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venerdì 26 maggio 2017



«Il popolo americano pensa di essere distaccato dalla coscienza politica del mondo. Gli americani hanno questa fantasia, di poter vivere senza alcuna coscienza politica. Trump e' il sintomo di questa malattia».

Jonathan Lethem, al Salone del Libro di Torino



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Aborto, quando l'obiettore passa dall'altra parte della barricata

Frida khalo, Sole e VitaAnna Pompili, Zeroviolenza
30 marzo 2017

La notizia del ginecologo di Spoleto che, dopo anni di obiezione di coscienza, ha deciso di "passare dall'altra parte della barricata, la parte delle donne", solleva una serie di questioni che impongono riflessioni serie non solo tra gli operatori, ma nella società civile, perché riguardano il diritto alla salute, il diritto di scegliere del proprio corpo, il rapporto medico-paziente e le implicazioni etiche di quest’ultimo.

La prima riflessione riguarda le ragioni dell’ obiezione di coscienza: il medico di Spoleto ci racconta di come, fin troppo spesso, siano molto più piccole e banali di quanto si pensi, senza che si debbano scomodare paroloni altisonanti quali la coscienza o l’etica. Nel caso specifico (non un caso isolato!) il medico ha obiettato per “stare alla finestra”, evitandosi un lavoro in più, che tanto avrebbero fatto altri, più motivati, forse, da un punto di vista ideologico. 

Non c’è, dunque, anche tra chi opera in questo settore, l’idea che l’interruzione di gravidanza sia un intervento che fa “naturalmente” parte del lavoro del ginecologo, una parte importante per le ovvie ricadute sulla salute delle donne.  Nel nostro Paese si può tranquillamente decidere di non occuparsi di parte -questa parte- del proprio lavoro, per dedicarsi ad attività più interessanti o, semplicemente, per “stare alla finestra”.

Il “non obiettore” è considerato, anziché la norma, un’anomalia: quel “non” individua il ginecologo “abortista”, quello che non si fa problemi di coscienza perché forse una coscienza non ce l’ha.

La seconda riflessione riguarda le ragioni dei ginecologi che praticano le interruzioni di gravidanza, ripetute con forza  da chi difende e rivendica la piena applicazione della legge: i ginecologi “non obiettori” applicano la legge, sono vicini e solidali con le donne che fanno una scelta dolorosa, evitano che si torni alla piaga dell’aborto. 

Certo, nel nostro lavoro applichiamo una legge dello stato, ma questa non può esserne la motivazione profonda; se pensiamo infatti che l’aborto sia un omicidio, il fatto che sia permesso dalla legge non lo rende certo meno grave. Si impone, pertanto, una ricerca meno neutra in questo campo, che sappia abbattere il legame perverso che spesso intreccia la scienza con i tabù imposti dalle religioni.

Personalmente  sono convinta che l’embrione o il feto, all’interno dell’utero, non siano vita umana, ne’ per ciò che comunemente intendiamo  con tale termine, che implica capacità di relazionarsi con gli altri, di sentire, di immaginare, di comunicare, ne’ dal punto di vista scientifico, biologico e neurofisiologico.   

Certamente non lo sono (a meno di non credere nell’esistenza dell’anima) prima della 22ma settimana, quando non vi è alcuna possibilità di vita al di fuori dell’utero. Credo, in sintesi, che si debba parlare con più chiarezza, e che ci si debba impegnare più a fondo nella costruzione di un’etica realmente ATEA, basata sulla concretezza dei dati di evidenza scientifica di cui disponiamo, nonché sulla consapevolezza del valore della libertà individuale e del diritto di scegliere per la propria vita.

Se si ritiene che l’aborto sia un omicidio (un omicidio “piccolo”, essendo la vittima un embrione o un feto) il senso di colpa intrinsecamente legato ad esso può essere alleviato solo con le tinte fosche del dolore e dell’inevitabilità di ripercussioni psicologiche, o pensando che le donne  rischiano di morire, e quindi pensando a se stessi  come coloro che si impegnano per alleviare tanta sofferenza.

Ce lo ricorda, nel libro di Livia Turco, il ginecologo del Molise (l’unico non obiettore della regione), convinto che l’aborto sia sempre una scelta dolorosa e che si sente in dovere di cercare di convincere le donne a ripensare quella scelta fin sul lettino operatorio. Quanto può essere dannoso il colloquio con una persona che ti vede come un’assassina potenziale? Quanto può pesare il pensiero latente di un operatore sanitario sulla salute delle donne?

Infine, l’ultima riflessione riguarda il diritto di ciascuna a scegliere nel campo della salute riproduttiva. Nel dibattito di questi giorni su aborto e obiezione di coscienza si è molto enfatizzato il rischio di un ritorno all’aborto clandestino, mentre la libertà di scelta delle persone, l’autodeterminazione come valore per la società tutta, non sono più neanche sullo sfondo.

Il diritto a scegliere se e quando avere un figlio viene messo sullo stesso piano del diritto del medico a non svolgere una parte del suo lavoro sulla base di convincimenti personali che attengono più  alla fede che alla scienza.
 
E’ ora di cambiare, è ora che le donne riprendano in mano il loro diritto a scegliere. Lo stanno già facendo, forse, sperimentando nuove forme di clandestinità, ma io credo che si possa, che si debba farlo all’interno della legge, in primo luogo facilitando l’accesso alla metodica farmacologica, che, riequilibrando  il rapporto medico-paziente,  restituisce centralità alla persona e alla sua scelta responsabile.