INGENERE

In genere
29 01 2014

Le famiglie cambiano aspetto, e cambiano aspettative. I dati diffusi ieri dalla Banca d'Italia nell'indagine "I bilanci delle famiglie italiane nell'anno 2012" parlano di un calo della ricchezza e di un diffuso clima di sfiducia tra i componenti di famiglie sempre più piccole. Il report apre proprio su questo: la composizione delle famiglie rimpicciolisce sempre più: aumentano le famiglie formate da un solo componente (dal 24,9 per cento del 2010 al 28,3 per cento; erano il 16,1 per cento nel 1991), diminuiscono le coppie con e senza figli. "Tra il 2010 e il 2012 il reddito familiare medio è calato in termini nominali del 7,3 per cento - si legge nell'introduzione del rapporto - quello equivalente del 6; la ricchezza media è diminuita del 6,9 per cento". Per reddito equivalente si intende una misura pro-capite che tiene conto della dimensione e della struttura demografica della famiglia, ed è stato in media pari a 1.500 euro al mese, con una contrazione più forte registrata tra i lavoratori autonomi.

La ricchezza è sempre più in mano a pochi: "È continuato il trend di crescita della concentrazione dei redditi (l’indice di Gini misurato sui redditi equivalenti è salito al 33,3 per cento dal 32,9 del 2010; era il 32,7 nel 2008)", sottolinea il report. Stesso andamento per la ricchezza: "Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 46,6 per cento della ricchezza netta familiare totale (45,7 per cento nel 2010)", e qui l'indice di Gini i, è pari al 64 per cento, in aumento rispetto al passato (era il 62,3 per cento nel 2010 e il 60,7 nel 2008).

La quota di individui poveri è del 14,1% (di un soffio inferiore al 2010), ma molti più nuclei familiari risultano in condizioni di vulnerbilità finanziaria: "riguardano circa il 13,2 per cento dei nuclei indebitati e il 2,6 per cento del totale delle famiglie. Il fenomeno appare in aumento rispetto al passato (+3,1 punti percentuali tra le famiglie indebitate; +0,4 sul totale)".

Su quanto la povertà o il rischi di ristrettezze economiche sia alto per le donne, qui su inGenere è stato descritto in un recente articolo dal titolo: Donne, lavoratrici e mamme. I nuovi volti della povertà. Mentre sui crescenti problemi dell'unico cuscinetto che ha ammortizzato i colpi fino a poco fa - la famiglia, appunto - c'è l'articolo Il terzo escluso. Cosa dicono i dati sulla povertà in Italia.

In genere
28 01 2014

124,5 milioni di persone. Questo è il numero di quanti a rischio di povertà o esclusione sociale nell’Unione Europea (UE28) nel 2012: il 24,8 % dell’intera popolazione, uno su 4 (si veda la tabella 1). Il dato ha fatto scalpore soprattutto perché ha rivelato che l’Italia è al secondo posto nell’eurozona, dopo la Grecia, per la percentuale di “persone a rischio di povertà o esclusione sociale”: il 29,9%, ovvero 18 milioni e 200 mila persone. Per capire cosa significhino queste cifre, cominciamo con la definizione dei concetti utilizzati dall’Eurostat per quantificare il fenomeno.

Il concetto di “rischio di povertà o di esclusione sociale” (indicatore ARPE, at-risk of poverty or social exclusion) adottato in ambito comunitario, si riferisce a persone che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: i) sono a rischio di povertà monetaria (il loro reddito risulta inferiore al 60% del reddito mediano equivalente calcolato a livello nazionale); ii) soffrono di severa deprivazione materiale (non hanno risorse sufficienti per sostenere alcune spese di base come affitto, mutuo, riscaldamento, un pasto adeguato, ecc.); iii) la famiglia in cui vivono è a bassa intensità di lavoro (ovvero, in media nell’anno risulta occupato meno del 20% del potenziale lavorativo totale)[1]. Il primo indicatore è utilizzato per identificare le persone a rischio di povertà monetaria. Si tratta di persone che vivono in famiglie con un reddito monetario relativamente basso (inferiore alla soglia del 60%). Si tratta quindi di una misura di povertà relativa; ovvero, qualsiasi sia il livello del reddito mediano nazionale, ci sarà sempre una quota della popolazione che vive al di sotto di questa soglia. Ma ciò implica anche che se il livello assoluto del reddito nazionale muta per effetto di un impoverimento generale (come è accaduto in molti paesi dell’Unione europea nell’ultimo quinquennio) il livello assoluto della povertà tende ad aumentare. Il secondo e il terzo indicatore, da intendersi come misure complementari, colgono altri aspetti del fenomeno.


Il rischio di povertà monetaria può essere calcolato prima o dopo i trasferimenti sociali: la differenza misura l'incidenza ipotetica delle politiche sociali (erogazione di prestazioni sociali) sulla riduzione del rischio di povertà[2]. Per valutare la generosità (e l’efficacia) dell’intervento pubblico si possono confrontare gli indicatori di rischio di povertà prima e dopo i trasferimenti sociali (figura 1). Nel 2012 i trasferimenti sociali hanno ridotto il tasso di rischio di povertà tra la popolazione dell'UE28 dal 26% al 17%, portando al di sopra della soglia di povertà quasi il 37% della popolazione che altrimenti sarebbe stata esposta a tale rischio. Il confronto tra i paesi mostra che l'incidenza delle prestazioni sociali è stata minima in Italia e Grecia (oltre a Romania e Bulgaria), con una riduzione inferiore ai 5 punti percentuali. Al contrario, l’intervento pubblico è stato efficace, quasi dimezzando la quota di popolazione esposta al rischio di povertà, in Irlanda, Ungheria, Danimarca, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca e Lussemburgo.

Alcuni gruppi sociali sono più esposti di altri al rischio di povertà in termini monetari. E’ necessario tener presente che il rischio di povertà (qualsiasi sia l'indicatore utilizzato) dipende dalle caratteristiche della famiglia in cui una persona vive. Ciò spiega perché il rischio di povertà dei bambini (prima dei trasferimenti) in tutti i paesi tende ad essere più alto di quello degli adulti: le famiglie con figli piccoli hanno un reddito monetario "medio" necessariamente più basso delle famiglie senza figli (sulla povertà dei bambini in Italia si vedano i recenti dati, drammatici, diffusi da Save The Children). Ciò spiega anche perché il differenziale per sesso nel rischio di povertà monetaria sia relativamente contenuto (pari a circa 1,4 punti percentuali per l’UE28, per il totale della popolazione). Va considerato che la maggioranza della popolazione vive in famiglie di almeno due persone. Quindi, se una famiglia è classificata come "povera", tutte le persone di quella famiglia sono povere (indipendentemente dal sesso)[3]. Il differenziale nel rischio di povertà si allarga se le famiglie sono classificate secondo l’intensità lavorativa del nucleo, e le persone che vivono in famiglie con bassa intensità lavorativa sono particolarmente esposte al rischio di povertà.

Come già ricordato, altri indicatori contribuiscono a definire il quadro di povertà e deprivazione. L’indice di deprivazione materiale, che include le persone in condizione di severa carenza di risorse (nel 2012 il 9,9% della popolazione nell’UE28, ma il 14,5% in Italia) comprende un indicatore che misura il rischio di vulnerabilità finanziaria (cioè l’incapacità di affrontare spese impreviste). Si trova in questa situazione il 40,2% della popolazione nell’UE28, contro il 42,5% degli italiani. Il limitato scarto tra i due dati può essere spiegato dalla proverbiale propensione al risparmio delle famiglie italiane (comune ai paesi dell’Europa meridionale) cui corrisponde un maggiore peso della ricchezza sul livello del reddito, e una maggiore capacità delle famiglie di sopravvivere alle avversità grazie ai propri risparmi. Questo riflette non solo il maggior peso della casa sulla ricchezza totale, ma soprattutto il minor peso del welfare pubblico, alle cui carenze supplisce appunto il welfare familiare. Ma se il compito di contenere la povertà è largamente demandato alla famiglia, il progressivo rapido impoverimento delle famiglie (costrette ad attingere ai risparmi per difendere il livello dei consumi) sta minando alla base l’unico strumento di riduzione di povertà.

Il ruolo della ricchezza viene sottolineato dal Fondo monetario (IMF 2013), che ha provveduto alla valutazione della situazione economica dell’Italia, giungendo a conclusioni non molto più ottimiste. La sola nota positiva in un quadro tutto sommato assai fosco, sembra essere rappresentata dalla considerevole ricchezza netta delle famiglie, che contribuirebbe a lenire le conseguenze, per il sistema bancario, del peggioramento delle condizioni finanziarie indotte dalla caduta del reddito. Sono soprattutto le famiglie con capofamiglia giovani e le persone in affitto quelle a maggior rischio di povertà: l’indice di vulnerabilità (che tiene conto del reddito e della ricchezza finanziaria netta) era nel 2010 pari a 8,8% per la collettività nel complesso, ma saliva a 15,2% tra le famiglie “giovani” e al 26,1% per le persone in affitto (Bartiloro e Rampazzi, 2013). E la situazione è assai diversa fra Centro-Nord e Mezzogiorno: nel 2011 le famiglie a rischio di povertà e esclusione sociale erano il 46,2% nel Mezzogiorno rispetto al 17,3% nel Nord e al 23% nel Centro.

Che fare? L'obiettivo fissato dal Consiglio di Lisbona del marzo 2000 era di fare dell'Europa in dieci anni "l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale". La nuova strategia Europa 2020 (approvata dal Consiglio nel giugno 2010) si pone più modestamente come uno degli obiettivi principali da raggiungere entro il 2020 quello dell'inclusione sociale, impegnandosi a fare uscire dalla povertà e dall'esclusione sociale almeno 20 milioni di persone nell'UE entro il 2020. Anche questo più modesto obiettivo, tuttavia, rischia di essere clamorosamente e drammaticamente mancato se non si inverte il trend del reddito a livello europeo. La migliore politica di contrasto della povertà è la crescita e la piena occupazione, e la strategia 2020 rimarrà una vuota parola d’ordine se non verrà accompagnata da politiche macroeconomiche capaci di re-innescare la crescita in Europa. Senza crescita, non ci saranno risorse da redistribuire, né a livello dello stato, né a livello delle famiglie.

 

Sarà una donna a guidare la Repubblica Centrafricana

  • Gen 22, 2014
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inGenere
22 01 2014

In Italia l'elezione di una donna alla guida della Repubblica Centrafricana non ha avuto molto risalto. Invece è un bel segnale di cambiamento, non solo perchè è una donna ma anche per la discontinuità con il passato rappresentata dalla sua elezione. Vi proproniamo la lettura di un bell'articolo del New York Times firmato da Adam Nossiter che, tra le molte cose interessanti, racconta come al momento dell'elezione "c'è stata un esplosione di giubilo da parte delle sue sostenitrici. Erano tutti d'accordo, in parlamento e per strada, che sono stati gli uomini a portare il paese in una spirale di violenza inesorabile e che l'unica speranza era una donna li tirasse fuori".

In genere
15 01 2014

Non dare mai per scontate le conquiste date per acquisite, lo si è detto in tante occasioni. Si torna a dirlo adesso a proposito della Spagna e della controriforma messa in cantiere sull'aborto. E in effetti proprio su questo tema, l'aborto, anche le italiane non sono al sicuro, torna a ricordare il movimento Usciamo dal silenzio in una lettera aperta indirizzata alle più giovani.

Se gli attacchi frontali alla 194 non sono tanto frequenti, si continua - molto efficacemente - a svuotare la legge attraverso una massiccia obiezione di coscienza, reale o strumentale che sia. La questione ha anche una dimensione europea, come dimostra la vicenda della risoluzione Estrela, che chiedeva in sostanza che l'aborto fosse possibile e sicuro in tutti i paesi europei, e che il parlamento Eu ha bocciato.

Adesso però tocca alle più giovani battersi, si legge nella lettera di Usciamo dal silenzio, che nel marzo scorso ha lanciato una petizione (“Legge 194: cosa vogliono le donne” http://www.change.org/it/petizioni/manifesto-per-la-piena-attuazione-della-legge-194-78). Oggi si tenta di parlare alle e ai giovani anche atraverso i social network: alla pagina Facebook "Care ragazze a proposito dell'aborto e della Spagna" la discussione è aperta.

"Il 14 gennaio del 2006 eravamo in 200 mila – donne e uomini – in piazza Duomo a Milano per difendere la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e per rilanciare la questione della libertà femminile. La convinzione, ora come allora, è che le due cose vadano di pari passo", si legge nella lettera aperta. "Otto anni dopo, siamo qui a ribadire l’urgenza di un’alleanza e di una battaglia comune. Comune a tutte le donne, ma che dovrebbe riguardare anche quegli uomini – amici, fidanzati e mariti – che vorrete compagni della vostre vite. E siamo qui a dire a voi donne più giovani che è il vostro momento. Torniamo a farlo perché ciò che accade in Spagna dimostra che una conquista non è per sempre e che il controllo sul corpo delle donne resta l’oggetto di una contesa che non finisce mai".

Qui il testo integrale dell'appello.

Fiat e famiglie. La parabola delle operaie di Melfi

  • Dic 27, 2013
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Fulvia D'Aloisio, Ingenere
27 dicembre 2013

L'impatto fortissimo di una fabbrica di auto che assume il 18% di donne, a sud. L'emancipazione dei vecchi lavoretti, le trasformazioni sociali e la vita da "famiglie metalmeccaniche". E poi la crisi, con il ritorno della vecchia economia informale.

Donne nelle giunte, la camera approva: quota minima 40%

  • Dic 24, 2013
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In genere
24 12 2013

Nascosto tra le pieghe del disegno di legge sulla riforma delle province, arriva un regalo sotto l'albero per chi ha a cuore la democrazia paritaria: le quote di genere entrano negli enti locali, e stavolta per la porta principale, ossia con una legge di portata nazionale. Nella seduta notturna della camera del 21 dicembre, nel corso dell’esame del ddl n. 1542-A di riforma degli enti locali (città metropolitana, province, unioni e fusioni di comuni) è stato approvato un emendamento (a prima firma Roberta Agostini) che sancisce che nelle giunte comunali nessun genere può essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento. Saranno pertanto illegittime le giunte con meno del 40 per cento di donne. Il testo deve ancora passare all’esame del senato.

La nuova disposizione risulta coerente con il principio di parità di accesso alle cariche elettive sancito dall’articolo 51 della Costituzione e ribadisce un principio già affermato dalla giurisprudenza amministrativa (si veda in proposito l'articolo di Chiara Martuscelli per inGenere). La nuova norma, se fosse confermata dal senato, dovrebbe inoltre porre fine ai numerosi - nonché lunghi e onerosi - contenziosi giurisdizionali sulla composizione di genere delle giunte.

Il sessismo sui banchi di scuola. Un sondaggio inglese

  • Dic 10, 2013
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Ingenere
10 12 2013

È vero, certe cose si imparano da piccoli. Si impara che sono normali e ci si deve abituare agli sfottò riferiti al sesso. Si impara che da ragazze, e poi anche da adulte, si sarà giudicate per il proprio aspetto fisico invece che per le proprie capacità. Su 1.300 ragazze dai 7 ai 21 anni che hanno partecipato al sondaggio dell’associazione inglese Girlguiding, la stragrande maggioranza ha dato risposte tali da segnalare un livello di sessismo definito “scioccante” nel report Girls’ Attitudes. Scioccante per l’enorme diffusione degli atteggiamenti sessisti, dei sentimenti negativi che ne derivano per le ragazze, ma anche per la pervasività riscontrata sin da piccolissimi, e per la loro diffusione in particolare tra i banchi di scuola.

L’87% delle intervistate pensa che i giudizi sul loro conto saranno basati sul loro corpo (e non sul loro cervello). Più di un terzo (36%) è stata indotta a considerarsi stupida per il fatto di essere femmina (e la percentuale arriva fino al 60% se si isola il dato del gruppo 16-21 anni). E sono quasi tutte convinte che i parametri di giudizio cui saranno sottoposte non sono gli stessi che valgono i maschi: il 76% è convinto per esempio loro, le ragazze, saranno giudicate severamente per condotte sessuali ritenute invece accettabilissime per i ragazzi.

Le molestie sessuali, le avances pesanti, i palpeggiamenti e gli sfottò risultano poi molto frequenti a scuola, anche tra i giovanissimi. Sentirsi gridare “apprezzamenti” sessuali è capitato a 6 ragazze su 10 nelle scuole, nelle strade poco di più: è capitato al 62%, ma fino al 76% se si prendono le risposte delle ragazze sopra i 16 anni. Le molestie sono state invece concrete per il 70% delle ragazze dai 13 anni in su, di cui un 28% a base di palpeggiamenti.

E le cose non stanno migliorando, anzi sembra si sia innescata la marcia indietro, le ragazze sembrano sempre meno sicure di loro stesse, sempre più preoccupate degli sguardi ai loro corpi. Confrontando i dati con quelli dell’anno scorso si nota un aumento del 33% di coloro che non si sentono soddisfatte del loro aspetto fisico: un dato in costante aumento, che l’anno scorso aveva fatto registrare un +29% e l’anno prima +26%.

Ed è molto diffusa sin dalla tenera età la chiara percezione dell’importanza dell’aspetto fisico, una “appearance pressure” che d’altronde le giovani rinfacciano ai media e alla società stessa: l’80% (dagli 11 anni in su) pensa che in tv si parli troppo del peso corporeo delle donne, ma quasi tutte (il 71%) dichiarano di voler perdere peso. E addirittura 1 bambina su 5 alle scuole primarie (dai 7 agli 11 anni) ha riferito di essere già state a dieta almeno una volta (e un 21% dice di aver provato la dieta di una vip).

Dopo aver subito tanta pressione, le giovanissime si adattano: a partire dalla scuola secondaria quasi tutte (il 90%) fanno consapevolmente qualcosa per uniformarsi alle norme di genere, ed evidentemente ci spendono anche bei gruzzoletti, nota ancora lo studio. Dagli 11 ai 16 anni, il 77% si depila e il 64% si trucca anche per andare a scuola. Il 40% indossa reggiseni imbottiti, il 33% usa prodotti per l’abbronzatura, e solo il 9% non fa nessuna di queste cose.

Però vogliono lavorare nella vita, nonostante le insicurezze e la mancanza di autostima, hanno delle aspirazioni e riconoscono che l’indipendenza economica sarà parte della loro felicità, anche se a percentuali decisamente più contenute rispetto alla parte del sondaggio su sessismo e molestie. Il 45% aspira ad avere un buon lavoro o fare carriera, e il 32% ha menzionato i soldi o l’indipendenza economica.

Ma più si avvicinano al mondo del lavoro, più aumenta la consapevolezza su pay gap e altre discriminazioni. Il 54% tra chi ha più di 16 anni pensa che i datori di lavoro preferiscono gli uomini. Il 56% delle più grandi pensa che fare figli produrrà effetti negativi sulla carriera lavorativa.

Sul report, il Guardian ha pubblicato un articolo sui contenuti e un altro con commenti e opinioni.

Proibire l'acquisto di sesso. La Francia vota e si spacca

  • Dic 04, 2013
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Ingenere.it
04 12 2013

Multe ai clienti delle prostitute, lotta al mercato del corpo online, educazione anti-sessismo nelle scuole e un insieme di nuove prassi per l’assistenza di donne e uomini che si prostituiscono. L’assemblea nazionale francese è chiamata a votare oggi, mercoledì 4 dicembre, la legge sul “rafforzamento della lotta contro il sistema della prostituzione”, presentata dai socialisti al governo e sostenuta da diverse associazioni tra cui Osez le Féminisme e Femen, fronte che si è schierato per un approccio “abolizionista”, si spiega nel testo della proposta di legge. Abolizinismo che secondo gli oppositori è stato usato per richiamare la più generale lotta alla schiavitù e dando per scontata in ogni caso una privazione della libertà da parte di chi si prostituisce (se ne parla in questo articolo su Gli Altri, molto critico verso tale posizione).

E il dibattito è divampato, tra manifesti dei “salauds” “maiali”- come s’è autodefinito un gruppo di 343 intellettuali che ha firmato sul mensile Causeur la petizione “giù le mani dalla mia puttana”, e risposte indignate contro “l’appello che umilia le donne”, anche per il riferimento al manifesto delle 343 “salopes” in difesa nel 1971 della legge sull’aborto, argomenta su Le Monde Anne Zelensky, presidente della Ligue du droit des femme.

La legge introdurrebbe multe da 1.500 euro fino a 3.750 per l’acquisto del sesso e cancellerebbe il reato di adescamento, e nelle intenzioni dichiara di voler spostare la repressione dalle donne ai clienti. Obbiettivo che sarebbe del tutto mancato secondo le posizioni contrare all’approvazione della legge, accusata di fare una confusione continua tra prostitute e vittime, e in particolare tra prostitute migranti e vittime di tratta, e di mescolare volutamente l’esercizio della prostituzione come libera scelta alla violenza che può circondare questa pratica. Disposizioni che non fanno altro che rafforzare lo stigma sulle e sui sex workers, affermano in un’analisi punto per punto della proposta di legge le associazioni schierate sul fronte anti-probizionista, tra cui Strass, sindacato schierato per il riconoscimento dei diritti dei sex workers.

Maud Olivier e Catherine Cautelle, le deputate socialiste promotrici della legge insieme a Guy Geoffroy (Unione per un mvimento popolare), hanno difeso l'impianto delle nuove regole sottolineando che non si tratta solo di punire il cliente ma di contrastare un sistema in modo più ampio.

Nel dibattito attorno alla proposta di legge sono stati espressi pareri molto discordandi e opinioni antitetiche, anche all’interno dei movimenti femministi. Un’impostazione reazionaria che vuole imporre un modello unico di cultura e di emancipazione, secondo un Morgan Merteuil e Rokhaya Diallo, sex worker e militante la prima, giornalista e saggista la seconda. Il diritto di ciascuno di "vendere liberamente le sue virtù, e persino di trovarlo appagante” è stato rivendicato da Elisabeth Badinter, firmataria dell’appello dei clienti delle prostitute, femminista e filosofa di fama internazionale. All'opposto la posizione di un’altra figura del pensiero femminista e della filosofia d’oltralpe, Sylviane Agacinski, che invece è favorevole all’impostazione della legge: "A coloro che rivendicano la libertà di prostituirsi, che affermano la libertà di ciascuno di fare ciò che vuole del proprio corpo, risponde che questa libertà in realtà nasconde “l’ineguaglianza sociale tra acquirenti e venditori”, riporta un articolo di Ritanna Armeni sulle opposte idee espresse dalle due intellettuali.

Un dibattito antico e sempre attualissimo (qui a inGenere l'abbiamo lanciato con questo dossier, e in proposito abbiamo animato una sessione del Festival dell'economia di Trento del 2011). Due fronti, geograficamente, sono rappresentati dal “modello svedese” dove è illegale comprare prestazioni sessuali ma non venderne, e dallo tedesco, in cui la prostituzione è regolamentata. Ma anche in Germania si torna a parlarne, mettendo in discussione la situazione attuale, sulla base dell'idea che "la prostituzione non è un lavoro come un altro". Il mese scorso è uscito il libro Prostituzione. Uno scandalo tedesco, pubblicato lo scorso mese a firma della femminista Alice Schwarzer, mentre la rivista femminista Emma, fondata dalla stessa Schwarzer nel 1977, ha pubblicato una petizione contro la legge in vigore, sottoscritta da 90 personaggi sia di destra che di sinistra.

In Italia una proposta di legge per regolare e tassare la prostituzione è stata depositata al senato dalla Lega Nord sei mesi fa, mentre alcuni giorni fa il gruppo di centro destra della Regione Lombardia ha presentato la proposta di referendum per l'abolizione della legge Merlin.

Per approfondire gli argomenti sul tema prostituzione c'è il nostro dossier su prostitute e clienti.

Femminicidio, quando l'urgenza non detta buone leggi

  • Dic 03, 2013
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Ingenere.it
03 12 2013

I media lo hanno presentato come “decreto femminicidio”, ma in realtà il titolo completo è “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle Provincie”. Dove il campo che sta sotto il “nonché” è alquanto vasto ed eterogeno: infatti, dopo le norme su prevenzione e contrasto della violenza di genere (Capo I), seguono disposizioni in materia di sicurezza ed ordine pubblico, relativi anche a fenomeni ritenuti di particolare allarme sociale, tra i quali spiccano i cosiddetti “furti di rame” e le frodi informatiche (Capo II), protezione civile e addirittura previsioni in tema di gestioni commissariali delle provincie (Capi III e IV).

Emerge subito come nonostante i recenti moniti della Corte Costituzionale, contenuti nelle sentenze 22 del 2012 e 220 del 2013, la decretazione d’urgenza continui a costituire una prassi (sul punto si veda il Dossier del servizio studi del Senato pubblicato nel settembre 2013) e comporta spesso che vengano accomunate nello stesso provvedimento norme che non hanno niente a che vedere l’una con l’altra, né nell’oggetto né nello scopo che si prefiggono.

Il decreto legge, avendo carattere eccezionale e derogatorio, deve soddisfare i requisiti di necessità ed urgenza ex art. 77 cost., nonché di omogeneità delle disposizioni ivi contenute (1). Il decreto in questione non soddisfa tali requisiti, laddove accosta la violenza sessuale e gli atti persecutori (art. 1) all’arresto in flagranza in occasione di manifestazioni sportive ed al concorso delle forze armate nel controllo del territorio (art. 7), agli interventi in favore della montagna (art. 11 bis), nonché alle misure in materia di commissariamento delle province (art. 12).

Si tratta di disposizioni che certo non hanno il requisito dell’unitarietà, né nell’oggetto, né nello scopo, né tantomeno nella funzionalità. Ma a ben vedere emerge il tentativo di prospettare l’interrelazione tra le varie previsioni nella matrice sicuritaria ed emergenziale che caratterizza l’intero provvedimento. Ciò emerge chiaramente dalla motivazione esplicitata nel preambolo, ove il Presidente della Repubblica, muovendo dal presupposto secondo cui la violenza sessuale e di genere costituisce un “allarme sociale”, ha affermato la necessità di adottare un insieme di “misure urgenti per alimentare il circuito virtuoso tra sicurezza, legalità e sviluppo a sostegno del tessuto economico-produttivo”.

Siamo, dunque, dinnanzi alla teoria del legame tra violenza di genere e paradigma sicuritario.

E tuttavia, tale circuito lungi dal potersi definire “virtuoso” nega, ancora una volta, che la violenza sulle donne costituisce non un’emergenza sociale bensì un tratto culturale radicato nella società patriarcale e macista, come tale contrastabile solo attraverso un intervento strutturale ed organico teso a rimuovere gli ostacoli materiali che, ancora oggi impediscono alle donne il godimento effettivo dei diritti fondamentali alla vita ed all’integrità psicofisica.

Trascurando quanto affermato dalle Nazioni Unite (Comitato CEDAW) e dalla Convenzione del Consiglio d’Europa adottata ad Istanbul, la violenza di genere continua ad essere affrontata attraverso provvedimenti spot adottati sull’onda di un’indignazione sociale che spesso riflette una concezione vittimistica della donna.

Non si può non constatare che a distanza di circa sei anni dall’approvazione del D.L. 181/2007, intitolato “Disposizioni urgenti in materia di allontamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza” a seguito dell’uccisone di Giovanna Reggiani, l’approccio istituzionale ai temi della violenza di genere appaia ancora gravemente viziato nell’impostazione di fondo, sintomo dall’inadeguatezza del dibattito politico.

Sebbene l’ultimo decreto affronti almeno il tema della violenza domestica (drammaticamente rimosso nei precedenti interventi normativi in contrasto con i dati Istat) il nesso tra politiche securitarie e violenza sulle donne permane, sostituendo alle disposizioni sull’immigrazione (a suo tempo i migranti vennero strumentalmente ritenuti responsabili del “fenomeno”) quelle sul controllo del territorio e sull’utilizzo delle forze armate anche per contrastare forme di mobilitazione territoriale.

Anche le singole misure previste dal decreto hanno formato oggetto di un vivace dibattito che ha visto oscillare posizioni parzialmente diverse, in particolare, tra coloro che ne hanno censurato l’illegittimità sotto il profilo costituzionale e comunitario (le Camere penali e l’Associazione Nazionale Giuristi democratici) evidenziando il rischio di un uso demagogico della giustizia penale mediante la decretazione d’urgenza (tra le misure più contestate c’è senz’altro l’anonimato del segnalante in quanto in potenziale contrasto con l’art. 333 c.p.p. e l’arresto in flagranza per maltrattamenti in famiglia), ed altre associazioni che, pur criticandone l’impianto complessivo, hanno avanzato proposte tese a migliorare il contenuto di talune previsioni (rete nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza, Ass. D.I.R.E. e Differenza Donna).

Nel merito, rilevano innanzitutto le aggravanti della violenza assistita (art. 572 c.p. di recente modificato dalla L. n. 172/2012 in attuazione della Convenzione di Lanzarote) e della violenza sessuale in danno di minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con la quale si intrattiene una relazione coniugale o affettiva (art. 609 ter c.p.). Il medesimo articolo ha, inoltre, chiarito la rilevanza penale della condotta persecutoria (ex art. 612 bis c.p.) posta in essere attraverso anche strumenti informatici o telematici.

Una delle modifiche più discusse riguarda i limiti alla revocabilità della querela (L’art. 1, comma 3, lett. b). Come noto, le minacce, le molestie e gli altri atti persecutori previsti dall’art. 612 bis c.p. possono essere perseguiti solo sulla base della querela della persona offesa (salvo si tratti di un minore o di una persona con disabilità, nel qual caso l’autorità giudiziaria procedeva d’ufficio). In forza delle novità introdotte, non è più ammessa la remissione extraprocessuale della querela, la quale resta comunque irrevocabile se il fatto è commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’art. 612 c.p., secondo comma.

Nella versione contenuta nel decreto legge era prevista l’irrevocabilità tout court della querela; disposizione modificata in sede di conversione, proprio in ragione dell’eccezionalità dell’istituto (previsto in materia di reati sessuali e costituente un unicum nel nostro ordinamento) nonché del rischio di scoraggiare la denuncia.

Vi sono poi una serie di modifiche al Codice di procedura penale che - per quanto lacunose e parziali – sono tese ad ampliare i diritti della persona offesa nel procedimento penale (2). Ci si riferisce in particolare: (i) all’informazione circa la possibilità dell’accesso al gratuito patrocinio; (ii) alla possibilità di utilizzare le intercettazioni telefoniche nel caso in cui si proceda per il delitto di cui all’art. 612 bis s.p.; (iii) alla comunicazione di revoca o sostituzione di misure cautelari alla persona offesa, con possibilità di presentare memorie ai sensi dell’art. 121 c.p. (iv) all’aumento del termine per opporsi alla richiesta di archiviazione da dieci a venti giorni; (v) alla notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari anche alla persona offesa e non solo all'indagato; (vi) alla priorità assoluta nella formazione dei ruoli d’udienza ai delitti di maltrattamenti in famiglia, atti persecutori e violenza sessuale (vii) all’audizione della persona offesa in modalità protetta; (viii) all’estensione della possibilità di incidente probatorio in forma protetta.

Si tratta di interventi - che sebbene non risolutivi – possono incidere sulla prassi giudiziaria favorendo l’applicazione del principio del giusto processo penale per le donne vittime di violenza.

A quanto sopra, si aggiunge la previsione del permesso di soggiorno speciale per le vittime di violenza (art. 4) rilasciato dal questore (su proposta dell’autorità giudiziaria ovvero previo parere favorevole di quest’ultima), quando siano accertate situazioni di violenza o abuso nei confronti di un migrante. Tale previsione dovrebbe porre fine al paradosso giuridico derivante dalla legge Bossi–Fini, in forza del quale le donne irregolari, denunciando una violenza sessuale, restavano esposte al rischio concreto di espulsione (vedi il caso di Adama, donna senegalese rinchiusa nel centro di identificazione ed espulsione di Bologna nel 2011 dopo aver denunciato l’ex compagno che l’aveva derubata, violentata e ferita alla gola).

Di contro, viene invece prevista la revoca del permesso di soggiorno con conseguente espulsione del migrante condannato anche con sentenza non definitiva (ovvero a seguito di patteggiamento ex art. 444 c.p.p.) per maltrattamenti in famiglia, lesioni personali, violenza sessuale e atti persecutori (art. 4, comma 4 bis). Il legislatore ha, quindi, attribuito a tali comportamenti una valenza immediatamente ostativa alla permanenza nel territorio dello Stato: ne deriva che la punizione per lo stesso reato è differente a seconda della nazionalità di provenienza dell’autore dell’illecito.

Considerata la percentuale di ricongiungimenti familiari tale previsione è destinata a disincentivare la denuncia, rischiando di produrre un effetto diametralmente opposto rispetto alle finalità complessivamente perseguite, con conseguente irragionevolezza intrinseca ed inefficacia della norma stessa.

Tra gli emendamenti approvati in sede di conversione rileva il finanziamento del Piano d’azione straordinario con la violenza sessuale e di genere (art. 5), inizialmente previsto “a costo zero” e successivamente incrementato di dieci milioni di euro per il 2013. Disposizione finanziaria necessaria e positiva ma che certamente non esaurisce l’intervento pubblico – istituzionale sul tema della violenza di genere, né tantomeno dovrebbe indurre ad abbassare il livello di critica e contestazione all’impianto complessivo del provvedimento.

All’indomani dell’approvazione del decreto è diffusa la percezione di un’ambiguità tra la centralità che la violenza di genere ha assunto soprattutto attraverso le campagne mediatiche e l’assoluta inadeguatezza dell’intervento normativo.

La debolezza deriva dal non aver impresso alla discussione un segno politico chiaro: il contrasto alla violenza di genere passa attraverso un’azione sinergica non securitaria né esclusivamente repressiva, tesa a rimuovere gli ostacoli di carattere simbolico e materiale che alimentano in ogni contesto (sociale, culturale, lavorativo, istituzionale, mediatico e relazionale) meccanismi di disprezzo dei diritti e della dignità delle donne.

E allora, sebbene sia comprensibile la soddisfazione delle operatrici impegnate nella difesa delle donne vittime di violenza per talune migliorie contenute nel documento, occorre riportare la discussione sulla possibilità di introdurre interventi integrati che agiscano sul versante della condizione culturale e materiale delle donne, muovendo innanzitutto dal rafforzamento delle misure di welfare – da troppo tempo svilite – che concretamente ne favoriscono l’autonomia e l’uscita dalle situazioni di violenza.

Note

(1) Senza voler qui ripercorrere il dibattito costituzionale in ordine ai presupposti della decretazione d’urgenza, ricordiamo che la necessità di assicurare l’intrinseca coerenza del decreto legge deriva dall’art. 15, comma 3, L. n. 400/88, il quale costituisce una “esplicitazione della ratio implicita nel secondo comma dell’art. 77 Cost., il quale impone il collegamento dell’intero decreto-legge al caso straordinario di necessità e urgenza, che ha indotto il Governo ad avvalersi dell’eccezionale potere di esercitare la funzione legislativa senza previa delegazione da parte del Parlamento” (sent. corte cost. 22 del 1012).

(2) Ciò in attuazione degli obblighi sanciti dalla direttiva n.29/2012 recante norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime, nonché dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo così come chiariti dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo.

Ingenere.it
03 12 2013

Le mamme cedono un po’ del loro, e in teoria ci guadagnano. Si parla del nuovo congedo di maternità, da poco presentato in Inghilterra e che potrebbe consentire a neo-genitori di dividere le 52 settimane di congedo di maternità. La madre sarà obbligata a rimanere a casa solo per le prime due settimane dopo la nascita, per il resto potrà organizzarsi come meglio crede, o comunque come riesce, con il partner. Certo bisognerà aspettare ancora un po’, secondo le dichiarazioni del lib-dem Nick Clegg, che ha annunciato il nuovo piano, le novità saranno attive a partire dall’aprile 2015. Poi però si potrà pianificare in due, mamma più papà, come organizzare il primo anno di cura del piccolo, o della piccola, di casa. Più flessibilità e maggiore condivisione, dunque, secondo le intenzioni. In modo da facilitare ila delicata fase del rientro al lavoro delle donne, e non lasciare che la mancata condivisione della cura continui a essere un fardello solo sulle spalle delle donne.

Secondo l’accordo raggiunto – non senza difficoltà, per colmare la contrapposizione dei diversi partiti, ma anche per assecondare le richieste delle aziende - le madri potranno decidere di gestire come credono, e a partire da qualsiasi momento, il loro anno di congedo di maternità: spezzettarlo e alternarsi con il papà, o anche prendere lo stesso periodo insieme, per un massimo di 12 mesi in totale, con lo stipendio garantito per 9 mesi. I papà avranno inoltre il diritto di partecipare anche agli appuntamenti pre-parto, potranno cioè chiedere di andare anche loro all’appuntamento per una visita o per una semplice ecografia, anche se rinunciando al giorno di paga. Le coppie, dal canto loro, dovranno facilitare l’organizzazione da parte delle aziende comunicando per tempo i loro piani. Mentre ai datori di lavoro è stata lasciata la possibilità di accettare il piano proposto.

I papà sono però ancora un po’ intrappolati in vecchi stereotipi, perché nei commenti e dichiarazioni seguite all’annuncio della riforma spesso si sottolinea come ci sia ancora molta resistenza sul posto di lavoro, e come si faccia fatica a digerire l’idea che anche gli uomini hanno il diritto di partecipare alla gestione dei loro figli. Anche se la sensibilità di molti papà sembra essere cambiata e molti reclamano come un diritto la possibilità di godersi i bambini e di partecipare nel crescerli. Sarà che la novità viene percepita come un mero costo (“adesso bisognerà organizzare anche gli uomini…” e infatti l’aspetto paritario è proprio questo!), ma nelle aziende la resistenza è ancora tanta, fa notare Jo Swinson, la giovane ministra per le pari opportunità.

D’altronde anche i papà si ritrovano in mano sempre più contratti di lavoro super flessibili (almeno sulla carta), perché non dovrebbero anche loro organizzarsi in modo da uscire un po’ prima se la baby sitter deve scappare, o se devono passare a prendere il piccolo di casa dall’asilo? O per dirlo con le parole di Jo Swinson, in fatto di conciliazione si applica sempre “un doppio standard”, per cui se una donna si organizza in modo da uscire prima è comprensibile, “ma per qualche ragione un uomo che fa la stessa scelta viene trattato diversamente”.

In questo dossier abbiamo raccolto tutti gli articoli sui congedi di parernità, in vari paesi.

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