DONNE E CRISI IN EUROPA

di Fabrizio Botti e Marcella Corsi
6 dicembre 2011

L’attacco che gli “speculatori” stanno assestando alle finanze pubbliche di molti dei paesi della zona Euro ha prodotto un rovesciamento degli obiettivi di politica economica dei governi interessati. I paesi membri del G8, impegnati fino all’inizio del 2010 in politiche di sostegno alla domanda atte ad impedire che la crisi finanziaria si traducesse in depressione, hanno iniziato ad introdurre misure fiscali restrittive nel tentativo di riconquistare la fiducia di quelle stesse istituzioni finanziarie che risultano di fatto privilegiate dai piani di salvataggio finora varati.

L’intervento pubblico anti-crisi non ha assunto in Europa una veste neutrale in termini di genere, ma si è anzi ispirato a pregiudizi e modelli familiari tradizionali, promuovendo potenzialmente un peggioramento del ruolo della donna nell’economia e nella società, oltre che ulteriori diseguaglianze di genere.
Se le donne sono state inizialmente risparmiate dagli effetti della crisi – in termini occupazionali – non sono poi riuscite ad evitare i contraccolpi di alcuni dei suoi “rimedi”, ovvero le misure di austerità e consolidamento fiscale – avviate a partire dal 2010 – che hanno essenzialmente preso la forma di tagli alla spesa pubblica per il welfare ed il pubblico impiego.

Le lezioni europee dal fronte della crisi, raccolte da inGenere.it in un dossier su “Donne e crisi in Europa”, raccontano del legame tra crisi economica, politiche pubbliche e ruolo della donna.

Dai contributi raccolti nel dossier emerge chiaramente come la mancata consapevolezza dell’impatto di genere delle manovre economiche “anti-crisi” finisca per colpire l’occupazione femminile sia direttamente, riducendo i posti di lavoro in un settore tradizionalmente femminile come quello del pubblico impiego, sia indirettamente, attraverso l’impatto negativo sulla fornitura di servizi sociali.

In Grecia, dove quasi una donna ogni quattro con un lavoro retribuito è impiegata nel settore pubblico, la riduzione dei dipendenti pubblici dell’autunno del 2011 è stata realizzata attraverso l’esonero dal lavoro ed il contestuale pagamento del 60% dello stipendio a quanti avessero diritti pensionistici acquisiti (prevalentemente donne).(1)

In Spagna, dove le donne rappresentano il 54% del totale dei dipendenti pubblici, il pubblico impiego è interessato da una riduzione in media del 5% dei salari e risulta tra i sette settori che hanno maggiormente espulso occupati. E’ sensato temere che quest’ultimo dato possa aumentare con il mancato rinnovo dei contratti a termine, che interessa il 28% delle dipendenti pubbliche.(2)

Nel Regno Unito, secondo le stime dell’Office of budget responsibility, le perdite di posti di lavoro nel pubblico impiego raggiungeranno i 600.000 addetti nel 2016, ed è ragionevole prevedere che saranno le donne a risultare principalmente interessate da questi tagli, visto che il 56% del totale degli impiegati pubblici britannici è donna.(3)

Il ridimensionamento dei servizi sociali e la riduzione dei sussidi alla famiglia stanno producendo un impatto particolarmente negativo sulle donne che vi fanno affidamento per conciliare lavoro e famiglia. Tagli ai servizi di cura hanno caratterizzato i piani di austerity in Grecia e determinato una contrazione di diverse forme di sussidio nel Regno Unito (soprattutto quelli percepiti dalle donne in quanto madri e principali responsabili della cura dei minori).

In Portogallo, una continuità alle politiche di rafforzamento della rete di servizi di cura in tempi di crisi è stata assicurata dal precedente avvio delle iniziative sostenute da partenariati pubblico-privato. Tuttavia, la scure dei tagli ai sussidi di disoccupazione si è abbattuta particolarmente su quelli meno generosi, concessi in misura maggiore alle lavoratrici portoghesi, a fronte di una minore anzianità lavorativa rispetto agli uomini.(4)

Quanto alle prospettive per l'Italia, lo scenario descritto sembra suggerire, da un lato, l’adozione dello strumento del bilancio di genere per verificare che gli interventi rispettino l’equità tra i due sessi e, dall’altro, un’inversione della logica sottostante agli interventi fiscali restrittivi proposti esortando al perseguimento del risanamento dei disavanzi attraverso politiche volte ad aumentare l’occupazione piuttosto che a tagliare le spese.

(1) Lyberaki A. e Tinios P., “The Greek crisis and the return of the Male Breadwinner Model? Some thoughts”, http://www.ingenere.it/sites/default/files/articoli/Lyberaki-Tinios.pdf.
(2) Larrañaga M. e Jubeto Y., “Tempi di crisi, tempi di donne”, http://www.ingenere.it/articoli/tempi-di-crisi-tempi-di-donne.
(3) Annesley C., “L'austerity di Osborne manda le donne in rosso”, http://www.ingenere.it/articoli/lausterity-di-osborne-manda-le-donne-rosso.
(4) Ferreira V., “Lisbon story, la crisi per le portoghesi”, http://www.ingenere.it/articoli/lisbon-story-la-crisi-le-portoghesi.
Ultima modifica il Sabato, 24 Novembre 2012 16:42
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