Le leggi certamente vanno rinvigorite, le protezioni rinforzate. Ma non basta. È assolutamente necessario insegnare, già dalle scuole primarie, che ogni proprietà è schiavitù e la schiavitù è un crimine.
Dacia Maraini, Il Corriere Della Sera ...

Le scuse che le donne aspettano

Man-Ray-Donna-MascheraNon ci sono sofismi possibili quando si afferma che l'uomo abbandonato dalla donna amata sente istintivamente "il moto di ucciderla". [...] Le sue parole lasciano però intravedere lo spettro di un pregiudizio culturale arcaico che decenni di conquiste sociali non hanno abbattuto: la colpa sotto sotto è della vittima, specialmente se donna.
Francesca Paci, La Stampa ...

Il Corriere della Sera
10 06 2015

All’alba manca uno spruzzo di notte. Dalla campagna ancora avvolta nel buio una folla silenziosa si riversa nei viottoli deformati dalle buche. Nelle serre di Vittoria, in provincia di Ragusa, si comincia a lavorare presto la mattina perché alle 12 l’aria brucia e la temperatura sfiora i 50 gradi. Poi qualcuno torna ai campi nel pomeriggio. E se c’è da fare si sgobba anche 10, 12 ore al giorno. Sono per il 70% stranieri, perché gli italiani costano di più. In tutto sono 13.240, 4.349 sono rumeni, e di questi 1.800 sono donne. Le hanno chiamate «schiave delle serre», perché oltre allo stipendio da fame, molto spesso subiscono ricatti, pressioni, spesso vero e proprie molestie da parte di datori di lavoro che sentendosi al sicuro, protetti dal silenzio dei campi e dalla condizione di totale subalternità delle proprie vittime, si spingono in qualche caso fino alla molestia, o addirittura allo stupro.
Anche la giornata di Erika (nome di fantasia) cominciava molto presto la mattina. E andava avanti per tutto il giorno, a sgobbare sui filari di pomodori, tra le melanzane e i meloni. Poi la sera, esausta, doveva subire l’arroganza del padrone: «Ero lì nella sua azienda da quattro mesi. Aspettò di essere solo, che la moglie fosse lontana, in paese. E così si approfittò di me». Ha più di 45 anni, il volto è consumato dalla fatica, rigato dal sole. Eppure Erika conserva una sua dolcezza quasi adolescenziale. Per sei anni ha subito in silenzio. Ha dovuto abortire quattro volte, lei vedova e madre di sei figli rimasti in Romania, a cui mensilmente manda quasi tutto ciò che guadagna: «Da lui mai un aiuto, mai neppure una parola di incoraggiamento. Neanche un cane si tratta così». Per interrompere la gravidanza in tre casi è tornata in Romania, un viaggio di 60 ore in pullman. La quarta volta si è dovuta arrangiare da sola, con l’acqua calda, rischiando la vita. Una situazione che forse l’accomuna alle altre 94 donne rumena che nel 2014 hanno deciso di non portare a termine la gravidanza, un numero molto altro se si considera che gli aborti tra le straniere in totale sono stati 454. «Mi è dispiaciuto tanto - racconta - ma non potevo tenerli. Come facevo? Ho già altri bambini da mantenere».

Nelle campagne tra i comuni di Vittoria, Santa Croce Camerina e Acate non esiste trasporto pubblico. Per ogni spostamento, per le medicine, per l’assistenza legale, i braccianti stranieri dipendono dal proprio datore di lavoro. Quello che si crea è un vincolo di assoluta dipendenza. Psicologica ma anche e soprattutto fisica. «Pretendeva di controllare ogni mio spostamento. Mi tempestava di telefonate se non mi trovava nella mia stanza», spiega Erika.Una notte, esausta, ha tentato la fuga: «Da allora non mi ha dato tregua, fino a quando mi ha ritrovata. Mi ha riportato indietro e mi ha mostrato la sbarra di ferro con cui, mi ha detto, mi avrebbe spaccato la faccia. La notte stessa sono scappata di nuovo, ma sono inciampata nel filo di ferro che aveva teso proprio all’uscita della mia baracca e mi sono ferita. Il giorno dopo, nella serra, mi ha visto dolorante. E senza pietà mi ha riso in facciao: che fai, non lavori oggi? Mi ha detto»

Solo i carabinieri della compagnia di Ragusa sono riusciti a salvare Erika dal suo padrone. Guidati dal tenente David Millul, e grazie alla costanza del maresciallo Valenzisi, il comandante della stazione che ha raccolto la prima informazione da una fonte confidenziale, hanno radunato le prove e finalmente fatto irruzione nell’azienda dell’uomo, ora detenuto con l’accusa di violenza sessuale e sequestro di persona. La vicenda di Erika, per quanto estrema, non è probabilmente l’unica. I racconti di violenze e abusi subiti nelle serre si rincorrono. Ma sono voci. Le denunce restano pochissime. Ci sono state le inchieste sociologiche, i reportage dell’«Espresso» e del Corriere della Sera hanno acceso i riflettori su questa realtà. «La comunità rumena è estremamente riservata», spiega Giuseppe Scifo, segretario della Flai Cgil, e punto di riferimento «sindacale» per centinaia di braccianti a Vittoria e dintorni. «Si tratta di una presenza creatasi negli ultimi anni - aggiunge il sindacalista - Nei registri Inps del comune di Vittoria, nel 2006 erano annoverate 30-40 lavoratori rumeni. Nel 2007 erano già 1200. Oggi, in tutta la provincia, se ne contano 4.300». Chiusi, diffidenti nei confronti dell’istituzione, difficilmente si aprono e raccontano i propri problemi. Per avvicinarli la Cgil in collaborazione con una associazione che lavora proprio nel campo dell’assistenza alle lavoratrici, ha attrezzato un pullmino che attraversa i campi e accompagna le donne avanti indietro. E tra una buca e l’altra, lungo le stradine polverose che irradiano questa immensa distesa di serre, sono riusciti a prendere i primi, difficoltosi contatti con le vittime.

Violenza di genere, i nuovi dati dall'Istat

  • Martedì, 09 Giugno 2015 11:50 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
09 06 2015

Sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito qualche forma di violenza nella loro vita, lo rende noto l'Istat nell' indagine La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, appena presentata, e relativa al quinquennio che include il 2014. La violenza sessuale resta la forma più diffusa (21%), affiancata da quella fisica (20,2%) e dallo stalking (16,1%). A commettere le violenze più gravi sono proprio i partner attuali o gli ex compagni, sono questi a commettere stupri nel 62,7% dei casi. Violenze fisiche e sessuali riguardano le donne italiane come le straniere, ma i soggetti più vulnerabili sono le donne separate, divorziate o con problemi di salute o disabilità.

Nonostante il fenomeno della violenza contro le donne resti una questione capillare e ancora profondamente radicata nel tessuto culturale e sociale, accanto all'aumentare della gravità delle violenze subite l'Istat segnala alcuni importanti miglioramenti registrati rispetto all'indagine relativa al quinquennio precedente. In particolare, si riscontra un assorbimento del 2% delle violenze fisiche e sessuali (che negli ultimi 5 anni sono passate dal 13,3% all'11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2009), specialmente tra donne con un livello di istruzione più alto. Cala anche fortemente la violenza psicologica da parte dei partner (dal 42,3% al 26,4%).

Inoltre, aumenta la consapevolezza delle donne rispetto al fenomeno: “Più spesso considerano la violenza subìta un reato (dal 14,3% al 29,6% per la violenza da partner) e la denunciano di più alle forze dell'ordine (dal 6,7% all'11,8%). Più spesso ne parlano con qualcuno (dal 67,8% al 75,9%) e cercano aiuto presso i servizi specializzati, centri antiviolenza, sportelli (dal 2,4% al 4,9%). La stessa situazione si riscontra per le violenze da parte dei non partner” spiega l'indagine dell'Istat. Risultato, questo, del lavoro meticoloso sul campo di strutture come quelle dei centri antiviolenza.

"Il dato di chi si rivolge ai centri è ancora basso – il 4,9 per cento – ma è raddoppiato rispetto al quinquennio precedente" commenta Titti Carrano, Presidente della rete DiRe – Donne in Rete contro la violenza. "Questo significa che il lavoro di sensibilizzazione, formazione e contrasto svolto fra il 2009 e il 2014 ha innescato un primo cambiamento, e che ora bisogna aggredire con determinazione le zoccolo duro della violenza, ovvero gli omicidi, i maltrattamenti fra le mura domestiche, gli stupri. A maggior ragione, dunque, chiediamo che venga valorizzata l’opera fondamentale dei centri antiviolenza, e che il ruolo dell’Istat sia strutturato nell’ambito del Piano antiviolenza".

Proprio rispetto al piano del governo, così criticato dai centri, Carrano ha sottolineato: "Leggendo questi dati, giudichiamo ancora più stupefacente che il governo, invece di riconoscere che questi primi risultati sono dovuti all’azione e al metodo dei centri antiviolenza, unitamente all’opera di informazione e di sensibilizzazione svolta in tempi più recenti da alcuni organi di informazione, abbia varato un Piano d’azione che non attribuisce ai centri antiviolenza il ruolo fondamentale di motore di cambiamento e di trasformazione di un impianto culturale che ancora genera e giustifica la violenza maschile contro le donne".

Ingenere.it
08 06 2015

"Ni una menos", neanche una in meno, è lo slogan rilanciato da un gruppo di giornaliste da un testo di Susana Chavez ("Ni una mujer menos, ni una muerta más"), poeta e attivista messicana uccisa nel 2011 per aver denunciato i crimini e le violenze di genere contro le donne messicane. Un hashtag che ha fatto il giro del web diventando trending topic su twitter tra gli account argentini, messicani, cileni e uruguaiani, fino a rendere virale una mobilitazione che è sfociata in piazza a Buenos Aires, ieri, con centinaia di migliaia di persone presenti.

Al centro, la condanna della società civile nei confronti dei casi di femminicidio sempre più frequenti riportati dalla cronaca. Ultima la vicenda di una ragazza di quattordici anni uccisa a pugni dal fidanzato e seppellita in giardino con l'aiuto dei genitori di lui. Nel paese sono 277 le donne uccise per mano di un uomo - una ogni 30 ore - nella maggior parte dei casi mariti, ex, amanti e familiari. A tenere il conto è La casa del encuentro tra i promotori della giornata di mobilitazione, un centro nato nel 2003 a Buonos Aires con l'ambizione di elaborare un progetto femminista per i diritti umani di tutte le donne, i bambini e gli adolescenti.

"Non possiamo continuare ad assistere a questo carosello di morti di donne senza esprimere il rigetto che si è manifestato ieri, in pace, senza populismi, senza regressione culturale. La manifestazione 'Neanche una in meno', è stata espressione di una società dalle fondamenta solide e democratiche. Ci sono stati tanto gli uomini quanto le donne. Ci sono state madri e bambini e bambine. Coppie, organizzazioni, persone singole, magliette stampate e manifesti fatti con pennarelli e matite" racconta Sandra Russo su Pàgina12 "è un 'non ucciderai' culturale che dobbiamo sviluppare insieme comprendendo che le frustrazioni maschili possono prendere tante strade ma mai il corpo di una donna. E comprendendo anche che la violenza che culmina con il femminicidio non nasce dal nulla, né germoglia per generazione spontanea o come un accesso di crudeltà senza spiegazione. Il femminicidio ha una spiegazione. E inizia a germoglliare laddove il corpo delle donne è considerato oggetto di consumo, è commercialmente separato dal suo essere, ed è esposto visto e percepito come un contenitore da usare per il proprio piacere o come secchio dei rifiuti della personalità di un altro. Il femminicidio germoglia laddove un uomo o una donna sono convinti che gli uomini hanno la priotità o la supremazia sulle donne. Che il loro punto di vista conti di più, che la loro volontà pesi di più, che le loro qualità siano migliori. Il femminicidio prende piede a partire dal fraintendimento culturale che abbiamo deciso come paese di condannare collettivamente. Questa giornata può essere un aneddoto se si diluisce. O la rifondazione della nostra idiosincrasia. Per quest'ultima bisogna continuare a insistere".

facebook