Indennità di maternità, paghi direttamente l'Inps

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Ingenere
19 01 2015

La legge prevede che il datore di lavoro anticipi, per conto dell'Inps, il trattamento economico riservato alle donne in maternità. Ma molti versano il dovuto con parecchio ritardo, trattengono una parte o addirittura si rifiutano di pagare. Eppure per mettere fine ai soprusi basterebbe che a occuparsene fosse direttamente l'istituto di previdenza, eliminando un inutile passaggio

Oggi più che mai cresce il numero delle donne che preferisce rimandare la gravidanza. Oltre ai problemi imposti dalla crisi, le lavoratrici sono consapevoli che una volta diventate madri, le probabilità di mantenere il proprio posto di lavoro o trovarne un altro si riducono notevolmente. Intanto, continua l’allarme sulla contrazione dei tassi di natalità, enorme problema per le civiltà occidentali. L’Italia, assieme alla Germania, alla Grecia e al Portogallo è il paese dell'UE dove si fanno meno figli (8,5 figli ogni mille abitanti) (1). Il rapporto annuale Istat del 2014 conferma che le criticità rispetto al mercato del lavoro legate alla nascita di un figlio si sono accentuate nel corso degli ultimi nove anni. Nel 2012, il 22,3% delle donne che lavoravano al momento della gravidanza non lavoravano più a due anni dalla nascita del figlio, fenomeno in peggioramento rispetto al 2005 quando lo stesso valore era pari al 18,4 per cento.

Purtroppo le paure delle lavoratrici sono fondate, come dimostra un fenomeno alquanto diffuso nel nostro paese. Molte neo-mamme in seguito alla nascita del figlio non si sono viste riconoscere il diritto all’indennità economica di maternità previsto dal decreto legislativo sui congedi di maternità e paternità n. 151 del 2001 e sue modifiche. Nei cinque mesi di astensione obbligatoria dal lavoro (due prima del parto e tre dopo, o nel caso si ricorra al congedo flessibile, un mese prima della nascita e quattro dopo), alla lavoratrice spetta un’indennità di maternità pari all’80% della retribuzione giornaliera calcolata sulla base della paga dell’ultimo mese di lavoro precedente l'inizio del congedo. La Tabella 1 fornisce un quadro sintetico dei casi previsti dalla legge.

Il problema sorge per le lavoratrici dipendenti del settore privato per le quali la legge prevede che il pagamento venga anticipato per conto dell’Inps in busta paga dal datore di lavoro, salvo successivo conguaglio con i contributi che lo stesso è tenuto a versare all’ente previdenziale. Questo meccanismo spesso finisce per mettere in discussione la certezza del diritto all’indennità di maternità, trasformandolo in un “atto di favore” che il datore di lavoro fa alle proprie dipendenti. Il fenomeno è andato accentuandosi in questi anni di crisi, soprattutto nel Mezzogiorno. Molti sono i casi denunciati presso le sedi sindacali, dagli ispettorati del lavoro territoriali e dalla giurisprudenza. Se è vero che tale mal costume è molto diffuso (2), sarebbe necessario lanciare l’allarme e far sì che lo stato cambi le regole del gioco e faccia in modo che chi specula su certe situazioni non venga più messo nelle condizioni di farlo.

Indicativo è stato il caso di qualche anno fa, denunciato su alcuni quotidiani, che vide coinvolto un noto imprenditore del settore moda donna (che paradosso!). Secondo le denunce, al momento in cui una sua dipendente gli comunicava di dover andare in maternità anticipata per rischio d’aborto, questo avrebbe prima alzato la voce e rimproverato la sua dipendente e poi non le avrebbe versato gli stipendi comprensivi delle somme per l'indennità di maternità, nonostante le altre colleghe fossero pagate regolarmente. La storia è terminata con l’accordo tra le parti dal quale si evinceva il pagamento di tutto quanto era dovuto alla dipendente, ma intanto questa perdeva il suo posto di lavoro (3).

Casi di questo tipo sono diffusissimi. Basta andare sui numerosi forum della rete dedicati alle mamme per conoscere tante simili storie, in cui ogni volta le mamme lamentano la difficoltà di recuperare le somme a titolo d’indennità di maternità dal proprio datore di lavoro.

C’è chi denuncia ritardi nei pagamenti anche di 18 mesi e a seconda delle esigenze finanziarie del proprio datore di lavoro. Chi, invece, nel rivendicare le somme spettanti per legge, non è riuscita ad evitare situazioni di conflitto con l'impresa e ha dovuto subire le dimissioni o il licenziamento.

C’è chi il proprio diritto l’ha dovuto barattare con un altro diritto, per evitare di cadere in conflitto con il proprio datore di lavoro e ritrovarsi disoccupata, situazione particolarmente problematica in questo periodo di crisi economica, quindi di carenza di posti di lavoro vacanti. In molti casi, la lavoratrice è scesa a compromessi accettando di lasciare parte delle somme che le erano dovute al proprio datore di lavoro.

In particolari territori, poi, dove c’è un elevato grado di criminalità organizzata, si sono verificati anche episodi estremi. In una comunicazione personale agli autori, una neo mamma ha denunciato che dopo aver intrapreso una procedura legale per ovviare al mancato pagamento da parte del suo datore di lavoro delle somme che le spettavano a titolo d’indennità di maternità per astensione obbligatoria dal posto di lavoro è stata avvicinata da persone poco raccomandabili che l’hanno minacciata e spinta a ritirare la procedura e a trovare un accordo con il proprio datore di lavoro.

L’esistenza di questo problema è stata confermata nelle nostre indagini presso i responsabili degli uffici vertenza legale presso le varie sedi sindacali provinciali e regionali della Campania. Tutti hanno affermato che ogni anno arrivano numerosissime denunce agli uffici vertenze in cui la neo-mamma lavoratrice dichiara di non avere ricevuto totalmente o parzialmente dal proprio datore di lavoro le somme dovute a titolo d’indennità di maternità e nella maggior parte dei casi la denuncia arriva quando la donna è stata già costretta a dare le dimissioni per mancato pagamento. Qualcuno ha affermato, inoltre, che queste difficoltà non riguardano solo le mamme, ma sono diffuse anche tra gli altri lavoratori che spesse volte non riescono ad ottenere dai propri datori di lavoro i pagamenti di malattie, assegni familiari o addirittura rimborsi Irpef in sede di conguaglio fiscale.

A causa del meccanismo di rimborso anticipato dal datore di lavoro, quest’ultimo può ritrattare diritti sociali che lo stato garantisce ai suoi lavoratori. Questo meccanismo è già di per sé ingiustificabile, e lo è ancor di più per l’indennità di maternità, poiché riguarda una retribuzione che si espleta al di fuori dell’attività lavorativa. La neo-mamma, infatti, non dovrebbe rivolgersi al datore di lavoro per il pagamento delle somme che lo stato le riconosce e le paga durante il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro. La maternità è un diritto che la legge assicura al di fuori del rapporto lavorativo. Tanto da essere riconosciuta anche alle disoccupate.

Eliminare il passaggio del pagamento da parte del datore di lavoro sarebbe una vittoria per tutte le mamme. Mentre al legislatore, per tutelare le lavoratrici, basterebbe una legge estremamente semplice che affidi il pagamento dell’indennizzo economico all’Inps direttamente alla donna beneficiaria, come succede già per le lavoratrici stagionali, lavoratrici dello spettacolo con occupazione saltuaria, del settore agricolo, colf, badanti e disoccupate e così come previsto dal Testo Unico Maternità-Paternità. In tutti questi casi, esercitare un diritto sacrosanto come quello della maternità non significherebbe piegarsi alla volontà e alle esigenze del proprio datore di lavoro.

 

 

Note
(1) I tassi di natalità più elevati si registrano, invece, in Irlanda (15 su mille), Francia (12,3 per mille), Regno Unito (12,2), Svezia (11,8) e Lussemburgo (11,3).

(2) È in corso una raccolta e un’elaborazione di dati richiesti a vari enti ed istituti al fine di quantificare il fenomeno del mancato pagamento delle varie indennità dai datori di lavoro del settore privato (malattie, assegni familiari, bonus, rimborsi Irpef) ma soprattutto quella prevista in caso di maternità per la lavoratrice. L’obiettivo della ricerca è capire quanto sia diffuso il fenomeno, se riguarda solamente le piccole imprese oppure anche le medie e grandi imprese e se è localizzato nel Mezzogiorno ovvero riguarda l’intero paese.

(3) Altro caso clamoroso e denunciato dal segretario provinciale della UIL Funzione Pubblica di Teramo, Alfiero di Giammartino, è quello della Nike Srl di Teramo, società a cui era affidato il servizio cup dell’Asl di Teramo. La cosa grave è che si tratta del settore di appalti e servizi pubblici dove la disciplina sulla trasparenza, correttezza e buona fede dovrebbero escludere assolutamente il verificarsi di certi episodi: http://www.iltempo.it/abruzzo/2014/10/12/l-azienda-trattiene-i-soldi-del...

 

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