In Cina lo Stato è maschio per decreto legge

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Il Manifesto
05 05 2015

Terre di Mezzo. La campagna mediatica del governo cinese contro le donne single emancipate e per il loro ritorno in famiglia in nome della pace sociale. Un recente saggio sulle «Leftover».

«Il mio libro sug­ge­ri­sce che le cam­pa­gne media­ti­che spon­so­riz­zate dal governo a pro­po­sito delle donne lef­to­ver, fanno parte di un com­plesso ritorno alla dise­gua­glianza di genere nella Cina post socia­li­sta. Una ten­denza par­ti­co­lar­mente evi­dente negli ultimi anni di riforme di mer­cato». È una frase di Leta Hong Fin­cher tratta dal libro, recen­te­mente pub­bli­cato, che ha come titolo Lef­to­ver Women, the resur­gency of gen­der ine­qua­lity in China (Asian Argu­ments, 16,21 euro) nel quale la società cinese viene ana­liz­zata attra­verso nume­rose inter­vi­ste e inda­gini, arri­vando alla con­clu­sione che la Cina vive ancora oggi una pro­fonda dise­gua­glianza tra uomini e donne, essendo una società basata su fon­da­menta tipi­ca­mente maschi­li­ste. Alcune delle travi che reg­gono que­sta ten­denza a una rin­no­vata dise­gua­glianza di genere appar­ten­gono alla sto­ria e alla tra­di­zione cul­tu­rale del paese. Ma quello su cui l’autrice insi­ste è che pro­prio que­sta «rin­no­vata» dise­gua­glianza sia pro­mossa dallo stesso Stato cinese, alla luce delle riforme che hanno por­tato la Cina ad aprirsi ai capi­tali «stranieri».

Nel rigo­roso libro di Leta Hong Fin­cher c’è una cri­tica pro­fonda nei con­fronti di una società che è spesso «mano­vrata» dalla pro­pa­ganda di Stato, un ingra­nag­gio per­fetto messo in campo per «sug­ge­rire» alla popo­la­zione com­por­ta­menti spe­ci­fici su que­sto o quel tema. A que­sto va aggiunto un atteg­gia­mento di osti­lità sta­tale per chi «devia» dal retto cam­mino riscon­trato anche nel recente caso delle cin­que atti­vi­ste fem­mi­ni­ste arre­state l’8 marzo scorso. In Cina ogni vicenda sociale, viene fatta rien­trare all’interno della com­plessa que­stione del «man­te­ni­mento della sta­bi­lità». In que­sto senso, que­stioni pre­cise, come quelle rela­tive alla dise­gua­glianza di genere, sono trat­tate alla stessa stre­gua di un atti­vi­smo che mira a «com­pli­care» la vita ai guar­diani del Paese.

La que­stione di genere viene dun­que cata­lo­gata all’interno della logica che mira al man­te­ni­mento della sta­bi­lità e della pre­sunta armo­nia sociale di una Cina, paese che nel terzo mil­len­nio si ritrova ancora intrisa di con­fu­cia­ne­simo (e preda di alcuni suoi con­cetti retro­gradi e con­ser­va­tori). Potremmo evi­den­ziare tre diret­trici nel volume: l’analisi del con­cetto di «lef­to­ver», la dise­gua­glianza di genere, san­cita dalla dise­gua­glianza eco­no­mica tra i sessi, «pro­mossa» secondo l’autrice dalle poli­ti­che del governo; a corol­la­rio di ciò c’è la indub­bia capa­cità media­tica del governo cinese di fare presa sulle donne, con lo scopo di man­te­nere le dif­fe­renze di genere.

La nozione di «lef­to­ver» è com­plessa. Con il ter­mine si indica soli­ta­mente una donna «che avanza», cioè è una donna sin­gle in età non più «da marito» per­ché ha pri­vi­le­giato altri aspetti della vita. Il tutto con­tri­bui­sce a creare un qua­dro nel quale le donne «lef­to­ver» ven­gono descritte in preda al più bieco car­rie­ri­smo e sog­gio­gate dall’avidità e dall’opportunismo. In realtà, secondo l’autrice, le donne «lef­to­ver» altro non sono che una costru­zione media­tica per spin­gere le donne al matri­mo­nio, in un paese che ha un grave dise­qui­li­brio tra numero di uomini e donne, anche a causa delle pas­sate poli­ti­che di con­trollo delle nascite, che Pechino ha cer­cato di modi­fi­care solo recen­te­mente con la riforma della legge del figlio unico, in base alla quale le cop­pie spo­sate pos­sono avere avere più di un figlio a dif­fe­renza del passato.

In Cina gli uomini sotto i 30 anni di età sareb­bero 20 milioni in più delle donne con le stesse carat­te­ri­sti­che ana­gra­fi­che. Uno squi­li­brio peri­co­loso per una società per­corsa da tante ten­sioni sociali (la fami­glia viene vista come il riparo da strane idee poli­ti­che). Non a caso il nuovo pre­si­dente Xi Jin­ping ha insi­stito molto sul con­cetto di «fami­glia» che fini­sce per anco­rare il ruolo della donna a quello del pas­sato: custode della casa e respon­sa­bile dell’educazione dei figli. Un ritorno al pas­sato che non coin­cide con l’avvenuta eman­ci­pa­zione di molte donne nella società cinese, ma che costi­tui­sce la coor­di­nata seguita dal governo per tutto quanto con­cerne le poli­ti­che sulla fami­glia. «In un certo senso, scrive l’autrice, le donne «lef­to­ver» (shengnu) non esi­stono. Sono una tipo­lo­gia di donne sot­to­li­neata dal governo per rag­giun­gere i pro­pri scopi demo­gra­fici e per pro­muo­vere i matri­moni, pia­ni­fi­care le poli­ti­che della popo­la­zione e man­te­nere la sta­bi­lità sociale».

La cam­pa­gna gover­na­tiva con­tro le shengnu è stata duris­sima, fatta da edi­to­riali, tra­smis­sioni tele­vi­sive (con plot pre­sta­bi­liti), nelle quali era sot­to­li­neato che la società cinese non ha alcuna «sin­to­nia» con que­ste donne e che diven­tare una «lef­to­ver» equi­va­leva a una scia­gura. Nelle sue ricer­che e inter­vi­ste l’autrice arriva al punto: la cam­pa­gna media­tica e di pro­pa­ganda del governo ha fun­zio­nato. Molte delle donne che la gior­na­li­sta ha inter­vi­stato, si sono dette ter­ro­riz­zate dall’idea di diven­tare «lef­to­ver», un avanzo della società, nono­stante una posi­zione eco­no­mica e lavo­ra­tiva di tutto rispetto (e que­sto spiega il grande suc­cesso delle agen­zie di mat­ch­ma­king cinesi, un mer­cato immenso). Ma anche sulle que­stioni eco­no­mi­che, l’autrice del volume non si è fer­mata alle appa­renze. Secondo Leta Hong Fin­cher, infatti, il vero discri­mine tra uomini e donne nella società con­tem­po­ra­nea non si riscon­tra solo e sol­tanto ana­liz­zando la que­stione eco­no­mica, bensì insi­stendo pro­prio sul «nuovo» con­cetto – per la Cina — di pro­prietà. Sono gli uomini, infatti, a porre il pro­prio nome quando viene com­prata, anche in cop­pia, una casa.

L’appartamento, il bene più pre­zioso per i cinesi, oggi, è pro­prietà per lo più maschile. E se la cre­scita cinese si è basata pro­prio sullo svi­luppo del mer­cato immo­bi­liare, le vere escluse da que­sto pro­cesso di arric­chi­mento, sareb­bero pro­prio le donne (par­liamo di un giro d’affari, quello immo­bi­liare in Cina, che a fine 2013 era di circa 30 tri­liardi di dol­lari e che ha finito per creare gran parte di quella schiera di uomini eti­chet­tati come i «nuovi ric­chi cinesi»). A que­sta situa­zione avrebbe con­tri­buito e non poco la legi­sla­zione cinese (e l’ufficiale All China Women’s Fede­ra­tion, che svolge per le donne lo stesso ruolo che svol­gono sui luo­ghi di lavoro i sin­da­cati) che nelle leggi che rego­lano il matri­mo­nio con­sen­tire all’uomo di dete­nere il diritto di pro­prietà, ren­dendo la vita dif­fi­cile alle donne che, in caso di divor­zio, aves­sero voluto dimo­strare la pro­pria par­te­ci­pa­zione all’acquisto della casa. Da quanto emerge dalle ricer­che pre­senti nel volume, però, è un fatto diverso. Gra­zie anche alla rin­no­vata pre­senza delle donne nel mer­cato del lavoro i patri­moni con cui ven­gono acqui­state le case sono «par­te­ci­pati» pro­prio in virtù del salari e dei risparmi delle donne spo­sate.

Nel capi­tolo con­clu­sivo del volume, Leta Hong Fin­cher si con­cen­tra sulle «donne che resi­stono», muo­ven­dosi nei mean­dri lasciati imper­cet­ti­bil­mente liberi da uno Stato che pare in grado di con­trol­lare tutto. Un capi­tolo che con­sente all’autrice di tor­nare su un argo­mento che viene trat­tato in altre parti del libro: le vio­lenze dome­sti­che. Molte delle ong – che in Cina hanno in ogni caso un rico­no­sci­mento gover­na­tivo, pena il rischio di arre­sti e repres­sione – e gruppi indi­pen­denti hanno orga­niz­zato negli ultimi tempi molte azioni (xing­dong) per denun­ciare il numero spa­ven­to­sa­mente alto di vio­lenze dome­sti­che. Sono le stesse donne a pre­fe­rire l’uso del ter­mine «azione» invece di «pro­te­ste», dimo­strando che sanno benis­simo di avere a che fare con un forte potere sta­tale. Un mono­lite che tal­volta viene scosso nel modo giu­sto. Ad esem­pio, un paio di anni fa aveva pro­vo­cato molto imba­razzo alla Cina la denun­cia di una donna ame­ri­cana spo­sata con un cinese di aver subito ripe­tute vio­lenze dome­sti­che dal marito, un uomo dive­nuto una cele­brità per le sue par­ti­co­lari lezioni ocea­ni­che di inglese (è sopran­no­mi­nato Crazy English). Fu un caso molto seguito dalla stampa locale, mac­chiato da un gretto nazio­na­li­smo (con­tro l’«americana») e da maschi­li­smo, ma che ha finito per dare linfa, e spe­ranza di riu­scire a denun­ciare certe situa­zioni, alle «azioni» di tante donne cinesi.

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