Violenza di genere, il piano sbagliato

  • Lunedì, 18 Maggio 2015 09:57 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
18 05 2015

ll 7 maggio è stato approvato il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, previsto dall’articolo 5 della legge n.119 del 2013 che recepiva la Convenzione di Istanbul. “È lo Stato a farsi carico dell’intero percorso di emancipazione dalla violenza delle donne che ne sono vittime e lo fa con politiche pubbliche che intervengono su più fronti rivoluzionando l’approccio politico e culturale del contrasto a questo fenomeno”, queste le parole di Giovanna Martelli, Consigliera del Presidente del Consiglio in materia di Pari Opportunità. Il documento, però, non ha ricevuto l'approvazione delle associazioni che da anni e quotidianamente lavorano a contatto con donne che subiscono violenze sessuali, psicologiche, fisiche ed economiche, attraverso la gestione, spesso volontaria, di sportelli di ascolto e centri antiviolenza disseminati su tutto il territorio nazionale.

"Il Governo Renzi perde un’occasione storica di combattere con azioni specifiche, coordinate ed efficaci la violenza maschile contro le donne attraverso un Piano che affronti le esigenze tassative poste dalla Convenzione di Istanbul per prevenire e combattere la violenza maschile" questo il commento delle associazioni D.i.Re (Donne in Rete contro la Violenza, che riunisce in Italia 70 centri antiviolenza e case delle donne), Telefono Rosa Onlus, Udi (Unione Donne Italiane), Fondazione Pangea e Maschile Plurale al testo appena approvato dal governo per recepire la Convenzione e contrastare la violenza di genere nel nostro paese. "Il ruolo dei centri antiviolenza risulta depotenziato in tutte le azioni del piano e vengono considerati alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale senza alcun ruolo se non quello di meri esecutori di un servizio" spiegano le associazioni. Un nervo scoperto, questo, perché il supporto ai servizi di questo tipo è uno dei fattori centrali nell'attuazione di una efficace prevenzione alla violenza di genere, lo conferma anche l'EIGE nelle linee guida diffuse a marzo 2015.

Al centro delle critiche proprio il mancato coinvolgimento della società civile e di quegli attori che da anni tutti i giorni sono impegnati attivamente a fornire supporto alle donne che subiscono violenza: "le associazioni non hanno avuto parte alcuna nella elaborazione e nella stesura di questo documento – che, anzi, è stato comunicato loro senza possibilità di cambiamento. Questo piano non è stato nemmeno sottoposto alla task force governativa in materia, il cui lavoro di due anni, sia pure a volte discutibile, è stato in grande parte del tutto vanificato".

Le associazioni evidenziano, poi, problemi di coordinamento a livello locale tra le reti territoriali, con il rischio di creare sugli stessi territori più reti con gli stessi soggetti istituzionali che si sovrappongono tra loro (es. ASL, Procura, Prefettura). "La distribuzione delle risorse viene frammentata senza una regia organica e competente. Non avrà quindi alcuna ricaduta sul reale sostegno dei percorsi di autonomia delle donne" spiegano.

La distribuzione delle risorse è un altro punto dolente, le associazioni che firmano la nota la definiscono "assolutamente esigua per gli obiettivi del piano in ambito triennale, troppo sbilanciata sui percorsi di inclusione, in particolare quelli di inserimento lavorativo, a scapito dell’ascolto, dell’accoglienza, dell’ospitalità, dei percorsi di empowerment".

Inoltre, fanno notare, il linguaggio del piano è discriminatorio rispetto al genere: "non c’è la declinazione al femminile nemmeno quando si parla di figure professionali femminili".

Infine, la questione del ruolo svolto dall’Istat. "L’istituzione dello Stato che fino ad oggi ha raccolto, validato ed elaborato i dati sulla violenza di genere, è cancellata dal Piano. Viene istituita una 'Banca Dati' che sarà appaltata a privati. Con questa decisione scompare il progetto di rendere stabile e obbligatoria una periodica ricerca sulla violenza di genere. Senza queste ricerche periodiche non è pensabile – né verificabile – alcuna politica di prevenzione e di contrasto".


La legge sul femminicidio, se ricordate, fu approvata senza che i centri antiviolenza fossero d'accordo. Non era stata presa in considerazione la loro opinione e quel che ne era venuto fuori era, ed è, un impasto paternalista che vorrebbe risolvere il problema della violenza sulle donne semplicemente con la repressione. A margine si parlava di prevenzione e in particolare si faceva riferimento ad un piano antiviolenza che è stato pensato e scritto senza che, ancora una volta, i centri antiviolenza e le associazioni che si occupano di violenza sulle donne fossero consultate.
Eretica, Cronache Del Garantista ...

Violenza sulle donne, dove sono i fondi?

  • Martedì, 28 Aprile 2015 10:05 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L’Espresso
28 04 2015

Prima, c'è la legge: e articoli, titoli, trionfi per l'Italia che mette in pratica la Convenzione europea sulla lotta alla violenza contro le donne e finalmente impone una serie di norme e finanziamenti per contrastare gli abusi, subiti secondo i sondaggi da quasi un'italiana su tre. È l'agosto del 2014.

Poi, c'è il silenzio. Le regioni sono chiamate a decidere come, dove e quando spendere i 16,5 milioni di euro che il governo ha stanziato per il biennio 2013-2014, aggiungendone altri nove per arrivare da qui al 2017. Le risposte dovrebbero essere contenute in delibere e decisioni che troppo spesso vengono chiuse al controllo dei cittadini.

È quanto racconta un progetto avviato da Actionaid - "Donne che contano" - attraverso il quale l'organizzazione per si è data l'obiettivo di non lasciar passare e di andare a chiedere, controllare, verificare, cosa stia facendo ogni regione con i fondi nazionali contro la violenza che ha ricevuto da Roma.

Il risultato è stato innanzitutto un muro, un muro di non-trasparenza, rappresentato in un indice da 0 a 11 nella mappa qui sopra. Solo 12 amministrazioni su 21 infatti hanno pubblicato online i documenti che provano le scelte compiute. Solo altre tre hanno risposto poi nel merito alle richieste ufficiali dei ricercatori.

Regioni come Sicilia, Calabria, Molise, Friuli Venezia Giulia, e le nordicissime province autonome di Trento e Bolzano non hanno dato alcuna informazione sui fondi. Nonostante si parli di risorse ingenti - a Palermo il governo ha affidato quasi due milioni di Euro - ma soprattutto di un problema importante come quello degli abusi in famiglia.

Al contrario ci sono luoghi come Toscana, Emilia Romagna e Sardegna dove i governi locali hanno garantito l'accesso alle decisioni compiute. La Sardegna è l'unica però che è arrivata a sposare la massima trasparenza, quella che chiederebbe a tutti Actionaid, ovvero la pubblicazione dell'elenco completo delle strutture che ricevono aiuti, e il complesso dei finanziamenti ricevuti da ciascuna.

Superato lo scoglio delle delibere, c'è poi l'incertezza sul "come" sia applicata la legge. Ogni amministrazione infatti sta seguendo scelte diverse, non sempre allineate con le richieste del governo: chi abbassa gli standard richiesti, chi dà i soldi a province e comuni anziché direttamente alle associazioni, chi stabilisce nuovi bandi a cui partecipare.

I centri antiviolenza esistenti, poi, avevano avviato un'ampia campagna di protesta contro il piano governativo, accusato di essere troppo generoso per l'apertura di nuove strutture e troppo poco sul sostegno di quelle attuali, che avrebbero dovuto ricevere risorse minime, dai 5 ai 7mila euro ciascuna.

La Toscana così ha deciso di raddoppiare la quota riconosciuta alle strutture presenti. Nuoro l'ha dedicato tutto, il fondo, alle istituzioni già attive. E il Lazio ha aumentato la quota fino a 30mila euro per i centri antiviolenza, legando invece le risorse per le case rifugio al numero di posti letto.

Tutti questi sono esempi di strade diverse dietro una legge comune, caotiche forse ma almeno raccontabili. Perché il problema, insiste ActionAid, è soprattutto in quelle regioni per le quali è impossibile conoscere le decisioni in atto. L'invito è soprattutto alle amministrazioni vicine alle urne - Liguria, Umbria, Puglia e Calabria, perché prendano sul serio la pubblicazione dei dati. Perché "contano". Per il contrasto agli abusi.

Che sta succedendo in Toscana? La saga dei femminicidi

  • Martedì, 21 Aprile 2015 09:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Politica Femminile blog
21 04 2015

Toscana, terra ideale, di arte e bellezza. Ma non solo. Toscana, terra di violenza, femminicidi, donne che spariscono - stupratori assolti, "geni" criminali della misoginia.

Che ci sta succedendo?
La Toscana sembra diventata terra che odia le donne e quasi lo ostenta. Dal 2006 al 2014 sono decine e decine i femminicidi, quasi tutti - come sempre - per mano di uomini di famiglia; migliaia ogni anno le donne costrette a rivolgersi a Centri antiviolenza; questi, a loro volta, a causa della carenza dissennata di risorse, non sanno come far fronte all'escalation di richieste di aiuto. Ed è proprio quest'ultimo l'annus orribili fra le nostre colline dolci. Per associazione di idee, viene in mente, fra queste colline, una fuga ininterrotta di donne... come nell'attimo colto nel quadro del Palagi, sulle Troiane.

Una fuga dalla violenza che non dà tregua al perenne stato d'intimidazione che subiscono le donne comuni, anche al semplice ascolto di un notiziario.
Ma iniziamo da maggio 2014 - un punto qualunque - con Andrea Cristina Zamfir, trovata crocifissa in un vicolo, alle porte di Firenze. Arrestato Riccardo Viti, responsabile di almeno altre 6 violenze a carico di prostitute. Un buon modo di farla franca: si crede scarsamente alle donne perbene, figuriamoci se si crede a delle prostitute che neanche si spiegano in italiano e magari sono anche clandestine!

In Toscana le donne si fanno sparire, così il problema non c'è: le cancelliamo, non si vedono più e presto non se ne parlerà più, facciamo sparire tutto di loro. Che domani ci sono nuovi casi. Come Francesca Benetti, scomparsa in provincia di Grosseto nel Novembre del 2013, per cui fu arrestato e rinviato a giudizio Antonio Bilella, accusato d'aver ucciso e poi distrutto il cadavere dell'insegnante monzese. O di Guerrina Piscaglia, scomparsa nell'aretino il maggio scorso; indagato per favoreggiamento nella scomparsa, sequestro di persona o omicidio il parroco Gratien Alabi. Finché però non si ritrova il corpo, un indizio o finché la Piscaglia non ricompare - come per magia, resta tutto fermo: il 25 Aprile scade la misura cautelare del divieto di espatrio per Gratien, così a breve lui potrà andare in Francia dove lo aspetta una nuova parrocchia. E poi c'è Roberta Ragusa, scomparsa dalla sua abitazione vicino Pisa, nel gennaio 2012. Il Giudice ha deciso il non luogo a procedere per Antonio Logli, il marito, accusato di omicidio e distruzione di cadavere. Logli lascia il Palazzo di Giustizia a testa alta.

Un colpo per la Procura da parte del Tribunale, che ha demolito il castello accusatorio costruito in questi anni dagli inquirenti. Pare che il Giudice abbia ritenuto che, in assenza del cadavere, Roberta Ragusa non sia morta. Insomma, madri che non hanno mai lasciato figli, casa e marito decidono un bel giorno di andarsene senza soldi, documenti e bagagli e non dare più loro notizie, perché avevano scoperto l'infedeltà dei mariti con un'amica. Tutto qui.
E' questa linea difensiva che viene seguita dal giudice. Per fortuna però, la Procura continuerà a indagare finché non ci sarà una sentenza definitiva
Ma non basta. Una recente sentenza-shock della Corte di Cassazione stabilisce che per i membri del gruppo che violenta non si debbano aprire le porte del carcere, poiché il giudice può applicare misure cautelari alternative. Quindi di fatto, la violenza in branco su donne è un reato di serie B. E quanta violenza, doppia, al quadrato, al cubo, devono subire quelle donne che, credendo e affidandosi alla giustizia, affrontano e espongono pubblicamente quel percorso di dolore?

E arriviamo allo stupro di gruppo del 2008 fuori dalla Fortezza da Basso di Firenze (il cui Comune, lodevolmente, ha deciso di costituirsi parte civile in tutti i processi riguardanti reati inerenti la violenza di genere). Altra sentenza shock: la Corte d'Appello ribalta la sentenza di primo grado per i 6 giovani arrestati nel 2008 per il "presunto" stupro, confermato da rilevanze mediche, che sarebbe avvenuto ai danni di una studentessa. Dunque, non è valsa la condizione di abuso d'alcol in cui si trovava la ragazza che per il Codice penale configurava il comportamento, anche senza costrizione, nel reato di violenza sessuale di gruppo. La Corte d'Appello ha ritenuto giusto accogliere le tesi delle difese che sostenevano che la ragazza, nota per le sue libertà sessuali, sarebbe stata consenziente e si sarebbe poi recata in Questura e agli esami del Centro antiviolenza, solo perché ci aveva "ripensato". O forse, per trascorrere in modo alternativo una torrida giornata d'estate a Firenze.
E ancora. Irene Focardi, scomparsa il 3 febbraio a Firenze e ritrovata a fine marzo in un sacco della spazzatura dentro un fosso. Davide Di Martino, accusato d'omicidio, occultamento di cadavere e maltrattamenti aggravati dalla morte, non parla.

Insomma, la regione è piena di geni del male, con nervi d'acciaio e menti finissime, visto quanto filo da torcere danno a autorità e forze dell'ordine! A chi, insomma, dovrebbe lavorare nell'interesse della vittima, più che dell'imputato.
Rimane da capire perché una donna più volte picchiata da un uomo, vada a casa di lui che si trova in tutela domiciliare per quei maltrattamenti stessi. Che tipo di idea di relazione d'amore abbiamo noi donne italiane? Che tipo di aspettative di realizzazione riponiamo in un uomo? Anche in un uomo che picchia, e che spesso uccide con ferocia e che violenta ancora, cancellando l'esistenza stessa della donna. E arrivano ore, ravvicinate, che urlano sempre più forte, dal 31 marzo al 1 aprile: 48 ore in cui in Toscana la violenza trionfa.

Arezzo: Graziano Rossi, 53 anni, imprenditore edile, imbraccia la doppietta da caccia e spara alla moglie che dorme, poi si spara davanti ai figli. Si, lei viene uccise nel proprio letto, nella propria casa: forse l'unica in cui possiamo stare, visto che le case rifugio nel nostro paese sono per ora pochissime e le famiglie delle donne tendono a rimandarle, come millenni or sono, dai loro mariti. Che le ammazzano.
Livorno: Vittorio Re precipita e muore mentre tenta di introdursi nell'appartamento della ex moglie, con tanica di benzina e accetta. Già condannato per lesioni e maltrattamenti a danno della donna, aveva anche tentato di dare fuoco alla sua auto.
Più o meno nelle ore della tragedia di Livorno, nella pineta al confine tra Torre del Lago e Vecchiano, una prostituta viene assassinata con 7 coltellate alla schiena, 3 all'addome: due turisti tedeschi la trovano prona, seminuda, sommersa dal suo sangue. La Nera, come la chiamano le colleghe sconvolte, non è stata solo uccisa. E' stata orribilmente trucidata, con un accanimento riservato solo a chi non ha potere, alcuno.
Neanche quello di essere visibile.

 

La 27ora
25 03 2015

Federico Barakat è stato ucciso a otto anni dal padre nelle stanze dei Servizi sociali di San Donato Milanese durante un incontro protetto, colpito prima con una pistola e poi con 24 coltellate senza che nessuno fosse presente e in grado di proteggerlo malgrado fosse in affidamento ai servizi sociali e malgrado gli incontri fossero vigilati.

Era il 25 febbraio del 2009 e Federico era in quelle stanze perché un provvedimento del tribunale dei minori aveva deciso che il piccolo dovesse incontrare il padre malgrado fosse stata la madre, Antonella Penati, a rivolgersi al tribunale dei minori per la richiesta di decadenza della podestà paterna dopo che il suo ex era ricomparso dal nulla con la pretesa di avere con sé il bambino anche con la minaccia. Ma «per la tutela dello sviluppo del minore e del suo bisogno di crescita» – come si legge in una delle sentenze che sono seguite alla denuncia nei confronti degli operatori dei servizi – il tribunale dei minori non prese in considerazioni le istanze della donna, e anzi «nel tentativo di garantire un recupero ed un sereno svolgimento del rapporto tra genitore e figlio», decise di affidare l’esercizio della potestà su Federico ai servizi sociali di San Donato Milanese, mettendo così sullo stesso piano un padre inesistente e minaccioso, e una madre accudente che cercava di proteggere se stessa e il figlio. Un padre, suicida subito dopo aver colpito il figlio, che fin dalla sua ricomparsa perseguitava Penati e che lei stessa ha in seguito più volte denunciato come pericoloso per violenze fisiche: segnalazioni che non furono mai ascoltate da chi aveva in affidamento il piccolo, che invece ha sempre considerato Penati come una madre inadeguata, troppo ansiosa, quasi un’isterica.

Oggi Federico non c’è più ma Antonella Penati rischia tutt’ora, pur avendo perso il figlio proprio perché nessuno ascoltò la sua parola, di passare ancora come una visionaria. Ce lo confermano le sentenze che si sono susseguite in questi anni, in seguito alla denuncia che Penati fece per ricercare le responsabilità di quello Stato che pur prendendosi in carico il figlio, non è stato in grado di difenderlo.

Le tre sentenze che sono state emesse dopo che Penati ha chiesto che venisse verificata la responsabilità dello staff che aveva sotto tutela Federico, sono il frutto di tre gradi di giudizio in cui i tre operatori sono stati assolti in primo grado e in Cassazione, mentre la Corte d’appello aveva condannato la psicologa responsabile dello staff, dottoressa Elisabetta Termini. Ma la sentenza del 27 gennaio con cui la Cassazione rigetta la sentenza della corte d’appello di Milano, assolve tutti gli operatori (leggi il post che sulla 27ora ha scritto Cristina Obber), condanna Penati a pagare le spese processuali e rigetta il ricorso fatto dalla procuratrice generale, Laura Bertolè Viale, per la carenza di motivazione della assoluzione degli altri due (assistente sociale Nadia Chiappa ed educatore Stefano Panzeri), va oltre.

Rendendo pubbliche le motivazioni della sentenza emessa dalla commissione presieduta dal giudice Pietro Antonio Sirena in Cassazione, ieri in una sala del comune di Milano, durante la conferenza stampa, la mamma di Federico ha detto che si tratta di un vero e proprio «occultamento della verità» nei riguardi dell’omicidio di suo figlio, affermando che sebbene «le testimonianze, la ricostruzione, la dinamica che ha portato all’omicidio, siano tutte lì scritte nero su bianco, alla fine nessuna responsabilità viene attribuita allo Stato e tutto viene ricondotto a una tragica e imprevedibile fatalità», quando è chiaro – anche dalle carte – che l’accaduto poteva essere evitato solo se fossero state prese in considerazione le sue numerose segnalazioni. «La psicologa – dice Penati – mi minacciò che, se non avessi ritirato la denuncia nei confronti del padre di Federico, mi avrebbe accusata di alienare il bambino dal padre e che quindi avrebbe potuto farmi portare via mio figlio. Fatto sta che Federico è stato ucciso quando io non c’ero, perché lui sapeva che lo avrei difeso a costo della mia vita». Un ricatto che suona familiare a molte donne italiane che recandosi al tribunale dei minori o ai servizi sociali per chiedere aiuto e per allontanare e proteggere i propri figli da un partner violento, alla fine si ritrovano costrette a una mediazione – che in caso di violenza domestica è vietata – e messe sullo stesso piano del partner maltrattante, considerato comunque un buon padre anche se violento, e rivittimizzate per l’assoluta impreparazione degli operatori pagati dalle tasse degli italiani, che non riescono a discernere una violenza nei rapporti intimi da una conflittualità di coppia. Donne che, come per Antonella Penati, nell’ignoranza più assoluta di tutta la letteratura internazionale sul tema ma anche delle leggi del nostro Stato sulla violenza domestica, vengono etichettate come «madri malevole», inadeguate e pazze visionarie che descrivono falsi abusi per togliere il papà ai propri figli, e che rischiano la sottrazione dei loro bambini, solo perché si sono «permesse» di denunciare la pericolosità di un partner violento da allontanare, e che invece spesso viene «imposto» al minore in incontri più o meno protetti.

Il caso Barakat è però emblematico su tutti, in quanto quello che emerge in maniera evidente è la volontà: esattamente la volontà di non rintracciare la responsabilità e la negligenza dei servizi sociali e dello Stato, che è in linea con il mantenimento dello status quo italiano in cui sebbene vengano recepiti convenzioni internazionali come la Cedaw e la Convenzione di Istanbul sulla discriminazione e la violenza sulle donne e sui minori che l’accompagnano, e sebbene le istituzioni insistano nello spingere le donne a denunciare partner violenti promettendo protezione, quello che ancora decide sulla vita delle persone è la mentalità arcaica che la parola di una donna valga meno di quella di un uomo, che un uomo violento può essere comunque un buon padre, che una madre che denuncia un partner violento è una che si inventa le cose, in definitiva che la violenza sulle donne è una cosa normale e quindi non degna di nota effettiva. E questo anche di fronte a fatti eclatanti come quello di Federico Barakat.

Ma per non riconoscere queste responsabilità ci vuole anche una certa maestria: nella sentenza di primo grado del caso Barakat, s’insiste sul fatto che la potestà era rimasta ai genitori e che fosse stato dato al servizio solo l’esercizio della potestà. In quella di Cassazione si va avanti e si legge che il provvedimento del tribunale dei minori «non derivava dalla necessità di tutelare l’incolumità fisica del bambino ma dall’esigenza di garantire un adeguato sviluppo del minore in presenza di genitori inadeguati, e che entro tale confini doveva essere interpretato l’ambito di controllo demandato dall’ente pubblico», e quindi che «le finalità protettive erano – unicamente – al sostegno educativo e psicologico del bambino, a fronte della esasperata conflittualità della coppia genitoriale». Si contravviene così a ogni logica che vuol prendersi cura dell’aspetto «morale-educativo» di una persona tralasciando quello di base, e cioè la sua esistenza fisica, e soprattutto si contraddice platealmente la Convenzione europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica – redatta a Istanbul e ratificata dall’Italia in maniera vincolante nel 2013 – in cui si legge testualmente che «le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, adottando le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini» (Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza). Un passo che, sebbene non fosse «legge»ai tempi dell’omicido Barakat, dovrebbe essere comunque conosciuto e tenuto in considerazione oggi da chi ha deciso e scritto le motivazioni della sentenza di Cassazione, in quanto chiarisce come in un contesto di ipotetico pericolo, il diritto di visita di un genitore non può sovrastare il diritto all’incolumità fisica dei bambini, sempre e comunque.

Un punto che nel ricorso che la signora Penati farà alla Corte dei diritti umani di Strasburgo – come annunciato ieri in conferenza stampa da lei e dal suo legale, l’avvocato Federico Sinicato – avrà di sicuro il suo peso dato che si tratta di una norma europea vincolante alla luce della quale non si può non leggere il fatto accaduto, e al quale si potranno aggiungere diversi punti: a cominciare dal non riconoscimento di una situazione di violenza nei rapporti intimi, la rivittimizzazione della signora Penati fatta in maniera grave e reiterata dai responsabili dello staff, il non riconoscimento della violenza assistita da parte di Federico nella dinamica familiare, la mancata valutazione dei fattori di rischio della signora e del figlio, il mancato ascolto della donna e del minore.

A rimarcare questa mancanza di preparazione delle responsabili del caso sono le diverse testimonianze rese agli atti ed è proprio quella rilasciata da un’altra psicologa in equipe nel centro che fa pensare, in quanto riguardo alla psicologa e all’assistente sociale che seguivano Federico, riferisce come le sue colleghe parlassero solo di «conflittualità e delle minacce che il Barakat faceva alla madre» e di «ambivalenza della madre», dividendo così la pericolosità del Barakat in due sfere non connesse e responsabilizzando la donna della violenza subita, sempre sulla scorta della fantasia che un uomo violento verso una partner non è pericoloso verso terzi e che è la donna che se la cerca. Ed è lo stesso Don Alfredo, prete che sosteneva Penati, a riferire che malgrado la donna avesse chiesto aiuto «alle dottoresse Termini e Chiappa, queste oltre a risponderle che erano sue fissazioni, l’avevano spesso vessata e trattata con superficialità, (…) dicendole che era stata lei a scegliersi quell’uomo» (testimonianze agli atti).

Sebbene quindi fosse chiaro che il signor Barakat era un uomo violento per le denunce di Penati e sebbene il dottor Parrini del Policlinico di San Donato avesse informato il centro della «pericolosità del Barakat» (testimonianza agli atti), non solo le responsabili non presero provvedimenti all’epoca, ma vengono ancora oggi sostenute e avallate in questa inadempienza dalla Cassazione che non considera questo fatto come grave e dirimente, non facendo riferimento all’ampia letteratura anche giuridica in proposito.

In tutte e tre le sentenze non si legge mai la parola violenza malgrado sia una storia che trasuda violenza e che culmina con l’atto finale di uccisione di un figlio da parte di un padre che si è voluto vendicare su una donna che non riconosceva il suo potere e la proprietà del maschio: in completa sintonia con la logica del femminicidio. Nelle sentenze si parla invece di «conflittualità di coppia», dando la responsabilità a entrambi i genitori, tanto che nella sentenza di Cassazione si accenna anche a una mediazione tra i due ipotizzata dal centro: cosa che in caso di violenza in relazioni intime è vietata e che invece non viene contestata in nessun modo come comportamento negligente nella sentenza. Come anche, e questo forse più grave, che sia stata accolta l’istanza della psicologa sul fatto di non poter revocare gli incontri tra padre e figlio che invece – in presenza di situazioni anche ipoteticamente pericolose (non per l’incolumità fisica ma per l’equilibrio psicologico del minore) – possono essere revocati in qualsiasi momento anche solo con una refertazione medica sul bambino che non vuole vedere il padre per fondati motivi. Così succedeva per Federico che aveva paura di vedere il padre, come testimoniato dal Dottor Mazzonis, che seguiva il piccolo, e che aveva chiesto al centro che «gli incontri tra Federico e il padre fossero rallentati in virtù della forte insofferenza e del timore che il minore provava nei suoi confronti» (testimonianza agli atti).

Fatti che in quest’ultima sentenza non vengono messi in evidenza ma in cui anzi viene ribadito come non ci fossero, per gli operatori che vigilavano su Federico, «comportamenti indicativi del malessere derivante dalla relazione con il padre, tali da far scattare in capo la garante il dovere di segnalazione al tribunale dei minori».

Il problema di fondo è che queste sentenze sul caso Barakat sposano in pieno la linea di condotta dei servizi sociali che non viene mai messa in discussione con strumenti adatti, mentre invece è stata proprio la miopia, la superficialità e la mancanza di preparazione dello staff del centro che aveva in affidamento il piccolo a determinare una cattiva attenzione. Una superficialità ribadita dal legale di Penati, l’avvocato Sinicato, che proprio ieri ha messo in rilievo come nel centro di San Donato Milanese, malgrado sia potuto entrare un uomo con una pistola e un coltello che ha ucciso il figlio, ancora non si sia provveduto a installare un semplice metal detector.

Un’impreparazione che non coinvolge solo il centro di San Donato Milanese ma moltissimi servizi sparsi per tutta Italia in cui le donne che cercano un aiuto, ancora troppo spesso, trovano l’inizio di un incubo. Il vero nodo della questione, ovvero il mancato riconoscimento da parte delle istituzioni di una violenza nelle relazioni intime in atto da parte dell’uomo, fa perpetuare lo stereotipo dell’uomo che anche se violento è un buon padre, e della donna troppo emotiva e ansiosa, e quindi meno credibile dell’uomo. Per questo più volte ieri si è parlato della necessità di una Commissione d’inchiesta bicamerale che valuti il comportamento reale delle istituzioni nell’affrontare oggi sul territorio italiano il contrasto alla violenza contro donne e minori, la reale applicazione delle leggi e delle convenzioni internazionali, il destino di quei bambini che si ritrovano in una situazione di violenza domestica e che vengono costretti ad affidi coatti, messi in casa famiglia e dati in affidamento ai servizi sociali come Federico. Una Commissione che in realtà è stata già presentata in Senato con un disegno di legge proposto dalla vice presidente Valeria Fedeli, e sottoscritta trasversalmente da tutte le forze e dalla maggioranza delle senatrici, e che non viene ancora discusso ma che in realtà sarebbe il primo strumento per verificare mancanze, storture, ingiustizie e negligenze gravi, come nel caso di Antonella Penati.

Ma la storia giudiziaria che riguarda Federico Barakat appare torbida fin dall’inizio per la richiesta di archiviazione della denuncia che la madre fece subito dopo nei confronti dei tre operatori per mancata vigilanza sul bambino, richiesta che fu accolta e che solo in un secondo momento, sotto sollecitazione della parte offesa, fu respinta. Una richiesta d’archiviazione che oggi suona quasi un avvertimento.

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