STRUMENTI DI DEMOCRAZIA CONTRO IL VERO "PORCELLUM"

in genere
13 1 2011

di Agnese Canevari

I risultati delle ultime tornate elettorali sono l’ennesima conferma della persistenza di un’anomalia della rappresentanza nel nostro Paese: la scarsa presenza delle donne nei luoghi decisionali della politica come punto rilevante di criticità del sistema democratico. La percentuale di donne elette in parlamento con le elezioni legislative del 2008 è pari al 20,2 % (21,1% alla camera e 18,4% al senato); nelle elezioni per il parlamento europeo del 2009 è del 22,2% (16 donne su 72); nelle elezioni regionali del marzo 2010, le percentuali di donne nelle assemblee elettive regionali variano dai risultati massimi di Piemonte e Campania pari al 23,3% ai minimi di Basilicata e Calabria dove non hanno eletto nessuna donna. La situazione appare paradossale considerato il fatto che l’elettorato femminile è pari al 52% del totale dei/delle votanti.
Nonostante i dati mostrino una fotografia eloquente della situazione di sottorappresentazione delle donne nella politica, l’attuale dibattito pubblico sulla necessità di modificare la legge elettorale per le elezioni legislative (c.d. Porcellum) sui mass media non contempla la presa in esame di norme a garanzia del riequilibrio della rappresentanza di genere, se non in modo residuale. Come evidenziato da più parti, la legge elettorale in vigore per la camera e il senato (come modificata con la legge n. 270 del 21 dicembre 2005) presenta molte criticità, tra cui la previsione di liste bloccate, che nell’esperienza italiana si è tradotta in potere di nomina dei partiti politici, comportando una compressione del diritto di elettorato attivo e passivo. In assenza di previsioni normative che garantiscano pari opportunità nell’accesso alle candidature, le donne risultano maggiormente penalizzate e marginalizzate, poiché la loro presenza e, soprattutto, la loro posizione nelle liste elettorali dipendono esclusivamente dalle scelte delle oligarchie partitiche, generalmente maschili.
Che fare per sbloccare la situazione? ?Prima di analizzare le soluzioni possibili sono necessarie alcune premesse. Innanzitutto, va sottolineato che i meccanismi di ingegneria elettorale non sono di per sé sufficienti. La questione si connota, infatti, non solo come un problema politico, ma soprattutto culturale, poiché la sottorappresentazione delle donne si configura come uno degli aspetti del fenomeno di “segregazione verticale diffusa”. Pertanto l’efficacia di norme ad hoc per affrontare il problema della disparità di genere nell’ambito politico sarà maggiore quanto più la questione sarà assunta come prioritaria dai partiti politici, come sollecitato anche dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 422/1995 e n. 49/2003.
Per ciò che attiene la legge elettorale, un intervento normativo appare oggi necessario ed urgente, indipendentemente dal sistema elettorale di riferimento. Si possono, infatti, individuare misure efficaci sia per il sistema di tipo proporzionale sia di tipo maggioritario nelle loro diverse variabili e per tutti i livelli di elezione, come rilanciato anche nel documento elaborato dalla Rete di donne promotrice dell’Appello per la doppia preferenza.
Il punto di partenza deve necessariamente essere quello della realizzazione di una democrazia paritaria, in attuazione del principio di uguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, co. 2, Cost. e del principio di pari opportunità nell’accesso alle cariche elettive di cui all’art. 51 Cost. E’ proprio il concetto di democrazia paritaria che consente di superare il dibattito sulle c.d. “quote rosa”.
Se consideriamo il sistema proporzionale con liste bloccate, attualmente in vigore per le elezioni di camera e senato, l’introduzione dell’obbligo di successione alternato per sesso (zipper system) sarebbe in grado di garantire la parità nelle candidature e tendenzialmente nei risultati. Laddove si voti con sistema proporzionale con preferenze (elezioni europee, comunali e regionali), la doppia preferenza di genere, accompagnata dalla previsione di una presenza paritaria nelle liste, potrebbe costituire una garanzia di rappresentanza equilibrata. Il riferimento è quello della legge elettorale della regione Campania (l.r. n.4 del 29 marzo 2009) con cui si è votato nello scorso mese di marzo, dopo la recente pronuncia della Corte Costituzionale n. 4/2010. ?Nello specifico, l’art. 4 prevede che “Nel caso di espressione di due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile e l’altra un candidato di genere femminile della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza.”. Il risultato in Campania in termini di numero di donne elette sembra confermare la validità del meccanismo della doppia preferenza di genere (si è passati infatti da 6 donne elette nel 2005 a 14 nel 2010 su un totale di 60 consiglieri), benché da un’analisi più approfondita risulti che questo ha funzionato laddove i partiti politici hanno investito sul ticket uomo-donna.
Per quanto riguarda il sistema maggioritario, sistema che di per sé parrebbe essere meno favorevole alle donne, la proposta di un “maggioritario binominale” sembra essere molto innovativa, poiché in grado di massimizzare il risultato in termini di riequilibrio. Consiste nella previsione che ogni partito o gruppo politico candidi un ticket uomo/donna in ogni collegio, che risulterebbero eletti entrambi in caso di vittoria. Ciò comporterebbe necessariamente di dover ridisegnare i collegi elettorali. Ipotesi diverse riguardano invece il sistema maggioritario uninominale, per il quale si può ipotizzare l’obbligo per i partiti o gruppi politici di candidare il 50% di uomini e di donne. La proposta va indubbiamente nella direzione della parità, ma pone ancora una volta il problema della volontà dei partiti politici di investire sulle candidature femminili, riservando loro collegi considerati “sicuri” e non solo, come può accadere, collegi “perdenti” o “incerti”. A questo proposito è interessante, per ovviare a questa possibile distorsione, l’applicazione inglese del twinning da parte del Labour Party, ossia l’individuazione di collegi uninominali “gemelli”, cioè “appaiati” secondo un criterio geografico e omogenei per probabilità di vittoria del partito, con la candidatura di un uomo in un collegio e di una donna nell’altro. Un'altra ipotesi, il maggioritario uninominale c.d. “a coppia aperta”, come proposto da Carlassare e ben analizzato nell'articolo di Rosanna Oliva su questo sito), pur rappresentando un meccanismo molto interessante in funzione delle proposte di riforma elettorale di cui si discute a livello politico, trova un limite nel fatto che introduce elementi di competitività interni al ticket uomo/donna appartenenti alla stessa lista (di cui uno solo risulterebbe eletto), soprattutto in considerazione del fatto che le donne sono spesso penalizzate nelle campagne elettorali.
Gli interventi normativi sopra esposti, per essere veramente efficaci, devono essere accompagnati da vincoli forti quali l’inammissibilità della lista, nel caso in cui non vengano rispettate le norme di genere, e il divieto di candidature plurime.
L’introduzione di ulteriori misure antidiscriminatorie, che potremmo definire soft, in ambiti diversi da quello della legge elettorale potrebbero indubbiamente contribuire a ridurre il gender gap in politica. In particolare: meccanismi di incentivi in termini di rimborsi elettorali ai partiti politici che eleggono un maggior numero di donne o disincentivi nel caso in cui il risultato sia inferiore ad una determinata percentuale di donne elette; sostegno alle spese elettorali delle candidate anche mediante voucher per la conciliazione tra impegni politici e impegni familiari; norme a garanzia della par condicio di genere nell’accesso ai mezzi di informazione con un adeguato sistema sanzionatorio; norme per la trasparenza e la legalità nell’accesso alle candidature laddove si effettuino le primarie.
Il modello francese mette bene in luce il diverso grado di efficacia delle misure adottabili: la loi de paritè (2000), seguita alla modifica degli art. 3 e 4 della Costituzione, ha disciplinato l’accesso degli uomini e delle donne alle cariche elettive in collegamento con il sistema elettorale di riferimento. Da un lato, nelle elezioni a sistema proporzionale - municipali, regionali, senatoriali ed europee - le misure previste (composizione paritaria delle liste, obbligo di alternanza sulla base del sesso, inammissibilità della lista) rispondenti ad istanze paritarie hanno garantito un incremento della rappresentanza in tal senso; dall’altro lato, per l’Assemblea legislativa, eletta con sistema maggioritario a doppio turno, è prevalso un indirizzo molto moderato preferendo optare per misure indirette relative alla diminuzione proporzionale del finanziamento pubblico per i partiti che non rispettino la parità dei sessi nella formazione delle liste, senza tenere in conto la percentuale di candidate elette. L’applicazione di questo meccanismo sanzionatorio ha prodotto risultati molto modesti, poiché molti partiti hanno preferito rinunciare a parte del  finanziamento pubblico piuttosto che rispettare la norma, dimostrando la scarsa efficacia di un intervento soft di questo tipo, se non accompagnato da altri meccanismi.
A completamento del quadro, si sottolinea il tema fondamentale della democraticità dei partiti e nei partiti, riconducibile al dibattito attorno all’art. 49 della Costituzione. Da più parti si ritiene necessario un intervento normativo, o inserendo un riferimento costituzionale alla democraticità interna ai partiti, così come in altre Costituzioni europee, oppure con una legge  ordinaria sui partiti.?Va sottolineato che una delle condizioni di democrazia interna è quella di assicurare parità di genere. Ad esempio, in Germania l’art. 21 della Legge Fondamentale sui partiti stabilisce il principio che “il loro ordinamento interno deve corrispondere ai principi fondamentali della democrazia”  e  che siano regolati da legge ordinaria; in Spagna l’art. 6 stabilisce che “la loro struttura interna e il loro funzionamento dovranno essere democratici”; in Francia, con la riforma costituzionale degli artt. 3 e 4, viene assegnata ai partiti la funzione di agire in concreto per favorire la parità di accesso alle cariche elettive. Tuttavia in ognuno di questi paesi, in modo più o meno incisivo, sono intervenute decisioni autonome di alcuni partiti di introdurre quote di genere.
Accanto alla via auspicabile della modifica dell’art. 49 o di una legge ordinaria, per sbloccare la situazione italiana sarebbe necessaria la scelta di autovincolo dei partiti attraverso l’adozione e l’effettiva applicazione di norme statutarie che realizzino la parità politica sia negli organi interni sia nell’accesso alle candidature elettorali sia nei risultati. Si tratta di un punto focale in grado di produrre un cambiamento culturale, quel “cambio di passo” di cui oggi si avverte la necessità, poiché l’impegno dei partiti per una effettiva democrazia interna e l’investimento nelle donne in quanto risorsa imprescindibile e irrinunciabile della società e delle politica risponderebbe anche all’esigenza di un rinnovamento della classe politica e dell’agenda. L’esperienza di autoregolazione dei partiti politici nei paesi nordici e in Germania confermano questa ipotesi avendo innescato un processo virtuoso ad oggi purtroppo quasi impensabile in Italia.
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