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sabato 15 dicembre 2018



"L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e che non avrà".
Marco Polo



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Controimmagine (122)

Un altro genere di Comunicazione
13 gennaio 2014

Ha iniziato Yamamay per vendere mutande, ha proseguito Coconuda per promuovere abbigliamento, Prada l'ha fatta sfilare in passerella.
La violenza contro le donne è decisamente di moda.
14 ottobre 2013

Luglio, anno corrente. I giornali danno la notizia di una campagna di bikeitalia. Campagna civile per i limiti di velocità. Questo il testo: "Un nuovo supereroe si aggira per le città allo scopo di salvare vite umane: il suo nome è Capitan Trenta ed è il paladino di pedoni e ciclisti. Con ironia.
Si 24
26 settembre 2013

Barilla, con i suoi alti e bassi, è da sempre la marca di pasta più acquistata dagli italiani, dagli italiani all'estero e dagli stranieri. Suo lo stereotipo della famiglia tradizionale sempre felice davanti a un piatto di pasta, l'immagine più utilizzata nelle pubblicità con cui tutti noi siamo cresciuti. Uno stereotipo, appunto, che l'azienda, a quanto pare, non vuole aggiornare al passo coi tempi.
di Francesca Bonazzoli, La 27esima ora
27 gennaio 2012

Sarà l’aria poco allegra che tira nei consumi, sarà che nel commercio non si può propinare la stessa confezione per troppi anni, fatto sta che la pubblicità dei prodotti femminili sta cominciando ad abbandonare il cliché della modella emaciata, scontrosa e imbronciata, il tipo dell’esistenzialista annoiata e nevrotica alla Kate Moss, per intenderci. Finalmente fanno timidamente capolino sorrisi, sguardi diretti, espressioni più vivaci se non intelligenti, insomma più gioia di vivere rispetto all’altezzoso e annoiato distacco delle anoressiche che ci è stato propinato più o meno negli ultimi vent’anni.

La colpa, però, non è dei pubblicitari: loro non inventano mai niente, ma rielaborano immagini già conosciute e riconoscibili, anche se in modo subliminale, che fanno insomma già parte del nostro DNA visivo e dunque provengono dall’arte. Più che mai per quanto riguarda l’immagine della donna, soggetto per eccellenza di millenni di scultura, pittura e poi fotografia.

Il repertorio che l’arte mette a disposizione della pubblicità copre tutta la gamma della bellezza fisica e psicologica femminile, ma si può dividere in due grandi gruppi: le grasse e felici da una parte e le magre e nevrotiche dall’altra.

Le donne di Wildt, con le guance scavate, le occhiaie profonde, il naso affilato e le mani lunghe e affusolate, a un passo dal sembrare artigli, appartengono a pieno titolo al secondo gruppo. Ma a loro volta hanno illustri antenate o contemporanee, prime fra tutte le femmes fatales della Vienna fin de siècle di Klimt: le Giuditte, le Salomé e le signore dell’alta borghesia industriale praticamente coeve alle vergini, alle Marie e sante immacolate di Wildt: queste ultime più spirituali nei pensieri, ma non meno nevrotiche nelle apparenze.

Un altro celebre cultore della bellezza emaciata fu Edvard Munch che, nella vita, le donne le temeva davvero e infatti le dipinse anche come Vampiri. Ma l’elenco sarebbe troppo lungo: andare a cercare questo modello muliebre nel Novecento appare fin troppo facile e basti pensare a Kirchner, Schiele o Helmut Newton. Quello che può sorprendere di più è invece ritrovare la bellezza estenuata già nel Cinquecento, nella prima epoca nevrotica, quella manierista.

Dopo le bellezze perfette, serene e sensuali di Raffaello, Giorgione, Leonardo e Tiziano, gli artisti si interrogarono su come superare tali maestri e non trovarono di meglio che accentuare la perfezione ideale della Bellezza trasformandola in artificiosità. Ecco quindi che Parmigianino inventa ben prima di Modigliani colli allungati, teste piccole e espressioni malinconicamente assenti.

Lo stesso si può dire per le figure dai volti allampanati del Rosso Fiorentino, delle nobildonne algide e assenti di Bronzino o di quelle serpentinate e dagli occhi interrogativi del Pontormo, accusato di essere tedesco, ovvero di aver abbandonato l’armonia della venustà classica per quella gotica, alla Cranach, il padre di tutte le donne ossute della pittura nord europea.

Insomma, quando ad essere rappresentata non è tanto la donna, quanto la sua idea, allora assistiamo alla stilizzazione mentale della sua forma

come già era successo nel Quattrocento per esempio con Pisanello e Cosme Tura che dipingevano donne uscite dall’immaginario fiabesco dei poemi di corte e cavallereschi, più illustrazioni da codice miniato che rappresentazioni reali. Una tentazione in cui cadde anche Botticelli, con le sue donne algide e distanti, più mentali che carnali, il tipo femminile in voga nella Firenze neoplatonica, opposto a quello esaltato a Venezia, capitale della prostituzione dove certi predicatori come il Savonarola non potevano mettere piede e dove veniva apprezzata la Venere formosa e sensuale.

Alla base di ogni ideale di bellezza, quale che sia, ci sono dunque gli stereotipi sulla virtù morale della donna, gli stessi imperituri, da secoli.

Da una parte la donna diavolo tentatrice (Eva) e dall’altra la donna vergine e santa (Maria), una rielaborazione cristiana del kalòs kai agathòs greco dove al bello corrisponde il buono morale (mentre in Grecia il buono era civico). A stabilire il canone di bellezza, poi, è sempre l’uomo, dal mito di Paride in su: è lui ad assegnare la mela che sancisce il modello.

Soltanto, a volte, l’uomo è confuso e non sa se preferire Eva o Maria finendo così per mescolare i canoni di bellezza, se non addirittura i generi sessuali come fecero Michelangelo che mascolinizzò le donne o Leonardo che femminilizzò gli uomini.

Nel frattempo, per la donna, la cristianità ha trovato una terza via, quella della Maddalena penitente, la peccatrice che non può ambire alle virtù di Maria, ma che può redimersi attraverso la preghiera, il digiuno, la sottomissione.

Siamo entrati nel secondo millennio ma anche a causa della pubblicità che li perpetua, gli stereotipi sulla bellezza femminile non sono cambiati.
di Giovanna Cosenza, dis.amb.iguando
24 novembre 2011

Manca un giorno al 25 novembre, che è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e ci risiamo: come ogni anno, siamo circondate da campagne che mostrano volti e corpi femminili tumefatti, donne che strisciano a terra, che si nascondono in un angolo buio, che si riparano col braccio, e altri orrori del genere.

È talmente ovvio, che ormai dovrebbero saperlo tutti, eppure – evidentemente – gli operatori sociali, le associazioni, le istituzioni che si occupano di violenza contro le donne e i consulenti che realizzano per loro queste campagne non l’hanno ancora capito.

Dunque lo ripeto: non si combatte la violenza con immagini che la esprimono. Né si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come vittime.

Di qui poi a dire in positivo come una campagna su questo tema dovrebbe essere, ne passa: fare comunicazione sociale è difficilissimo, ben più difficile che fare pubblicità commerciale. Ma i due «non» che ho appena detto sono fra le poche certezze da cui partire. Eppure, ogni anno, nessuno li prende in considerazione.

Prendo un solo esempio del 2011, la campagna di Intervita. Queste sono le affissioni in zona Milano e gli annunci stampa sui maggiori quotidiani in questi giorni (clic per ingrandire):



Cosa vedo? Il volto di una bella ragazza con gli occhi chiari e la bocca attraversata da grossolani punti di sutura, e una scritta che le dà della cretina e le ordina di tacere.

Certo, l’intenzione di Intervita è mostrare la scena per dire: «Non si fa, non si chiude la bocca a una donna come fosse una cretina». Ma cosa, nel manifesto, dovrebbe indurci a concludere che «non si fa»? Niente: pensa «non si fa» solo chi già lo pensava prima di vedere l’immagine e leggere la scritta, chi è già consapevole di essere di fronte a una campagna contro la violenza sulle donne.

Per il resto, vedo l’ennesima metafora appiattita sulla raffigurazione del suo significato letterale (un po’ come le maniche rimboccate di Bersani e il vento che alzava la gonna del Pd romano).

Ma vedo soprattutto l’ennesimo accanimento fisico (quell’ago che ha cucito la bocca…) su una figura femminile. Bella, per giunta, perché le donne in pubblicità vanno così. E cretina, perché lo dice la headline.
di Kyrahm
8 novembre 2011

La body art estrema attua pratiche che hanno origini antichissime (body mods, sunspension, piercing, scarification) e rende il corpo protagonista assoluto considerandolo soggetto e oggetto dell’espressione artistica ed esibendolo come opera e pone una riflessione su interventi sul corpo socialmente accettati (chirurgia estetica) e modificazioni corporee che hanno faticato (e continuano) a proporsi come modelli alternativi diffusi. C'è un atteggiamento condiviso che impone ciò che è giusto o sbagliato in proporzione all'autodeterminazione. Più un corpo autodetermina se stesso (ad es. transessuali, freaks) più è considerato deviante perchè non omologato alla società (il corpo deviante somiglia a se stesso e non alla società, quindi potenzialmente pericoloso per l'equilibrio e sfuggente alle dinamiche di controllo). 


A partire dagli anni Settanta le arti cosiddette "canoniche" subiscono un definitivo cambio di rotta approdando a una privilegiata, inquietante terra di conquista: il corpo. Nasce così l'arte estrema: la comparsa della carne e della sua "violazione" è un evento epocale, "epifanico", il territorio in cui esplodono tensioni e perversioni che hanno "strisciato" silenziosamente nelle epoche passate. I miti del martirio rivivono nelle torture, nelle crocifissioni nelle pratiche del dolore e del sangue. Dalle performance del Living Theatre alle sfide della Post-Porn Art, dalle provocazioni di Urs Luthi alla scioccante "esperienza" di Franko B. (Savoca - Arte estrema).

Esponente italiana della body art contemporanea l'artista Kyrahm: la sua ricerca esplora la body art estrema, la live art e indaga il rapporto tra i generi coerentemente con la Teoria Queer per musei, gallerie, teatri, festival internazionali. Elabora le Human Installations, performance apocalittiche dal forte impatto emotivo dove tutto ciò che avviene è reale, non c'è interpretazione.
"Da piccola rimasi colpita dalla straordinaria crudezza e verità delle opere di Caravaggio. Credo che per quegli anni l'impatto delle sue opere con le persone dell'epoca fu piuttosto violento e sono convinta del fatto che l'arte migliore sia quella dove il pubblico è colpito da uno shock cinestetico.

L'incontro con la performance fu durante gli anni del liceo: in quel periodo mi esprimevo soprattutto attraverso l'arte tradizionale (disegno, pittura, scultura) ma sentivo forte la necessità di un'estensione ulteriore. Ho una formazione artistica accademica e tra tutte le forme d'arte rimasi affascinata dalla performance art ed il linguaggio della body art estrema è uno dei tanti mezzi espressivi. Rimasi colpita da alcuni testi sulla body art che parlavano di Marina Abramovich, l'artista serba che durante le sue performance spinge il suo corpo al limite della sopportazione. Capii presto di avere una naturale predisposizione: ricordai che da piccolissima stavo intere giornate in silenzio ed ho la fortuna di avere un elevato livello di soglia del dolore.

Le prime sperimentazioni con il playpiercing furono a casa mia. Mentre ascoltavo la Carmen fui travolta da un impulso intenso: creai una composizione di aghi, fiori, frutta e perle sul mio corpo ispirata da un quadro di Arcimboldo. Avevo recuperato centinaia di  fiori che inserii al posto della siringa di oltre 300 aghi che penetravo delicatamente nella mia carne. Alla fine ero quasi completamente ricoperta di rose e gigli bianchi, come se crescessero naturalmente dal mio corpo.
D'accordo con Lea Vergine, attraverso gli aghi nella mia carne ho sbloccato le forze del mio inconscio, scatenando conflitti tra desiderio e difesa, tra licenza e divieto, tra contenuto latente e contenuto manifesto, tra pulsioni di vita e pulsioni di  morte.

Le pratiche di autoinflizione sono solo linguaggi che ho recuperato dagli ambienti underground. Parafilie e affini sono derivazioni eventuali e non il punto di partenza. Per quanto mi riguarda quindi non c'è una tendenza masochistica, si tratta solo di una scelta estetica. Il corpo è il mio mezzo, territorio semantico, così come anche per altri artisti (Orlan, Franko B).
Credo fortemente che accanto ad azioni simili sia necessaria una ricerca estetica minuziosa. Altrimenti si tratta soltanto di pratiche fine a se stesse.

Tra le performance "Human Installation III: Sacrifice" dove avviene una vera crocifissione con la tecnica della sospensione e Kyrahm piange sangue togliendo aghi inseriti nell'arcata sopraccigliare. E' una dedica all'amico e grande artista americano Ron Athey, tra i primi a proporre performance tra body art estrema e iconografia cristiana.
"Più che body artist preferisco definirmi live artist" afferma Kyrahm.
La live art è un termine anglosassone che designa un tipo di performance fruibile nell’ambito dell’arte contemporanea.
Molta parte del mio lavoro è una riflessione sulla bellezza minimale dell'essenzialità.

Tra le opere “Human Installation 0:Chrysalis”: rinchiusa in un bozzolo per 30 ore in una piazza di Roma, con collegamento web 24 ore su 24, ho inaugurato il Festival di performance Mut-azioni Profane da me scritto e curato con Julius Kaiser. Una volta distrutto il bozzolo, ho aperto l'evento ricominciando a nutrirmi e riprendermi a teatro per poi iniziare "Human Installation II:Life Cycle": un neonato di 18 giorni che piange, la pubertà che si copre imbarazzata, soggetti anziani che mostrano i vecchi corpi. Il neonato è uno dei più giovani del mondo nella Storia del Teatro e della Performance Art.

"Human Installation I:Obsolescenza del genere", è selezionata tra le 30 più belle del mondo negli USA e vincitrice della sezione performance del Premio Arte Laguna 2009 e presenta corpi di soggetti transessuali. Julius Kaiser, drag king, effettua la trasformazione da donna a uomo sulla scena.
Ho istituito il movimento artistico italiano Human Installations.
“EX CORPORE”, video, installazione e performance è l'opera realizzata con gli oggetti originali provenienti dalle performance dei body artist più importanti del mondo. Lavoro documentato nel film "Kyrahm Cries Blood" di Julius Kaiser.
 
La mia performance "Marie's Baby" è una evoluzione de "Il gioielliere" – presentata all'evento collaterale della Biennale di Venezia 2009 Blue Wedding, per il festival di arti performative Corpo al museo di Nocciano a cura di Sibilla Panerai, alla Dinnerwave Art Gallery in  Arizona e per i festival Mut-azioni Profane e Female Extreme Body Art di Roma  (da me ideati con Julius Kaiser).
L'opera ha preso parte al progetto Woyzeck ideato dal Collettivo Cercle in collaborazione con Kyrahm e Julius Kaiser, Pino Genovese, Marina Sciarelli, Nicole Riefolo, Nonosolotango.

Parla di violenza contro le donne, del rapporto tra i generi e la sua fluidità coerentemente con la Teoria Queer.
Durante la performance Julius Kaiser, performance artist e drag king – donna che si veste da uomo per spettacolo – inserisce gli aghi nella mia carne, creando una composizione estetica di aghi e perle inserite nella mia schiena.
Io mi volto e continuo a ferirmi all'altezza del petto: il sangue che scorre sull'immagine proiettata del bambino sulla pancia rimanda alla trama del Woyzeck dove la protagonista, Marie, viene brutalmente uccisa dal compagno soldato dopo che questi scopre una relazione di lei con un altro.
Il gioiello usato per ferire la carne è rappresentativo del tema atavico delle differenze di classe e dei giochi di potere legati ai ruoli di genere.
Ma è anche rappresentativo della brutale violenza spesso omicida attuata sulle donne.

www.kyrahm.com


di Giovanna Cosenza, dis.amb.iguando
20 ottobre 2011

È firmata da McCann Worldgroup Italia la nuova campagna 4 Salti in Padella Findus, on air dal 2 ottobre.

Si rivolge alle mamme e mogli italiane, gridando loro, in generale, «Attenzione alla bontà», e in particolare queste tre cose: «Attenzione mogli! Volete uscire a cena? Non proponete mai a vostro marito questo piatto!»; «Attenzione mogli! Vostro marito a cena non dice una parola? Via questo piatto da tavola!»; «Attenzione mamme! Questo piatto trattiene i figli a casa oltre il compimento di 40 anni!». Con tanto di punti esclamativi, perché l’allarme sia più forte.

«È ironica e surreale», fanno sapere dall’agenzia. Ah.

Vediamo.

Ironica perché dice una cosa ma intende l’opposto. Cioè invita le mamme e mogli a non scongelare quei piatti e metterli in tavola, ma vuole invece invogliarle a farlo, tanta e tale è la bontà. Poiché fra i modi in cui funziona l’ironia c’è il capovolgimento, d’accordo, sì, è ironica.

Surreale non direi, non nel senso del surrealismo. Forse nel senso esteso in cui alcuni dicono «surreale» per significare «oltre il reale», «fuori dal reale». La campagna infatti è concepita e disegnata come quelle fra gli anni Cinquanta e Sessanta: font, colori, rappresentazione della donna nel ruolo di casalinga, moglie e mamma che cucina. Essendo fuori dall’oggi, è fuori dal reale.

Tranne che per un dettaglio: i figli a casa fino a 40 anni. Uhm.

Andiamo avanti.

L’ironia, se ben fatta, se la prende con un bersaglio di cui si ride assieme. E per capirla (e riderci su) dobbiamo cogliere e condividere il bersaglio che ha in mente chi la fa.

Ora, di chi vuole che ridiamo la campagna 4 Salti in Padella? Dei mariti che non parlano con le mogli e non le portano fuori? Delle mogli che subiscono la situazione? Dei bamboccioni a casa fino a 40 anni? Di tutti un po’? Uhm.

Dei bamboccioni di questi tempi c’è poco da ridere: restano a casa perché non lavorano e non possono permettersi di andarsene. Altro che 4 Salti in Padella.

Delle mogli che sopportano mariti musoni e pantofolai… mah. Ci sono? Quante sono? Dove? Ah già, non le devo cercare nell’oggi: è surreale.

O forse la campagna ride di un’Italia che nel 2011 è molto più simile agli anni Cinquanta-Sessanta di quanto ci saremmo immaginati? Di un’Italia che vorrebbe tornare agli anni del boom economico ma non può?

Insomma il bersaglio non è chiaro. E quando invece lo è, non c’è niente da ridere, casomai da arrabbiarsi: per il ruolo riservato a mogli, mariti, figli e compagnia bella.

Allora magari l’aggettivo giusto è: nostalgica. Per quell’impressione che ti coglie quando la vedi da lontano. Per quel richiamo alle mamme di una volta. La mamma è sempre la mamma, no?

Ma no, neppure questo va bene: di solito la nostalgia dipinge il passato come un rifugio rassicurante, mentre la campagna 4 Salti non lo fa. Non c’è niente di rassicurante in una mamma (e moglie) che scalda surgelati industriali invece di impastare tagliatelle con le mani.

Inquietante, ecco cos’è. E a tratti pure irritante. Povera Italia. Povera pubblicità.





di Giovanna Cosenza, dis.amb.iguando
7 luglio 2011

In attesa della manifestazione «Se non ora quando, un paese per donne?», che si terrà a Siena il 9 e 10 luglio, Annamaria Testa e io abbiamo fatto una chiacchierata sulla questione femminile in Italia, su ciò che è accaduto negli ultimi tre o quattro anni, sull’accelerazione degli ultimi mesi, sul femminismo storico, sul futuro, le difficoltà e i rischi del movimento neofemminista italiano.

Ne è venuto fuori un video di venti minuti per Esemplare tv, la neonata web tv di Didi Gnocchi.




di Maria Luisa Agnese, 27esima ora
24 maggio 2011



Per una bizzarra coincidenza mi sono trovata di fronte alle donne violate di Paul McCarthy in mostra a Punta della Dogana a Venezia proprio nei giorni della bufera internazionale scoppiata intorno alle accuse di violenza sessuale a Dominique Strauss-Kahn. Le statue dell’artista americano sono in gesso e silicone, donne a grandezza naturale sdraiate su un tavolaccio da lavoro, corpo nudo e gambe larghe quasi abbandonate e perlopiù senza testa o meglio con la loro testa/volontà/anima annientata, in quanto sormontata da un grosso testone maschile.

Schiacciate dall’oppressione sessista della società, si vedono negata l’identità di genere: sessuale, sociale, persino estetica. Sostando in quella sala, dove le donne sono attorniate da una serie di busti maschili in bronzo con i volti stravolti in fattezze di porco, ci si sente avvolti dalla brutalità del potere maschile e si viene colti da un disagio molto forte, si vorrebbe fuggire da quel laboratorio dell’orrore – come fa una signora spagnola che dice “Per me é insopportabile” – in quanto accerchiati da quel connubio di potere e sesso su cui, secondo la denuncia dell’artista, si fonda la società americana.

E che fa capire come la questione femminile sia ancora indietro e di parecchio. Tanto più che spesso le donne diventano vittime consenzienti del meccanismo mediatico che valorizza/annienta i loro corpi. Ma soprattutto, mettendo a confronto l’opera di questo artista con gli echi che arrivano dalla Francia di legittimi garantismi e di indulgenze preventive – molto preventive – verso il suo brillante politico da esportazione investito dallo scandalo, Dominique Srauss-Kahn, il senso di sgomento aumenta. In quella stanza pensavo che avrei voluto invitare a sostare per un momento Carmen Llera, vedova Moravia, autrice di una Lettera al Corriere in cui assicurava che Strauss-Kahn, che lei conosce bene, “non è un uomo crudele primitivo o sadico, ama il sesso, non mi sembra un delitto”, liquidando il tutto con un già leggendario “so what?”.

Chissà, forse in quella stanza riuscirebbe anche lei a mettersi in ascolto e a intercettare per un attimo i diversi desideri e le brutali umiliazioni di altre donne che non riescono a prendere i rapporti di sesso e potere con altrettanta brillante leggerezza. La mostra di Venezia, dove le statue di Paul McCarthy sono esposte insieme a quelle di molti altri autori contemporanei, si chiama, preveggentemente, Elogio del dubbio, a dimostrazione che l’arte è chiamata prima di tutto a far riflettere. Ma qualche volta, anche, a suscitare l’indignazione, specie se i tempi lo richiedono, come ha reclamato un pensatore francese carico di anni e di esperienza,

Stéphane Hessel, in un suo libretto, Indignatevi, diventato in un baleno best seller internazionale. Fra dubbio e indignazione in questo caso da che parte state? La forza simbolica di quelle immagini fortissime di Paul McCarthy mi ha convinto che il dubbio è un esercizio che talvolta può tramutarsi nel suo contrario: nel dubbio, dunque, io m’indigno, e voi?

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