L'ambigua complementarità delle figure di genere. Parte II

Lea Melandri, Zeroviolenzadonne
4 marzo 2014

Dialogo in due puntate con Stefano Ciccone

Parte II


Quali poteri ha visto l'uomo nel corpo femminile da temerne la ricomparsa dietro le libertà che le donne vanno conquistando? E' vero, come scrive Stefano Ciccone nel suo libro, Essere maschi (Rosenberg & Sellier), che l'uomo "ha rimosso il desiderio femminile", ma occorre anche dire che ha identificato la donna con la sessualità.
Come si legge ancora in Sesso e carattere di Otto Weininger (1), all’inizio del ‘900, la donna è la sessualità dell’uomo incarnata, la causa della sua caduta nell’animalità, nel peccato, per cui è a lei che l’uomo è costretto a chiedere aiuto per “superarsi”. In che modo? Chiedendole di “rinunciare alle sue intenzioni immorali verso di lui”. Di qui l’imposizione alle donne di essere pudiche, di coprire i loro corpi.  

Oggi, in presenza di una cultura che esalta il sesso come una risorsa di mercato, il corpo femminile erotico è messo in scena senza veli: è la sessualità maschile incarnata e offerta allo sguardo dell’uomo, scambiata con denaro, carriere, successo. La mercificazione, e il fatto che il denaro sia ancora in mano maschile, ne attenua la pericolosità. Gli uomini hanno, per così dire, portato allo scoperto la loro sessualità, “solo fisica”, oggettivata nel corpo femminile, per cui possono evitare ancora di riconoscerla come propria e incominciare a interrogarla.

Si può ipotizzare che, nell’attribuire alle donne come destino naturale la sessualità e la maternità - perché questo è il retaggio della cultura greco-romana-cristiana -, l’uomo abbia fissato l’esperienza che ha fatto da bambino rispetto al corpo che l’ha generato. Le cure e le sollecitazioni sessuali che ne ha avuto. La figura della donna come corpo erotico e corpo materno si disegna prima di tutto nell’immaginario della nascita. E’ il figlio a percepirne la potenza, l’uomo adulto a capovolgere il rapporto di dipendenza originario, a sottomettere e volgere a proprio vantaggio le attrattive che ha visto nella donna. L’esito, come scrive Rousseau nell’Emilio (2), è che

il più forte è apparentemente il padrone, ma di fatto dipende dal più debole

Gli uomini dipendono dalle donne per le cure, per i loro piaceri, la loro felicità, per cui è necessario che l’educazione che viene loro impartita sia tutta volta a beneficio del sesso maschile:

piacere e rendersi utili a loro, farsene amare e onorare, allevarli da piccoli, averne cura da grandi, consigliarli, consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce”.

“La violenza maschile - scrive Stefano - viene proposta come reazione alla violenza seduttiva femminile”. Lo stupro accentua solo l’aspetto guerresco della sessualità, la fantasia del cacciatore e della preda. Nella prostituzione, così come nello scambio sesso-denaro-carriere, c’è la riduzione della donna a oggetto di consumo, un desiderio che l’uomo agisce “in un deserto relazionale”, c’è un potere che si avvale del disprezzo dell’altro, fatto oggetto di sfruttamento o di tutela. Ma c’è un altro aspetto di cui tener conto. Facendosi scudo col denaro, l’uomo può rivivere con la prostituta la relazione con la madre-iniziatrice del sesso, può lasciarsi manipolare da lei, mettersi in posizione di passività, farsi oggetto nelle sue mani.

Se la sessualità maschile appare così “misera”, ridotta a consumo, prestazione, è anche perché l’uomo ha spostato sulla donna la possibilità di piacere, di essere desiderabile - la sua stessa sessualità - riservando a sé la forza (potere, denaro) per riappropriarsene. Questo apre per le donne la possibilità di avvalersi delle loro attrattive come potere e valore proprio da far riconoscere. Ciò significa che nelle figure ricorrenti, intramontabili, del femminile - la seduttrice, la madre - ci sono inscritte sia la potenza che l’uomo ha visto nel corpo della madre, sia la sua svalutazione e sottomissione.

Stefano fa un’analisi della virilità molto profonda e articolata: ne sottolinea la “miseria”, la “precarietà” - il fatto che ha sempre bisogno di conferm-, la “marginalità” rispetto al processo riproduttivo, che l’uomo ha tentato di capovolgere in quella “miriade di protesi” che sono i poteri, i saperi, le costruzioni simboliche della vita pubblica. Resta in ombra il fatto che, se le donne sono state escluse dalla polis, non si può dire lo stesso della femminilità, e non solo per l’uso metaforico che ne è stato fatto.

Il femminile, nella scissione tra corpo e pensiero, natura e storia, rappresenta quegli aspetti inscindibili dell’umano che l’uomo ha cercato di spostare sull’altro sesso, ma che non ha mai smesso di riportare a sé. Prendere coscienza del dominio, del controllo maschile sul corpo della donna, è stato più facile che vedere i molti modi con cui è avvenuta storicamente  -e oggi in modo più evidente- l’appropriazione del femminile.

In un passaggio del libro, Stefano si sofferma ad analizzare il rapporto tra l’ingresso delle donne nella sfera pubblica all’inizio del ‘900 e l’esaltazione della guerra, della nazione come “corpo maschile collettivo”, una sorta di rivalsa contro la minaccia rappresentata dall’emancipazione femminile. Ma anche in questo tipo di appartenenza il femminile ha un peso non indifferente. La “mistica della guerra” parla dell’evento bellico come dello “stato naturale dei maschi”, lo descrive “doloroso e fecondo come il parto, altruista come l’amore”.

La guerra è madre, “rigeneratrice” (3). La patria stessa si può vedere come matria: una testa di uomo in un corpo di donna. Il femminile dà alla comunità maschile la coesione organica che le manca.
Ma il femminile è presente, sul versante opposto, anche come ispirazione poetica, fecondità intellettuale; è ritorno agli istinti naturali, come nella guerra, ma anche spinta all’elevazione dello spirito. Si può dire che l’uomo ha spostato sull’altro sesso il dilemma del dualismo, della scissione che lo attraversa, tra corpo e pensiero, un dilemma che è presente nella vita personale come nella civiltà.

La riappropriazione del femminile ha preso la forma violenta del dominio, dell’asservimento della donna ai propri bisogni e desideri, e sotto questa forma è più facile da smascherare.
Più insidiosa, perché meno visibile, è la riappropriazione simbolica: il sogno d’amore, il mito androgino, e, oggi, il “divenire donna” della politica, dell’economia, la femminilizzazione dello spazio pubblico. Quella che sta avvenendo è una “inclusione” del femminile in quanto tale  -come risorsa, valore aggiunto-, che lascia sostanzialmente immodificata l’insignificanza storica delle donne. Per evitare una nuova e meno visibile cancellazione delle donne reali, è importante, come dice Stefano, che l’uomo riconosca i suoi limiti, la parzialità della sua esperienza del corpo, la soggettività della donna.

La femminilità si definisce in relazione e in funzione del maschile, per cui è impossibile analizzarle separatamente. Se non ci fosse quell’intreccio che è la complementarità non si spiegherebbe il fascino che il maschile, anche nel suo aspetto “guerresco”, e il femminile nella sua riduzione a “oggetto”, ancora esercitano su un sesso e sull’altro. La complementarità, e la conseguente spinta alla riunificazione, andrebbero perciò analizzate più a fondo per capire come mai gli “spazi di libertà”, che appaiono così desiderabili per ogni uomo e donna, si aprano così lentamente. La nascita dell’autonomia femminile è purtroppo, come sappiamo, una delle prime ragioni della violenza maschile in ambito domestico.

La parte I è stata pubblicata il 4 marzo scorso

1. Otto Weininger, Sesso e carattere, Feltrinelli, Milano 1978.
2. J.J. Rousseau, Emilio, Armando Armando Editore, Roma 1962, p.238.
3.  R.Caillois, La vertigine della guerra, Edizioni Lavoro, Roma 1990.

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