IO SONO LA MIA DIPENDENZA

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di Ambrogio Cozzi, Zeroviolenzadonne
13 marzo 2012

Si è assistito negli ultimi tempi ad un cambiamento nella rappresentazione clinica e sociale delle tossicodipendenze. Il tentativo più recente tende a riconsiderarla come uno dei nuovi sintomi,  ad includerla quindi nelle forme contemporanee del sintomo. Questo corrisponde ad un tentativo di comprensione del legame delle manifestazioni sintomatiche con l'epoca in cui si manifestano, quasi a cercare di rendere conto dell'intreccio stretto tra mondo sociale e declinazioni psicologiche individuali,
non certo alla ricerca di un rapporto causa/effetto, ma piuttosto delle modalità possibili di espressione del malessere individuale, e di come queste spesso siano anche risposte socialmente accessibili allo stesso malessere.

L'esito di questo cambiamento lo vediamo nella tendenza a raggruppare forme di manifestazione sintomatica, che a prima vista possono apparire lontane, attraverso l'uso del significante «dipendenza», che possiamo poi declinare come dipendenza da droghe, da cibo, da alcool dal gioco d'azzardo e via elencando. La novità dell'approccio sta nella sua differenza rispetto al discorso che si era articolato intorno alla doppia diagnosi.

Il discorso sulla doppia diagnosi conteneva a ben vedere pochi aspetti di novità. Era piuttosto il tentativo di risposta ad una difficoltà di classificazione per che rigidamente aveva aderito all'uso del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, ndr). Per chi nel passato avesse letto il vecchio testo di Bergeret sulla personalità del tossicomane o avesse lavorato per un certo periodo con soggetti tossicodipendenti era scontata la differenziazione diagnostica all'interno del raggruppamento dei soggetti tossicodipendenti.

Se il discorso sulla doppia diagnosi davanti all'impasse provocata dall'uso di una procedura diagnostica approssimativa cercava un rimedio interno, l'accento posto oggi sul termine dipendenze, e sulle sue declinazioni, è invece un tentativo di descrivere e comprendere in un quadro unitario le nuove manifestazoni del sintomo soprattutto attraverso una constatazione. Che rinvia ad una specificità dei nuovi sintomi.
Nel passato la manifestazione del sintomo (pur all'interno di grandi raggruppamenti nosografici come l'isteria) svelava in modo distorto qualcosa del soggetto, della sua divisione attraverso quelle formazioni di compromesso che portvano sulla scena qualcosa che non riusciva più ad essere interamente rimosso, qualcosa della sua soggettività.

Oggi nelle forme contemporanee del sintomo l'accento è invece posto nell'aspetto identificatorio della sua manifestazione. Questa costituzione identificatoria è quella che permette al soggetto di presentarsi non attraverso un nome proprio, ma attraverso un significante identificatorio (sono un tossico piuttosto che un'anoressica e non sono Giovanni piuttosto che Lucia...).

Un'identificazione che avviene su una linea orizzontale, che esclude la propria storia e le domande sulla propria appartenenza, un'identificazione non gerarchica, che però realizza un bisogno di inclusione, che permette di identificarsi ed essere identificati socialmente. Ad una ricerca individuale si sostituisce una risposta collettiva, identitaria intesa quasi come ugualitaria, presa in prestito dal discorso sociale, che porta però ad escludere una relazione significativa con l'Altro, anzi proprio nell'esclusione dell'Altro fonda la sua possibilità.

Ciò che caratterizza queste forme di dipendenza è di costituire l'identità atttraverso la relazione con una sostanza o con un'immagine sociale. Meglio, ciò che le dipendenze cosi raggruppate permettono di isolare è un processo di identificazione senza dialettica, di identificazione conformistica a ciò che la declinazione della stessa dipendenza comporta.
Nel caso dell'anoressia questa identificazione all'immagine del corpo magro assume quasi un carattere ipnotico nell'essere catturati dall'immagine che astra dal reale, alla ricerca di un corpo sempre più magro.

A livello epidemiologico si impone però una constatazione: alla gravità del fenomeno della tossicodipendenza in campo maschile, fa riscontro quella dell'anoressia in campo femminile. Differenza che fa segno di due modalità di sfuggire l'incontro con la sessualità, l'uno attraverso l'erotizzazione subitanea e sempre disponibile del corpo attraverso l'uso della sostanza, l'altra attraverso la sottrazione stessa del corpo, cancellazione dei tratti che visivamente possano rappresentarlo come corpo di donna.

Soluzioni entrambe che portano a sfuggire l'incontro con la sessualità, il piacere e i suoi limiti, per cercare aggirando la questione sessuale una forma di godimento che possa eludere la contingenza e le avventure dell'incontro.

Occorrerebbe riflettere su questo evitamento dell'incontro con la sessualità quando guardandoci intorno vediamo sbucare rimandi alla sessualità in una quantità di luoghi sino a ieri impensabili. In questo suo sbucare da ogni luogo potremmo però leggere un rinvio ad un'ingiunzione. Saltata la proibizione, non si è conquistata tanto la libertà, ma un'ingiunzione alla libertà, ad un altro dover essere che però lascia ognuno un po' più solo soprattutto quando i confini sono aboliti, e l'unico imperativo che riecheggia è quello di adeguarsi.
Ultima modifica il Giovedì, 22 Marzo 2012 08:20
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