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Un codice rosa contro la violenza di genere

  • Lunedì, 08 Giugno 2015 11:45 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
08 06 2015

Introdurre un codice rosa nei pronto soccorsi per contrastare la violenza di genere e rispondere ai bisogni concreti dei territori. L'esperienza di Differenza Donna presso l’ospedale Grassi di Ostia.

Barbara De MicheliSabrina Frasca

Le storie di violenza, e soprattutto di violenza di genere, se si guardano troppo da vicino sembrano una serie di eventi episodici, individuali, occasionali, qualche volta influenzati da fattori di disagio personale. Sono storie drammatiche, tutte diverse, in cui si può fingere di non individuare elementi e fattori comuni.

Se si guardano un po’ più da lontano, invece, e, più in generale, se ci si guarda intorno con attenzione, è impossibile non notare quanto la violenza di genere, e soprattutto la violenza sulle donne, faccia parte della nostra cultura e sia considerata accettabile, ancestralmente.

Basta leggere una a caso delle fiabe italiane raccolte da Calvino, ed ecco che arriva il momento in cui il re punisce le figlie per aver disubbidito. O ripudia la moglie che non gli ha dato figli. O costringe le figlie a sposare un principe ranocchio. Punisce corporalmente. Ripudia sbattendo senza risorse nella natura selvaggia, fuori dal castello, la povera malcapitata. Costringe portandola in catene, se lo ritiene necessario. Oppure, è sufficiente guardare un film a caso, andare una sera a teatro, mettersi davanti alla tv: che sia l’ennesima replica di Montalbano o una qualsiasi delle serie crime americane. Quando a un certo punto, basta solo aspettarlo, lei si becca una sberla da un lui geloso, infuriato per lesa maestà al suo senso del possesso, lo spettatore – ma anche la spettatrice media – pensa che non sia poi così grave e che in fondo sì, se l’è cercata. E che anzi, in questo trionfo dell’istinto che non può che essere l’amore vero, l’amore passionale, la violenza non può che avere un suo spazio. Perché siamo animali istintivamente violenti. E ogni sovrastruttura razionale che disciplini le relazioni amorose secondo un’attenzione all’altro/a che preveda che l’altro/a sia percepito per quello che è (con i suoi desideri, i suoi bisogni, le sue debolezze, le sue aspirazioni) è presentata come una forma debole, e peraltro molto faticosa, del sentimento assoluto dell’Amore. Del resto ci educano (ed educhiamo) a pensare che ci sia una metà della mela che ci aspetta da qualche parte. Trovarla prima che marcisca è un problema che ciascuno di noi deve affrontare in solitudine. E considerato che il mito vuole che sia una, ed una sola, una volta trovata bisogna tenersela stretta. Anche se è una mela avvelenata.

La violenza è quindi talmente parte del nostro contesto, sia per chi l’agisce (che raramente viene educato a riconoscerla e a gestirla) che per chi la subisce (che la riconduce a situazioni già viste, familiari), che l’atto di denunciarla diventa difficile e spesso eroico. La violenza è percepita come un problema individuale, da nascondere per la debolezza che lascia trasparire, da non condividere per lo stigma che si porta appresso, da vivere in solitudine, perché parlarne con qualcuno è spesso impossibile.

A meno di non trovare le persone giuste, nel posto giusto.

Incontro Sabrina Frasca, referente del codice rosa dell’ospedale G.B. Grassi di Ostia, ed esperta di violenza di genere, per ragionare sulla vastità del fenomeno ma anche per capire che tipo di progetti e di interventi si possano mettere in piedi per contrastare la violenza e offrire supporto alle vittime.

L’occasione dell’incontro è stata la celebrazione dei primi 13 mesi di attività dello spazio antiviolenza codice rosa presso l’ospedale G.B. Grassi di Ostia. Uno spazio, gestito dall'Associazione Differenza Donna che funziona coniugando la competenza delle operatrici specializzate sulla violenza di genere con la specificità dell'intervento sanitario, atto alla cura e alla diagnosi del danno provocato dalla violenza.

Come mi spiega Sabrina “questa collaborazione permette di integrare le peculiarità dell'intervento sociale, attento alla presa in carico complessiva della situazione della donna in pronto soccorso, con l'intervento medico e con l'intervento delle forze dell'ordine, nel rispetto di competenze diverse e specifiche, e rispettando i tempi e le esigenze delle donne vittime di violenza”.

Lo spazio codice rosadal 6 febbraio 2014 è un punto di riferimento per le donne del territorio “inteso non solo come spazio di accoglienza delle vittime di violenza di genere, ma anche come opportunità per la realtà territoriale di promuovere il cambiamento culturale, di sensibilizzare sulla violenza di genere, di supportare l'empowerment delle donne”. Aperto “a seguito di una serie di step che hanno previsto la formazione del personale sanitario (unitamente agli interlocutori istituzionali, quali forze dell’ordine, assistenti sociali, operatrici di consultori); la realizzazione di linee-guida con dei parametri atti a indicare percorsi veloci e mirati per le donne segnalate al codice rosa; il monitoraggio costante dell'attività attraverso incontri con il personale socio-sanitario dell'ospedale per individuare criticità e difficoltà riscontrate, e l'inserimento del codice rosa Grassi nella rete formale ed informale creata in 20 anni di lavoro da Differenza Donna (ufficio legale, centri antiviolenza, case di semiautonomia, ecc.) per rendere efficaci i percorsi di uscita dalla violenza delle donne”.

Come mi spiega Sabrina il punto di forza di quest’intervento consiste nel fatto che “le operatrici specializzate stanno sostenendo le donne attivando percorsi ad hoc, senza forzare i tempi e le scelte, consapevoli che non esistono risposte standard, ma personalizzate in base alle esigenze, e che una donna vittima di violenza ha bisogno di essere ascoltata, di ricevere fiducia ed empatia. Prima di tutto. Questo modello ha permesso al personale medico-sanitario di integrare la risposta medica con una risposta concreta e di successo perché consapevole degli aspetti emotivi complessi che le vittime di violenza portano con sé. Il codice rosa ha lavorato per permettere alle donne di ri-acquisire controllo sulla propria vita e quella dei propri figli, affinché le scelte, che una volta sottratte alla violenza hanno compiuto, fossero frutto della loro volontà, senza che nuovamente qualcuno si sostituisse a loro”.

Inoltre, mi spiega Sabrina “il codice rosa ha lavorato sapendo che la violenza aumenta quando le donne si separano: per questo è stato indispensabile che il codice rosa sia stato attivato proprio nel momento di maggior pericolo per le donne, quello in cui la violenza viene svelata, servendosi della rete di protezione dei centri antiviolenza e del circuito virtuoso costituito da forze dell'ordine, servizi sociali ed associazioni specializzate che da anni lavorano sul fenomeno e sanno dare risposte efficaci”.

Quando le chiedo da dove nasce l’idea di uno sportello anti violenza in ospedale, Sabrina mi risponde citando dati concreti. “Sapevamo, dai dati analizzati riguardanti gli accessi in pronto soccorso nel Lazio, che nel 2010 il 45% delle donne rivoltesi al pronto soccorso non era al primo accesso, queste donne si erano rivolte al servizio sanitario più volte, per ripetute aggressioni, traumi, o motivi quali stati d'ansia, sintomi relativi all'addome, bacino, tratto genitale, testa e collo e altri stati gravosi spesso mal definiti (dati SIES, Sistema Informativo dell'Emergenza Sanitaria). Questo dato ci raccontava una realtà di richieste di cura da parte di una popolazione femminile resa vulnerabile alla violenza, che vive un'alta ripetitività del fenomeno. Il sistema sanitario di base è il primo sistema formale di cura a cui le donne vittime di violenza si rivolgono, anche non avendo maturato la necessità di mettersi in sicurezza, ma continuando, nel tempo, a chiedere proprio ai servizi sanitari di base l'assistenza necessaria per le frequenti patologie che la violenza comporta. Sapevamo che spesso è difficile per gli operatori sanitari decodificare la domanda di aiuto, perché le donne vivono una condizione di paura, di confusione, non esplicitano chi è l'autore della violenza, e conseguentemente nascondono la reale condizione che vivono. Sapevamo che spesso gli operatori sanitari non possono, per motivi legati all'emergenza della situazione che devono affrontare e le specifiche competenze che hanno, offrire alle donne vittime di violenza il necessario spazio di riflessione sulla situazione che vivono, e che questo deve essere compito di altre figure”.

Come opera il codice rosa: “Il codice rosa è diventato lo spazio dove un attento ascolto permette di cogliere una situazione di violenza attuale o pregressa anche a partire da uno stato di malattia quale effetto indiretto; è il luogo in cui ricevere le prime informazioni o le risposte necessarie dalle operatrici specializzate dell’associazione Differenza Donna. Permette un confronto continuo tra l’operatrice specializzata in violenza di genere e il personale psico-sociale e sanitario sui singoli casi e sulla violenza in quanto fenomeno sociale. Offre la possibilità di documentare l’attività svolta e promuovere ricerche epidemiologiche e qualitative del fenomeno, monitorando e validando le prassi adottate. Offre anche la possibilità di svolgere un 'approccio prognostico', permette di individuare i fattori predittivi di un probabile rischio di recidiva della violenza e di realizzare un piano efficace di gestione e contrasto della stessa. Il codice rosa è stato garantito dalla presenza delle operatrici presso i presidi ospedalieri e dalla reperibilità h24 attraverso 2 numeri di emergenza”.

Se guardiamo i numeri, sono abbastanza impressionanti: in 13 mesi di apertura dello sportello codice rosa presso l'ospedale Grassi 187 donne hanno ricevuto sostegno dal codice rosa e sono state inviate per il 60% dal pronto soccorso dell'ospedale; per il 35% da polizia e carabinieri del territorio e per il 5% dai servizi territoriali (Servizi sociali, SERT, Centro di mediazione familiare, scuole).

Sono stati svolti oltre 312 colloqui di sostegno per supportare le donne nel percorso di fuoriuscita dalla violenza. Delle 187 donne arrivate al codice rosa, 88 hanno sporto querela, permettendo l'emersione del fenomeno; in collaborazione con le Forze dell’Ordine, sono state ottenute 33 misure cautelari per concreto pericolo di vita per le donne che si erano rivolte allo sportello; sono state prodotte 22 relazioni dello sportello per il Tribunale Penale, Civile o per i Minorenni di Roma per segnalare la situazione di pericolo e relazionare sul danno che la violenza aveva prodotto; sono state svolte 58 consulenze legali dall'ufficio competente di Differenza Donna affinché le donne accolte avessero adeguate informazioni nei percorsi giudiziari.

Un progetto che funziona, insomma, quello del codice rosa del Grassi di Ostia, capace di rispondere ai bisogni del territorio e di contribuire alla riflessione collettiva sul fenomeno della violenza, costruendo un approccio integrato e di rete volto all'evoluzione di tutti gli attori coinvolti. Un modello che sarebbe bello vedere esportato in tutti i pronto soccorsi degli ospedali italiani.

violenzaQuello di Mutili in Turchia - dove lo scorso anno si è registrato un record di 300 omicidi di donne - è solo un caso fra i tanti di una lunga lista, che non conosce confini. Si aggiunge ai ripetuti stupri di gruppo e agli assalti con l'acido in India, alle donne bottino di guerra in Sud Sudan, alle mogli schiave dei jihadisti dell'Isis in Iraq e di Boko Haram in Nigeria, alle lapidazioni in Iran, alle spose bambine in Siria, Afghanistan, Yemen, Pakistan e via dicendo. E non è soltanto un problema del mondo islamico o dei Paesi in via di sviluppo. Questa strana pandemia colpisce ovunque, anche dove non te l'aspetti.
Sara Gandolfi, Sette-Corriere della Sera ...

La 27 Ora
04 06 2015

Abbiamo provato a immaginare la figlia tredicenne di Loredana, uccisa da suo marito (poi suicida) due giorni fa ad Albenga. La ragazzina era in casa, ha assistito a parte del litigio, poi è corsa sul balcone a urlare chiedendo aiuto. Sua madre aveva firmato più denunce contro il marito (suo padre) che la tomentava da quando a dicembre lo aveva lasciato andando via di casa. A gennaio l’uomo era stato arrestato per maltrattamenti dopo averla infastidita tante volte e averle messo le mani al collo durate una lite. Due anni di condanna, poche settimane di carcere e poi di nuovo libero.

Ecco il discorso immaginario fra l’adolescente e lo Stato che avrebbe dovuto proteggere sua madre.

Caro Stato,

ti scrivo ma è difficile per me dire chi potresti essere. Forse quel giudice che l’altro giorno ha deciso che mio padre non era più pericoloso e quindi poteva stare fuori dalla prigione anche se si era fatto in cella solo poche settimane dei due anni a cui lo avevi condannato per maltrattamenti. O magari sei il carabiniere che ha raccolto una denuncia dietro l’altra di mia madre. Potresti essere anche l’altro giudice, quello che ha deciso di togliere a mia madre anche quella labilissima protezione del divieto di avvicinamento. Cento metri, avevi detto all’inizio, caro Stato. Ma poi ti sei rimangiato anche quello e hai stabilito che mio padre in fondo poteva tornare a essere un buon padre. Così l’hai lasciato libero di fare e di andare. L’hai fatto per dare a lui una possibilità, lo capisco. Perché tu sei anche il Legislatore e quindi hai creato gli strumenti per intervenire, la magistratura non fa che eseguire, è vero. Ma è anche vero che c’è sempre un margine per usare i tuoi strumenti in modo più severo oppure no, più garantista oppure no.

Caro Stato, io non lo so qual è la strada giusta ma ti chiedo: con chi dovrei prendermela, secondo te? Se devo cercare di risalire all’anello della catena che non ha tenuto, quale scelgo? Chi devo ringraziare da oggi in poi per il fatto che mio padre ha potutto uccidere mia madre, che anche lui è morto e che nessuno ha potuto fare niente anche se mia madre viveva con la morte accanto da mesi?

Vedi, caro Stato, io sono soltanto una ragazzina. Sarà complicato per te convincermi che sono stati tutti bravi, attenti, buoni, ragionevoli. E che però la storia è finita tragicamente lo stesso. Perché io proprio non lo capisco. Non capisco come mai nonostante tutto questo gran parlare di stalking, di femminicidi, di donne ammazzate e di uomini violenti, mia madre sia dovuta morire accoltellata. Se fosse stata zitta, se avesse subito senza fiatare…. potrei pensare che proprio quel silenzio, alla fine, è stata la sua condanna. E invece no. Lei ha chiesto, chiesto, chiesto… ha firmato carte su carte, in caserma. E che cos’era quella se non una richiesta di aiuto?

E’ vero. Se qualcuno è determinato, se proprio vuole, fortissimamente vuole ucciderti prima o poi ce la fa. Mio padre ce l’ha fatta. Ma se le regole della protezione di una persona che si ritiene perseguitata non valgono nemmeno dopo tutto quello che ho sentito sulla violenza contro le donne che cosa ne abbiamo parlato a fare? mi chiedo. Perché si parla di vittime “annunciate” sempre dopo che sono diventate vittime? E vogliamo parlare della certezza della pena?

Ecco, caro Stato. Magari mi sbaglio ma sono quasi sicura che non hai una risposta alle mie domande. Così come sono certa che la mia vita è azzerata. Ho perso in pochi minuti mia madre e mio padre, i miei sogni non saranno più gli stessi, la mia vita sarà sempre in salita. E chissà quante altre ragazzine come me finiranno schiacciate da drammi assoluti, mentre i tuoi apparati fisseranno regole nuove, sposteranno equilibri familiari, ragioneranno su questo o quel provvedimento, scriveranno nuove sentenze… mentre avvocati e consulenti diranno questo o quello di persone di cui, spesso, sanno poco o nulla.

Io sono solo una ragazzina ma una cosa la so. Se le maglie di questo sistema fossero state più strette oggi mia madre sarebbe ancora qui, accanto a me. E la vita, anche la mia, non mi sembrerebbe finita.

Giusi Fasano

L'amore al tempo del femminicidio

Relazioni-Epoca-Post-ModernaL'amore ipermodemo degli Anni Zero, in cui le relazioni si appiattiscono in una sorta di utilitarismo affettivo a cortissimo raggio: uomini e donne diventano sempre più simili, diuturnamente iperconnessi, dediti a compulsivo amore virtuale che tale rimane anche nel passaggio al reale per incapacità di investimento affettivo. Sono anche gli anni della sindrome del celibato, della sessualità libera dalla relazione e del cosiddetto "poliamore". [...] Proprio nell'amore romantico si nasconderebbe la più insidiosa delle trappole.
Guido Caserza, Il Mattino ...

Il Fatto Quotidiano
25 05 2015

L'aggressione è avvenuta nella sala scommesse in cui la 55enne lavorava. Il trentenne, secondo i carabinieri, era convinto che fosse lei a osteggiare la sua storia con un'altra amica. Contro di lui, nell'ultimo anno, le due donne avevano presentato numerose denunce

Le ha gettato l’acido sul volto perché la riteneva colpevole di ostacolare l’avvio della sua relazione con un’amica di lei. Lo ha fatto mentre la vittima dell’aggressione, una donna di 55 anni, si trovava al lavoro, in una sala scommesse della Snai, nel centro di Livorno. Ora Davide Vecchio, livornese, 30 anni, è stato arrestato dai carabinieri e messo ai domiciliari su disposizione del magistrato. Secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine quello di ieri, 24 maggio, è stato solo l’ultimo episodio di una serie di persecuzioni e minacce iniziata un anno fa, già finite in numerose denunce presentate da entrambe le amiche.

Vecchio, secondo i carabinieri, si è presentato nel centro scommesse di piazza Attias intorno alle 22. Qui la donna si trovava in compagnia dell’amica di cui il giovane si è invaghito, una 38enne di Castellina Marittima (in provincia di Pisa). Il trentenne si è scagliato contro la 55enne e le ha gettato sul volto dell’acido muriatico. Poi è fuggito a piedi, mentre la vittima è stata immediatamente soccorsa e trasportata in ospedale dove le sono stati riscontrati problemi alla cornea e ustioni di primo grado al volto per una prognosi di 25 giorni. I carabinieri, nel frattempo, si sono messi sulle tracce di Vecchio e lo hanno bloccato poco dopo nella sua abitazione.

Stando alla ricostruzione dei carabinieri l’aggressore si era già rivolto alla donna circa un anno fa. Le avrebbe chiesto di aiutarlo a convincere l’amica 38enne ad iniziare una relazione sentimentale. Non era però corrisposto. Da qui la rabbia di Vecchio culminata nell’episodio di domenica.

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