Quel che non avviene nella mia famiglia non mi riguarda

Loredana Lipperini
26 marzo 2014

Camminano per le strade, sia pure per mano alla mamma e al papà. Vedono cartelloni come questo. O come questo. Si vedono rappresentati, sempre sui manifesti o nella pubblicità dei magazine che circolano per casa, così o così.
Anche i magazine che si rivolgono a loro li rappresentano sempre più spesso come adorabili bulletti (se maschi) e seducenti pupette (se femmine). Mariagrazia Contini e Silvia Demozzi hanno realizzato un bel video sull’adultizzazione delle bambine e dei bambini. Si chiama Corpi bambini-Sprechi d’infanzia e potete guardarlo qui.

L’adultizzazione delle bambine e dei bambini non è un fenomeno di oggi. Nel 1997, per esempio, uno studio americano aveva evidenziato che i primi sintomi di pubertà si anticipavano ormai tra gli otto e i dieci anni, anziché tra gli undici e i dodici. Tre anni dopo, i sessuologi italiani avvertivano che il 15% delle bambine italiane tra gli 11 e i 14 anni aveva già avuto un rapporto sessuale. Nel 2003 si parlava apertamente di adultizzazione delle cosiddette tweens, le bambine fra nove e dodici anni: che già in seconda elementare, però, cominciano a far uso di profumi, passando ai cosmetici nel giro di un anno o due. Già negli anni Zero risultava evidente che nelle ultime classi delle elementari si guardavano i programmi televisivi rivolti ai fratelli maggiori, e che Mtv era il canale di riferimento. Infine, ci si è accorti che una quota notevole del 1500 spot pubblicitari mensili destinati ai bambini pubblicizzava cosmetici per l’infanzia : lucidalabbra al bubblegum, paillettes per il corpo, ombretti, smalti per unghie. Parliamo di undici anni fa.

Premesso tutto questo, vorrei chiedere a chi si oppone all’educazione sessuale e affettiva nelle scuole se crede che le bambine e i bambini sappiano decifrare il mondo che li circonda. Se ritengano che tutte le bambine e i bambini ricevano le informazioni necessarie all’interno della famiglia: perché gli oppositori dicono e scrivono che parlare di sesso, genere, sentimenti non sia cosa che spetti alla scuola, che è il luogo dove la comunità si forma, bensì alla famiglia. Intendendo, suppongo, la propria famiglia. E le altre? Suppongo ancora che si debbano arrangiare. E suppongo anche che il “non mi riguarda” di questo infelice trentennio ci abbia infine portato a negare altra forma di aggregazione sociale che non sia casa nostra.

C’è un altro punto. Si teme “la norma” come qualcosa che possa limitare la nostra libertà. Ammesso che la parola norma sia pertinente (e non lo è affatto: si tratta di condividere saperi, non di normare), vorrei sommessamente sottolineare che siamo già normati: nel momento in cui i modelli che vengono proposti sono quelli di bambine e bambini ipersessualizzati, la norma ci viene fornita non dalla scuola e non dalla famiglia, ma di chi pensa di vendere un giocattolo o un paio di scarpette o una giacca di jeans usando esattamente un modello normativo.
Detto questo, leggete pure il servizio di Vera Schiavazzi sulla “battaglia” contro gli assai sporadici corsi o interventi sull’educazione sessuale nelle scuole italiane. E pensateci su.

L’ultimo episodio della battaglia risale a pochi giorni fa: il 20 marzo è arrivata a tutti i dirigenti scolastici di elementari, medie e superiori una circolare del ministero dell’Istruzione che “rinviava a data da destinarsi” i due giorni di corso di formazione per insegnanti previsti per questa settimana, confermando così una voce che circolava da tempo. A denunciare l’inconfessabile desiderio di lasciar cadere l’iniziativa era stata, a Montecitorio, la deputata Michela Marzano (Pd), con un’interpellanza, mentre Gabriele Toccafondi, sottosegretario all’Istruzione, vicino a Angelino Alfano, si impegnava da tempo contro “l’indottrinamento dei giovani” nelle scuole, remando contro l’intervento delle associazioni gay.

L’interpellanza di Marzano, insieme alla pronta reazione di una parte delle associazioni impegnate per i diritti glbt hanno rotto il silenzio. Rivelando veti incrociati e lotte intestine che risalgono ai governi Monti e Letta, e all’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni del dipartimento Pari Opportunità del governo. «Il 19 aprile del 2013 — ricorda Marzano nella sua interpellanza — il governo ha formalmente adottato una “Strategia nazionale LGBT 2013-2015”, un piano di azioni di risposta alle discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere». Il 18 dicembre 2013, il Ministero dell’Istruzione ha emanato un’apposita circolare a tutti gli Uffici scolastici regionali in cui si prevede lo svolgimento di una “Settimana nazionale contro ogni forma di violenza e discriminazione”.

Ne è nato un progetto commissionato dallo stesso Unar e costato, così denuncia il quotidiano cattolico “Avvenire”, 250.000 euro. Il titolo? “Educare alla diversità a scuola”, a cura del-l’Istituto Beck di Roma (una scuola di specializzazione accreditata dal Miur), che ha prodotto un kit di materiale informativo suddiviso secondo i diversi ordini scolastici.

Il kit non è mai stato diffuso, il corso è stato rinviato. E la polemica si è fatta rovente, anche perché ci sono dieci milioni di euro stanziati per la “lotta al bullismo”, e dunque anche per quella all’omofobia. «Il Pd resta in silenzio — dice Enzo Cucco, presidente dell’associazione radicale “Certi diritti” — e ha firmato un patto elettorale di non belligeranza col Nuovo Centrodestra di Alfano. Ci aspettiamo un atteggiamento diverso da parte del ministro Giannini». E la vicenda ha già registrato un lungo elenco di reazioni. «Da parte mia c’è massimo impegno contro le discriminazioni — dice Toccafondi, finito nel mirino come responsabile del rinvio — Ma non possiamo usare la scuola italiana come un campo di battaglia ideologico, dobbiamo promuovere un confronto aperto tra docenti e famiglie ».

A far reagire il sottosegretario è stata anche una sitcom in cinque puntate, “Vicini”, che ha definito “di impronta culturale a senso unico”. Ed è guerra tra sottosegretari, perché Ivan Scalfarotto (viceministro alle Riforme costituzionali e ai rapporti con il Parlamento) interviene così: «L’idea di un contradditorio nelle scuole tra posizioni diverse sulla lotta all’omofobia fa a pugni con il buonsenso. Toccafondi suggerisce forse di invitare i negazionisti quando si parla di antisemitismo?». Contro il rinvio dei corsi, intanto, sono intervenuti la Rete Studenti e molte altre associazioni”.

 

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