Questo sito fa uso di cookie, anche di terze parti, ma non utilizza alcun cookie di profilazione. Per prestare il consenso all’uso dei cookies (leggi l'informativa) cliccare su "Accetta".
Zeroviolenza su Facebook 
Zeroviolenza su Twitter  
Canale Youtube di Zeroviolenza  
Zeroviolenza su Google PLus
sabato 15 dicembre 2018



"L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e che non avrà".
Marco Polo



Il tuo 5x1000 a Zeroviolenza! CF 97524750581

News (11564)

Mercoledì, 30 Novembre -0001 00:00

No all'ergastolo, 7 donne su 10 avevano denunciato

No More!
24 11 2012

PER IL 25 NOVEMBRE GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

NO MORE! “NON SERVE CONDANNARE GL UOMINI ALL’ERGASTOLO PER IMPEDIRE ALTRI FEMMINICIDI. SERVONO FINANZIAMENTI E PREVENZIONE”

“7 DONNE SU 10 AVEVANO DENUNCIATO PRIMA DI ESSERE UCCISE”

Hanno aderito:
Susanna Camusso, Serena Dandini, Riccardo Icona, Laura Puppato, Nichi Vendola, Antonio Di Pietro, Nicola Zingaretti, Luigi Manconi, Daniele Vicari,  Rosa Calipari, Gianrico Carofiglio, Loredana Lipperini, Giuliana Sgrena

Comunicato stampa                                                        Roma, 24 novembre 2012

NO MORE! la Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio promossa dalle maggiori associazioni italiane che si occupano da anni di violenza contro le donne dice NO  all’annunciata proposta di legge Buongiorno- Carfagna che punta a un aggravamento delle pene, fino all’ergastolo, per i responsabili di femminicidio. “Non serve condannare gli uomini all’ergastolo per impedire che altri uomini commettano femminicidio, serve lavorare sulle prevenzione” ha detto Vittoria Tola  di NO MORE! “E’ una proposta demagogica perché arriva da un Parlamento a fine legislatura. 7 donne su 10 prima di essere uccise si sono rivolte inutilmente alle forze dell’ordine senza una risposta” - prosegue TOLA - “Chiediamo ai politici e alle istituzioni di lavorare sulle prevenzione, finanziando immediatamente l’attuazione di misure concrete. Siamo il paese che continua a proporre leggi e a non verificare come e se funzionano. Le leggi e in particolare le leggi penali sono solo una parte della soluzione del problema”.

Per questo la Convenzione NO MORE! ha proposto una piattaforma di proposte concrete che da subito  permettano alle donne di rivolgersi con fiducia allo Stato per spezzare le catene di violenza. NO MORE! ha avuto il plauso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed è in attesa di un riscontro dal Presidente del Governo Monti per discutere della piattaforma della Convenzione.

NO MORE! chiede una rilevazione dei dati sistematica continuativa, integrata e omogenea, sulla violenza sulle donne-femminicidio, su tutto il territorio nazionale da parte dei diversi servizi coinvolti (Centri antiviolenza, Forze dell’ordine, Pronto soccorsi, Servizi socio sanitari etc.). L’ultima rilevazione è il rapporto Istat 2007.
NO MORE! chiede la revisione del Piano Nazionale contro la Violenza varato dal governo nel 2011.
NO MORE! chiede la formazione permanente di tutti i soggetti che possono concorrere alla prevenzione della violenza contro le donne-femminicidio:
le forze dell’ordine; il personale dei servizi socio sanitari compresi quelli dedicati all’immigrazione, i medici di base, la magistratura, l’avvocatura, i pubblici ministeri e il personale dei tribunali civili, penali e minorili.

NO MORE! chiede che ogni Regione abbia una sua legge regolarmente finanziata che permetta ai Comuni di avere risorse certe per sostenere nei piani di zona i servizi di prevenzione, sensibilizzazione, protezione e contrasto alla violenza.

La convenzione è promossa da: UDI Nazionale (Unione donne in Italia), Casa Internazionale delle Donne, GiULiA (Giornaliste unite, autonome, libere), D.i.Re (Donne contro la violenza), Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW”: Fondazione Pangea onlus, Giuristi Democratici, Be Free, Differenza Donna, Le Nove, Arcs-Arci, ActionAid, Fratelli dell’Uomo.

Per il Testo integrale della Convenzione:

www.nomoreviolenza.it
facebook.com/nomoreviolenza
twitter.com/nomoreviolenza
Per la Stampa: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Comunicato Stampa
22 11 2012 
 
DONNE CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE
OCCUPAZIONE SIMBOLICA DELLA REDAZIONE DEL FATTO QUOTIDIANO
                                                                                             
Oggi in previsione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, 25 novembre, un gruppo di donne occupa  simbolicamente la redazione del FATTO QUOTIDIANO.
Questo giornale, come molti altri, è responsabile di una comunicazione e informazione errata che contribuisce a costruire una cultura mistificante della violenza sulle donne. 
 
117 è il numero delle donne uccise dall'inizio dell'anno per mano di uomini. 
 
L'uccisione delle donne, ci dicono le statistiche, solamente l'ultimo atto di unatragedia che dura anni ed è fatta di violenza fisica, psicologica ed economica all'interno delle mura di casa.
Il 93% delle violenze perpetrate da ex non viene denunciato. Solo il 6,2%delle violenze è opera di sconosciuti, mentre il resto dei maltrattanti sonopartner o ex partner. Sono 6,743 milioni le donne tra i 16 e i 70 anni che, almeno una volta nella vita, sono state vittime di violenza, pari al 31,9% della popolazione femminile (Rapporto Istat, 2007). La casa dunque non è quel luogo sicuro in relegare le donne. 
 
Il termine Femminicidio lo abbiamo ereditato dal Sud America dove è stato scelto per definire la strage delle donne di Ciudad Juarez (Messico), in atto dai primi anni '90. Con questo termine si volevano indicare gli omicidi di donne “in quanto donne”, ovvero gli omicidi basati sul genere, ovvero la maggior parte degli omicidi di donne e bambine.
Questo termine, che nell’ultimo periodo ha fatto la sua comparsa sui media main stream e nella rete, dunque non può essere utilizzato a sproposito: non tutte le donne che perdono la vita sono vittime di femminicidio.
 
Il femminicidio è solamente l’ultimo atto di un percorso di violenza perpetrata dagli uomini sulle donne per esercitare una forma di dominio in casa, sul luogo di lavoro, nella società tutta. E’ un’offensiva agita capillarmente e si consuma sui nostri corpi. Secondo i dati diffusi dell’OMS il femminicidio è la prima causa di morte nel Mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni.  
Le giornaliste e i giornalisti, continuando a scrivere che il femminicidioavviene in preda di raptus, attacchi di follia, di rabbia o gelosia piuttosto che passione, contribuiscono a giustificare la violenza sulle donne. 
 
Accostare al femminicidio qualunque tipo di sentimento che non sia l’odio verso le donne, di fatto contribuisce a creare una cultura della tolleranza,dell’accettazione e della giustificazione della violenza sulle donne. E’ inoltre necessario evitare di infarcire il racconto con morbose descrizioni degli atti violenti vittimizzando la donna.
 
I media si devono assumere le responsabilità politiche sulla narrazione della violenza.
 
 E’ fondamentale inoltre imparare a narrare atti violenti che riguardano persone trans. E’ fondamentale in proposito utilizzare il genere da loro scelto come proprio e non quello di nascita. Sbagliare il genere è annientarla o annientarlo nuovamente come persona. 
 
E’ necessario infine informare sui luoghi che possono aiutare le donne a uscire dalla violenza.
I centri antiviolenza, luoghi dove le donne possono trovare assistenza fisica, psicologica, legale e sanitaria oltre che – a volte – un posto letto, sono già fortemente attaccati dai tagli che colpiscono il welfare. 
 
Non oscurateli occultando la loro esistenza: comunicando alle donne che esistono luoghi sicuri a cui rivolgersi potreste contribuire a salvare le loro vite.
 
Donne contro la violenza di genere. 25 novembre 2012.

articolo

Mercoledì, 30 Novembre -0001 00:00

Cosa provoca la Pas?

23 11 2012 
 
Per presentare questo importante incontro che si svolgerà oggi, venerdì 23 novembre a Napoli alle ore 9.00 (presso Maschio Angioino – AntiSala dei Baroni – piazza Municipio), dal titolo “Adultocentrismo, separazioni conflittuali, nuove forme di violenza su donne e bambini. La terapia della minaccia e l’allontanamento coatto nelle c..d. case famiglia”, propongo la lettera che il prof. Aldo Rovatti, Ordinario di Filosofia a Trieste, ha scritto sul caso del bimbo di Cittadella (Padova) pubblicata tempo fa sul “Piccolo”, giornale di Trieste.

Lasciate in pace Lorenzo

di Pier Aldo Rovatti

Chi “ha solo bisogno di essere lasciato in pace” è il bambino di dieci anni diventato in questi giorni il bambino più noto d’Italia. Un breve e agghiacciante video l’ha mostrato a milioni di persone mentre veniva trascinato per i piedi fuori dalla sua scuola, a Cittadella di Padova, in ottemperanza a un ordine del tribunale per i minori.

Ora è custodito in una comunità che qualcuno chiama graziosamente “casa famiglia” ma che è un luogo protetto e custodito, dal quale non può uscire e nel quale la madre non può entrare. Chi ha pronunciato la frase virgolettata è il Garante per l’infanzia: dopo essere andato a visitarlo assicura che sta bene, socializza con gli altri bambini e dorme senza incubi. Come dire: tanto rumore per nulla, si calmino proteste e indignazioni popolari, è tutto okay. Ci si premura perfino di rendere noti i temi che lui compone scrivendo che gli alberi si alleano per passare indenni l’autunno. Si abbassino dunque le luci dei media, si arresti il corteo dei visitatori istituzionali che non fanno altro che disturbarlo.

Non mi interessa tanto scavare in questa storia allucinante, ripercorrere lo svolgimento dei particolari della vicenda: non sarebbe neppure possibile farlo poiché non se ne sa abbastanza. A me preme solo ricordare che è una guerra tra un padre e una madre (una delle tante o tantissime guerre sanguinose tra genitori separati) arrivata a un esito legale estremo, e che c’è di mezzo la psichiatria. È infatti in nome di una sindrome (la pas, ovvero Sindrome di Alienazione Parentale) assai discussa, al punto da non essere accreditata neppure nel Manuale diagnostico internazionale (la bibbia americana del settore), che si è arrivati all’epilogo documentato nel video che ha scosso l’opinione pubblica.

Dunque, una guerra sulla pelle di un bambino. Un epilogo violento contro la volontà di quel bambino, che si dimenava, scalciava, urlava di lasciarlo stare. Questo è l’unico aspetto che mi interessa, il centro di tutto, il limite che non andava valicato, ed è a mio parere intollerabile che questo “contro la sua volontà” venga adesso relativizzato, derubricato a un “non si poteva fare altro”, quasi cancellato, come se si trattasse di un male minore in vista di un bene maggiore. Da cui le successive (e penose) premure tranquillizzanti: “sta meglio”, “sta bene”, niente contraccolpi emotivi, guardate come dorme sereno dopo che le suore lo hanno infilato con amore nel letto e il papà gli ha dato il bacio della buonanotte.

Ci sono tanti modi per prendere in giro la gente: la favoletta che ci viene raccontata vorrebbe far dormire in pace anche tutti noi. Ma basta correggere solo un poco la frase di quel Garante dell’infanzia per far scoppiare la zuccherosa bolla di sapone. Lui ha detto: “il bambino ha solo bisogno di essere lasciato in pace”. Noi possiamo correggere: “Lorenzo aveva solo bisogno di essere lasciato in pace”. Invece è stato tirato fuori di peso dalla “sua” scuola, quasi estratto dal guscio. Non bisognava farlo, punto. Nessuna batteria di assistenti sociali, psicologi, psichiatri, neppure la migliore del mondo, potrebbe in coscienza affermare il contrario. Eppure è accaduto, e tutti hanno detto di sì al gesto poliziesco, ciascuno ha vestito l’uniforme della forza e dell’ordine, non senza l’arroganza di chi è nel giusto. Compreso il padre.

Se zoomiamo sulla scena vediamo questo padre, in prima persona, che trascina fuori il figlio (e forse potremmo anche riconoscere lì presso lo psichiatra che ha diagnosticato l’“alienazione parentale”). Bell’esempio di padre, che si prende con la forza quel che gli spetta infischiandosene delle conseguenze traumatiche. Una bella dormita nell’istituto protetto e passa tutto, i bambini – si sa – sono duttili, dimenticano presto. E, soprattutto, non hanno una volontà loro, e, se la manifestano, è una volontà fagocitata, plagiata. Appunto!

Sento già questo padre obiettare: “e la madre?”. E lei che mi ha alienato Lorenzo, che me l’ha messo contro in anni e anni di sistematica distruzione del rapporto con mio figlio! Io ho finalmente rimesso le cose al loro posto, grazie all’aiuto della Giustizia.

Ma il bambino stava bene o stava male? A quel che sappiamo, per quanto abbiamo visto, e soprattutto ascoltando il bambino, prestando orecchio al suo desiderio, non nascondendoci il suo evidente turbamento, nessuno può concludere che stava male, anzi sembra proprio che stesse bene e che godesse di una pace più che discreta. Forse era perfino felice”.

articolo

Corriere.it
22 11 2012


ROMA - Regina Coeli, l’infermeria è ancora quella attraverso la quale passò Stefano Cucchi durante il suo calvario in carcere. Scoppiano di detenuti i penitenziari romani: oltre al tradizionale sovraffollamento del carcere di via della Lungara (1044 detenuti per 600 posti) anche Rebibbia Nuovo Complesso sta ora registrando un record di presenze, ben 1800 detenuti.

PROBLEMI SANITARI - Su tutti incombono i problemi della sanità (farmaci spesso non disponibili, lentezza nei ricoveri, convenzioni con gli specialisti a volte sospese…), ma il primo grande problema è Regina Coeli. Così la nuova rilevazione curata dall’associazione Antigone, «Senza dignità: IX rapporto», che mercoledì mattina viene presentata da Patrizio Gonnella alla Stampa Estera, presente il vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) Luigi Pagano.

GLI SPRECHI - E intanto Gonnella anticipa una denuncia: «A Regina Coeli sono stati spesi 500 mila euro per riparare il riscaldamento, ma non funziona. Nei due reparti interessati i detenuti affronteranno un altro inverno al gelo». «L’VIII sezione è parzialmente chiusa, mentre la V e la VI lo sono per intero, a causa della loro inadeguatezza abitativa – così inizia la descrizione del carcere più noto di Roma, Regina Coeli-.. Due anni fa Antigone denunciò condizioni di vita inaccettabili, con detenuti costretti a vivere in pieno inverno senza riscaldamento e a lavarsi con l’acqua gelida. Ciò rende ancor più drammatiche le condizioni di affollamento. A fronte di una capienza inferiore ai 600 posti letto il 10 ottobre 2012 erano presenti in istituto 1044 detenuti. I provvedimenti di legge presi dal vecchio governo Berlusconi e poi dal nuovo governo Monti non hanno avuto incidenza deflattiva. Quasi tutti gli spazi destinati alla vita in comune, alla scuola e alle attività penitenziarie sono oggi utilizzati come dormitori. Le celle del centro clinico, previste per la degenza, ospitano detenuti comuni che non hanno trovato posto altrove. Molte celle sono dotate di coperture alle finestre, che vengono giustificate con la vicinanza agli alloggi del personale di polizia e ad abitazioni private, con l’effetto di rendere ancor più angusta la vita interna diminuendo fortemente il passaggio di aria e luce naturale. L’ora d’aria viene effettuata in stretti cortili cementificati».

INCHIESTA - E poi ecco il nodo irrisolto della sanità: «Nell’estate 2012, la Asl RmA ha reso nota un’indagine relativa al centro clinico dell’istituto dalla quale sono emerse condizioni igieniche, strutturali e sanitarie degradatissime. Su sollecitazione anche del ministro Severino, la Regione Lazio ha avviato un’inchiesta amministrativa sulla situazione. La storia recente dell’istituto è costellata da episodi drammatici, a cominciare dalle morti di Stefano Cucchi e di Simone La Penna per le quali i procedimenti penali sono attualmente in corso. Nel luglio 2012 il medico della settima sezione, Rolando Degli Angeli, è stato condannato con rito abbreviato a due anni e otto mesi di reclusione per le torture inflitte a un detenuto, mentre il suo collega infermiere Luigi Di Paolo è stato rinviato a giudizio».

FREDDO - E intanto si preannuncia un nuovo inverno con alcuni reparti al freddo, nonostante gli interventi e i soldi stanziati dalla Regione Lazio. “Ogni tanto qualcuno chiede di chiudere Regina Coeli – spiega Patrizio Gonnella -. Ma il vero problema è che fine fanno i soldi che ad esempio la Regione ha stanziato poco tempo fa per rifare il riscaldamento, mezzo milione di euro, in due reparti dove non funzionava. Il risultato? I soldi sono stati spesi ma il riscaldamento non funziona lì dove doveva essere riparato». Non va troppo meglio nel resto delle strutture carcerarie romane. Intanto emerge questo dato nuovo del sovraffollamento di Rebibbia Nuovo Complesso dove, aggiunge Gonnella, «ormai molti spazi che erano destinati ad attività sociali vengono utilizzati per ospitare detenuti». “Al reparto dei Transessuali al G8 – spiega il rapporto sul Nuovo Complesso- i detenuti lamentano vari problemi: la mancanza di armadietti e di altri suppellettili, i problemi del lavoro. Sono perlopiù stranieri. Denunciano la particolare situazione di disagio, di essere in difficoltà economica. Spesso ci sono atti di autolesionismo e di conflittualità interna»

REBIBBIA - Invece alla casa di reclusione di Rebibbia (401 detenuti) «ci sono lamentele sui prezzi del sopravvitto, ritenuti troppo alti rispetto al mercato esterno, sulla situazione sanitaria, in particolare sulla scarsa disponibilità di farmaci». Infine il femminile, l’istituto con più detenute d’Italia. «Sull’istituto – denuncia Antigone - pesa molto il fatto che il servizio sanitario nazionale non fornisca più alcune tipologie specifiche di farmaci, legati a patologie femminili. È noto che ci sia tendenza ad una somministrazione eccessiva di psicofarmaci» Il rapporto non quantifica la presenza dei bambini sotto i tre anni che vivono con le madri in carcere. Sono comunque una ventina, attualmente. «Per loro – conclude Gonnella - il Comune di Roma ha riservato poco tempo fa una nuova sorpresa: la sospensione del pulmino che la mattina li portava al nido».

articolo

Mercoledì, 30 Novembre -0001 00:00

Ambasciatori

Lipperatura
20 11 2012


Ce lo ricorda anche google, con il doodle odierno: è la Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Fermo restando - e non sarà retorico sottolinearlo in queste ore - che il primo diritto è quello di vivere e crescere sani, accuditi, istruiti, c’è un punto su cui vorrei richiamare la vostra attenzione. Dunque, vi regalo un’anticipazione dal libro nuovo (esce il 20 febbraio 2013, ci sarà modo per riparlarne).

La bambina è bionda e non avrà più di quattro anni. Regge fra le mani un cartello, come quello che si usa nelle foto segnaletiche, con la scritta Very French Gangsters, il nome di una linea di occhiali da sole per piccoli. Il sito è pianetamamma.it, il post è evidentemente una pubblicità più o meno nascosta e il titolo non avrebbe bisogno di commenti: Very French Gangsters, gli occhiali per i veri duri e le sex bomb. Ai bulli e alle pupe della scuola dell’infanzia, dunque, si propongono tre linee “per un look piccante e moderno: Very Boss: il carisma che distingue il vero boss. Una linea chic e per bambini che sanno quello che vogliono. Very Bomb: Femminile, per bambine che sanno già come utilizzare il loro potere seduttivo e ipnotico. Very Panpan: Gli occhiali per bambini che amano un look un po’ retrò”. Qualche anno fa si cominciava a parlare di adultizzazione dei bambini e soprattutto delle bambine: il processo è non solo andato avanti, ma tocca in questi anni il suo picco.

Per esempio, proprio Pianetamamma ha anche una sezione bambini famosi, che è la versione in miniatura dei siti di gossip: la figlia di Tom Cruise che si mette le dita nel naso, il look del pargolo di Brad Pitt e altre infamie di questo tipo. Le fashion blogger non solo italiane, però, vanno in visibilio per la campagna degli occhiali, mentre le mamme – molte mamme – cercano di evocare lo stile belle e dannati negli scatti casalinghi, che casalinghi non sono più, perché i social network sono invasi da fotografie di bambini, anche non a scopo casting (perché più sono belli, più sei stata brava).

In altri paesi, la blogosfera genitoriale viene sollecitata affinché invii le immagini dei figli per realizzare campagne “dal basso” per promuovere abiti per l’infanzia (cinque miliardi di euro il valore del mercato in Italia): ecco la ragazzina che fa bolle di sapone a New York per hideandgostyle.com e luoghi similari, ecco il bambino con ciuffo spettinato e sguardo truce. Bellissimi, ben vestiti, non un graffio sulle ginocchia, non uno sbaffo di gelato sulle labbra: non sono cuccioli, sono l’idea dell’infanzia così come è stata propagandata dalla pubblicità negli ultimi anni. Sono, insieme, bersaglio e freccia.
Funziona così: si sollecitano i bambini alla massima familiarità con i brand, fin da quando sono piccolissimi. Lo slogan della linea Baby Einstein di Disney è “mio figlio ha ora nove mesi e si diverte con i vostri prodotti da quando aveva tre settimane”: nel caso, video, cd, libri, card con cui si impara a contare o si ascolta musica o si scoprono i colori.

Hanno nomi come BabyMozart, BabyBach, BabyVanGogh, BabyNewton, BabyShakespare: hanno colonizzato un mercato, quello dei neonati, in pochi mesi. In America li usava un bambino su tre: almeno fino a quando uno studio della Washington University ha suggerito che guardando i video della Disney i bambini fra 8 e 16 mesi accumulavano ritardi rispetto ai loro coetanei nell’apprendimento delle parole, per esempio. Alcuni genitori hanno formato un’assocazione, Campaign for Commercial-Free Childhood, che si batte contro l’ingerenza delle aziende nei primi mesi di vita, e non solo: basta con le pubblicità nei libri per l’infanzia, sugli scuola bus, sui social network, su Internet.

Qui è più dura, però. Dubit, per esempio, è una compagnia inglese che lavora con le aziende per interloquire con “bambini e famiglie, qualunque sia il format”. Libri, giocattoli, giochi, educazione: al “mondo vituale” di Dubit partecipano marchi potentissimi come Diesel o la Nintendo: alla community i giovani iscritti segnalano le loro preferenze e iniziano a ricevere a casa prodotti omaggio, inviti a eventi e feste, e una paghetta, in alcuni casi, fino a 25 sterline a settimana. Vengono chiamati “brand ambassadors”. Consumatori alpha.

articolo

La Stampa
19 11 2012


Arriva nelle scuole il progetto “Play Tech” in collaborazione con Google

Telefono Azzurro con Google Italia ha presentato “Play Tech-connettere le generazioni E-ducandosi a vicenda” un progetto in cui saranno gli studenti a mettersi in cattedra davanti a insegnanti e genitori, per parlare del web.

Il progetto educativo peer-to-peer ha l’obiettivo di far dialogare genitori e figli sull’utilizzo delle nuove tecnologie, attraverso incontri organizzati nelle scuole.

«È necessario alfabetizzare le generazioni di genitori sulle potenzialità e sui rischi di Internet» ha detto presentando l’iniziativa il vicesindaco di Milano Maria Grazia Guida, davanti ai ragazzi del liceo scientifico Marconi. L’importanza di Play Tech è testimoniata dai dati forniti dalla Onlus: su 2.400 bambini e ragazzi che hanno contattato Telefono Azzurro nel 2011, «tre su dieci hanno raccontato problematiche legate al mondo di internet - ha detto Barbara Forresi di Research and development area SOS di Telefono Azzurro - ad esempio fenomeni di sexting, invio on-line o via mms di immagini sessualmente esplicite, o di grooming, una forma di adescamento in rete». 

Il progetto pilota partirà in sei scuole italiane, due a Milano, due a Roma e due a Palermo, e si concluderà a giugno.
Amnesty International
19 11 2012


La Primavera araba non si è ancora conclusa e si tinge sempre di più di rosa. Fondamentale per la trasformazione istituzionale e sociale di quei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente che a partire dal 2010 sono stati teatro di sommosse che hanno portato alla destituzione delle vecchie dittature, è stato il contributo di moltissime donne che, grazie al loro coraggio, hanno dato vita al cambiamento.

Oggi è possibile far risuonare la loro voce ancora più forte, aderendo alla campagna di sensibilizzazione e di raccolta fondi “Alza la voce per chi non ha voce” promossa da Amnesty International lunedì 29 ottobre e che durerà fino al 25 novembre: con una telefonata o un sms al 45509 è possibile sostenerle nella loro lotta per le libertà fondamentali.

Come si è evidenziato nel dibattito tenutosi quasi un anno fa a Montecitorio organizzato dal Consiglio d’Europa dal titolo “Le Donne, agenti del cambiamento nel Sud del Mediterraneo”, la popolazione femminile è stata viva protagonista delle trasformazioni politiche, sociali e culturali di queste zone. L’On. Deborah Bergamini, presidente del Comitato esecutivo del Centro Nord-Sud del Consiglio d’Europa, ha detto che “le donne tunisine, egiziane, libiche […] hanno oggi una possibilità e anche una responsabilità che non è stata data alle nostre antenate europee: quella di disegnare in prima persona il futuro della società in cui vivranno. Queste donne dovranno poter concorrere alla riorganizzazione della loro realtà e delle norme che la regolano, dei valori e dei principi a cui deve ispirarsi l’ordinamento dei loro Stati”.

In Egitto molte donne sono scese in piazza accanto agli uomini per manifestare pacificamente, riuscendo a far destituire il presidente Hosni Mubarak; in Marocco la loro collaborazione è stata fondamentale per la riforma del diritto di famiglia: le donne arabe sono protagoniste attive della storia dei loro Paesi.

Si potrebbero fare degli esempi più concreti, dando un nome e un volto a queste eroine. Vorrei ricordare Tawakkul Karman, che nel 2011 è stata una delle vincitrici del premio Nobel per la Pace. L’attivista yemenita, premiata per “la sua battaglia non violenta per la sicurezza delle donne e per il loro diritto a partecipare alla costruzione della pace”, fino alla destituzione del vecchio dittatore Alì Abd Allah Saleh ha organizzato proteste e manifestazioni, venendo più volte arrestata.

Durante l’estate di un anno fa, sono comparse nel panorama internazionale le immagini e i video di alcune donne dell’Arabia Saudita che hanno sfidato il loro Paese mettendosi al volante di un’automobile, trasgredendo il divieto di guidare loro imposto. Un gesto di rivolta che era già iniziato mesi prima sui social network con la campagna dal titolo “Io guido” per sensibilizzare la causa delle donne saudite. Amnesty International aveva a sua volta accolto questo progetto e aveva chiesto al governo saudita di smettere di trattare le donne come cittadini di seconda classe e di dare la possibilità anche a loro di mettersi al volante. Le reazioni delle autorità non sono state certamente morbide. Manal Sharif, ad esempio, colpevole di aver caricato su YouTube un filmato che la ritraeva alla guida, è stata arrestata e reclusa in carcere.

Internet come si è visto è lo strumento giusto per dare visibilità alle problematiche sociali e per diffondere le proprie idee; è da questo presupposto che quattro attiviste arabe, Diala Haidar e Yalda Younes (libanesi), Farah Barqawi (palestinese) e Sally Zohney (egiziana), hanno lanciato il primo ottobre su Facebook la loro pagina “The uprising of women in the Arab world”, con cui si prefiggono di far conoscere “la rivolta delle donne arabe” e i problemi che queste devono affrontare nei loro Paesi ancora soggiogati dal potere degli uomini. Seguendo lo slogan “Together for fearless, free & independent women in the arab world”, le blogger invitano le persone a inviare un proprio autoscatto realizzato tenendo in mano un cartello con il messaggio “Io sono con la rivolta delle donne del mondo arabo perché…” per trasmettere la propria vicinanza alla lotta, e le persone che hanno visitato la pagina sono già più di 50mila.

Come ultima testimonianza si deve parlare di Nasrin Sotoudeh e del suo impegno nella lotta per affermare i diritti umani. L’avvocatessa iraniana combatte da sempre contro le ingiustizie del regime del suo Paese, difendendo politici dell’opposizione e attivisti incarcerati, nonché i condannati a morte e le donne ingiustamente detenute. Dal 2010 è in carcere per scontare una condanna di 6 anni con l’accusa di propaganda contro il sistema e cospirazione volta a minare la sicurezza dello Stato. Recentemente è stata ricordata dalle cronache internazionali per lo sciopero della fame che ha iniziato dopo che le è stato imposto di poter vedere i propri figli solo dietro una vetrata.

Queste storie appena raccontate sono solo la punta dell’iceberg dell’apporto delle donne nel cambiamento dei Paesi interessati dalla Primavera araba; centinaia se non migliaia di sconosciute si sono battute e si stanno battendo per far e farsi riconoscere un ruolo attivo nella società in cui vivono, anche con piccole azioni quotidiane. Il loro cammino è ancora lungo ma le loro vittorie saranno sempre più numerose.

Alberto Grugnetti

Elle.fr
19 11 2012


Hier déjà des manifestants anti-mariage gay se sont réunis partout en France. Ils étaient plus de 100 000. Ce dimanche, L'Institut Civitas, qui regroupe des catholiques intégristes, a appelé à de nouvelles manifestations. A Paris, le rendez-vous était donné aujourd’hui à 14h30 devant le ministère de la Famille. Le cortège s’est ensuite dirigé vers l'Assemblée nationale.
Selon « 20 Minutes », la journaliste et essayiste Caroline Fourest aurait été pise à partie par des manifestants. Elle aurait ensuite été embarquée par les CRS tout comme Les Femen.

Sur son compte twitter, Caroline Fourest a confirmé cette information en tweetant à trois reprises. Elle explique que les Femen se sont fait tabassées par le GUD (Groupe Union Défense), une organisation étudiante d’extrême droite et qu’elle-même a été passée à tabac.

La jeune femme a également précisé à l'AFP comment les faits s'étaient déroulés : « Une dizaine de militantes des Femen avaient décidé de faire une protestation pacifique et drôle, d’arriver habillées en nonnes avec des slogans humoristiques, et quand elles se sont avancées vers les manifestants, des types les ont pris en chasse, déchaînés ». Et d'ajouter : « J’ai été tabassée d’abord parce que je filmais, ils m’ont mise à terre, mon bonnet est tombé, là ils m’ont reconnue et ils m’ont poursuivie, insultée et retabassée ».
Le PS monte au créneau

Le premier secrétaire du PS, Harlem Désir, a rapidement réagi auprès de l’AFP. « Je condamne fermement la lâche agression dont a été victime Caroline Fourest en marge de la manifestion Civitas et lui témoigne mon soutien contre la violence obscurantiste et imbécile », a-t-il déclaré.

Un peu plus tôt dans la journée, le PS avait appelé au calme. « Le Parti socialiste appelle chacun à l'esprit de responsabilité, à la sérénité dans le débat et à la fraternité envers autrui », écrivent dans un communiqué Harlem Désir, Marc Coatanéa, secrétaire national aux questions de société, et Mehdi Ouraoui, secrétaire national à la laïcité. Et d’ajouter : « Nous appelons à faire prévaloir les messages de fraternité et d'égalité sur les messages d'intolérance et de division ».
Les manifestations anti-mariage gay et anti-adoption pour tous « doivent absolument éviter les graves excès commis lors des manifestations anti-Pacs il y a 13 ans », poursuivent-ils. « D'ores et déjà, trop d'opposants à cette réforme ont proféré d'inacceptables propos homophobes (…) Lorsque la loi républicaine aura été votée, elle devra être respectée par tous ».

Mercoledì, 30 Novembre -0001 00:00

La strage delle trans

Giornalettismo
16 11 2012


Accade in Europa. L’indagine “Trans Murder Monitoring Project” parla chiaro

Queer.de rilancia l’attenzione sulla violenza verso le trans: dal 2008 ad oggi, in Europa ci sono stati più di 1.000 omicidi. Un numero considerevole che parla chiaro in materia di crimine d’odio.

IL CASO - L’indagine “Trans Murder Monitoring Project” parla chiaro: dal gennaio del 2008 ad oggi, 1.083 trans hanno perso la vita e, di queste, 265 solo nel 2012. La statistica parla di un sostanziale aumento a partire dal 2009, più 162 casi, salito a 179 nel 2010 e 221 nel 2011: queste sono le cifre documentate ma bisogna considerare anche le violenze senza nome. Il prossimo 20 novembre si celebra la Giornata della Memoria, istituita nel 1999, per sensibilizzare l’attenzione pubblica sulle persone trans gender vittime dell’odio della società.

VIOLENZA – La situazione europea vede un numero crescente di richiedenti asilo poiché l’UE, dall’esterno, appare come un porto a cui approdare per alcuni significativi passi in avanti come il riconoscimento dell’orientamento sessuale come motivo di persecuzione. I perseguitati possono ricevere anche un sussidio in alcuni stati membri UE, con le dovute differenze di paese in paese. Perché le trans hanno paura? L’amore non eterosessuale viene criminalizzato, un recente esempio arriva dall’Uganda che vuole “regalare a Natale una legge contro gli omosessuali” (Leggi qui). “L’atto contro natura” non è gradito alla legge e questo vale sia per gli omosessuali che per le transessuali.

IL DIVERSO – Le trans non fuggono solo dalla punizione della legge ma devono scontrarsi quotidianamente con l’odio delle persone e l’opinione pubblica. Si può definire bizzarra, la sentenza del giudice svedese che ha dichiarato l’impossibilità di uno stupro a una trans perché la persona “è biologicamente un uomo”, salvo lasciare aperti dei dubbi perché “la vittima si sente una donna” (Leggi qui) . Il diverso spaventa, terrorizza e deve essere annientato, secondo alcuni. In Turchia, una trans è stata uccisa dal sangue del suo sangue perché “Mio fratello era un travestito, mi faceva schifo e l’ho ucciso, così ho pulito l’onore della mia famiglia” ha dichiarato l’assassino che l’ha freddato su un letto d’ospedale con tre colpi (Leggi qui). In Sudafrica “ThaBling” nota per la partecipazione a concorsi di bellezza è stata uccisa e mutilata perché si batteva per i diritti LGBT: è stata trovata senza testa e con i genitali mutilati (Leggi qui).

L’ODIO – Cosa scatena l’odio? Stereotipo comune è quello rappresentato dalla credenza comune che le persone LGBT abbiano “qualcosa in meno” rispetto alla “normalità” e che non siano persone “vere”. Un uomo gay è diverso perché non si sposa e non può avere figli – dove la legge non lo consente – , viene preso di mira il modo di vestire, il tono della voce, la gestualità poiché l’eterosessualità il baluardo imprescindibile a cui tutti dovrebbero uniformarsi, pena il subire una “punizione”. Quante volte ascoltiamo giudizi del tipo “a casa loro fanno come vogliono ma fuori…” e non stupisce se per offendere Vendola, non si attacca il modo di fare politica ma si nomina la vaselina (leggi qui): non è affare solo d’Italia, l’odio verso il prossimo è affare mondiale che destabilizza chi non rispetta un “prontuario di regole”. Eppure, nonostante i ripetuti tentativi della Binetti di renderlo un evergreen, l’omosessualità non è più considerata una malattia clinica e forse a finire sotto indagine psichica dovrebbe essere chi è in grado di uccidere il prossimo.
14 11 2012 
 
di Ambra Murè 
 
La ricerca, presentata ieri dal consigliere Todini (Pdl), giustificherebbe la trasformazione del servizio antiviolenza del Comune da “Sos Donna” a “Sos Persona”. Insorgono le femministe: “Un tentativo di delegittimare la battaglia contro il femminicidio” DI A. M.

Ogni due giorni in Italia una donna viene ammazzata dal suo uomo. Nella Capitale i consultori familiari sono a rischio chiusura. E i posti letto nei centri antiviolenza non bastano mai. Eppure per il consigliere capitolino Ludovico Todini (Pdl) la vera emergenza in questo momento sono gli uomini. Sarebbero infatti addirittura mezzo milione solo a Roma quelli vittimizzati (psicologicamente, ma anche fisicamente) dal “gentil sesso”. Da qui la proposta, che il consigliere annuncia di voler portare avanti “con tutti gli atti formali in assemblea” (mozioni, delibere e interrogazioni): bisogna cambiare nome e forma al servizio antiviolenza del Comune. Non più “Sos Donna”, ma “Sos Persona”.

NUMERI BUTTATI A CASO – “Il dato romano – ha dichiarato Todini – è assai allarmante: circa l’8,5-9% degli uomini è vittima di questo fenomeno”. Al di là delle percentuali, palesamente inesatte (500 mila sarebbe quasi un uomo su due), a far discutere è la ricerca in sé. “Chi l’ha commissionata? – si chiede Laura Triumbari dell’associazione Dasud – Con quale finalità? E soprattutto con quali soldi?”. “Siamo di fronte a un’operazione di disinformazione talmente palese da far sorridere. Quelli citati da Todini sono numeri buttati a caso. Naturalmente ogni forma di violenza è da condannarsi, ma le violenze psicologiche di cui parla lo studio sono presenti in ogni tipo di relazione: dal lavoro all’amicizia. La vera emergenza di questa città e di questo paese è la violenza di genere, ovvero quella esercitata sulle donne in quanto donne. Su questo dovremmo concentrarci”. L’impressione è invece che questa iniziativa sia “l’ennesimo tentativo di delegittimare e depotenziare la battaglia contro il femminicidio”. “Un’operazione ideologica”, dunque.

LA FEDERAZIONE PER LA BIGENITORIALITÀ – Ma chi c’è dietro questo studio, che viene orgogliosamente definito come “la prima indagine italiana sulla violenza della quale sono vittime soggetti maschili”? Giova innanzitutto precisare che la ricerca è stata presentata martedì nella sede del gruppo Pdl in Campidoglio. A svilupparla – secondo quanto dichiarato dal consigliere Todini, promotore del convegno – è stata “un’equipe di studiosi capitanata dal professor Pasquale Giuseppe Macrì”, medico legale, assessore alla cultura del Comune di Arezzo, nonché coordinatore scientifico del Centro interdipartimentale di studi di Bioetica e Biodiritto dell’Università di Siena. Tra i componenti del pool spicca il nome di Fabio Nestola, curatore del centro studi FeNBi. L’acronimo, poco noto, rimanda alla Federazione nazionale per la bigenitorialità, che – come da statuto – si batte per “la tutela dei diritti dei minori e della famiglia”.

I PADRI SEPARATI – Il senso della mission è immediatamente chiarito dall’elenco di recensioni pubblicate sul sito. Tutte dedicate a promuovere libri e “articoli scientifici” riferiti a quello che viene definito “uno dei temi più scottanti del nostro tempo: la separazione” (vista attraverso gli occhi dei padri). E soprattutto la contestatissima sindrome di alienazione genitoriale (Pas), frutto – secondo la FeNBi – di “una campagna di astio nei confronti di un genitore”. Tale sindrome, balzata agli onori della cronaca dopo il caso del bambino di Cittadella (Padova) trascinato via a forza dalla polizia, in realtà non esiste. Frutto delle teorie dello psichiatra statunitense Richard Gardner, dal 1984 a oggi non è infatti mai stata inserita nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, la Bibbia degli psichiatri di tutto il mondo. Ma in compenso viene sempre più spesso usata nei tribunali italiani come grimaldello contro “lo strapotere delle madri”, che – secondo le associazioni dei padri separati – impediscono senza motivo ai figli di passare del tempo col loro papà.

TECNICHE DI ANTIFEMMINISMO – Sono le stesse associazioni che recentemente sono finite nell’occhio del ciclone per aver creato voci fasulle su Wikipedia o pagine clone su Facebook col solo obiettivo di negare e/o giustificare la violenza contro le donne. In nome di un antifemminismo talmente marcato e insensato da sfociare nella misoginia. Sono le stesse associazioni che invocano la depenalizzazione dello stalking, demonizzano le vittime di stupro, propugnano l’obbligo dell’affido condiviso e giustificano l’ex marito che uccide la “sua” donna che “gli ha tolto figli, soldi e casa”. Una delle loro “specialità” è quella di negare la violenza di genere e il femminicidio diffondendo dati statistici fasulli, ingigantiti o travisati. Che siano arrivate fin dentro il Consiglio comunale di Roma?
Pagina 1 di 826