Loredana Lipperini
8 novebre 2013

Seccatrice. Rompiscatole. Pignola. Noiosa. La vocina nella testa me lo ripete mentre salgo le scale della metropolitana dopo aver guardato il manifesto di Noino, campagna per la sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. Uomini che si rivolgono ad altri uomini. Uomini famosi e no. Che prendono la parola. Che dicono che non è così che funziona.
E allora, benedetta donna, cosa vuoi di più?, insiste la vocina. Non era quello che si riteneva necessario? Possibile, davvero, che su ogni azione tu debba trovare il dettaglio sbagliato, e focalizzarti su quello? Va bene che il diavolo è nei dettagli, ma tu esageri.

Esagero, la vocina ha ragione. E’ che non riesco a mandar giù il logo della campagna, quello che appare sulla O di NO. Una figurina di donna stilizzata con fasciatura sulla testa e braccio al collo. Lo so, non è che la rappresentazione di una realtà purtroppo diffusa. Però, mi fa star male, e provo a pensarci su.  Mi vengono in mente le parole di Michela Murgia su un’altra campagna, rivolta alle donne. Questa è rivolta agli uomini. Ma quella piccola donna a pezzi, a me, fa risuonare un sottotesto, e il sottotesto è “non vorrai mica ridurla così?”. E non mi piace. Perchè il sottotesto che vorrei è “cosa ti ha portato a comportarti così?”.

La campagna è importante, è seria, fa bene. E la mia voce nella testa ha ragione.  Però continuo a sentirmi a disagio. Nei prossimi giorni sarò in alcune città a parlare di L’ho uccisa perché l’amavo (Genova, Poggibonsi, Bari, Aosta, da qui al 30 novembre). Ho dovuto dire no a decine di inviti, alcuni dei quali rivoltimi in queste ore, per il 25 novembre. Come se “mancare l’occasione” della giornata contro la violenza sulle donne equivalesse a una brutta figura, paragonabile a non organizzare una tavola rotonda femminile per l’8 marzo. La voce nella testa dice, e ha ancora una volta ragione, che parlarne è indispensabile, e che solo parlandone le cose cambieranno, e quello che si sta pagando ora è il prezzo dovuto quando i discorsi escono dalla nicchia e arrivano al grande pubblico.

Ma desiderare che arrivino con le parole e le immagini giuste è così sbagliato? Desiderare che oltre alle celebrazioni del 25 novembre ci sia, ogni giorno, educazione, formazione, attenzione che escano dall’indignazione rituale e dal “brand” del femminicidio è sbagliato? Desiderare che una questione venga SENTITA e non sposata fra le mille altre è sbagliato? Desiderare che anche al femminicidio si applichi la riflessione fatta a proposito del razzismo (presa in carico del problema e non semplice automatismo) è sbagliato?

Forse, dice la vocina, e io mi arrendo. Sono seccatrice, rompiscatole, pignola e noiosa. Concludo ricordando che sul sito di Zeroviolenzadonne c’è una bella frase di Simone De Beauvoir: “Non si trasforma la propria vita senza trasformare se stessi”. La interpreto pensando che nessun mutamento sociale avviene senza che chi fa parte della comunità venga chiamato in causa fino in fondo. E, già che ci sono, vi ricordo di sostenere Zeroviolenza, perché senza staremmo peggio.

Altro in questa categoria: Anatema laico »
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook