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domenica 20 agosto 2017


«Il tuo delitto divino fu l'essere gentile, di rendere con i tuoi precetti la somma dell'umana infelicità minore»

George Gordon Byron, Prometeo




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8 marzo, storie di donne che non si sono mai arrese

#8marzo Sciopero delle donneStefano Galieni, Zeroviolenza
7 marzo 2017

Il mio otto marzo è fitto di storie di donne che non si sono mai arrese.
E mi sento un privilegiato ad averle incontrate lungo questo tratto di vita, non hanno ancora cambiato il mondo ma più o meno consapevolmente hanno provato, spero riuscendoci, a fare di me una persona migliore.

È la storia di mia madre, fuggita di casa da famiglia contadina marchigiana che la voleva al lavoro e fuori da scuola perché a studiare doveva essere il solo figlio maschio. Ha scelto di andarsene, rinunciando al corredo e ai rapporti familiari. Lo ha fatto dicendo: «Piuttosto che fare la serva a voi vado a farlo a Roma».
E lo ha fatto per anni, prima di incontrare mio padre, anche lui in fuga.

Della loro fuga sono il figlio. Quando ero piccolo mi raccontava come favole le storie della Resistenza. Se ne è andata troppo presto ma se sono quel che sono lo debbo anche a lei.

È la storia delle donne del mio quartiere romano di cui ho già scritto S. Basilio, all’epoca il “Bronx romano”. Per molte di loro, le più grandi, l’aborto clandestino era un normale metodo anticoncezionale. Non ci si poteva opporre al marito che le voleva senza protezione.

Ma poi vennero le compagne femministe, quelle vere, che non frequentavano i salotti buoni e insegnavano a ribellarsi al marito o al padre padrone. Lo faceva la mia professoressa di matematica, al tecnico industriale che frequentavo; militava in Lotta Continua – si era negli anni Settanta – la passione che metteva nel costruire relazioni con le donne ma soprattutto con le ragazze era la stessa che impegnava ad insegnare una materia ostica a noi distratti e svogliati.

Venne più volte minacciata ma le altre donne – che ormai fra loro si chiamavano sorelle o compagne – impararono a difenderla, la consideravano una di loro.

Quelle donne si difesero con ogni mezzo quando le case che avevano occupato dovevano essere sgomberate dalla polizia. Ci sono foto stupende che ne mostrano la determinazione e la forza, sono parte della nostra storia. Spesso erano emigrate da un Sud che non lasciava scampo e a casa da Roma non sarebbero mai volute andare via.
E col passare del tempo, con il mio divenire “apparentemente”adulto, il filo non si è interrotto.

Compagne conosciute nelle piazze dei movimenti, capaci di difendersi tanto dal potere costituito che da quello più subdolo che creava gerarchie anche nei nostri slanci di rivolta.

Donne incontrate in Palestina e in Kurdistan mai chine né al volere degli occupanti né da quello delle proprie famiglie e tradizioni.
Donne come la compagna che ancora, malgrado i miei limiti, mi è ancora accanto.

Donne come Bianca, staffetta partigiana, che se ne è andata dopo una vita straordinaria e che fino all’ultimo insegnava ai più giovani e alle più giovani, che ribellarsi è giusto.
E mi sono ritrovato a scorgere gli stessi sguardi, la stessa determinazione in un contesto nuovo.

Nei primi anni Duemila l’ho vista nelle donne approdate a Lampedusa, sfinite e provate, ma la cui dignità rimaneva impeccabile e che non permetteva nessuna ondata di pietismo coloniale.
Poi accadde un episodio, apparentemente marginale, ma di quelli il cui ricordo non riesco a cancellare.

Dieci anni fa forse o poco più. Un gruppo di richiedenti asilo provenienti dall’Eritrea era giunto a Roma attraverso un esperimento di resettlement, quella che oggi va tanto di moda. Arrivavano dalla Libia e vennero sistemate, in buone condizioni, va detto, in una palazzina sopra la sede di una banca, in un piccolo paese della Sabina. Su consiglio e richiesta di un comune amico, anche lui eritreo, andammo a visitarle. Si visitarle perché erano quasi tutte ragazze, 17 anni la più piccola, 24 la più grande, due soli uomini e un bambino.

Una piccola delegazione per non disturbare la loro quiete. Busso alla porta e da uno spiraglio si affaccia uno sguardo spaventato. Pronuncio il nome dell’amico comune e la porta si spalanca. Entriamo e siamo accolti come amici di vecchia data. Due delle ragazze si tuffano immediatamente in cucina per preparare un buonissimo zighinì e delle sambousa e nel nostro sgangherato inglese riusciamo ad allacciare una conversazione.

Una visita che forse rompe la noia di un paesino lontano dal mondo. Ci raccontano di Roma, del Colosseo – di cui ricordavano le foto mostrate dai nonni (memorie coloniali sopite) – di S. Pietro. Con un registratore iniziano a mandare musica allegra e coinvolgente. Ridono e ballano, come ragazze felici e parlano, incuriosite dal fatto che qualcuno sia giunto dalla capitale per parlare con loro.

Poi l’errore. Uno di noi commette l’errore. Chiede dettagli sul viaggio fatto per arrivare in Sicilia e pronuncia la parola “Libia”. I loro volti, che non potrò rimuovere dalla memoria, si fanno rigidi e il ballo si ferma. Il nostro amico, non si accorge del clima creato e ripete la domanda che brucia come una lama: «Cosa è accaduto in Libia?». «The past is past». Risponde la più grande, il passato è passato, ma lo dice con una fierezza che impedisce qualsiasi reazione.

Lentamente e con fatica, riusciamo, soprattutto grazie alle ragazze, a far tornare più sereno il clima anche se un’ombra rimane. Da uomo non fatico a intuire, non certo a poter capire, cosa hanno dovuto subire durante il viaggio eppure davanti a me non ho visto persone che cercavano conforto.

Ho visto figlie di una Resistenza altrettanto potente di quella che mi raccontavano da bambino e forse, nel legame coi ricordi, ho imparato qualcosa di più sul termine dignità anche se da maschio ho provato profondo schifo per chi aveva tentato di distruggerle, senza riuscirci. Le ho ringraziate con un sorriso che, mi voglio illudere di pensare, sia riuscito a rendere ciò che volevo e non sapevo dire.

Già ora, in nome della difesa del territorio nazionale e dei “sacri confini europei”, le nostre “eroiche” forze armate stanno respingendo fra le braccia dei carnefici, degli stupratori seriali, altre vite colpevoli solo di voler trovare salvezza. È questo l’accordo fra UE e Libia in cui l’Italia è capofila come lo è la Grecia nell’accordo con la Turchia. Non sono altri i colpevoli e accettando simili provvedimenti in nome di miseri patriottismi da bar, non abbiamo chance. O ci opponiamo o siamo complici, in tutto e per tutto.
E ancora, poco più di un anno fa, altre giovani donne.

Chiuse fra sbarre e cemento in un dicembre triste, salve ma private della libertà personale in quelli che allora si chiamavano CIE e da domani CPR (Centri Permanenti per il Rimpatrio). Le più giovani, alcune forse anche minorenni, arrivavano dalla Nigeria, vendute dai trafficanti per il mai in crisi mercato dello sfruttamento sessuale in Europa.

Giovani si, quindi merce preziosa, ambite da quei padri di famiglia che poi di giorno urlano contro gli immigrati, il degrado di cui sono portatori, la loro inciviltà. Urlano miseria umana sovente davanti a figli e figlie che hanno la stessa età di quelle che vanno a cercare di notte lungo i viali.

Già quelle non sono esseri umani ma giocattoli per sfogare le proprie frustrazioni e i propri fallimenti.

E invece, fra quelle sbarre, fra quelle mura grigie su cui svettavano uncini di ferro, quelle ragazze parlavano e giocavano. Si giocavano a calcio con un pallone sgonfio e a tratti ridevano, si scambiavano battute, ritrovavano per pochi minuti un piacere vitale da condividere con noi, che avevamo avuto il privilegio di incontrarle. E in poche ore fiorivano storie e speranze, drammi e paure. Sotto quel cielo grigio la loro vitalità si mostrava per quello che era, più potente di qualsiasi potere maschile.

Pochi mesi prima una ventina di loro amiche erano state, in maniera violenta e illegale, rimandate in Nigeria con un volo di rimpatrio. E poi altre ancora, nei giorni successivi. Non era bastata la tortura di un viaggio, avrebbero dovuto ripercorrerlo un’altra volta, probabilmente con un debito raddoppiato con i loro trafficanti.

L’Italia era finalmente più sicura. In nome della sicurezza e del decoro la polvere era stata spazzata, il segnale era giunto.
Oggi alcune stanno faticosamente tentando di ricostruirsi una vita, più con l’aiuto di persone e di associazioni che delle istituzioni, ma contando soprattutto sulla propria immensa e mi auguro inesauribile forza interiore.

E camminano a testa alta, inciampando a volte, ma a testa alta, magari con un bimbo in braccio, da resistenti anche loro.
Per il futuro immediato l’Europa ci chiederà – avremo quest’alibi – di essere senza pietà. Di rimandarle indietro se sono presenti irregolarmente sul nostro territorio e non è stata riconosciuta loro alcuna forma di protezione. Per loro, come per gli uomini, varrà lo stesso ordine, o detenute nei campi di concentramento dei paesi limitrofi o rispedite a casa, al massimo nei paesi di transito, perché in Europa per loro non ci sarà posto.

L’accordo con la Nigeria- sconquassata da 4 conflitti interni dichiarati – funzionerà a pieno ritmo e laddove non sarà possibile ci saranno i paesi del Sahel ad ospitarne le vite.

Ma non si preoccupino i frequentatori notturni dei viali, la merce che cercano non mancherà, avrà solo un continuo ricambio.
Ma torneranno, si che torneranno, perché la loro Resistenza, individuale purtroppo, che difficilmente diventa collettiva, è più forte di ogni legge e bastone.

Grazie a loro