Rita Chiavoni7 giugno 2013
Ho scorso alcuni blog sull'argomento ed una delle cose che mi ha colpita è come ci sia nei discorsi una sovrapposizione di piani di significato dei concetti utilizzati sulle problematiche di genere.
Non chiarire l'ambito nel quale alcuni concetti vengono utilizzati porta a
confusione.
...
Uno dei punti è sulla forza e la debolezza di un genere rispetto all’altro. Alcuni sostengono che le donne sono più forti psicologicamente, altri che non c’è differenza, altri ancora s’infilano in una problematica capziosa e sterile sul fatto che la donna è comunque alla ricerca dell’uomo forte, definendone alla fine alcune caratteristiche. Un uomo che sa ‘mantenere la calma nei momenti difficili, che conosce il suo valore anche quando gli altri non lo riconoscono, che è capace di sorridere, di resistere, di consolare, di proteggere. L’uomo forte è colui che conosce la sua stessa forza e che sa usarla a tempo e a luogo’ .
Ma questa è forza morale e ha poco a che vedere con la forza fisica, che quando esercitata con determinazione può portare la morte.
Interessante a questo proposito sono le risposte ad un articolo del fatto quotidiano firmato da A.Faiella dove si grida allo scandalo perchè la scrittrice ad un certo punto delle conclusioni scrive:
"da parte di uomini, una violenza di massa di segno opposto non esiste. Eppure, di fronte a tutto ciò, gli uomini, anche quelli sani, anche quelli non violenti dormono. Gli altri, i malati, se si svegliano è anche peggio.
E di fronte a tutto ciò io continuo ancora a sentire questa frase: “Sì, ma le donne usano la violenza verbale“. Verissimo. Infatti mi associo anch’io: “Ma vaffanculo!”
Il punto è proprio qui, la violenza fisica La violenza sulle donne c’è sempre stata, le statistiche di oggi e quelle di ieri non renderanno mai ragione fino in fondo del fenomeno. Gli stupri etnici: dal ratto delle sabine fino ai recenti fatti nelle guerre cosiddette umanitarie.
Ciò che oggi colpisce è anche qualcosa di più.
Molti uomini sono disperati a tal punto da uccidere non solamente le proprie compagne, le donne che hanno partorito i loro figli, che li hanno in molti casi aiutati in momenti difficili, ma uccidono anche se stessi ed i loro stessi figli.
A questo proposito una breve riflessione sul potere: il dramma di Medea si ripropone nell’universo maschile. Se, come ci racconta il mito e la tragedia di Euripide, Medea decide di uccidere i suoi figli non solamente per il tradimento di Giasone nella dinamica relazionale di coppia, ma anche perchè questo tradimento rappresenta la fine del matriarcato, una totale perdita di potere di lei regina tradita in terra straniera. Così gli uomini di oggi sono re senza regno.
La differenza di genere è inscritta nella biologia, non mi dilungo su questo lo propongo come è un fatto naturale.
È anche inscritto nella natura che la donna e l’uomo hanno una forza fisica differente. È un dato che la maggior parte delle donne abbiano una minore massa muscolare. Noi donne siamo fisicamente più fragili l’uomo è fisicamente più forte su questi dati c’ è poco da discutere.
Compresi a fondo questa differenza quando lessi lo splendido libro di Primo Levi ‘La chiave a stella’. E un libro di cui si parla poco inserito nella categoria della letteratura industriale. In verità è un libro ricco di umanità, proprio di quella umanità maschile che oggi appare irrimediabilmente disperata insoddisfatta e violenta.
Il protagonista Faussone, montatore di strutture metalliche ha lasciato la catena di montaggio per andare come operaio specializzato, in giro per il mondo a montare tralicci, gru e ponti.
Faussone racconta al suo amico chimico e scrittore le sue avventure per il mondo descrivendo il suo rapporto con la chiave a stella, strumento indispensabile per il suo lavoro «La chiave a stella è per noi come la spada per i cavalieri di una volta». Chi parla in questo modo è l’uomo libero della società patriarcale a cui è concesso il privilegio del viaggio, dell’azione, dell’autodeterminazione. Le donne, le zie e la fidanzata sono a casa, in attesa di un suo improbabile ritorno.
Ancora più interessante, all’interno del racconto sono le descrizioni dei paesaggi, degli ambienti precari, maschili di cantieri a tempo, in continuo movimento, nei quali durante le pause si raccontano le avventure nel monitorare e collaudare il proprio lavoro ad altezze di svariati metri, sospesi, imbracati. Insomma il regno della forza fisica, la fucina di Efeso.
Troviamo nel libro anche un richiamo al mito di Tiresia, mito estremamente significativo sulla differenza di genere.
Ebbene Levi in questo libro racconta degli uomini prima che venissero espropriati completamente del loro potere, il potere dell’autodeterminazione in una società industriale di cui l’uomo era il re.
Il potere logora chi non ce l’ha e mi permetto di aggiungere: distrugge chi l’ha perduto.
Credo infatti che dal punto di vista psicosociale è indubbio che il patriarcato sia agonizzante, non tanto perchè le donne hanno acquistato una maggiore forza sociale, quanto perchè la questione del genere nell’organizzazione sociale economica del capitalismo attuale ha perso la sua funzione, la famiglia ha perso la sua funzione.
Il femminismo stesso che ha indubitabilmente apportato alle donne se non altro una maggiore visibilità ed una maggiore partecipazione alla vita sociale ed economica, di fatto è stato inglobato.
Alcune donne hanno avuto ed hanno il potere. Ne ricordo alcune Golda Meir, Condoleezza Rice, Hilary Clinton, Margaret Thatcher, fino all’attuale cancelliera tedesca Angela Merkel. Insomma a ben pensare sono proprio loro le regine del nuovo capitalismo globale e finanziario.
La capacità camaleontica di trasformazione e di adattamento del capitale rispetto a qualsiasi conquista sociale, asservendo ogni trasformazione culturale alla regola del profitto ha prodotto un unica figura sociale: il consumatore.
Non importa se il lavoratore-consumatore è uomo o donna o bambino, l’importante è che consumi e tanto più è smarrito tanto più cercherà la bulimia del consumo. Meno sarà consapevole di se, del suo bisogno fondamentale di essere in relazione in quanto animale sociale, tanto più investirà su oggetti che possano lenire il vuoto creato dalla perdita di un modello sociale di convivenza dove scambiare relazioni ed affetti.
A fronte di questa disperata bulimia di beni, c’è l’anorressia delle relazione, l’espulsione coatta del nutrimento.
La consolazione è nel bene fittizio, adeguatamente fornito dalla pubblicità, che fa leva proprio sui vecchi simboli del potere patriarcale ormai icone sbiadite di un potere perduto.
La bella auto, la seduzione per uomini e per donne, l’iconografia della famiglia felice. Infatti, il punto è che di tutto questo non vi è più alcuna aderenza alla vita reale.
Restano immagini vuote di fronte alla precarietà del lavoro, delle relazioni e delle specifità di genere. È in questa cornice che va letta l’acuzie del sintomo chiamato femminicidio.
Nel caleidoscopio delle differenze di genere ci è stato buttato tutto: il mammo, l’omosessualità, la velina col culo di fuori, il maschio con i muscoli scolpiti che non serviranno a nulla, se non a prestazioni sessuali stereotipate e frigide , tette e peni rifatti, i bamboccioni, etc. Il tutto torna poi, destrutturato, come immagine di se, per donne e uomini, immagini nelle quali non vi è alcuna possibile identificazione, un ideale che come un miraggio nel deserto si allontana e che lascia il singolo perso smarrito, dopo aver sognato sogni non suoi.
Un Picasso dolorante come Guernica ma Guernica racconta della guerra, la guerra civile, la conquista o la riconquista di un potere perduto contro un potere che si sta conquistando.E’ un problema di sopravvivenza, di territorio, di vita.
Di fatto l’entrata nel mondo del lavoro delle donne ha tolto lavoro agli uomini, di fatto li ha costretti a condividere l’accudimento dei figli e della casa, li ha in fin dei conti costretti a condividere le loro stesse prigioni.
I salari, infatti si sono dimezzati, oggi in due si raggiunge a malapena lo stipendio che un tempo guadagnava l’uomo da solo.
Uomini e donne sono legati dalla necessità del quotidiano, prigionieri dei bisogni reali di sopravvivenza e di quelli indotti.
Oggi non ci sono più Faussoni. Nessun uomo di una classe sociale qualsiasi può partire per il mondo per cercare di sfuggire alla catena di montaggio e così nessuna donna. Il mondo è una enorme catena di montaggio e l’alienazione è la condizione esistenziale del presente, in forme mai sperimentate prima.
Nessuno, uomini e donne può decidere a mente libera la propria vita, contro la menzognera ideologia liberista che impone l’immagine d’infinite possibilità per il singolo.
Questo discorso non vuole negare l’emergenza del femminicidio, vuole cercare le ragioni profonde di questa guerra mai dichiarata, ma lunga secoli, arrivata ormai, almeno a mio parere, ad un punto di svolta. Credo infatti, che il momento storico attuale sia decisivo per un ripensamento culturale profondo non solamente dei rapporti tra i generi, ma più in generale su come organizzare la vita a dimensione umana, dove lavorare, crescere i figli, invecchiare ritorni ad essere il fluire della vita.
Vorrei a questo proposito mettere in evidenza come non si può prescindere nelle drammatiche storie della ribalta mediatica dall’aspetto personale delle stesse, non si può prescindere da sofferenze antiche e attuali dei protagonisti di queste storie, nè si può prescindere dagli antefatti, dalla cultura che permette l’isolamento nella disperazione di tante donne, ma anche di tanti uomini. Storie vissute nella solitudine, lunghe di anni, nelle quali non ci sono confidenze, parole, gesti che siano state in grado almeno di avvicinarsi al muro della disperazione, non riconoscere il disagio del vicino, dell’amico, è terribile.
La rete non esiste più, la comunicazione, il contatto, lo sguardo, sono persi, non credo per sempre, nel concetto esasperato, asettico, mortifero di privacy.
Come non si può prescindere poi, dalle condizioni economiche del momento e dal servizio non onorevole che fanno i media su queste storie, non solamente perchè finalizzato ad all’audience, ma anche per la funzione di distrazione di massa nell’enfasi posta su casi disperati e infondendo insicurezza ripropone distanza e diffidenza tra i sessi che porta a guardare con timore e dubbio i propri compagni di vita, distogliendo tutti, uomini e donne dal lavoro comune necessario a comprendersi e lottare assieme per cambiare le regole del lavoro e del vivere civile. E tra queste certamente deve essere presa in considerazione anche l’educazione alla differenza di genere. Rendere consapevoli i maschi che il loro corpo può essere un’arma e forse alle femmine anche.
Vorrei concludere con Primo Levi:
Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta della felicità sulla terra.
Primo Levi, La chiave a stella, 1978
Per sognare un mondo diverso dove la creatività di ciascuno possa essere risorsa collettiva a prescindere dal genere.
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