Sarajevo Olimpiadi Invernali 1984Gian Antonio Stella, Corriere della Sera
3 dicembre 2017

Edmond e Maja, il prossimo 6 aprile, si sono dati appuntamento in cima al monte Trebevic, sopra Sarajevo. Un appuntamento pieno d’amore. Ma che tocca il cuore anche dell’Europa intera: saliranno lassù, infatti, con la prima corsa della nuova cabinovia che loro stessi hanno regalato alla città.

Ucraina, Europa

  • Venerdì, 21 Febbraio 2014 11:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
21 02 2014

“Come nei Balcani”... La frase è ormai ricorrente, nei commenti sulla tragedia ucraina. Ormai è entrato nel discorso come il paragone tra quello che sta succedendo oggi a Kiev e quel che è successo alla fine del secolo scorso a Sarajevo. Una guerra civile in Europa, con l'Europa colpevole spettatrice. Ma c'è una differenza, importante. Tra la disintegrazione della ex-Jugoslavia e l’imminente disintegrazione dell'Ucraina c'è l'integrazione mancata dell'Europa. Che arriva tardi, male e senza costrutto ad affrontare la tragedia ucraina, stretta tra interessi nazionali, realpolitik e indifferenza. Allora, nei ruggenti anni '90, era l'indifferenza dei benestanti. Oggi è l'indifferenza-rifiuto di quelli che tanto bene non stanno, e si chiudono nella propria sofferenza o nella cura dei propri interessi, cercando di minimizzare i danni o massimizzare i profitti di guerra.

Il fallimento della politica estera dell'Europa sull'Ucraina è speculare a quello della politica economica sull'euro. E a ben vedere i due fallimenti hanno le stesse radici. Mancanza di coesione, solidarietà e obiettivi comuni: la stessa che impedisce ai governi di rendersi conto che un eccesso di deficit degli “spendaccioni” è negativo tanto quanto un avanzo commerciale dei “virtuosi”, che gli squilibri si correggono intervenendo da tutte e due le parti, e non emanando pagelle (e conseguenti punizioni). Coesione, solidarietà e obiettivi comuni avrebbero consigliato all'insieme dei governi dell'Unione di muoversi prima, e non a casaccio, sulle crisi nascenti al confine: evitando di promettere cose non realizzabili, non alimentando le spinte nazionaliste, ma ascoltando le aspirazioni di quella parte della società ucraina che guarda a noi come a un futuro possibile. Scendendo in piazza, quando non si mette in viaggio per venire di qua a tappare i buchi del nostro welfare e del nostro mercato del lavoro.

Già, ma a noi cosa importa? Non siamo riusciti a salvare Atene, col suo piccolo debito e la sua grande storia, come potremmo mai riuscire a salvare Kiev coi suoi grandi oleodotti e la sua storia meno conosciuta ai più? Forse è troppo tardi, forse la realpolitik verso l’amico Putin imporrà il coprifuoco su barricate e il silenzio sui dittatori. O forse è troppo presto, la campagna elettorale europea entrerà nel vivo in primavera. Quando forse i morti di Kiev saranno già cancellati. O, chissà, saranno cambiate le mappe ai confini dell'Unione europea. Ma per favore, allora cambiamo la parola anche da questa parte del confine: la parola Unione, sin dall'inizio sopravvalutata, è superata dai fatti.

Roberta Carlini

Dopo la Giornata della memoria, è bene e giusto ricordare anche le pagine terribili di un'epoca più recente, l'assedio di Sarajevo, le stragi in Bosnia, il massacro di Srebrenica, dove ottomila musulmani, separati dalla donne e dai bambini, vennero sterminati. ...
Il Mondiale dei suoi otto anni durò miracolosamente un quarto d'ora. Sarajevo era sotto assedio, mancava tutto, ma la televisione di casa Dzeko, trentacinque metri quadri con una dozzina di persone stipate, contro ogni previsione prese a funzionare per alcuni minuti ...

Il Fatto Quotidiano
28 08 2013

Non ha retto il peso insopportabile degli orrori commessi dal padre e si è ammazzata. Ana Mladic – figlia del generale Ratko, il famigerato boia dei Balcani autore della strage di Srebrenica e prima ancora del sanguinoso assedio di Sarajevo – la notte del 24 marzo del 1994 si è sparata un colpo in testa con la Zastava, la vecchia pistola che lei e suo padre ritualmente smontavano e lucidavano, perché doveva essere in perfette condizioni il giorno in cui a nonno Ratko, Ana avrebbe regalato un nipotino. Allora avrebbe sparato “a festa”.

Il suicidio di Ana Mladic, brillante studentessa di medicina all’università di Belgrado, è l’episodio da cui la scrittrice catalana Clara Usòn – ospite quest’anno al Festivaletteratura di Mantova dove incontrerà il pubblico il 7 settembre alle ore 16 a Palazzo D’Arco – prende spunto per costruire un romanzo, “La figlia” (Sellerio, 485 pagine, 16 euro), che mescola realtà storica e fiction in modo impeccabile, ricostruendo una pagina di storia drammatica, come è stata la guerra nella ex Jugoslavia, attraverso gli occhi della figlia di un criminale di guerra catturato dopo anni di latitanza soltanto nel maggio del 2012 e ora in attesa di giudizio al Tribunale penale internazionale dell’Aja.

Clara Usòn mette insieme i pezzi del rapporto fra Ana e suo padre partendo dalla fine. Ossia da quel video che circola su Youtube, tratto da un programma della televisione bosniaca chiamato 60 Minuta. In questo frammento si vede prima il generale parlare al telefono sotto gli occhi ammirati della figlia, una bella ragazza alta e magra dai capelli rossi. Un frame più avanti ritroviamo Mladic seduto serenamente attorno a un tavolo con i familiari. Di colpo, l’immagine sfuma. Breve nero e compare la lapide che in caratteri cirillici riporta il nome di Ana Mladic e due date, l’alfa e l’omega della sua breve vita, 1971-1994.

La scrittrice catalana nel libro di quasi cinquecento pagine, costatole tre anni di lavoro, cerca di riempire quel nero. Prova a capire cosa sia successo ad Ana, ammiratrice del padre che considerava un eroe serbo. Uno che combatteva dalla parte giusta. Si domanda, la Usòn, cosa l’abbia spinta a togliersi la vita.

Di ritorno da un viaggio a Mosca con alcuni amici, Ana cambia. Non riesce più a sorridere. Piange di continuo. Gli amici, le persone che incontra al di fuori della propria cerchia familiare, iniziano a farle crollare quel muro di protezione innalzato intorno a Ratko.

L’eroe, in un crescendo tragico dai connotati shakespeariani, diventa uomo e infine si rivela criminale. I dubbi diventano certezze, quando Ana legge i diari di guerra del generale – uno che “nella Jugoslavia in tempo di pace”, scrive la Usòn, “non sarebbe mai diventato generale” – e trova quelle conferme che non avrebbe voluto. Scopre che l’adorato papà ha mandato a morire di proposito un suo ex fidanzato sul fronte bosniaco. Viene a conoscenza del fatto che dalle colline intorno a Sarajevo papà e i suoi uomini sparavano alla cieca in città, senza distinguere fra militari e civili. E le si attorcigliano le budella quando legge che il generale Ratko Mladic ordinava ai militari della repubblica Srepska – avamposto della Grande Serbia in terra bosniaca guidato da Radovan Karadzic – di sparare sui civili e di mirare alla carne “per farli diventare matti”.

Ripensa a quel dialogo fra i suoi amici al caffè Ukraina di Mosca. Non vista, sentì Petar dire: “Se mio padre fosse un bastardo di serial killer, io mi sentirei responsabile. Per ogni vita che salverà la dottoressa Ana Mladic, suo padre avrà lasciato dietro di sé migliaia di cadaveri”.

Un anno dopo la morte della figlia, Ratko Mladic diede il via all’operazione Stella (così chiamava Ana) che ebbe il suo apice nella strage di Srebenica. L’11 luglio del 1995 Mladic e i suoi uomini entrarono nell’enclave musulmana e sotto gli occhi dei caschi blu sterminarono quasi novemila persone. A oggi. Perché ogni anno il numero delle vittime sale. Tuttora un’equipe di medici e biologi di stanza a Tuzla cerca di mettere insieme i brandelli di corpi straziati e sparpagliati in diverse fosse comuni, per dare un nome ai morti. E ogni anno il numero delle vittime aumenta.

Emanuele Salvato

facebook