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14 idee per proteggere le donne. I risultati del tour di Intervita

La 27 Ora
14 03 2014

14 città, 5.000 lunghi chilometri percorsi dal pulmino carico di materiale informativo sul fenomeno della violenza sulle donne e ben 700 partecipanti ai workshop di approfondimento organizzati con i Comuni, le Province e le Regioni. Obiettivo: fare emergere tutte le buone pratiche di contrasto esercitate da Centri anti violenza, associazioni, Pronto Soccorso e uffici pubblici. E ancora tutte le persone che si sono fermate a vedere e ascoltare l’installazione ideata per le piazze: una finestra illuminata e una coppia che discute, poi lui l’afferra e mentre le urla contro, partono le prime botte. Un modo per avvicinare anche il passante più distratto alla vera e propria piaga della violenza. Infine una campagna che guarda lontano, cioè alla realizzazione di tre centri multi funzione ospitati in tre diversi Ospedali italiani che offriranno alle donne che hanno subito violenza un servizio completo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con medici, infermieri, psicologi e forze dell’ordine a disposizione.

Rivediamo insieme, città per città, la ricchezza delle esperienze raccolte in tour.

MILANO: SERVE UN AIUTO SPECIFICO PER LE DONNE E PER LE MADRI
I casi di violenza, come si può facilmente immaginare, sono diversi per ogni casa. Di conseguenza anche le donne maltrattate vanno distinte, insieme all’aiuto da fornire loro, come ci ha raccontato Valerio Pedroni, Coordinatore del Pronto Intervento Segnavia della Fondazione Padri Somaschi. Le donne “sole”, non sempre sono prive di una “rete primaria” che le sostenga (genitori, parenti e amici stretti): possono anche avere una buona autonomia e non aver bisogno di un alloggio ma di un aiuto psicologico, per esempio. Quindi ospitarle in una casa di accoglienza può essere controproducente e avvicinarle ad una marginalità che non appartiene loro. Le donne “abbandonate”, invece, non hanno famiglia e spesso sono di origine straniera, con un aumento importante delle seconde generazioni. Loro hanno bisogno di un aiuto più specifico: le case rifugio. Un altro caso ancora sono le madri: nelle Case Mamma Bambino dove vengono ospitate, l’aiuto si concentra sui bambini. Quello che manca invece è l’attenzione per le madri, per le quali servono equipe preparate, perchè a volte chi è stato più devastato sono proprio le donne.

TORINO: UNA SQUADRA DI POLIZIA DEDICATA ALLE DONNE
Hanno creato una squadra di 50 persone dedicata alla soluzione dei contrasti nelle “relazioni umane”, con un’attenzione particolare per il fenomeno dei maltrattamenti. Per questo è stato rinnovato lo sportello delle denunce: nessuna divisione in vetro, non ci sono orecchie indiscrete, e anche i bambini possono sentirsi a proprio agio. Ogni donna, inoltre, viene accompagnata alle udienze e se necessario può chiamare l’agente che segue la sua pratica anche sul cellulare. La filosofia del Corpo di Polizia Municipale di Torino, che ha realizzato tutto questo, è che nessuna donna che denuncia il partner deve essere considerata un “numero”.

GENOVA: UN NUOVO COSTO, I FIGLI CHE LASCIANO LA SCUOLA
Il termine tecnico è “violenza assistita” e la subiscono tutti quelli che assistono al maltrattamento di una persona che rappresenta un punto di riferimento. Proprio quello che succede ai figli delle donne maltrattate. Oltre a essere terrorizzati dalla violenza sviluppano una sorta di senso di colpa per l’impossibilità di reagire. E di fermarla. Risultato: vanno a scuola in modo “trascurato” (senza che nessuno controlli igiene e vestiti), hanno un cattivo profitto oppure a scuola proprio non ci vanno. L’augurio di Elmina Bravo, Responsabile dell’Ufficio Istruzione della Provincia di Genova, è che le responsabilità non vengano sempre scaricate sulla Scuola ma che finalmente i genitori tornino a comunicare con gli insegnanti e a prendere posizione davanti alle difficoltà, per il bene dei ragazzi.

TRENTO: QUANDO LE RISORSE PER COMBATTERE LA VIOLENZA CI SONO
Se non sono i soldi a mancare, e neppure persone da dedicare e le energie da indirizzare, il contrasto alla violenza deve sforzarsi di ricostruire il contesto nel quale avviene, svelare le sue dinamiche ed evitare che ai ragazzi venga trasmessa un’idea distorta delle relazioni tra uomo e donna. Questa è la prima preoccupazione dell’Assessora alla Salute e Solidarietà sociale della Provincia autonoma di Trento Donata Borgonovo Re. Intanto a Trento torna una debole domanda sulle nuove generazioni: è possibile non perdere l’esperienza di chi ha fatto per prima le battaglie per il riconoscimento della violenza sulle donne e in generale dei diritti femminili?

PADOVA: LA VOCE DELLE DONNE IMMIGRATE
Cosa pensano e cosa vorrebbero raccontare? Hanno problemi simili o diversi rispetto alle donne italiane? Per rispondere a queste domande ricercatrici universitarie e donne immigrate sono andate a “lezione” insieme. Un vero e proprio corso di formazione che ha potuto contare sull’esperienza della rete di servizi anti violenza del territorio e che ha creato così un ponte tra l’Italia e le comunità migranti. Aprirsi, mettersi in discussione e diventare protagoniste ha dato loro il coraggio di organizzare la Rete italiana donne migranti, un’associazione in grado di aiutare anche le altre donne, meno fortunate.

BOLOGNA: PIU’ POSTI LETTO PER LE DONNE MALTRATTATE
Quando pensiamo a dove e come ospitare le donne che scappano di casa, non vanno considerati solo i posti letto ma anche i “posti nucleo”, per una donna o per una donna con i figli, che dovrebbero essere molti di più rispetto a quelli assicurati in questo momento. A proposito degli uomini che maltrattano, invece, arriva una proposta per la loro riabilitazione: non chiediamo a questi uomini di provare solidarietà per chi picchiano. Troviamo il modo di scatenare in loro “empatia” con la paura e il dolore di cui soffrono le donne che maltrattano.

FIRENZE: COME “CURARE” GLI UOMINI VIOLENTI
Il primo Centro di ascolto per uomini maltrattanti è nato in Toscana (come il primo progetto di Codice Rosa) e rispetto alle esperienze internazionali, senza lo stretto contatto con le autorità giudiziarie: la frequenza è sempre stata volontaria. Qui gli uomini iniziano un “viaggio” lungo anche un anno, fatto di incontri con gli specialisti e di confronti con altri uomini che maltrattano. “Cosa pensano della violenza? Come hanno passato la loro settimana? Quante volte hanno discusso con la partner negli ultimi giorni?” sono un esempio delle domande fatte per aiutarli ad uscire dalla loro aggressività, senza lasciarli soli anche dopo la fine dal percorso.

ANCONA: QUANTO CI FA “RISPARMIARE” LA PREVENZIONE
Molto, sia in termini economici, ma soprattutto in termini di vita dei nostri ragazzi. L’esperienza vincente di un camper che ha raggiunto tutti i tipi di giovani che si ritrovano nelle piazze di Ancona, per fare attività di sensibilizzazione sul rapporto tra i sessi, sulla violenza, sui sentimenti e sulla sessualità dimostra che la prevenzione è la carta fondamentale da giocare con loro. La storia, vera, di una ragazza aiutata a salvarsi da un possibile stupro di gruppo non è l’unico esempio che conferma il desiderio e il bisogno di un punto di riferimento delle nuove generazioni. Lo ribadiscono i numeri del progetto: su 323 contatti avuti in quasi un anno di attività, 109 erano ragazze e ben 214 i ragazzi. Ragazzi, maschi, che hanno voglia di raccontarsi, di capire e sono disposti a mettersi in discussione.

AQUILA: L’IMPORTANZA DI RIUSCIRE A FARE RETE
Diversi soggetti lavorano ogni giorno per combattere la violenza sulle donne, ma nella città ancora segnata dal terremoto, fare rete è difficile. La storia e l’esperienza del Centro anti violenza hanno bisogno di una sede dove assicurare il loro servizio e incrementarlo, ad esempio, con progetti di micro credito. La Questura invece, forte dei risultati del contrasto al sommerso, con un primo lavoro fatto porta a porta con le aquilane che non hanno il coraggio o i mezzi per denunciare, ora chiede a gran voce di fare un salto di qualità insieme a tutti quelli che si occupano di violenza. Dove portano le diverse iniziative e i diversi desideri?

NAPOLI: LA SOLUZIONE E’ NELLA FAMIGLIA?
Invece che pensare alle donne come individui singoli, e poi ai loro figli e dopo ancora all’uomo che abusa di loro, perché non lavorare sulla famiglia sia come insieme di problemi e difficoltà sia come nucleo in cui trovare i punti di forza su cui investire, per uscire dal degrado? E ancora: ci sono donne che per diventare indipendenti e capaci di difendersi dalla violenza, prima di un lavoro e di un proprio reddito, hanno bisogno di un titolo di studio, a volte del diploma, altre volte della licenza media. Infine, come comunicare i servizi sul territorio: essere sul web non basta, anzi, è inutile se le destinatarie sono persone semplici e non hanno computer o smartphone. Si deve rimanere o tornare a strumenti più comuni come, ad esempio, i totem alle fermate dei mezzi pubblici.

BARI: LE DONNE DEVONO LAVORARE
Non ci sono dubbi, in tutta Italia, soprattutto al Sud: per fare in modo che le donne abbiano gli strumenti per lasciare la casa dove vengono maltrattate devono avere un lavoro. Magari anche stabile. Per questo è importante che anche i progetti di inserimento lavorativo che vengono organizzati dai servizi anti violenza siano più strutturati: è necessario inserire le donne in forme imprenditoriali solide, non basta riscoprire una capacità come la semplice sartoria o la cucina. Cosa ne sarà di loro quando avranno bisogno della pensione e non avranno maturato abbastanza contributi? Ci vuole attenzione, poi, per le donne anziane che subiscono abusi: quando i figli non sono disposti ad accoglierle, il loro triste destino è la strada.

PALERMO: CHI SONO LE MADRI “CATTIVE”?
Si chiamano “madri non protettive” o “madri inadeguate”: si tratta di donne che non riescono a prendersi cura dei figli perché vittime dirette di violenza. Si è in grado di arrivare a loro tardi, con la segnalazione del Tribunale dei Minori, attraverso i figli che mostrano già gli effetti di un ambiente domestico poco sano. Anche loro hanno bisogno di aiuto. Un’altra “scoperta” è l’importanza di fare le domande giuste, ad esempio, in un Pronto Soccorso: come può fare un medico o un infermiere per capire se la donna che ha davanti ha subito una violenza? Chiederle di raccontare cosa è successo, ovviamente. Peccato che domande del genere siano una rarità.

COSENZA: LA PAROLA D’ORDINE DEVE ESSERE “COLLABORAZIONE”
Una “famiglia affidataria” per quelle ragazze e quelle donne che hanno bisogno di rifugio, di conforto e anche un po’ di affetto, perché lasciano una casa violenta. L’idea è della Consigliera Regionale Clotilde Minasi: un’alternativa ai Centri anti violenza e alle Case rifugio più classiche, senza dimenticare che le famiglie disposte ad accogliere devono essere, oltre che preparate, formate. Poi la storia di Loredana Nigri, ex femminista, ora Responsabile del Servizio Sociale Professionale e Presidente del Comitato Pari Opportunità dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, che chiede a tutte le realtà storiche della città e della Provincia di sforzarsi di fare rete: bisogna aprirsi alle nuove organizzazioni, includerle e porsi in modo umile verso le nuove proposte. Il rischio altrimenti è quello di perdersi nella retorica.

ROMA: LA SOLUZIONE AL DILEMMA DEI DATI
Una grande e complicata città come Roma ha trovato una soluzione alla difficoltà di raccogliere dei dati affidabili sugli accessi ai Centri anti violenza e ai Centri di ascolto. Le schede che ogni operatrice compila per ogni donna contengono: i dati anagrafici; quelli sociali, come il reddito e la professione; quelli sulla violenza subita ma soprattutto quelli denominati di “valutazione”. Chi riceve ogni giorno le donne maltrattate fa un’auto valutazione del proprio lavoro, poi una volta a settimana confronta la propria attività con la responsabile del Centro. Dati e valutazioni finiscono in una piattaforma virtuale che serve a raccogliere i report periodici e questi poi vengono inviati alla Provincia ogni tre mesi. Un aggiornamento pratico, veloce e continuo che permette di indirizzare con più facilità i finanziamenti, in base ai bisogni.

Le risposte e gli interrogativi, però, non si esauriscono qui: manca la questione dei medici di base che, come i Pronto Soccorso, hanno la responsabilità di cogliere se la paziente che hanno davanti nasconde un abuso. Chi li ha coinvolti, fino ad oggi, in un discorso più ampio di contrasto alla violenza? Pochi. Le realtà storiche come i Centri anti violenza, e le loro fondatrici, poi, si chiedono dove siano “le trentenni”: vorrebbero lasciare il testimone alle nuove generazioni ma instaurare un dialogo con loro è molto difficile, quando non impossibile. Dove finisce l’incapacità di ascolto delle donne più mature e inizia il preconcetto delle giovani per il lascito dell’esperienza femminista italiana?

Kibra Sebhat

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