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Le quote di genere due anni dopo

  • Nov 27, 2013
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27 11 2013

Il Rapporto Consob On Corporate Governance of Italian listed Companies uscito nel mese di Novembre mostra che oggi il 17% dei posti di consigliere risulta ricoperto da donne (a fine 2011 erano il 7,4 per cento) e in
198 imprese (135 a fine 2011) almeno una donna siede in un consigli di amministrazione. Come si sottolinea nel rapporto, la diversità di genere è diventata una realtà diffusa: quattro consigli su cinque hanno entrambi i generi rappresentati. Questi numeri sono il risultato della legge 120/2011 (cosiddetta Golfo-Mosca) che ha introdotto in Italia l’obbligo temporaneo di rispettare un’equa rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione e collegi sindacali delle società quotate e partecipate pubbliche. La quota di rappresentanza di genere è fissata al 20% per il primo mandato e al 33% per i successivi due.
Si tratta di una vera rivoluzione per le società italiane. La presenza di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate è sempre stata molto bassa, ben al di sotto del 7% fino al 2011, circa un terzo di quella di paesi come la Finlandia (27%), la Svezia (25%) e la Francia (22%) [1].

Come mostra la Figura 1, la legge ha accelerato un processo di lentissima evoluzione della presenza femminile nelle società quotate. Quanti anni ci sarebbero voluti per arrivare alla percentuale attuale in assenza della legge? Troppi, probabilmente Come ricordava Magda Bianco su lavoce.info “se la presenza femminile nei boards avesse dovuto continuare a crescere con il tasso medio degli ultimi anni, occorrerebbero oltre sessanta anni per raggiungere il 33% imposto dalla legge”.
Come già per altri paesi europei che hanno introdotto prima dell’Italia una legge sull’equa rappresentanza di genere, l’introduzione delle quote è stata
essenziale per raggiungere una maggiore presenza femminile ai vertici delle
società.


Anche se è ancora troppo presto per dare una valutazione approfondita degli effetti di questa legge, possiamo già avanzare qualche riflessione.
I consigli di amministrazione italiani sono stati per anni dominati dal potere decisionale maschile. La legge sulle quote agisce come una misura shock per scardinare questo equilibrio, consolidatosi negli anni. Si tratta di una misura temporanea, pensata come un elemento di rottura necessario in questo momento. L’idea è infatti che, una volta minato lo status quo alla radice, le quote non saranno più necessarie. La legge obbliga ad aprire le porte dei consigli ad una platea più ampia, non solo perché richiede di considerare le donne, tipicamente escluse, ma anche perché rende conveniente un ripensamento dei meccanismi di selezione per tutti, uomini e donne.

L’introduzione delle donne nei consigli di amministrazione infatti si accompagna ad una selezione più accurata, in cui tutti i talenti e le competenze, maschili e femminili, hanno le stesse opportunità di emergere e ricevono la stessa valutazione. Diventa conveniente per l’azienda stessa selezionare i migliori, uomini e donne. Criteri di merito saranno applicati per selezionare le migliori donne in ingresso, e gli stessi criteri saranno applicati anche agli uomini, per la prima volta nel nostro Paese, con la conseguenza che la “qualità” media dei rappresentanti non potrà che aumentare. La governance delle società quotate italiane quindi potrà beneficiare di questa apertura ad una maggiore concorrenza.

Un secondo elemento di riflessione riguarda il l ruolo che una massa critica di donne nei consigli di amministrazione potrà avere per le decisioni dell’azienda, e sue scelte, e alla fine la sua performance. La letteratura economico-manageriale ha da tempo sottolineato i vantaggi della diversity, come elemento chiave per il successo di un’organizzazione. In un contesto eterogeneo si allargano le prospettive, si rafforza la rappresentanza di tutti gli azionisti, si raccolgono i risultati resi possibili dall’azione dei diversi stili di leadership. Studi più recenti mostrano che in un contesto eterogeneo la massa critica è importante: analizzando i verbali di 402 consigli di amministrazione e comitati di un campione selezionato di imprese israeliano, (Schwartz-Ziv, 2013) [2], mostra che le aziende con una massa critica di almeno 3 persone dello stesso genere nel consiglio di amministrazione, in particolare 3 donne, hanno una migliore performance delle altre, una maggiore probabilità di cambiare il Ceo quando la performance è bassa, oltre ad una probabilità almeno doppia di richiedere ulteriori informazioni e di prendere un’iniziativa. A livello individuale inoltre, sia gli uomini sia le donne consiglieri sono più attivi quando ci sono almeno tre donne nel consiglio. La legge sulle quote sta introducendo anche nel nostro Paese una massa critica di donne nei luoghi decisionali, che potrebbe rivelarsi decisiva in un più ampio processo di cambiamento e di miglioramento delle policy, anche nei confronti delle altre donne, e così via via autoalimentarsi.

Un terzo elemento di riflessione riguarda la composizione del gruppo di donne che sono entrate nei consigli a seguito della legge e i potenziale cambiamenti
nello “stile” manageriale. È probabile che le donne, meno legate da un legame di parentela con il controllante e con una più lunga e continuativa esperienza di lavoro, abbiano un maggiore considerazione per welfare degli impiegati. Finora ciò che emerso dalla esperienza di altri paesi che hanno un numero di elevato di donne nei boards è che le donne siano più stakeholder-oriented piuttosto che shareholder-oriented degli uomini (come nel caso della Svezia [3] riportato da Adams e altri nel 2011) e che i boards influenzati dalle quote di genere abbiano licenziato meno lavoratori (come è stato dimostrato per il caso della Norvegia [4] da Matsa e Miller nel 2013). Sempre per la Norvegia, paese pioniere nell’introduzione delle quote, un recente studio di Bertrand, Black, Lleras-Muney e Jensen [5] mostra che le quote possono avere anche effetti di ricaduta più ampi sull’intera società, per esempio contribuendo ad aumentare l’occupazione femminile.

Quando avremo disponibili un numero più ampio di dati, potremo valutare se l’introduzione delle quote nel nostro paese ha effetti positivi sulle condizioni di lavoro femminili e fare delle valutazioni accurate su tutti questi aspetti. Per ora esiste un forte contrasto tra la crescita della rappresentanza femminile nei boards e la situazione statica dell’occupazione femminile italiana, ferma ormai da anni ai livelli più bassi d’Europa, 47%, e il ranking dell’ Italia nel Global Gender Gap Index del 2013 che la vede al 97° posto per opportunità economiche.

Note
[1] Women in economic decision making in the EU, Luxemburg 2012 http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/files/women-on-boards_en.pdf
[2] Schwartz-Ziv Martha (2013) Does the Gender of Directors matter? http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1868033
[3] Adams, Renée B., Amir Licht e Lilach Sagiv (2011) Shareholders and Stakeholders: How Do Directors Decide?, Strategic Management Journal, 32 (12), 1331-1355.
[4] Matsa, David A. and Miller, Amalia R. (2013), A Female Style in Corporate Leadership? Evidence from Quotas, American Economic Journal: Applied Economics,vol. 5, (3) 136-196.
[5] Bertrand M., Black S., Lleras-Muney A., Jensen S., Breaking the glass ceiling: The effect of board quotas on female labor market outcomes in Norway, Slides presentate in Bocconi, Settembre 2012.
*Articolo pubblicato anche sul sito lavoce.info

Anche tu senti le grida che agitano l’onda del silenzio

  • Nov 27, 2013
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Ingenere
27 11 2013

L'assenza del dolore, una notte senza paura, una mattina senza il ritorno del torturatore: nelle poesie di Mary Dorcey, la lirica di una vita quotidiana comune negata alle donne vittime di violenza. E la ricerca, anche attraverso i versi, di una dimensione collettiva femminile degna di essere celebrata.

Maria Micaela Coppola

“Perché non scrivo una poesia sulla donna comune?”: questo è l’incipit di una lirica di Mary Dorcey non a caso intitolata The Ordinary Woman (1991), in cui la poetessa irlandese svela le diverse interpretazioni attribuibili all’aggettivo ‘comune’ e più in generale a tutto ciò che appare ‘ordinario’ nell’esperienza di vita delle donne. Perché la ‘donna comune’ di Dorcey è drammaticamente ordinaria: la sua esistenza include attività consuete (svegliarsi, fare la spesa, leggere un giornale, guardare la tv o anche scrivere una poesia) che acquisiscono un nuovo, sorprendente senso se rappresentate in contrapposizione alla quotidianità di altre donne, quelle che sono vittime di violenza, incarcerate o impossibilitate a decidere del proprio destino. Anche la poesia qui presentata, Keeping Vigil (La veglia), ci invita ad osservare la vita ‘comune’ delle donne in quest’ottica di costante confronto, per riuscire a cogliere il significato profondo – e tragico – di esistenze femminili niente affatto ‘ordinarie’. E così, nei versi di Dorcey, il boschetto che è stato teatro di un primo bacio o il campo attraversato da un branco di cervi che corrono liberi sulla neve sono lo stesso boschetto e lo stesso campo percorsi da “branchi di donne” portate al macello come animali. Allo stesso modo, la donna alla quale è concesso di riempire la propria giornata di gesti comuni non è una donna comune: tutte le banali attività che essa può compiere fanno da controcanto alle violenze subite da quelle donne alle quali una tale ‘banale’ quotidianità è negata. Da qui il senso di un’esistenza femminile ordinaria ma anche privilegiata, ma anche di un’esperienza individuale in grado di proiettarsi, attraverso la poesia, verso una dimensione collettiva, e di una collettività femminile (e non solo) degna di essere celebrata: “Venite e celebrate ogni/ cosa privilegiata, eccezionale: acqua, cibo, sonno / l’assenza del dolore / una notte senza paura / una mattina senza/ il ritorno del torturatore” (The Breath of History – Il respiro della storia).

Keeping Vigil
(di Mary Dorcey, da Like Joy in Season, Like Sorrow, Salmon Poetry, 2001)

 

Storia del femminicidio di una giovane femminista

  • Nov 26, 2013
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26 11 2013

Stefania Noce è stata uccisa dal suo ex fidanzato la mattina del 27 dicembre 2011. Insieme a lei è morto anche il nonno Paolo Miano, ed è rimasta gravemente ferita la nonna, Gaetana Ballirò: i due avevano tentato di difendere la nipote. Per i tre efferati crimini, l'assassino reo confesso è stato condannato in primo grado all'ergastolo. Nelle motivazioni della sentenza il reato viene configurato in maniera diretta come “femminicidio”: è la prima volta che accade in Italia.

La sentenza però rischia di essere rimessa in discussione dal processo d'appello che, per uno strano scherzo del destino, si aprirà il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza di genere. Per questo molte associazioni hanno scelto di unirsi in un un presidio partecipato e aperto a tutte e a tutti, a partire dalle nove di mattina, difronte al Tribunale di Catania. Un gesto concreto, per non lasciare soli i familiari delle vittime e dire basta ad ogni forma di violenza di genere.

Di seguito un estratto dal libro Quello che resta - Storia di Stefania Noce, di Serena Maiorana, Villaggio Maori Edizioni, Catania, maggio 2013.

Licodia Eubea, 27 dicembre 2012. Pomeriggio. Il cielo è chiaro, l'aria tersa di gelo. Nel centro del piccolo borgo costruito con pietre dorate, una folla lentamente si raduna, silenziosa e composta. In piazza Garibaldi c'è odore di cera. Giovani volontari distribuiscono candele davanti al palazzo comunale, mentre il sole scivola dietro le colline. Si fa rosso il cielo, prima del nero. Oggi fa freddo, eppure non piove.

È passato un anno esatto dalla maledetta mattina di pioggia e sangue. Per il piccolo paese è giunto il tempo di ricordare. Le volontarie di Sen (1) si passano il microfono l'un l'altra. Leggono i nomi delle vittime di femminicidio nell'anno 2012 e la loro voce si spezza più volte durante la conta. Al microfono poi c'è chi ricorda Stefania, chi la racconta. Solo dopo inizia la fiaccolata. Uomini e donne sfilano muti e portano in mano le candele accese. Altri, dal balcone, osservano commossi. Odore di cera, denso impregna l'aria di via Mugnos e di via Cairoli, i vicoli, gli scorci, il corso principale, fino a riempire, pian piano, il paese intero. Un grande striscione apre il corteo: c'è Stefania che sorride, alla manifestazione nazionale del 13 febbraio 2011. Tiene in mano un cartello che dice: “Non sono in vendita!”. L'ha scritto lei. Un ricordo stampato in bianco e nero che oggi ha il sapore di una beffa amara, eppure anche di un insegnamento prezioso. Con quella manifestazione, il 13 febbraio del 2011, si portavano in piazza i diritti e la dignità delle donne. Oggi accade di nuovo, a Licodia Eubea. E accade sempre insieme a lei. L'odore di cera entra nelle narici come contraltare al freddo pungente. Oggi siamo tutte Stefania. Con lei siamo state uccise. Con lei siamo nate di nuovo. Sempre insieme, dopo la vita e la morte, raccogliamo quello che resta, affinché nulla vada perduto.

(1) Sen, acronimo di Stefania Erminia Noce, è un'associazione fondata a Licodia Eubea, paese di Stefania, dopo il suo assassinio, ndr

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26 11 2013

Nonostante la crescente sensibilità della gravità del fenomeno, nonostante la mobilitazione di associazioni femminili, femministe e, di recente, anche maschili per contrastare ogni forma di violenza di genere anche attraverso una condivisa riflessione critica sull’immaginario culturale maschile che supporta e talvolta addirittura giustifica queste violenze, il numero di “donnicidi” in Italia è costante pur in presenza di una complessiva riduzione degli omicidi [1]. Una “cultura della violenza" che sopravvive alle diverse (ed evidentemente ancor deboli) azioni di contrasto e continua ad alimentarsi di luoghi comuni sull’identità maschile, secondo il modello dell’uomo forte e autoritario, destinato “per natura” a possedere e a comandare. Ferite, percosse che uccidono, ma che – quando non uccidono – lasciano nelle vittime della violenza segni indelebili e più profondi di quelli esteriori. La violenza sulle donne, comunque essa si manifesti, come violenza fisica, sessuale, psicologica o economica, costituisce un crimine che annichilisce, toglie la stima di sé, sottrae ogni certezza, demolisce l’autostima.

A chi, sull’esempio di certa stampa superficiale e scandalistica, motiva la violenza maschile sulle donne indugiando sulla gelosia, il raptus o il “troppo amore”, si può rispondere che «ciò che arma la mano di una persona violenta è un irrazionale desiderio di possesso a tutti i costi» [2] all’interno di relazioni tuttora asimmetriche tra i due generi. E tuttavia è naturale chiedersi: come è possibile che nel nostro paese sia ancora così radicata una mentalità tanto arcaica, patriarcale, che rimanda la relazione intima al desiderio di dominio sul corpo delle donne? Una mentalità che configura il rapporto di coppia in termini di controllo e non di fiducia e condivisione?

Qui entrano in gioco la storia, i miti, alcune radicate tradizioni, o meglio il “peso di certe tradizioni”, che per troppo tempo sono state considerate come un valore positivo anziché un evidente disvalore. Alla base delle percosse, delle lame e delle pallottole c’è un retaggio antico, che purtroppo perdura anche nell’Italia del 2000: «C’è – osserva Anna Baldry – la volontà di poter controllare, fin nei minimi dettagli, la vita di un’altra persona. Di punirla per essersi sottratta» a tale controllo.

Nel nostro Paese, i precetti religiosi sono stati a lungo piegati a giustificazione di un ruolo sottomesso delle donne al “capo-famiglia”, prima il padre e poi il marito; i valori, le tradizioni e persino le leggi che consideravano la violenza domestica contro donne e minori un “fatto naturale”, normale, addirittura giustificabile e socialmente accettato sono state dominanti per un tempo superiore a quanto si possa immaginare, rendendo a lungo opaca, se non invisibile, la violenza di genere proprio perché essa coincideva con quei valori.

Il nostro ordinamento giuridico è stato, del resto, permeato a lungo di violenza, alimentandosi di disvalori considerati “valori insopprimibili” e di un “immaginario patriarcale” che ha segnato profondamente la storia e il diritto dell’Europa medievale, moderna e contemporanea [3].

Basti pensare che, dopo l’entrata in vigore della nostra Costituzione e, in particolare dell’art. 29 che proclama la “eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”:

- solo nel 1956 la Corte di Cassazione ha deciso che al marito non spettava nei confronti della moglie e dei figli lo jus corrigendi (art. 571 c.p.), ossia il potere educativo e correttivo del pater familias che comprendeva anche la coazione fisica;

- solo tra il 1968 e il 1969 la Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 559 del codice penale che puniva unicamente l’adulterio della moglie;

- solo nel 1975 il nostro ordinamento giuridico ha sostituito la famiglia strutturata gerarchicamente con un nuovo modello di famiglia paritaria;

- solo dopo la legge n. 442 del 5 agosto 1981, che ha abrogato la rilevanza penale della causa d’onore, la commissione di un delitto perpetrato per salvaguardare l’onore proprio e della propria famiglia (art. 587 c.p.) non sarebbe stato più sanzionato con pene attenuate rispetto all’analogo delitto di diverso movente, cancellando così il presupposto che l’offesa all’onore arrecata da una condotta “disonorevole” costituisse una provocazione gravissima tanto da giustificare la reazione dell’“offeso”;

- e sempre dopo tale legge del 1981 non avrebbe trovato più spazio nel nostro ordinamento l’istituto del “matrimonio riparatore” (art. 544 c.p.), che prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale nel caso in cui lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla, salvando l’onore della famiglia;

- solo nel 1996, dopo circa vent’anni di iter legislativo, sarebbe stata approvata la legge n. 66 che, nel dettare nuove “Norme sulla violenza sessuale”, trasferiva questo reato dal Titolo IX (Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume) del codice penale al Titolo XII (Dei delitti contro la persona).

Ritardi che sono espressione evidente delle resistenze e della difficoltà di estirpare nel nostro Paese le radici delle asimmetrie tra i sessi e, di conseguenza, della violenza di genere.

Oggi quell’immaginario patriarcale non è più presente nelle leggi, nei codici e nella giurisprudenza, ma ha lasciato segni profondi ed evidentemente continua a sopravvivere nei comportamenti di molti uomini.

E allora, che fare? A un problema complesso si devono dare risposte articolate che affrontino la questione secondo un approccio integrato, capace di mettere in campo strategie e interventi di diversa natura.

Interventi di vario tipo, non limitati all’inasprimento delle pene a carico dell’autore della violenza. La repressione è necessaria, ma da sola non basta. Oltretutto, la punizione – indubbiamente indispensabile, anche per l’effetto deterrente che può esercitare quando è dotata di efficacia e di effettività – in ogni caso interviene dopo che la violenza ha avuto luogo e deve essere affiancata da altre misure che abbiano la capacità di prevenire la violenza o comunque di snidarla prima che si manifesti in tutta la sua brutalità.

Ben vengano, pertanto, gli interventi legislativi, da quelli di carattere strettamente penale, intesi soprattutto a rafforzare l’effettività delle sanzioni, a specifiche “leggi anti-violenza”, di cui quasi tutte le regioni italiane si sono dotate. Ben venga la normativa anti-stalking, frutto di una nuova sensibilità del legislatore italiano verso i temi della violenza, e ben vengano i provvedimenti adottati nel 2013, ovvero la ratifica della Convenzione di Istanbul, considerata il trattato internazionale di più ampia portata in materia, e la conversione in legge del decreto n. 93/2013 (L. 15 ottobre 2013, n. 119).

Accanto agli interventi normativi, sia di tipo punitivo che preventivo, devono però essere adottati anche maggiori strumenti di intervento sociale (sportelli di ascolto e di denuncia, presidi anti-violenza nei vari ambiti territoriali, case-rifugio per donne maltrattate, attivazione di linee telefoniche dedicate, assistenza attraverso personale specializzato, ma soprattutto istituzionalizzazione dei Centri anti-violenza esistenti etc.) e poi interventi che genericamente definirei culturali e formativi diretti sia a “professionalizzare” le forze di polizia e gli operatori sanitari ed educativi, affinché acquisiscano maggiore sensibilità, capacità di lettura e riconoscimento del problema, sia a realizzare in tutte le scuole di ogni ordine e grado progetti per divulgare la cultura di genere, per combattere gli stereotipi, per educare i giovani al concetto di parità e pari opportunità. Non attraverso un isolato incontro o una conferenza, ma all’interno di specifici percorsi formativi destinati a sensibilizzare, sin dalla più tenera età, alla cultura del rispetto reciproco e della valorizzazione delle differenze e al contrasto verso qualsiasi forma di discriminazione.

Insomma, un sistema integrato di interventi simile al “metodo Scotland” messo in atto nel Regno Unito dalla ministra laburista Patricia Scotland, che è riuscita nella sola Londra a ridurre il numero di femminicidi da 49 a 5 all’anno.

È ovvio che un tale sistema non può essere realizzato con le poche risorse messe a disposizione dalla recente legge «per il contrasto della violenza di genere»: non ci vogliono solo idee chiare e obiettivi condivisi, non bastano gli attuali centri anti-violenza che – pur nella precarietà in cui sono costretti ad operare – offrono eccellenti servizi alla comunità, non è sufficiente la rete di associazioni femminili e maschili mobilitate nel condannare e contrastare la violenza, ma è necessario, anche e soprattutto, poter contare su un ceto politico e amministrativo convinto che l’impegno per prevenire e ridurre il costo umano e sociale della violenza di genere non è una spesa ma è un investimento, una misura che contribuisce anche al sostegno dell’economia del Paese. Meno donne maltrattate in famiglia significa, infatti, più donne serene e produttive nei luoghi di lavoro e risparmi per servizi giudiziari, cure mediche e servizi sanitari, sociali e legali. A vantaggio dell’intera comunità, maschile e femminile.


Nella foto: I “doveri delle spose” in una sacra predicazione della sacra famiglia che si tenne a Fellicarolo tra fine giugno e primi di luglio del 1895.
[1] Cfr. Ministero dell’Interno, Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto, i cui dati sono stati resi noti il 15 agosto 2013.

[2] Così Gabriella Moscatelli, presidente di “Telefono Rosa”.

[3] Marco Cavina, Per una storia della “cultura della violenza coniugale”, in «Genesis. Rivista della Società Italiana delle Storiche», IX/2, 2010, p. 19.

Voucher per nidi, l'Inps riapre le iscrizioni

  • Nov 19, 2013
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In genere
19 11 2013

L'Inps riapre i termini per iscrivere altri nidi nelle liste delle strutture accreditate, l'elenco degli asili tra cui potevano scegliere le mamme richiedenti il bonus.

Che qualcosa non stesse andando per il verso giusto era stato chiaro sin dal primo passo previsto dell'implementazione dei voucher per l'acquisto di servizi per l'infanzia previsti dalla riforma Fornero: pochissimi nidi fecero richiesta in prima battuta, e il termine per presentare le domande da parte delle strutture era già stato prorogato prima dell'estate. Nonostante ciò l'elenco delle strutture accreditate comprende solo 1.994 asili su tutto il territorio nazionale.

Sul sito dell'Inps si informa, in modo molto succinto, della possibilità di iscrivere nuove strutture, solo via internet e secondo le modalità indicate sempre sullo stesso portale dell'istituto di previdenza.

Qui su inGenere abbiamo diffuso informazioni a più riprese sullo stato di avanzamento della misura, dalla pubblicazione del bando all'apertura del periodo per presentare le candidature. Abbiamo ragionato in più occasioni sulle possibilità di efficacia della norma, anche data l'esiguità delle risorse messe a disposizione, e abbiamo proposto riflessioni sull'impianto concreto della policy, fino a ipotizzarne i motivi del fallimento in un articolo recente.

Di seguito mettiamo insieme le tappe di una campagna che siamo state tra i pochi a portare avanti. Partiamo dall'articolo più recente e man mano andiamo indietro:

Il voucher fantasma. Storia di una legge rimasta sulla carta

Voucher per asili nido. Perché così non va

Voucher per asili e baby sitter. Solo 3.800 bonus

Niente voucher e congedi di paternità per i dipendenti pubblici

Figli, il voucher c'è ma è per poche

Attaccate al tram. Ecco come si muovono le donne

  • Nov 13, 2013
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In genere
13 11 2013

Le donne usano di più il trasporto collettivo e meno l'auto privata. Ma hanno orari, percorsi e abitudini molto diversi dallo standard su cui è tarata la politica dei trasporti, soprattutto in città. Conoscere meglio questa realtà aiuterebbe a progettare in altro modo la mobilità e aiutare la vita quotidiana di tutti.

Esiste una mobilità di genere? Secondo molti studi la risposta è si. Le differenze di genere nei modelli di mobilità sono determinate soprattutto dalla divisione dei ruoli nel mercato del lavoro e nella famiglia, oltre che dall'età e dalla posizione economica dei soggetti. E proprio perché dipendono dalla divisione dei ruoli, tali differenze sono cambiate in questi ultimi anni, in funzione dei cambiamenti socio-economici e demografici, i più importanti dei quali sono le nuove tipologie di famiglie e i nuovi modelli sociali, la maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, l'invecchiamento della popolazione. Sarebbe molto interessante riuscire a capire se le differenze di genere siano tutte riconducibili alla divisione di ruoli, o se invece in misura magari limitata esiste una maggiore propensione delle donne verso la cosiddetta “mobilità dolce” dovuta ad una maggiore attenzione agli aspetti ambientali e sociali della mobilità. Purtroppo però le statistiche disponibili non consentono per ora di approfondire questa questione.

Esistono poche statistiche europee che tengano conto in modo sistematico delle differenze di genere nelle modalità di spostamento degli individui e che consentano quindi di indagare le differenze di genere nei modelli di mobilità. Le considerazione riportate di seguito tratte da un recente studio commissionato dal Parlamento Europeo, si basano su dati, spesso parziali, in gran parte relativi a Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Italia.

Questi dati evidenziano come le modalità di spostamento delle donne differiscano da quelli degli uomini in molti modi: le distanze percorse sono mediamente più brevi rispetto alle percorrenze maschili, la propensione all’utilizzo dei mezzi pubblici è maggiore, così come la frequenza di spostamenti per motivi diversi dal lavoro e al di fuori delle ore di punta; inoltre le donne tendono ad effettuare più spostamenti multi-stop. Come detto prima sarebbe molto interessante riuscire a comprendere fino a che punto queste differenze permangano anche in presenza di diverse divisione di ruolo sia nel mercato del lavoro che all’interno della famiglia.

Molte delle differenze di mobilità sono determinate dal fatto che le donne tendono a svolgere attività più diversificate degli uomini. Gestione della casa e assistenza ai familiari a carico - bambini, anziani, disabili e persone con problemi di salute - sono spesso in tutto o in gran parte a carico delle donne. La prima conseguenza è una maggiore presenza di spostamenti femminili nelle ore non di punta, e una maggiore diversificazione delle destinazioni rispetto alla mobilità maschile più concentrata nelle fasce di punta e nei tragitti casa lavoro, casa studio. Quando la divisione di ruolo è meno significativa, e queste attività di cura della casa e dei familiari sono a carico in tutto o in parte dell’uomo le differenze di genere tendono a diminuire se non a scomparire. Almeno questo sembrerebbe emergere da uno studio sui pendolari negli Stati Uniti: mentre gli adulti single con figli a carico hanno comportamenti simili indipendentemente dal genere, il divario di genere appare molto significativo per le coppie con figli in cui entrambi i genitori lavorano.

Queste differenze di orari, motivi, tipologie di spostamento si riflettono anche nell’uso dei diversi modi.

Secondo i dati dell’ Eurobarometro gli uomini utilizzano più l’auto (57,5 % degli spostamenti contro il 45,8) e le moto (3 % contro lo 0,5%) mentre le donne vanno più a piedi (18,8 contro 10,2) con i mezzi pubblici (23,1 contro 18 %) e in bicicletta (9,1 conte 8,3%). Occorre tenere presente che l’utilizzo dell’auto da parte delle donne non solo è minore ma anche che una buona percentuale delle donne che utilizzano l’auto l’utilizzano come passeggero, come emerge dalle statistiche che riportano questa tipo di informazione. Vale la pena anche di ricordare che le donne hanno comportamenti di guida più virtuosi e rispetto delle norme di circolazione (limiti di velocità, uso della cintura di sicurezza, rispetto del tasso alcolico, ecc.).

Anche per quanto riguarda i motivi degli spostamenti le differenze di genere sono significative: le donne si spostano meno per lavoro, molto meno dei maschi per motivi di business, molto di più dei maschi per accompagnare qualcuno, fare acquisti, andare a visitare persone. Le conseguenze sono che le donne spesso non viaggiano da sole, hanno spostamenti più erratici, si muovono meno nell’ora di punta.

Nel nostro paese queste differenze non sono considerate e ciò ha delle implicazioni non da poco: la pianificazione dei servizi di trasporto, e dei trasporti in generale, è ancora tutta progettata sulla mobilità sistematica che risponde maggiormente alle esigenze di mobilità della popolazione maschile. I servizi di trasporto collettivo sono disegnati sulle esigenze della mobilità casa-lavoro e casa-scuola, sia come rete di servizi che come frequenze: di conseguenza nelle ore in cui sono più utilizzati dalle donne sono meno frequenti, e offrono minori servizi diretti da origine a destinazione. Anche la struttura tariffaria è a svantaggio di questa mobilità meno sistematica: gli abbonamenti raramente coprono spostamenti erratici (se non a prezzi elevatissimi) e quindi occorre utilizzare i biglietti interi più costosi, nonostante il fatto che le donne sono maggiori utilizzatrici dei mezzi pubblici (come risulta dall’indagine condotta in Scozia sulla mobilità citata in uno studio di He, Raeside, Chen e Mc Quaid).

I mezzi e le infrastrutture fisiche ignorano le esigenze di che deve accompagnare bambini, anziani, disabili, e di chi viaggia spesso con pacchi, spese etc. Non ci sono marciapiedi adeguati per raggiungere i mezzi; bus, tram, treni e metropolitane non sono progettati per facilitare la salita e la discesa con pacchi, passeggini, bambini per mano. Poco è fatto per la mobilità ciclopedonale. Pochissimo è fatto per la sicurezza: le donne utilizzano i mezzi anche di notte; basti pensare a quante attività di cura e pulizia sono svolte da lavoratrici che si trovano dunque costretto a spostarsi in ore serali o notturne. Ma sia che usino mezzi privati che trasporti collettivi, la loro sicurezza incontra pochissime attenzioni: fermate ben illuminate, parcheggi in aree più visibili, anche - perché no?- carrozze dedicate alle sole donne.

Sarebbe il caso di cominciare ad introdurre una visione di genere anche nella pianificazione e nella politica dei trasporti, modificando un sistema di mobilità che tende ad aggravare il già rilevante perso del doppio ruolo. E fare leva proprio sulle diversità di genere per promuovere una mobilità più sostenibile.

 


Quest'articolo è per larga parte basato su: European Parliament, IRS-TRT, Briefing note on the role of women in the green economy-the issue of mobility, 2012 http://www.europarl.europa.eu/committees/en/studiesdownload.html?languageDocument=EN&file=73851

Altri testi citati:

Crane R. (2007), Is There a Quiet Revolution in Women’s Travel? Revisiting the Gender Gap in Commuting, Journal of the American Planning Association, vol.73, No.3, Summer 2007

Eurobarometer “Attitudes on issues related to EU Transport Policy”, July 2007

UK National Travel Survey 2010, Mobilitaet in Deutschland 2008, Encuesta de Movilidad de las Personas Residentes en España 2006-2007

He L., Raeside R., Chen T., Mc Quaid R.W. (2012), Population ageing, gender and the transportation system, Research in Transportation Economics.

In genere
04 11 2013

"Le donne devono" è l'inizio della frase, il seguito prevede 4 opzioni, e sono: "stare a casa", "farsi desiderare", "stare in cucina", "essere sottomesse". Parola di google. O meglio, della funzione che propone in automatico una rosa di possibili ricerche in base alle prime parole digitate. Abbiamo provato a fare in italiano quello che una famosa campagna dell'Un women ha fatto recentemente con l'inglese, e qui sotto potete vedere i risultati.

Se si fa una ricerca in internet interrogando Google, basta scrivere una o due parone nell'apposita casella e il motore di ricerca propone in automatico delle opzioni di frasi complete, che in realtà, più che frasi, sono le ricerche più frequenti fatte a partire dagli stessi termini. Un modo, anche se relativo, di farsi un'idea del grosso che circola sul web su certi argomenti. La funzione si chiama completamento automatico, e certo non si può considerare un "termometro" scientifico di tutto quello che gli utenti cercano su internet, ma almeno un po' di indicazione sì, perché così funziona: "Durante la digitazione, il completamento automatico prevede e visualizza alcune query tra cui scegliere. Le query di ricerca visualizzate dalla funzione di completamento automatico rispecchiano l'attività di ricerca di tutti gli utenti del Web e i contenuti delle pagine web indicizzate da Google", si legge sulla guida dello stesso motore di ricerca.

Se si comincia scrivendo "le donne" succede che si scoperchia una pentola di misoginia e sessismo. Anche se si aggiunge un verbo il risultato non cambia, la frase suggerita è quasi sempre negativa.

Contenuti dispregiativi compaiono con una frequenza allarmante, almeno nel web in inglese e in italiano. L'Un women, la costola delle Nazioni unite che si occupa di diritti delle donne, ha usato i risutati in lingua inglese per sottolineare quanto la discriminazione sia radicata nelle società (si legga anche quest'articolo del Time). In rete la maggior parte delle ricerche ancora sono su pregiudizi e stereotipi, "le donne non dovrebbero lavorare", "le donne non sanno guidare", "le donne devono stare a casa" eccetera.

Ah, abbiamo provato anche digitando "gli uomini..." e in effetti va molto meglio, i risultati sono spesso positivi e quelli negativi, che pure ci sono, sono sempre la minor parte.

Ingenere
28 10 2013

A due anni dal suo varo, la legge sulle quote di genere nei cda dovrebbe essere già realtà. Ma nelle società pubbliche è in gran ritardo. Adesso si arriva al dunque: trecento nomine femminili nelle società pubbliche controllate dal ministero dell'economia, e altre diecimila in quelle locali sparse in tutt'Italia. Tra resistenze, barricate soft, e trucchi per aggirare la legge. Ecco i primi numeri.

Qualche giorno fa la Commissione europea ha dato un raro voto positivo all'Italia, nel rendere noti i dati sulla presenza delle donne nelle posizioni di vertice. Il segno “più” è relativo alla quota femminile nei board delle società quotate in borsa – dove la presenza di donne è salita in due anni e mezzo di 8,4 punti percentuali, raggiungendo quota 12,9: molto al di sotto della parità, e anche della media Eu 28 (che è 16,6%), ma comunque in rapida ascesa rispetto al 2010. Nel dare i nuovi numeri, la direzione Giustizia della Commissione europea ne attribuisce il merito all'introduzione della legge sulle quote di genere, entrata in vigore per le società quotate nell'agosto 2012. Ma la stessa legge potrebbe avere effetti ben più dirompenti sulla miriade delle società pubbliche sulle cui nomine pure interviene. Basti pensare, per fare un paragone numerico, che mentre le società quotate sono poco più di 300, le società pubbliche oggetto della sfera di applicazione della legge (ossia: tutte le società controllate in via diretta e indiretta da tutte le pubbliche amministrazioni: stato, regioni, province, comuni, ed enti pubblici) sono oltre 10.000; ed è solo una stima, poiché di tali società non esiste un'anagrafe e un controllo centralizzato, com'è invece la Consob per le società quotate in borsa. Di qui l'estrema difficoltà con le quali la legge è partita – non aiutata dal fatto che lentissimo è stato il varo del suo regolamento attuativo, che è rimasto impantanato per mesi nei corridoi ministeriali ed è arrivato alla firma solo lo scorso febbraio. Cos'è successo da allora? E quante nomine al femminile sono in arrivo, come si stanno muovendo le amministrazioni?

I numeri

In teoria la platea delle società a cui la legge deve applicarsi è enorme. Si parla di tutte le società controllate da tutte le pubbliche amministrazioni: dunque, dentro l'ambito di applicazione delle quote di genere sono le grandi società controllate dal ministero dell'Economia (oltre a quelle quotate, come Eni, Enel, Finmeccanica etc., che anche se pubbliche sono sotto il controllo Consob), e le loro controllate; le società controllate da regioni, province e comuni; e anche quelle controllate da enti pubblici (i quali invece non sono tenuti al rispetto delle quote: cosa abbastanza singolare, viene fuori che, per esempio, l'Inps non è tenuto ad avere una donna nel cda ma una sua società deve farlo). Il dipartimento delle Pari Opportunità sta costruendo un'anagrafe di questo mondo, impresa non rapida, alla quale da pochi mesi si dedica un piccolo staff guidato da Monica Parrella, direttore generale dell'ufficio per gli interventi in materia di parità e pari opportunità. Il primo aggregato, il più facile da rintracciare, riguarda le società controllate direttamente e indirettamente dal Mef: sono 235 in tutto, 25 delle quali sono le controllate dirette non quotate in borsa (come Poste, Rai, Enav, Ferrovie, etc). In queste 25 grandi, ci sono 99 consiglieri di cui 13 donne: dunque a quota 14%, per rispettare la legge bisognerà, man mano che gli organi scadono, nominare 14 donne nei cda e 8 nei collegi sindacali. Più arretrata la situazione nelle 210 società controllate indirettamente dal Mef: di queste, solo la metà è attualmente in linea con la quota minima del 20% di donne. La stima degli uffici delle Pari opportunità è che ai prossimi rinnovi dovranno entrare 127 donne per i cda e 72 per i collegi sindacali: una stima approssimata per difetto, poiché mancano ancora nel conto gli organi delle società controllate da spa pubbliche quotate in borsa. In tutto, si stima che i nuovi ingressi femminili dovranno essere almeno 300, per le società che fanno capo al ministero dell'Economia.

Veniamo dunque al secondo aggregato, quello più ampio e sfuggente. La miriade di società locali, che secondo quanto stimano sia la Fondazione Bellisario che le Pari opportunità sono almeno 10.000. Come mettere il sale sulla coda a tutte? Manca una mappa di queste società, impossibile un quadro preciso della situazione di partenza (a che punto era la presenza femminile prima della legge) e difficile seguire man mano cosa succede al rinnovo degli organi. Qualcosa però si può dire, e sarà detto e discusso in occasione della giornata +W (Women mean business and economic growth), che sarà aperta da Maria Cecilia Guerra, viceministro del Lavoro delegata alle pari opportunità. Nel suo dipartimento hanno fatto una stima: ipotizzando che la situazione delle società pubbliche sia paragonabile a quella del Mef, dove su 300 controllate si aspettano 300 nuovi ingressi di donne, proiettando sull'universo delle controllate pubbliche i numeri appena visti, avremmo in vista per i prossimi rinnovi un ingresso di 10.000 donne.

Un piccolo tsunami, in vista del quale si preparano mosse utili – si stanno attrezzando, e ne daranno testimonianza nel convegno delle P. O., le grandi società di cacciatori di teste, così come si è mossa da tempo la Fondazione Belisario con l'iniziativa “Mille curricula eccellenti” – e contromisure – piccoli e grandi trucchi per aggirare la legge. Diecimila nuove nomine sono tante; è un'occasione per le donne, ma non solo: “sull'onda di quel che sta già succedendo nelle società quotate, si tratterà in molti casi anche dello scardinamento di governance ingessate da anni”, è la valutazione di Monica Parrella, direttore generale dell'Ufficio per gli interventi in materia di parità e pari opportunità. Da quando la legge è operativa, al suo ufficio sono giunte 171 comunicazioni dalle società, e solo 3 segnalazioni da privati (chiunque può denunciare a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. i casi di nomine avvenute dopo il febbraio 2013 che non rispettano la quota minima del 20%). Sono stati avviati 15 procedimenti, e emanate 10 diffide (dopo la prima diffida, le amministrazioni hanno 60 giorni per adeguarsi, dopodiché parte una seconda diffida, e se dopo altri 60 giorni la società non si è messa in regola i suoi organi decadono).

Le violazioni si spalmano uniformemente da Nord a Sud, e in alcuni casi riguardano anche comuni capoluogo. A volte si tratta di cda nominati senza alcuna presenza femminile, dunque in esplicita violazione di legge. Altre volte sono arrivate sul tavolo delle Pari opportinità nomine nelle quali la quota femminile è infilata come “sindaco supplente”: scelta non valida, poiché la percentuale deve essere rispettata sia tra gli effettivi che tra i supplenti. In entrambi questi casi il Dipartimento può intervenire subito (non appena ne viene a conoscenza: di qui l'importanza delle segnalazioni, anche di terzi), per garantire il rispetto della legge. Ma c'è anche un altro fenomeno in atto, ed è quello della sostituzione del cda con un amministratore unico, quasi sempre maschio: scelta a volte meritoria per il risparmio sulla finanza pubblica, ma che in alcuni potrebbe nascondere altre intenzioni, come quella di evitare di dover uscire dal tradizionale giro delle poltrone finora vigente e pescare qualche professionalità femminile. Segnali che rafforzano un timore: che l'attuazione delle quote di genere nell'ambito delle società pubbliche passi sotto silenzio, mentre invece sono accesi i riflettori sulle società quotate in borsa, che sono costrette a una maggiore trasparenza e hanno un controllo centralizzato presso la Consob.

Su queste ultime, si può già aprire la discussione sui primi effetti della legge sulle quote: la qualità delle nuove governance, i rischi legati a una presenza puramente testimoniale delle poche donne prescelte, l'effettiva carica innovativa dei nuovi assetti (legata al verificarsi di molte condizioni, da quella numerica, di una presenza non solo simbolica, alla qualità delle donne scelte, alla vigilanza contro operazioni di facciata o peggio di cordata). Tutti temi sui quali c'è una grande discussione teorica, a partire dai paesi dove le quote sono state da più anni introdotte - si veda per esempio su questo sito il contributo di Morten Huse, che ha studiato l'applicazione delle quote in Norvegia -, e che acquisterebbero una rilevanza ancor maggiore nel contesto della governance delle aziende pubbliche, i cui servizi (e i cui disservizi) ci riguardano nella vita quotidiana.

In genere
22 10 2013

Ethnic minority and Roma women in Europe. A case for gender equality?
Autori: Marcella Corsi, Chiara Crepaldi, Manuela Samek Lodovici, Paolo Boccagni e Cristina Vasilescu
Committente: Commissione Europea, Direzione generale occupazione, affari sociali e pari opportunità
Area geografica: Membri UE27, Islanda, Liechtenstein, Norvegia
Abstract:
Le minoranze etniche, e in particolare le donne rom, sono soggette a discriminazione multipla. Sono, cioè, particolarmente vulnerabili in termini di accesso all’istruzione, all’alloggio, all’assistenza sanitaria, alle prestazioni sociali e ai servizi finanziari. Presentano, pertanto, elevati rischi di esclusione sociale e povertà.(...)

Le minoranze etniche, e in particolare le donne rom, sono soggette a discriminazione multipla. Sono, cioè, particolarmente vulnerabili in termini di accesso all’istruzione, all’alloggio, all’assistenza sanitaria, alle prestazioni sociali e ai servizi finanziari. Presentano, pertanto, elevati rischi di esclusione sociale e povertà.
Le donne costituiscono una componente sostanziale delle minoranze etniche svantaggiate nei Paesi europei, anche a causa della crescente femminilizzazione dei flussi migratori. A maggior ragione sono, dunque, necessarie strategie sensibili agli aspetti di genere e soprattutto capaci di contrastare le molteplici e simultanee discriminazioni che subiscono le donne rom. Affrontare le condizioni simultaneamente di rom e donne appartenenti a minoranze etniche è impegnativo, perché impone di considerare l’interazione di molteplici fattori sociali, culturali ed economici.

Ciò significa che occorre predisporre specifiche politiche, ma anche attuarle in modo efficace. Tenendo conto dell’importanza dei sistemi di istruzione nel sostenere l’integrazione degli immigrati e della necessità di integrare gli approcci di workfare con le politiche di sostegno. Per raggiungere questi obiettivi appare necessario attivare il monitoraggio sistematico del divario di genere all’interno dei gruppi svantaggiati, la cooperazione transfrontaliera e lo scambio di “buone pratiche”, oltre alla valorizzazione del ruolo centrale giocato dalle istituzioni locali e dalle ONG.

Casalinghe, chi?

  • Ott 15, 2013
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1828 volte

Sud de-genere
15 10 2013

Mi scrive Annalisa Tonarelli a proposito di una ricerca, che sta conducendo assieme ad altre, sull’universo delle nuove casalinghe italiane.

“A fronte di tassi di attività femminili ancora così contenuti nel nostro paese – dice Annalisa – manca infatti una riflessione attenta e un patrimonio di ricerca che ci aiuti a comprendere chi siano, cosa facciano le odierne casalinghe e cosa le spinge a “stare” a casa. L’impressione che ho ricavato fino ad ora ( leggi QUI e anche QUI) è inoltre che dentro questa categoria si celino più di quanto non avvenisse in passato profili molto diversi e più sfaccettati che interrogano in modo diverso e nostre politiche sociali, del lavoro e della famiglia, di genere.”

L’appello delle studiose è questo:

<< Casalinghe per scelta o per caso ? Quali sono i motivi che portano oggi una donna a non lavorare nel senso più tradizionale del termine, ma ad occuparsi in modo esclusivo della casa, della famiglia e dell’educazione dei figli ? Siamo ricercatrici del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Firenze e stiamo indagando su questo fenomeno, diffuso ma al contempo sconosciuto. Vogliamo acquisire informazioni utili a promuovere politiche familiari, del lavoro, sociali che consentano alle donne di poter scegliere veramente il proprio destino. Per la realizzazione dell’indagine chiediamo la partecipazione di donne di età compresa tra i 19 ed i 65 anni che si trovano, per scelta o per necessità, a fare, anche temporaneamente, le casalinghe. Vorremo raccogliere le loro esperienze e conoscere il loro punto di vista. Chi è interessata può contattare la coordinatrice della ricerca (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; Tel 055.4374405) o visitare il sito http://www.iolavoroacasa.it.>>;

Dopo aver raccolto un buon numero di questionari, avrebbero bisogno di poter realizzare alcune interviste per poter ascoltare e raccogliere le storie di “chi per scelta, per bisogno o per caso vive la condizione di casalinga”.


Invito le amiche, in particolare quelle del Sud, a dare una mano…grazie! Nel frattempo, come madre di seienne, che si accolla gli stazionameni fuori da scuola e le uscite del pargolo, con amiche coetanee (ed ho l’impressione che come la viviamo noi la crisi, cristallizzate per sempre tra gioventù e vecchiaia) di storie e aneddoti da raccontare ne avrei a iosa!!!

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