O i figli o il lavoro, parole in guerra

InGenere
15 11 2012


di Francesca Bettio    

Riesce bene a Chiara Valentini denunciare la drammaticità di qualcosa che succede quotidianamente ma o non si vede o non fa più indignare. Le riesce altrettanto bene analizzare ciò che denuncia, intessendo un dialogo fertile fra indagine giornalistica e ricerca scientifica. Nel libro "O il lavoro o i figli", edito da Feltrinelli, Chiara Valentini denuncia la guerra alla maternità che viene condotta quotidianamente nei confronti delle donne che lavorano o che il lavoro lo cercano. E offre molto di quanto serve per capirla.

Alcuni numeri di questa guerra sono noti anche a chi non se ne occupa per mestiere: la massa di dimissioni in bianco rilevate recentemente dall’Istat (almeno 800mila donne sono state costrette a lasciare il lavoro a causa di una gravidanza); l’uscita dal mercato del lavoro delle mamme, che si traduce in quasi venti punti di differenza fra il tasso di occupazione delle giovani donne in coppie con figli e quelle senza figli; la vischiosità del tasso di fecondità – il numero medio di figli per donna è riuscito a risalire ad un modesto 1,42 nel 2011 rispetto al valore più basso raggiunto nel dopoguerra (1,20) e rimane fermo ad 1,33 per le donne italiane. Eppure io che con questi numeri ci lavoro per professione ho sempre pensato a un problema, grave e spinoso, indubbiamente, ma non a una guerra. Le storie che il volume racconta e la capacità della Valentini di intrecciarle a una documentazione credibile hanno cambiato la mia percezione.

Ho avvertito la forza della denuncia fin dall’esordio. Il volume inizia con un breve excursus fra storie un po’ noir come quella di Rosalba, l’infermiera di uno studio dentistico che ha nascosto la gravidanza per cinque mesi e si è ritrovata con un bambino senza dita delle mani o dei piedi a causa delle radiazioni; di Fiorella, commessa di supermercato al quinto mese di gravidanza che ha firmato le dimissioni in bianco dopo aver chiesto di essere esentata dal portare pesi ottenendo in risposta insulti dalla direttrice e un temporaneo sequestro nel magazzino; o di Francesca, giovane medico 35enne con contratto a termine riconfermata senza problemi fino a che non arriva la gravidanza, e nato il figlio Francesca si oldrassegna a prestare assistenza notturna in una clinica privata, 900 euro e niente ferie o assistenza sanitaria. Ho tirato quasi un respiro di sollievo di fronte al sapore surrealista del caso di Gloria, la segretaria particolare di un manager che decide di nascondere gravidanza, parto e bambina per non incorrere nelle ire del capo, e ci riesce. Due anni dopo la nascita si fa però tentare dall’idea di fare domanda al nido aziendale, col risultato che la dirigenza dell’azienda va nel panico di fronte ad una madre che ha lavorato durante i mesi di maternità obbligatoria e la licenzia! Come noto, non è legale lavorare nei cinque mesi del congedo di maternità.

Storia dopo storia ho cercato un appiglio a cui appendere la speranza che si trattasse di casi particolari, magari qualcosa di più di semplici eccezioni, ma comunque nulla di simile a un quadro ‘sufficientemente rappresentativo’ come si dice fra addetti ai lavori. Alla fine ho dovuto riconoscere che, sebbene l’insieme delle storie non equivalga a un campione con i crismi della rappresentatività scientifica, i casi spaziano su diversi settori (dal manifatturiero al commercio, ai servizi, alla pubblica amministrazione), su diversi livelli di qualifica (dalla commessa al medico), su diversi tipi di rapporto di lavoro, dalla manager a tempo indeterminato alla lavoratrice ‘autonoma’, alla precaria con contratto temporaneo.

Lo sdegno monta man mano che si prosegue nella lettura. Ad alimentarlo concorrono numeri e informazioni talvolta ufficiose o semi clandestine, ma proprio per questo capaci di colpire nel segno. Mi limito a citare le 500 denunce sul tavolo di Maria Costa, responsabile del Centro Donna della Camera di Milano, novanta per cento delle quali sporte da mamme che lamentano trattamenti ingiusti sul lavoro, talvolta conditi da commenti del tipo “Qui vogliamo ragazze giovani. Tu sei vecchia e hai anche voluto fare un figlio”. Tra le informazioni semi-clandestine che il libro riporta spicca la rivelazione (in forma anonima) di una dirigente del settore informatico a proposito di incontri organizzati dalla propria impresa a beneficio di dirigenti fidati. Obiettivo degli incontri era familiarizzare la dirigenza con ‘tecniche di dissuasione del personale’, di fatto pratiche di mobbing dei dipendenti, specie se mamme o aspiranti tali.

Poiché di guerra si tratta non manca la resistenza, sparsa qua e là nel volume. C’è quella clamorosa di due donne in carriera, una dirigente e una giornalista. La dirigente lavora per la Red Bull e decide di reagire al declassamento di posizione dopo il parto pubblicando la sua storia. Sua alleata è una giornalista del Corriere della Sera che mette a rischio lo scoop fino a quando la dirigente non ha chiuso ogni pendenza con l’azienda. Resistenza è anche quella creativa delle addette ai cosiddetti nuovi lavori, alcune delle quali famose come Elasti, che si è inventata un blog di successo per D di Repubblica, e lo concilia con tre figli. C’è poi la resistenza un po’ nostalgica della magistrata che lavora spesso da casa, nel tentativo di mettere d’accordo professionalità e bimbi come faceva la mamma sarta. Non basteranno, è l’impressione che se ne ricava.

Per vincere una guerra serve capirla. Perché tanto accanimento secondo Chiara Valentini? Il libro è tutt’altro che un presuntuoso trattato, ma mi è sembrato di trovarci una proposizione principale e molti corollari. La proposizione principale è che, a dispetto delle numerose leggi sulla maternità e dell’apparato delle pari opportunità, il valore sociale della maternità non sia ancora stato accettato nel nostro paese. Il punto è importante e merita qualche riflessione in più.

Tradotto nel linguaggio dell’economia, il valore sociale della maternità è il riconoscimento che i figli hanno alcune caratteristiche dei beni pubblici, producono cioè benefici anche per chi non ne sostiene i costi. I beni pubblici soffrono del problema del free-riding. Pensiamo ad un parco (pubblico) per la manutenzione del quale occorra aumentare una tassa locale: il singolo ha interesse ad usarlo ma anche ad opporsi all’aumento delle tasse nella speranza che si trovino altri modi di finanziamento, ovvero che siano altri a pagare. In qualche misura ciò vale anche per i figli. Si immagini per un momento un mondo di soli vecchi: chi fornirebbe loro beni e servizi se non vi fossero ‘giovani’ (persone in età lavorativa) che li producono? e chi li assisterebbe? Senza scendere a questi estremi, una società più vecchia a causa di un basso tasso di fecondità è una società più a rischio di declino economico, come stiamo scoprendo in Italia. Eppure sono in molti a sostenere che fare un figlio è faccenda puramente privata, più o meno come quando si adotta un gatto o un cane: mantenere gatto o cane spetta solo a chi ha deciso di adottarli. Dunque, la resistenza di alcuni imprenditori (e imprenditrici) o di alcune istituzioni a spartire i costi della maternità con le proprie dipendenti affonda le radici in un problema del free-riding.

La sindrome da bene pubblico non è però una peculiarità italiana. Anzi, la convinzione che un figlio sia essenzialmente un bene privato è molto più diffusa in un paese quale gli Stati Uniti che da noi. Perché dunque una guerra così aspra alle madri che lavorano nel nostro paese? Vengono qui in ausilio i molti corollari che il volume della Valentini offre. Le aggravanti del caso italiano sarebbero da rinvenire nell’eredità del berlusconismo, nel dilagare di un precariato giovanile senza regole, nell’inadeguatezza delle politiche sociali, familiari, del lavoro, ma anche in un femminismo fragile fra le giovani, (si veda su questo sito l'articolo di Francesco Pastore e Simona Tenaglia sui motivi culturali che contribuiscono all'alto tasso di "ragazze Neet", soprattutto al sud), nella resilienza di una cultura antica della maternità che vuole madri ‘perfette’ mentre si dovrebbero rivalutare quelle cosiddette ‘cattive’ e ‘ imperfette’, nell’avanzare troppo lento di una cultura della paternità fra i giovani maschi. La discussione intorno a questi temi è l’ennesima conferma della capacità dell’autrice di servirsi delle ricerche di studiosi ed esperti senza cedere a conformismi. Le sue citazioni spaziano da contributi di autori molto noti come Alesina e Ichino a riviste di nicchia come Donna-Woman-Femme, con un chiaro intento di valorizzare e dare visibilità a tutte e tutti coloro che al dibattito su donna, figli e lavoro hanno contribuito con passione e qualcosa di nuovo da dire.

Si può sperare di vincere questa guerra? Nel volume non mancano indicazioni in proposito. Il principio guida è l’universalità delle misure di sostegno alla maternità per superare il problema dei mille, diversi e intermittenti rapporti di lavoro nell’area della precarietà. Vi si affiancano indicazioni di cui abbiamo spesso discusso su questo sito, che vanno dal part-time ai crediti fiscali a favore delle occupate, specie quelle a basso salario che fanno fatica a ritrovarsi abbastanza in tasca dopo aver pagato nidi, baby sitter o altro.

Basterà? A mio avviso restano nodi da sciogliere che nel libro sono toccati più che sviluppati e di cui abbiamo parlato poco anche qui ad inGenere. Un primo nodo riguarda le piccole imprese. Non possiamo dare per scontato che la resistenza dei piccoli imprenditori nasca sempre dall’arretratezza culturale, da un attaccamento esecrabile al guadagno o dalle paure di un comportamento opportunistico da parte femminile. È possibile che rifletta anche costi organizzativi di una certa rilevanza oltre alla quota parte dell’indennità di maternità a carico dei datori di lavoro (come spiega qui Mara Gasbarrone). Mappelli e Cuomo, hanno provato a quantificare i costi di gestione della maternità per un’impresa medio grande ma poco sappiamo per le unità di piccola dimensione. I racconti di Maddalena Vianello sulle imprese del modenese pubblicati qui su inGenere sono un invito ad approfondire il problema. Perché dunque non avviare un dialogo con le piccole imprese, coinvolgendole nella ricerca di una soluzione?

Un secondo nodo è legato al rischio dell’opportunismo. Sono circolate voci che nel settore pubblico l’incidenza di maternità a rischio, con medico compiacente e molti mesi a casa sia sopra la norma. Ad un convegno su Donne e Scienza cui ho recentemente partecipato alcune giovani scienziate parlavano sì di episodi di discriminazione ma anche di qualche collega che ‘si approfittava’ dei benefici concessi dalle leggi sulla maternità. Pregiudizi che le donne sono le prime a ripetere? Questo va verificato, con numeri se possibile, e con la consapevolezza che se così non fosse il danno sarebbe collettivo perché contribuirebbe a trasmettere l’idea che delle donne incinte non ci si possa fidare. Poiché la guerra in atto contro la maternità si nutre anche di questi sospetti occorre affrontare il tema con trasparenza e coraggio.

Un ultimo nodo da sciogliere riguarda la flessibilità dei congedi. Il congedo di maternità, in particolare, è vincolante e poco flessibile. Non ci si imbatte tutti i giorni nel caso della manager Gloria che ha continuato a lavorare durante i mesi di maternità obbligatoria, ed è stata tradita proprio dall’illegalità di questo comportamento. La vicenda è però spia di un problema che interessa un segmento in crescita di giovani donne, professioniste alle dipendenze quali le giornaliste o le ‘creative’ dei settori della comunicazione, lavoratrici dello spettacolo e della cultura, ma anche medici donna, insegnanti universitarie o dirigenti. Non a caso il gruppo maternità/paternità ha lanciato la proposta del part-time sia per il congedo parentale che per quello di maternità.

Sono nodi non secondari, su cui val la pena riflettere. Facciamolo partendo dalla lettura del libro della Valentini.
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