"Meno lavoro, più debiti, per i diritti un quadro desolante"

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08 07 2014

Presentato a Roma il "Rapporto sui diritti globali" di Cgil, Gruppo Abele, ActionAid, Arci, Legambiente e altre associazioni. I dati raccolti fotografano una situazione catastrofica: "Senza cambiare le priorità tenuta sociale a rischio”.

Durante il 2013 numero dei disoccupati a livello globale è salito di 5 milioni, raggiungendo quota 202 milioni. E nell'Unione Europea sono 27 milioni, con un trend in crescita per il quinto anno consecutivo. Gli europei già poveri o a rischio di diventarlo erano ben 124 milioni nel 2012, 2 milioni e mezzo in più rispetto all’anno precedente, il 24,8% della popolazione. «Più che di crisi, si rischia ormai di dover parlare di catastrofe globale» scrive Sergio Segio, coordinatore del Rapporto sui Diritti Globali, promosso dalla Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Giunto alla sesta edizione.

Dopo 6 anni di crisi economia e recessione, l'Italia e il mondo intero versano in condizioni drammatiche e in costante peggioramento. O almeno questo è quanto si desume dalla lettura del rapporto. suggeriscono i numerosi dati forniti da istituzioni nazionali e internazionali, raccolti e messi in relazione dall'ultimo Rapporto sui Diritti Globali. L'analisi si concentra sugli aspetti sociali della crisi, i più cari alle organizzazioni coinvolte, e quella che definiscono «catastrofe umanitaria e non solo economica» non è altro che il «risultato di scelte politiche precise». Non ci sono stati investimenti a sostegno del lavoro e in molti casi gli interventi per far fronte alla crisi sono andati nella direzione di uno smantellamento del welfare e delle politiche sociali. Anzi, da anni sono stati avviati processi di «privatizzazione dei servizi di protezione sociale in Europa, un potenziale mercato di 3.800 miliardi di euro l'anno (25% del Pil Ue)». E secondo i promotori del Rapporto il nostro paese, oltre a replicare il trend globale, è un chiaro esempio di cattiva politica.

 

In italia, il numero di quanti vivono in condizioni di povertà assoluta è raddoppiato tra il 2007 e il 2012, passando da 2,4 milioni a 4,8, pari all’8% della popolazione. A febbraio 2014 i cittadini senza lavoro erano oltre 3,3 milioni con un tasso di disoccupazione giunto al 13% e al 42% per i giovani dai 15 ai 24 anni. La durata stessa della disoccupazione è in aumento, tanto che oltre il 53% dei disoccupati è in cerca di lavoro da almeno un anno. Il periodo medio necessario per trovare un posto, qualunque esso sia? 21 mesi, ma per le persone in cerca di prima occupazione si sale a 30. Così, dall’inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980mila italiani. Nel frattempo, dal 2008 al 2013, sono scomparse ben 134mila piccole imprese – quelle su cui dovrebbe fondarsi l'economia italiana –, mentre 400mila lavoratori indipendenti hanno cessato l'attività. E il lavoro, oltre ad essere difficile da trovare, è sempre meno fonte di stabilità e sicurezza. Emblematico che solo nel 2012 siano state aperte 549mila partite Iva, con un aumento dell'8,1% definito «esponenziale» tra i giovani.

«Creando occupazione si risponderebbe alla crisi di domanda – sostiene Susanna Camusso nel Rapporto – si sospingerebbero i prezzi attraverso i consumi e gli investimenti, si sosterrebbero i redditi, soprattutto da lavoro, si rilancerebbero aspettative di medio e lungo periodo, si diminuirebbero le distanze e le diseguaglianze». Disuguaglianze che nel frattempo stanno crescendo. Misurando la concentrazione dei redditi sulla base dell'indice di Gini, il 10% delle famiglie con reddito più basso percepisce il 2,4% del totale dei redditi, cifra che sale al 26% per i nuclei con reddito più alto. E far fronte alle prime necessità è sempre più difficile per un numero crescente di persone.

La Banca d’Italia ci dice che, tra il 2003 e il 2011, l’indebitamento medio delle famiglie italiane è passato dal 30,8% al 53,2% del reddito disponibile lordo. L'ovvia conseguenza è una drastica contrazione dei consumi: basti pensare che nel 2013 la spesa delle famiglie per il cibo ha toccato il minimo storico dal 1990. Dal canto suo, la Coldiretti stima in 10 milioni gli italiani che nell'ultimo anno non hanno potuto permettersi un pasto proteico. Tutti abbiamo presente le immagini delle file interminabili davanti alle mense della Caritas, che dal 2006 al 2013, oltre che di cibo, ha anche dovuto far fronte anche ad una domanda di farmaci gratuiti cresciuta del 97%.

Se la situazione è desolante, anche gli interventi per far fronte ad essa lo sono. Dal 2004 al 2012 il Fondo nazionale per le politiche sociali ha subito un taglio di di 1,84 miliardi di euro. Se nel 2008 ammontava ancora a 929 milioni di euro, negli anni è stato prosciugato sino ad arrivare a 70 milioni nel 2012, per poi risalire a 317 milioni solo nel 2014. Anche il fondo per la non autosufficienza, dopo l'azzeramento nel 2011 e 2012, è stato rifinanziato nel 2014 con 275 milioni di euro, ma soltanto per l'eco che hanno avuto le proteste dei malati di Sla sotto il ministero dell’Economia. «“Non ci sono soldi” è diventato il leitmotiv quando si parla di servizi e spesa sociale – scrive Luigi Ciotti nella sua prefazione al Rapporto – È vero solo in parte. L’altra parte si chiama individuazione delle priorità: politiche e, prima ancora, etiche».

Secondo i curatori del Rapporto, gli stessi responsabili della crisi – grande finanza, corporations e tecnocrazie – hanno lavorato alacremente a impedire ogni tentativo di ripensamento del modello di crescita, rifiutando di accettare quella che definiscono «la bancarotta del neoliberismo». «I dati dicono che il nostro debito pubblico ormai è impagabile – afferma Luciano Gallino, citato nell'introduzione del Rapporto – Il Pil è sceso intorno ai 1.550 miliardi, il debito è balzato oltre i 2mila. Per fare fronte ai requisiti del fiscal compact servirebbe destinare 40-50 miliardi l’anno dell’avanzo primario. […] Le strade sono due: o il disastro, oppure che i principali Paesi con debito rilevante si accordino per diluire o abolire il fiscal compact; o comunque per procedere a una ristrutturazione pacifica del debito».

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