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domenica 22 gennaio 2017



"Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro".

Bob Dylan

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Legge di Stabilità: violenza e leggi in "rosa"

Frida Kahlo RootsMaria (Milli) Virgilio, Zeroviolenza
20 dicembre 2015

In tema di contrasto alla violenza maschile contro le donne aspettavamo la concreta attuazione del Piano d'azione straordinario e invece subiamo una pessima iniziativa parlamentare che incuneandosi nei caotici lavori della Legge di stabilità,
ha esportato in tutti gli ospedali il cosiddetto Codice rosa praticato in Toscana.

Lì si attribuisce un nuovo codice di accesso a chi si presenta al Pronto soccorso per aver subito violenza, cui consegue una procedura di accoglienza che, oltre al personale sanitario, vede coinvolte anche le forze di polizia giudiziaria, che in loco prendono contatto con il caso.

L’iniziativa parlamentare ha subito sollevato la disapprovazione dei centri antiviolenza e delle associazioni che operano nel campo. Così l’emendamento è stato ritoccato, togliendo il riferimento al Codice Rosa, ma lasciando la sostanza di un intervento delle forze dell’ordine in sede sanitaria.

L’emendamento è stato approvato ieri sera dalla Camera. Eppure era sul Piano d’azione governativo che bisognava agire. E’ in stallo, neppure diffuso sui siti ministeriali. E quindi il Parlamento avrebbe dovuto chiamare il Governo a render conto della incomprensibile mancata implementazione di uno strumento normativo che, per quanto criticabile, è l’unico a spostare il fuoco dell’intervento statuale dal livello penalistico/emergenziale/securitario a quello ­ finalmente delle azioni di sistema.

L’emendamento inoltre è in contrasto con la scelta di fondo del Piano che aveva optato per non adottare a livello nazionale il c.d. Codice rosa, utilizzato solo in alcune esperienze territoriali. Qui invece il Codice rosa (ribattezzato Percorso tutela vittime di violenza, con palese confusione sul genere dei destinatari) sarebbe previsto come modello nazionale unico, ancora da precisare con linee guida ministeriali, ma intanto imposto.

E qui sta il primo e più grave difetto, la lesione dell’autonomia delle iniziative locali che in molte realtà si sono già attrezzate, costruendo un proprio lavoro di rete, formalizzato in protocolli tra istituzioni e associazioni e, soprattutto, disciplinato (di fatto in supplenza di interventi organici a livello nazionale) attraverso specifiche legislazioni regionali. Del resto l’emendamento stesso dà atto che ci sono “esperienze a livello locale già operative”. E allora perché calare dall’alto un “percorso di protezione” obbligato?

Né il Piano prevede mai che la “accettazione sanitaria”, nell’accesso ai Pronto Soccorso sia posta in carico alle forze dell’ordine, chiamate dall’emendamento a far parte di non meglio precisati Gruppi multidisciplinari. Anzi il Piano richiede inequivocabilmente “una esplicita indicazione” della donna per poter attivare il coinvolgimento delle forze dell’ordine, riconoscendo che in ogni caso il momento sanitario deve restare tale, con prevalenza certa del diritto alla salute della donna rispetto all’interesse punitivo.

Né può essere prescritta nei PS una non meglio precisata attività consistente nel “fornire assistenza giudiziaria (?!), sanitaria e sociale”, con la vittima ­ di qualsiasi genere ­ “presa in carico da parte dei servizi di assistenza, in collaborazione (bontà loro) con i centri antiviolenza. L’idea sarebbe quella di un momento di “rete”. Ma la metodologia di intervento integrato in rete, prevista dalla Convenzione di Istanbul e dal Piano, è ben altro. Ampia e diffusa, e con la finalità di raccordare tutte le realtà operative di fatto impegnate sul campo. Non solo nella sede sanitaria.

Così il principio ispiratore dell’emendamento riesce a superare persino le già inaccettabili forzature e irrigidimenti operati dalla legge n.119/2013 "in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere", che tra l’altro già promuove anche nei PS interventi d’ufficio delle forze dell’ordine (in veste di polizia giudiziaria) che prescindono non solo dalla istanza della donna che esterna violenza domestica, ma anche dal suo consenso o parere: anche contro la tua volontà.

Tale approccio statalista ha già finora privilegiato gli strumenti forti della penalità, ma qui andiamo ben oltre. La donna sa in anticipo che, se ricorrerà al Pronto soccorso, incontrerà obbligatoriamente la polizia giudiziaria, oltre che il personale sanitario.

Questi irrigidimenti legislativi sono nocivi e controproducenti. Le donne infatti cercheranno di evitare di rivolgersi al PS, se verrà così strutturato. Quale è il senso di caricare lo Stato dell’onere di “proteggere la donna” con una tutela anticipata e rafforzata che potrebbe essere esercitata “anche contro lei stessa”? Lo strumento penale è così utilizzato con tutta risolutezza, perché ­ in fin dei conti ­ sarebbe agito a favore di tutte le altre donne.

Invece la riluttanza delle donne a denunciare e querelare e, ancor più, la loro eventuale titubanza a proseguire nel conflitto giudiziario con sopravvenute rinunce e ritrattazioni deve essere affrontata e trattata con azioni di sostegno alle donne stesse e col rispetto dei loro “tempi”, e non forzandole con una sorta di decisionismo istituzionale: con loro, e non anche contro di loro. Così è invece inevitabile il rischio di veder strumentalizzata quella donna, in quel procedimento penale, per una pretesa crescita della forza delle altre donne.

In tal modo si è attribuita priorità alle logiche istituzionali repressive rispetto alla libertà femminile e ai suoi impervi tracciati. Si è ridotta l’autodeterminazione della donna a tutto vantaggio di una logica di irrigidimento, che non ammette e non tollera tentennamenti. Sta insomma prevalendo ­ e l’emendamento lo accentua ulteriormente ­ una linea interventista di compressione della volontà di chi (donna o uomo) ha subito violenza, che sopravanza la sua autonomia e determinazione.