Se la sinistra avesse ascoltato Pietro Ingrao

Pietro IngraoCronache del Garantista
28 settembre 2015

Già, chi era Ingrao? Mi vengono in mente, d’acchito, solo risposte banali. La sua morte è arrivata di sorpresa.
Sì, sì, aveva cent’anni, ma a me pareva eterno. Non produceva più pensiero da un decennio, non faceva politica, era vecchio vecchio, ma era lì:
seduto, o ingobbito, con il suo volto ciociaro, arcigno e dolcissimo, con quel naso speciale, con la mascella, con gli occhi che una volta ti intimidivano, ora non più, ora erano stupiti, curiosi. Sembrava che non dovesse finire mai, Ingrao. Che la sua vecchiezza servisse a dirci che la politica non è per forza Renzi o Berlusconi.

Già, chi era Ingrao? Era l’uomo che non si arrendeva mai? Era l’uomo che dava battaglia tutte le volte e che in genere perdeva? Era l’uomo dell’utopia, dell’arzigogolo, del sogno politico? Era l’allievo di Togliatti? Era il nostro Mao, come gridavamo circa mezzo secolo fa? Era il nemico dei compromessi? Era il comunista dolce, aperto, che piaceva anche ai preti? Era un pensatore politico, innamorato dell’autonomia della politica e della convinzione che questa autonomia potesse essere garantita solo dal pensiero e dalla lotta, non dal governo e dall’amministrazione? Era un poeta, Ingrao, era quello che voleva la luna, un po’ perché era bella un po’ perché sapeva di non potere averla?

Chi era davvero? Era il trentenne che approvò l’invasione dell’Ungheria o era l’uomo già anziano che si dissociò dal suo partito, alla Camera, si alzò e pronunciò un discorso radicalmente pacifista contro le navi italiane nel Golfo Persico? Era un leninista o era un libertario? Era il Presidente della camera, super partes, che gestì le giornate tragiche del sequestro Moro o era il combattente che a settant’anni suonati cercò di impedire la fine del partito comunista, quando ormai il comunismo era già scomparso, perito e sepolto sotto il Muro di Berlino?

Potremmo cavarcela così, con una frase fatta: Pietro Ingrao era un gigante della politica, e di gente come lui, nel Palazzo, non c’è più traccia. Vero.

E’  tutto un po’  vero, ma è anche tutto retorica. Ingrao nella sua vita politica attiva che è durata circa 60 anni (diciamo dal 1940 al 2000 ) ha commesso un sacco di errori e ha avuto ragione molte altre volte. E’ stato coraggioso ed è stato timido. Ha avuto un gigantesco carisma e non sempre lo ha saputo usare. Un po’ come tutti. Certo, sempre a un livello altissimo, ma come tutti.

La sua grandiosità e il senso di tutta la sua vita, però, io sono convinto che siano racchiusi in pochi mesi, nel 1966 : l’XI congresso del Pci. Togliatti era morto da un anno e mezzo e da circa tre anni in Italia governava il centrosinistra di Moro e Nenni. Il Pci si divise. Non solo nella scelta del successore di Togliatti, ma soprattutto nella scelta della linea politica. E quella scelta – proprio quella, compiuta nell’inverno del 66 – determinò la storia della sinistra italiana in tutti i decenni successivi. Fino a oggi.

I due leader contrapposti erano i due prodotti migliori del vivaio di Togliatti. Giorgio Amendola, altissima borghesia napoletana, figlio dell’ex ministro delle colonie (Giovanni, liberale, ucciso dai fascisti a bastonate negli anni Trenta) e Pietro Ingrao, intellettuale molto particolare che veniva dalla provincia, addirittura dal un paesino del frusinate, Lenola. E questi due dirigenti (Amendola aveva quasi sessant’anni e Ingrao un po’ più di cinquanta) si affrontarono su due ipotesi opposte di futuro.

Amendola era per la presa del potere, per via riformista, attraverso il centrosinistra, e dunque per scelte tutte subordinate alla decisione di allearsi con il Psi, di creare un unico partito in grado di contrattare da pari a pari con la Democrazia cristiana. Amendola diceva: potere uguale riforme, uguale progresso, uguale avanzata dei lavoratori.

Ingrao pensava l’opposto. Diceva: movimenti. Vedeva un grande subbuglio nella società italiana, aveva avvertito la forza e la spinta del Concilio Vaticano secondo, intuiva la rivolta giovanile che avrebbe poi travolto tutto due anni dopo, percepiva persino i primi segnali del femminismo. E pensava a una sinistra che non partisse dal Palazzo, non puntasse alla presa del potere ma radunasse attorno a sé – ai suoi valori, alla sua capacità di produrre modernità autentica – forze diverse, ceti diversi, generazioni diverse, in grado di formare un blocco ideale e culturale che avrebbe poi influenzato in modo determinate il governo del paese.

Ingrao pensava che l’economia – e le relazioni economiche e le compatibilità dell’economia – non fosse il motore vero della storia. Pensava che il motore fosse la politica, e che la politica potesse vivere solo nella sua autonomia, nella sua “superiorità”, non ammettesse posizioni ancillari, subalterne. Non identificava politica e potere. Identificava politica e pensiero e movimenti. Immaginava una capacità delle idee – e anche delle classi sociali più deboli – di dominare la società senza necessariamente usare lo strumento del governo.

A Ingrao è stata sempre mossa questa critica: “Sei un acchiappanuvole, tu parli, getti semi, idee, ma poi c’è bisogno di una sinistra riformista che sappia prendere e gestire il potere”. Ingrao non pensava che fosse così decisiva la presa del potere, o forse addirittura la temeva, e in questo rovesciava completamente lo schema leninista. Certo, allora non lo si poteva dire. E Ingrao, che era coraggiosissimo e spericolato nelle sue capacità di pensiero, era timido, disciplinato e comunista nell’esprimere le sue idee. Non perché avesse paura, intendiamoci.

Ma per un certo modo di concepire il comunismo, il dovere, la comunità, che non lo ha mai lasciato, del quale non ha saputo mai fare a meno. All’XI congresso Ingrao fu l’unico a criticare l’Unione sovietica, ma non ebbe il coraggio di chiudere i conti con il leninismo, di denunciarlo apertamente.

Sapete come andò: fu sconfitto. E allora se ti sconfiggevano era guai seri. Alla fine del suo discorso (che iniziò con una frase famosa: “Compagni, non sarei sincero se dicessi che mi avete persuaso…”) ricevette una ovazione gigantesca dalla platea. Imbarazzante. Ma nessun dirigente, di quelli che stavano sul palco, si alzò per stringergli la mano, come era usanza. Tranne una signora coraggiosa e isolata: Marisa Rodano. I suoi uomini, quelli che si erano schierati con lui furono dispersi, emarginati. Lui fu isolato. Un pezzo di partito gli fece una guerra spietata, totale. Negli ultimi anni Ingrao raccontava di quanto gli stesse sulle scatole Pajetta, perché – ricordava – Pajetta, per schernirlo, quando lui parlava in Direzione si metteva a sfogliare il giornale per dimostrare che neppure lo stava ad ascoltare…

Perse, ma aveva ragione. Almeno, io credo così. Cioè penso che se la sinistra avesse dato retta a Ingrao, nel 1966, e avesse rinunciato alla sua ossessione “poterista” (della quale è figlia anche la politica berlingueriana del compromesso storico) oggi sarebbe ancora viva. Invece oggi la sinistra non c’è più. Oggi c’è Renzi che è la perfetta realizzazione delle teorie politiche che all’XI congresso vinsero, guidate da Amendola e da Napolitano. E’ vero che Amendola e Napolitano non conquistarono mai la segreteria del partito, che toccò a Berlinguer (uomo di mediazione tra Amendola e Ingrao) però da quel momento in poi furono loro a dettare la linea. Il Pd è un po’ figlio di quella idea: al potere, al potere, al potere, anche eventualmente per condurre una politica di destra. Si diceva: è tattica, è la via giusta… Tutto è tattica: anche una sinistra che si scopre liberista.

Ecco, Ingrao era il contrario di questo punto di vista. Perciò resto sorpreso dalla sua morte. E un po’ impaurito. Mi sembra proprio che allora l’ingraismo è finito, che resta solo Renzi. Che il potere ha sopraffatto definitivamente la politica.


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