college della Hollins University ha ribadito che conferirà diplomi di laurea alle sole donne, e che le studentesse che si sottoponessero a terapie ormonali o interventi chirurgici per cambiare sesso, o che anche solo prendessero legalmente un nome maschile, saranno aiutate a trasferirsi in altri istituti. E a ottobre, quando ancora pochissimi college femminili americani avevano adottato politiche inclusive, il New York Times Magazine aveva dedicato all’argomento una storia di copertina, chiedendosi provocativamente, «Che ne è della missione di un college femminile quando le sue studentesse diventano uomini?».

Il settimanale portava l’esempio del «transmascolino» Timothy, uno di 24 studenti di Wellesley — metà dei quali maschi trans, l’altra genderqueer — che non si riconosceva nel genere femminile. Nato e cresciuto femmina, al liceo Timothy aveva fatto coming out. Poi però, come tanti giovani transgender, aveva scelto un college femminile per tenersi al riparo dal bullismo, e nella domanda di ammissione, compilata con la madre, alla voce «genere» aveva selezionato «femminile». Una volta ammesso, però, aveva chiesto ai compagni di chiamarlo Timothy e usare per lui pronomi maschili. L’anno scorso Timothy ha deciso di candidarsi, come multicultural affairs coordinator, al gabinetto del governo studentesco, la posizione più alta mai ambita da uno studente apertamente trans a Wellesley. Per lo stesso posto correvano tre donne di colore, e quando tutte e tre, per vari motivi, si sono ritirate, su Facebook è partita una campagna per l’astensione, affinché Timothy non raggiungesse il quorum. Le argomentazioni contro di lui erano ovvie: un uomo, specie bianco, quindi membro della maggioranza, non può occupare ruoli di leadership in un college femminile, perché mina la vocazione stessa del college come nutrice di aspirazioni femminili. Timothy aveva replicato che, in quanto membro di una minoranza ancora più ristretta delle donne, era un ottimo candidato a rappresentare minoranze. E però capiva: «Non voglio certo perpetuare il patriarcato».

Va detto che i college femminili non hanno sempre avuto vocazione femminista. Nati nell’Ottocento, quando la maggioranza delle università, americane e non solo, era riservata agli uomini, se da un lato erano considerati radicali perché offrivano alle donne l’accesso all’educazione, dall’altro reiteravano gli stereotipi del tempo. L’educazione universitaria era mirata quasi sempre ad accasarle meglio, con corsi di economia domestica e interior design — tanto che un’espressione popolare era la «laurea in Mrs.», cioè da signora. Donne con un’educazione superiore, si diceva, sarebbero state mogli e madri migliori, avrebbero allevato cittadini informati. Così a Wellesley, anche nei primi anni Sessanta, veniva insegnato alle studentesse come caricare le buste della spesa su una station wagon senza mostrare le cosce.

Con il movimento di liberazione femminile, però, le cose cambiarono. La segregazione accademica basata sul genere apparve sempre più datata. Una grande maggioranza di donne optò per scuole miste, e i college femminili diminuirono da 300 ai meno di 50 attuali. Quelli che sopravvissero si reinventarono come avanguardie del pensiero femmina e «antidoto» al sessismo. Dagli anni Settanta, i college femminili preparano le donne a diventare leader, infondono loro fiducia — e le statistiche confermano. Una studentessa di un college femminile, per esempio, ha più probabilità di altre di scegliere una professione tradizionalmente dominata dai maschi. Le laureate a Wellesley, in particolare, dove hanno studiato gli ex Segretari di Stato Hillary Clinton e Madeleine Albright, hanno più dottorati in scienza e ingegneria di tutte le altre laureate americane.

Oggi, però, sottolineava il magazine del New York Times, la presenza di maschi trans in questi college porta a minimizzare il messaggio «femminocentrico». A Wellesley, che continua a usare pronomi e linguaggio femminili in tutte le comunicazioni ufficiali, la costituzione del governo studentesco ha sostituito ogni riferimento femminile con termini di genere neutro. In molti college, i maschi trans conquistano ruoli di responsabilità storicamente occupati da studentesse: direttori dei dormitori, membri del consiglio studentesco, capigruppo. A Mills, il presidente del consiglio studentesco è un maschio trans, e sono sempre di più gli studenti che contestano la definizione di «college femminile» per queste istituzioni. Un anno fa, Alex Poon, è stato il primo maschio trans a vincere la celebre corsa con il cerchio di Wellesley, una tradizione iniziata 132 anni fa.

Perché certo, il femminismo ha vinto tantissime battaglie, ma la strada per la parità è ancora molto lunga. Mentre nelle università miste le studentesse superano (a volte surclassano) i maschi in rendimento, l’equazione cambia una volta laureate, con la mancata parità salariale e la scarsa presenza femminile ai vertici delle aziende e della politica. Situazione che spinge molti a sostenere che quattro anni in un ambiente femminile, che nutra e rinforzi le ambizioni femmina, ha ancora il suo posto nella società. «Un luogo per celebrare l’essere donna circondata da donne», spiegava una studentessa di Wellesley. «Vieni qui pensando che ogni ruolo di leadership sarà occupato da una donna. Direttore del giornale, presidente, tutto. Ma con i maschi trans non è più così. E se non lo è, allora il valore intrinseco di un college femminile va a farsi benedire». Alcune sottolineano che con la presenza di maschi trans, le donne sono costrette a cedere opportunità agli uomini perfino, ironia, in un college femminile. Dal canto loro, gli studenti trans ribadiscono di fare solo ciò che il college predica: rompere barriere. Molte docenti e studentesse concordano: «Come possiamo noi donne, da sempre marginalizzate e che lottiamo per essere rispettate e per il nostro posto nella società, giustificare di marginalizzare altri? Sarebbe come mettersi dalla parte sbagliata della storia» Altre si chiedono cosa determini davvero l’essere una donna.

Non hanno tutte le risposte. Alla fine, per alcune, è stato un «atto di fede», convinte comunque di andare nella direzione giusta. Così allo Smith, c’è un gruppo di sostegno per aiutare le studentesse in situazioni delicate come la condivisione di una camera di dormitorio o di un bagno, affinché tutti, al di là del genere di partenza, si sentano accettati. A Wellesley un seminario di «sensibilità transgender» è obbligatorio per tutti i leader studenteschi. Mills l’ha definita «una questione di diritti civili». I temi transgender, dicono, sono temi femministi.

Costanza Rizzacasa d’Orsogna
@CostanzaRdO

Pesone e dignità
30 06 2015

Venerdì 26 giugno l’Associazione Carta di Roma ha depositato presso la cancelleria del Tribunale di Roma la domanda d’iscrizione della omonima testata online. Come previsto dalla legge, ha indicato le generalità della direttrice responsabile: Domenica Canchano.

Domenica (nella foto) è da tempo giornalista e vanta numerose collaborazioni con testate italiane. Inoltre è socia fondatrice di Ansi (Associazione nazionale Stampa interculturale), un gruppo creato all’interno della Federazione nazionale stampa italiana da giornalisti immigrati o figli di immigrati che lavorano in Italia.

E qui sorge il problema. Un problema assurdo e anacronistico. Per una norma risalente al 1948, Domenica non può dirigere un giornale, giacché la norma in questione prevede come requisito indispensabile la cittadinanza italiana.

Un anno fa il Tribunale di Torino aveva respinto un’analoga richiesta perché tale incarico “implica l’esercizio di poteri e facoltà latamente politici”, ed è quindi “riservata al cittadino ovvero vietata allo straniero”.

Il 13 marzo scorso, sollecitato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti su richiesta dell’Ansi, il ministero della Giustizia aveva espresso il parere che quel requisito dovesse considerarsi abrogato.

Attendiamo la decisione del Tribunale di Roma, auspicando – come ha dichiarato il presidente dell’Associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, - l’abolizione ufficiale di una norma discriminatoria che “impedisce di poter governare e guidare qualunque iniziativa editoriale a un’intera categoria di giornalisti, individuata sulla base di un criterio non professionale qual è la nazionalità”.

Corriere della Sera
26 06 2015

Sabato torneranno i carri scenografici con piume e paillettes al Milano Pride. La sfilata partirà in piazza Duca d’Aosta alle 16 e si concluderà in Porta Venezia alle 18. Corso Buenos Aires resterà chiuso in parte, all’altezza di viale Tunisia. Ci sarà anche il sindaco Giuliano Pisapia sabato e con lui, come testimonial, l’ex calciatore Alessandro Costacurta che «lancerà un messaggio contro l’omofobia nello sport», ha anticipato il presidente di Arcigay Fabio Pellegatta. La sfilata del Gay Pride chiude la settimana dell’orgoglio omosessuale - patrocinata da Comune e Regione -, iniziata sabato scorso con il «Kick off party» al padiglione Usa di Expo, ed è proseguita con oltre 50 appuntamenti «per dire no all’omofobia e alla discriminazione».

Si prevede l’arrivo di oltre 50 mila persone. Il tragitto è breve: da piazza Duca d’Aosta il corteo sfilerà in via Vitruvio per raggiungere piazza Caiazzo attraverso via Settembrini e da qui sul corso Buenos Aires fino al palco in Porta Venezia. La parata a piedi e i carri - pochi, massimo 8, e di medie dimensioni - a chiudere. Fino a domani sera, il quartiere Lazzaretto ospiterà una grande fiera mercato alla quale partecipano i commercianti del piccolo quadrilatero. La comunità Lgbt si mobilita, annunciando presentazioni di libri, spettacoli teatrali, convegni, aperitivi e serate disco. La manifestazione è stata organizzata dal Coordinamento Arcobaleno.

L’edizione di quest’anno avrà anche una attenzione particolare al tema dei profughi: gli organizzatori hanno infatti deciso di devolvere parte dei fondi raccolti nell’ambito delle iniziative della Pride Square e della Pride Week per la manifestazione e generi di prima necessità alle associazioni che si occupano di accoglienza. «Milano è un grande laboratorio dei diritti con tante iniziative che la rendono un avamposto dei diritti per tutti e un esempio di città aperta per tutto il Paese - ha detto ieri Filippo Del Corno, assessore alla Cultura, presentando Milano Pride a Palazzo Marino - . Il tema dei diritti va declinato a livello nazionale e allargato anche ad altri temi sociali proprio per creare un clima di condivisione e di vera rappresentanza. Per questo è importante la scelta di intervenire a favore dell’accoglienza. Il Milano Pride esprime questa capacità, coinvolgendo in una grande festa tutta la città con un messaggio di speranza per una società sempre più a difesa dei diritti».

Paola D’Amico

Le persone e la dignità
25 06 2015

Migliaia di armeni, circa 6mila, hanno manifestato lunedì 22 giugno e martedì 23 nella capitale Erevan contro gli aumenti delle tariffe dell’elettricità. Dopo una notte passata all’adiaccio con un sit in improvvisato che ha bloccato una strada centrale della città, la polizia ha disperso la folla martedì mattina mentre cercava di dirigersi verso il palazzo della presidenza e ha fatto largo uso di cannoni ad acqua, strumenti che non dovrebbero mai essere usati contro assembramenti pacifici e che possono causare danni e ferite, scaraventando a terra le persone colpite. Sono stati colpiti anche semplici spettatori e giornalisti, ai quali sono state confiscate o danneggiate le apparecchiature video. In seguito, gli agenti hanno arrestato 237 manifestanti, molti dei quali sarebbero ora indagati per “vandalismo”. La polizia ha emesso una dichiarazione secondo la quale a seguito del lancio di pietre sarebbero stati feriti 11 agenti, oltre a sette manifestanti. Il governo, nei giorni scorsi, ha annunciato che dal primo agosto entreranno in vigore rincari del 22% sulla fornitura di energia.

“Le nostre richieste restano le stesse – ha detto uno degli attivisti alla Reuters chiedendo di rimanere anonimo -, vogliamo la cancellazione degli aumenti. La nostra è una protesta esclusivamente pacifica e non è diretta contro la polizia”.

La crisi è scattata a causa della caduta della moneta armena (dram) che ha portato a una richiesta di aumento da parte della compagnia russa Inter RAO. Mosca è la maggiore fornitrice di energia elettrica dell’Armenia. “Speriamo che la situazione migliori e la legalità sia ripristinata” ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.

La moneta armena era calcolata 471 sul dollaro rispetto al 408 di un anno fa. E si teme l’aumento di tensioni sociali.
Martedì Amnesty International ha sollecitato il governo armeno a indagare in modo imparziale, indipendente e approfondito sulle denunce riguardanti l’uso eccessivo della forza, compreso l’impiego di cannoni ad acqua, con cui le forze di polizia hanno disperso loa manifestazione.

Monica Ricci Sargentini

Persone e dignità
23 06 2015

Con l’avvicinarsi delle elezioni, previste a novembre, le autorità di Myanmar stanno inasprendo le già rigide norme sulla libertà d’informazione attraverso minacce, intimidazioni e arresti.

In totale contrasto con la tanto sbandierata “apertura politica” promossa dal 2011, nell’ultimo anno sono stati arrestati e condannati almeno 10 operatori dell’informazione.

Niente progresso, dunque, ma vecchie tattiche repressive, come denunciato nei giorni scorsi da Amnesty International, cui si affianca ora l’autocensura. I giornalisti di Myanmar sanno bene quale sia la “linea rossa” da non oltrepassare: fatti che riguardano l’esercito, il nazionalismo estremista buddista e la persecuzione della minoranza rohingya.

“Camminiamo in equilibrio su una fune sottile” – ha sintetizzato un giornalista che ha chiesto all’organizzazione per i diritti umani, come la maggior parte dei suoi colleghi, di rimanere anonimo.

Il caso dei giornalisti del quotidiano “Unità”, di cui avevamo parlato qui, è emblematico. In appello, la loro condanna per aver rivelato l’esistenza di una possibile fabbrica segreta di armi chimiche è stata ridotta a sette anni.

Nell’ottobre 2014, il freelance Aung Kyaw Naing è stato ucciso mentre era in custodia militare. Quando hanno riesumato il suo corpo, vi hanno trovato segni di tortura. È stata aperta un’indagine ma ancora non si conoscono i responsabili dell’omicidio.

Funzionari dell’esercito non si fanno scrupoli nel minacciare apertamente o aggredire in luogo pubblico i giornalisti che si occupano di questioni interne alle forze armate o dei conflitti in corso nei vari stati della federazione.

Con l’approssimarsi delle elezioni, una stampa libera e indipendente sarebbe più importante che mai per informare gli elettori e permettere loro di scegliere consapevolmente per chi votare. È questo ciò di cui hanno paura le autorità di Myanmar.

Persone e dignità
22 06 2015

La denuncia viene dal portavoce del Kurdistan Democratic Party, Said Mimousini: ”A Mosul i jihadisti hanno rapito 1.227 bambini e li hanno portati al campo di al-Salamiya per essere addestrati”. Giovedì 18 giugno il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva approvato una risoluzione per stigmatizzare la crescita dei rapimenti di minori durante i conflitti armati. Secondo alcune testimonianze, mai
confermate, nel campo l’Is avrebbe creato un vero e proprio dipartimento per addestrare i minori di 18 anni, sia al combattimento che agli attacchi suicidi. (Nella foto alcuni piccoli profughi nel campo di Akcakale, nella provincia di Sanliurfa).

Intanto a Palmira i militanti dello Stato islamico hanno piazzato delle mine nelle rovine millenarie dell’antica Palmira, nel cuore della Siria. Lo ha riferito domenica 21 giugno l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Non è tuttavia chiaro se l’intenzione dei terroristi sia quella di scoraggiare l’avanzata delle forze governative oppure di distruggere il sito archeologico, come già accaduto in Iraq. “Numerosi ordigni sono stati piazzati intorno all’anfiteatro romano”, ha detto il responsabile dell’Osservatorio, Rami Abdulrahman. Un mese fa l’Isis aveva rivendicato l’esplosione della prigione militare di Palmira, avvenuta pochi giorni dopo la presa della città patrimonio dell’Unesco, che si trova nella provincia di Homs.

L’Ong riferisce poi di bombardamenti dei caccia di Damasco sulla città, che hanno causato vittime, e violenti combattimenti a al-Baiarat al-Gharbia.

Le persone e la dignità 
19 06 2015

Si può discutere sulle cause della guerra che sta devastando la Siria da ormai quattro anni, se sia frutto di una rivolta di popolo contro la dittatura o di un complotto eterodiretto per spodestare il presidente Bashar al-Assad.

Ma c’è qualcosa di più urgente da affrontare: gli effetti di quella guerra. Su quelli c’è poco da discutere: devastazione, crimini di guerra e contro l’umanità. E quattro milioni di rifugiati. Il 95 per cento di loro è ospitato in soli cinque paesi, quattro dei quali confinano con la Siria: Giordania, Turchia, Libano e Iraq. Il quinto è sempre in zona, l’Egitto.

È normale. Chi conosce bene la storia dei rifugiati sa che, con poche eccezioni, quando scoppia un conflitto si cerca riparo nel paese più prossimo, perché non si hanno altri mezzi per andare più lontano e perché si spera che il ritorno sia immediato e agevole. Del resto, l’86 per cento dei rifugiati nel mondo si trova nei paesi in via di sviluppo.

Chi ha maggiori disponibilità economiche o chi riesce a vendere tutto per trovare i soldi per il viaggio, prova ad arrivare in Europa. Potrebbe farlo semplicemente e in modo sicuro, prendendo un aereo dalla Turchia o dal Libano verso uno scalo europeo.

Nell’impossibilità di chiedere asilo in modo legale in Europa, quell’aereo viene sì preso ma con destinazione qualche capitale africana, dove inizia il viaggio nelle mani dei trafficanti verso la Libia. Da qui, nel 2015, è arrivato il 33 per cento dei cittadini stranieri giunti alla frontiera marittima europea.

Ma torniamo al 95 per cento di rifugiati siriani che ha trovato un precario riparo nella regione.

Più di tre milioni di rifugiati siriani si trovano in Turchia e Libano. In questo paese, una persona su cinque è un rifugiato siriano.

Di fronte a questa situazione, le autorità di Beirut hanno alzato bandiera bianca, introducendo dall’inizio dell’anno misure sempre più restrittive sull’ingresso dei rifugiati siriani. Il loro numero è calato e diversi di loro sono stati respinti in mezzo alla guerra.
Che ha fatto la comunità internazionale per fronteggiare una delle peggiori crisi dei rifugiati dalla Seconda guerra mondiale, che vede oltre il 50 per cento della popolazione di un paese sfollata?

Poco o nulla.

L’appello umanitario delle Nazioni Unite per fronteggiare la crisi dei rifugiati siriani in Libano è stato finanziato per appena il 23 per cento del necessario. Così, ogni rifugiato siriano in Libano riceve al mese assistenza alimentare equivalente a 16,9 euro, poco più di 50 centesimi al giorno. In Giordania, oltre l’80 per cento dei rifugiati siriani vive al di sotto della soglia di povertà della popolazione locale.

I posti per il reinsediamento messi a disposizione dai paesi più ricchi sono meno di 90.000, ossia il 2,2 per cento del totale del rifugiati siriani.

Di fronte a questi dati, parole come “solidarietà” e “condivisione” suonano vuote. Buone per un comunicato stampa al termine di uno dei tanti vuoti vertici in cui più che a salvare vite umane si pensa a salvare la faccia.

Riccardo Noury

 

Il problema "femminista"

Intersezioni
19 06 2015

A me pare evidente: questo paese ha un problema col femminismo. Ma mica inteso come movimento politico, magari: significherebbe che viene considerato, dai più, come tale. Qui c’è proprio il problema del pronunciare la parola “femminista”.
Cominciamo con un bell’esempio recente. Su Samantha Cristoforetti è stato detto di tutto e di più. Per me la cosa più sbalorditiva rimane questo articolo apparso su La Stampa in digitale, nel blog Obliqua-mente di Gianluca Nicoletti, che vorrebbe essere anche un elogio dell’astronauta italiana. Titolo e sottotitolo dicono già tutto:

IL MITO #ASTROSAMANTHA CHE SEPPELLIRA’ BOTOX E TACCO 12
La donna astronauta contro una legione di super femmine costruite sul tavolo chirurgico, la perfetta risposta alle emule di Belen, ma anche al baffo politico e il rogo del reggiseno

Leggo tutto ciò abbastanza costernato, e mi chiedo, tanto per cominciare: ma perché Cristoforetti dovrebbe seppellire qualcun’altra? Perché essere una scienziata di livello mondiale dovrebbe nuocere a supposte super femmine costruite sul tavolo chirurgico? Nicoletti le mette in contrapposizione senza dire il perché. Nell’articolo non c’è traccia del motivo per cui Samantha e Belen dovrebbero essere una contro l’altra: evidentemente è dato per scontato, è ovvio.

Com’è ovvio che una donna che studia e che si fa valere nel mondo della scienza non è – appunto – una donna: da stereotipo qual è (perché contrapposta a un’altra donna-stereotipo, Belen Rodriguez), Samantha è ipercazzuta. Samanta ce l’ha grosso – infatti è nominata ingegnerE, ecco perché è tanto diversa da Belen, che notoriamente invece ha la farfallina.

Farfallina che, sostiene Nicoletti cavalcando i luoghi comuni che evidentemente galoppano molto lontano, è anche lei poco femminile ormai, anzi poco umana: Belen è l’esempio di prodotti umanoidi. Non è più neanche un essere umano.

Ricapitolando, un uomo descrive una supposta lotta per l’esistenza (“seppellire“) tra donne in questo modo: una non-donna mette sottoterra un non-essere umano. Complimenti. Ma come ha fatto? Ecco la spiegazione:

in lei si è riflessa quella parte del paese che non ha mai accettato come unità di misura del successo femminile i centimetri di tacco, ma nemmeno la fierezza dei baffi e il rogo dei reggiseni.

Cioè Samantha è una donna – anche se con un grosso pisellone ed è ingegnere – NON FEMMINISTA. Non corrisponde allo stereotipo della femminista: non ha i baffi (?) e non brucia il reggiseno. Ecco perché ha battuto la farfallina, dice Nicoletti.

Ora, il problema sociale che articoli come questo sollevano non è certo la cultura di genere di Nicoletti, che si presenta da sola e non vale la pena commentare. Il problema è che questa roba ha raccolto, tanto per fare un esempio, più di quindicimila condivisioni su un social network. Cioè è un buon esempio di quello che pensano lettori e lettrici – dato il giornale, dato il blog, dato l’autore – di cultura quantomeno media in Italia.

Di questo si ha riscontro anche nella chiacchiera quotidiana. Qualunque femminista che non si vergogna di professarsi tale si scontra con persone che a quella parola si sentono in dovere di sottolineare che si tratta di qualcosa di profondamente negativo. Racconta Lola sul suo sempre ottimo “Ci riprovo”:

Ieri ho parlato un po’ con un uomo dell’età di mio padre. Ad un certo punto gli ho detto che spesso usa un linguaggio fortemente sessista, e che quando ride di me che glielo faccio notare o si lancia in ardite spiegazioni sul perché è possibile dare della “troia” ad una donna che non ci piace mi manda in bestia.“Mi sembri una di quelle…” “Sono una di quelle”. E da qui due ore a parlare. Quello che ho capito di tutto quel discorso è che la cosa fondamentale per poter permettere ad una femminista di parlare è che lei non si dichiari mai tale e che il femminismo non venga mai nominato.

Puoi dire quello che vuoi – basta che tu non sia FEMMINISTA. Puoi arrivare a tutti i traguardi che vuoi – basta che tu lo faccia NON DA FEMMINISTA.

Evidentemente, in questo caso a me “ha detto culo”: in tutto il mondo io sarei un feminist, e mica me ne vergogno. Però in Italia io sono un antisessista, perché se mi dicessi “femminista” tantissimi uomini riderebbero a crepapelle pensando che io sia parecchio strano o molto checca (il che non sarebbe un male di per sé, ma non corrisponderebbe nemmeno a verità), e fior di donne si offenderebbero – a parte ridere di gusto forti di una loro supposta superiorità (anche questo, per quanto incredibile, mi è successo). Tutto ciò, oltre a confermare in vario modo la legge di Lewis (“I commenti a qualsiasi articolo sul femminismo giustificano il femminismo”), dimostra che qui in Italia in molti e molte hanno dei grossi problemi con questa parola. Ma grossi, eh.

Per esempio, abbiamo quell* che credono a uno o più dei tanti luoghi comuni sulle femministe. Abbiamo anche un gruppo di musiciste che porta avanti un progetto musicale “a favore delle donne vittime di violenza”, dichiarando a destra e manca che non sono femministe. Abbiamo gruppi di donne che non hanno problemi a dire che loro sono più femministe di altre. (Fuori, intanto, non è che vada tanto meglio, se ci sono media internazionali che si divertono a giocare con la parola “femminista”).

Uomini e donne che, semplicemente, non hanno idea di cosa significhi femminista. Hanno il grosso problema di non poter accettare che un/a femminista è, come da definizione, “una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica tra i sessi”. Perché?

Da una parte, molti e molte credono di essere “una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica tra i sessi”, MA non direbbero mai “tra i sessi”, perché a sentire loro non hanno importanza: esistono solo “le persone”. Cioè esistono solo le loro capacità, indipendentemente dai loro corpi; e infatti la stessa Cristoforetti non è femminista, dato che disse, poco tempo fa, che

per me non c’è differenza tra maschi e femmine. L’unica differenza è tra chi è competente e chi, invece, non lo è.

Tanto per dire: che milioni di donne non siano nelle condizioni minime per avere o usare le loro competenze, e che milioni di uomini siano automaticamente socialmente avvantaggiati da tutto ciò, non sembra essere per lei di grande importanza. Complimenti anche a lei.

D’altra parte, in molt* credono che quella “uguaglianza sociale, politica ed economica” sia già raggiunta, a forza di leggi paritarie, quote rosa, divorzi vantaggiosi e altre fantasiose amenità legislative che dimostrerebbero chissà cosa – rendendosi colpevoli, almeno, di ignoranza e ipocrisia. I dati sulla disparità di genere, sull’attivo e funzionante patriarcato discriminante, ci sono, e non sarà certo una legge a cambiarli a breve termine.

Un problema culturale? Direi proprio di sì. Che comincia dall’alto:
Fino al 2000 le studiose femministe hanno fatto ricerca e insegnato ‘sotto mentite spoglie’, prive di nome, impossibilitate a esibire la propria carta d’identità. Gli studi delle donne li abbiamo dovuti non solo inventare, ma anche continuare a reinventare un anno dopo l’altro, come se ogni volta fosse stato necessario presentare di nuovo i documenti per dimostrare la validità di nome, data di nascita e domicilio di residenza.
Prima che si chiamassero «di genere», per indicare molte altre cose, oppure anche soltanto essere utilizzati come sinonimo dall’apparenza ‘perbene’, gli studi delle donne li abbiamo insegnati en travesti. Ciascuna di noi agiva come un agente segreto mascherato dentro, dietro e sotto un’altra denominazione ufficiale; la quale poteva essere: letteratura italiana, economia politica, antropologia, sociologia, storia moderna, filosofia medievale o storia della scienza. Il documento d’identità legalmente autorizzato per la pratica didattica serviva a coprire i riferimenti a oscuri e disdicevoli commerci sessuali e politici che avrebbero fatto un’oscena irruzione se si fosse usato il loro vero nome.

E pure dal basso:
Scuotono la testa con decisione non appena sentono il termine femminismo. Si stringono forte al proprio compagno mentre dichiarano di essere femminili, non femministe, come a volerlo rassicurare. Se interrogate sul significato del termine affermano che: «Non sono superiore al mio uomo, ognuno ha il proprio ruolo e io sono una donna».
A dirlo sono in tante, tantissime, forse milioni di donne. Sono laureate, casalinghe, giovanissime e meno giovani, occupate, disoccupate o inoccupate, ma anche donne in carriera e di successo. Più che il titolo di studio, l’età o il tipo di lavoro svolto, la differenza lo fa l’ambiente sociale che frequentano, ancora molto maschilista e misogino e che loro, in un modo o nell’altro, avallano.

Aggiungendoci anche qualche vero e proprio delirio:
oggi, guadagnati e fatti salvi quei diritti civili grazie a sacrosante battaglie di idee (cito una campionessa per tutte: Simone de Beauvoir), è ormai antistorico e anacronistico continuare a procedere nella stessa direzione, cercare un accanimento antifemminile che di fatto non esiste e non è mai esistito, inventarsi una persecuzione sessuale che di fatto non esiste e non è mai esistita (a proposito: ma chi crede davvero al femminicidio?), perpetuare l’idea di una presunta contrapposizione sessista che da tempo dovrebbe [avere, ndr] fatto il suo tempo.

In tutto ciò, non c’è davvero di che preoccuparsi per i maschilisti d’Italia. Finché questi problemi di cultura – io preferisco dire di ignoranza, ma so’ io, non ci fate caso – continueranno ad averceli tanti uomini e tante donne, di femminista in giro ci sarà sempre ben poco.

Lorenzo Gasparrini

Le persone e la dignità
17 06 2015

Li chiamano profughi o migranti. Qualcuno, direttamente, clandestini. È un buon sistema per mettere tutti nello stesso mucchio, aumentare i numeri e alimentare le paure.

Gli eritrei che fuggono dal loro paese-gulag (5000 al mese!), molti dei quali in queste ultime settimane hanno popolato le scogliere di Ventimiglia prima di essere sgomberati e le stazioni ferroviarie di Roma e Milano in cerca di un modo per uscire dall’Italia, sono richiedenti asilo che necessitano di protezione internazionale. Fino allo scoppio del conflitto in Siria, costituivano la popolazione rifugiata più numerosa al mondo in rapporto a quella paese di origine.

Cosa è l’Eritrea, oltre ai rapporti di Amnesty International e di altre organizzazioni per i diritti umani, lo ha spiegato la scorsa settimana la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Eritrea, in un voluminoso rapporto di 484 pagine.

Le conclusioni della Commissione sono agghiaccianti: il governo eritreo è responsabile di massicce e gravi violazioni dei diritti umani nei confronti di una popolazione “controllata, ridotta al silenzio, isolata, vittima di abusi, sfruttata e ridotta in schiavitù”.

Nei 22 anni d’indipendenza, l’Eritrea è diventata uno stato-prigione in cui ogni tentativo di opposizione viene stroncato e punito col carcere e con la tortura (nella foto, la ricostruzione di una tecnica di tortura fatta da un ex prigioniero). La libertà di credo religioso è permessa solo alle confessioni autorizzate e non si estende ai cristiani evangelici e ai pentecostali (ecco cosa succede ai cristiani in fuga), il servizio di leva è obbligatorio e a tempo potenzialmente indeterminato, traducendosi spesso in lavori forzati.

I prigionieri politici sono diverse migliaia, lasciati a languire in carceri isolate, in celle sottoterra o in container in mezzo al deserto. Centinaia di famiglie non sanno dove siano detenuti i loro congiunti, né se siano ancora vivi. Alcuni parenti che hanno osato chiedere notizie sono stati a loro volta arrestati.

La morsa del potere si estende anche oltre-confine, attraverso la criminalizzazione dei rifugiati (lasciare il paese senza autorizzazione è considerato un reato), l’infiltrazione di spie e informatori all’interno della diaspora e le rappresaglie nei confronti dei parenti rimasti in patria.

Di fronte a questa situazione, la reazione dei governi europei rasenta la complicità. In passato, il Servizio per l’immigrazione della Danimarca ha pubblicato un incredibile rapporto che descriveva la situazione dei diritti umani “non così male come è stata descritta”, spianando la strada al “ritorno in condizioni di sicurezza” dei richiedenti asilo eritrei, fortunatamente sospeso nel novembre 2014.

La diplomazia e l’imprenditoria italiana proseguono, senza farsi troppi problemi, lo speciale rapporto di amicizia con l’Eritrea.

Sarebbe bene, ogni volta che un giornalista prepara un servizio sulle scogliere di Ventimiglia, sulle stazioni ferroviarie delle città italiane o sui luoghi di approdo del sud del nostro paese, ricordare che quelle persone fuggono da un paese repressivo sostenuto dal governo italiano.

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