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INGENERE

Tutti gli uomini del Nobel

  • Ott 09, 2013
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1113 volte

In genere
09 10 2013

Settimana di Nobel, quante donne spunteranno dal cilindro dell'accademia di Stoccolma? Ieri, quando è uscita la notizia dell'attribuzione dei Nobel per la medicina a James E. Rothman, Randy W. Schekman e Thomas C. Südhof, sul sito di Wired Italia è comparsa la torta che vedete qui a fianco: commentando la scarna fettina di Nobel per la medicina attribuiti a donne (10, tra i quali la nostra Rita Levi Montalcini), Guido Romeo nota che a quanto pare si tratta di "un premio per maschi americani". Oggi è arrivato il premio per la fisica, pluriannunciato, a François Englert e Peter W. Higgs , quelli dell'omonimo bosone. Il che era prevedibile e fa gioire i ricercatori italiani al Cern, ma non fa salire la quota femminile, ferma a 2 su 194. Nell'attesa di notizie dal fronte della chimica (scienziate vincitrici, finora: 4), rileggiamo qualcosa sulla questione donne e scienza. Per esempio, i numeri messi in fila in questa nostra scheda, nella quale la ricercatrice indiana Neelam Kumar spiega che molti passi avanti sono stati fatti, nelle facoltà e nei laboratori, ma che pare ancora molto solido il tetto di cristallo che fa passare dai laboratori e dalle aule ai posti direttivi e alle professioni. Oppure le valutazioni contenute nei nostri articoli su donne e scienza, con molte analisi focalizzate non tanto su quel che manca (le donne nelle posizioni apicali) ma su quel che le donne e un approccio di genere possono dare alla scienza (basti pensare alla medicina...). O ancora, quest'articolo di Francesca Molfino e Flavia Zucco sugli stereotipi che frenano le donne nella scienza, e sul modo per uscirne; e un'analisi di Henry Etzkowitz e Marina Ranga, che parte dalle "donne-computer", agli albori dell'informatica, e dalle ricercatrici che lavoravano sul moscerino della frutta, per dimostrare che la comunità scientifica, a parole meritocratica, mette al margine le donne appena un settore diventa strategico e prestigioso. Per chi volesse approfondire, poi, c'è il laboratorio di Genis Lab, dedicato a The gender in science e technology. Ed ecco infine il commento scritto da Marcella Corsi, Marina Cacace e Giovanna Declich nell'ottobre 2009, quando le donne scienziate portarono a casa un buon bottino.

inGenere
04 10 2013

Viviamo in società in continua evoluzione, si allargano gli orizzonti, si complicano gli scenari, i punti di riferimento mutano. Leggere la realtà alla luce dei soliti vecchi stereotipi è eticamente scorretto e rischia di trasformarsi in un boomerang per chi non si accorge che il mondo non è più in bianco e nero come in certe pubblicità degli anni cinquanta.

In effetti come può un’organizzazione o un’impresa con un gruppo dirigente uniforme per genere, età, cultura, orientamento sessuale e religione avere le chiavi per comprendere e interagire con successo in un mondo che uniforme non è?

Le differenze e le diversità, considerate una ricchezza in natura con il suo patrimonio di biodiversità, diventano un elemento di valore anche nelle organizzazioni e nelle imprese più innovative. Se le organizzazioni e le imprese vogliono essere competitive e rimanere su un mercato sempre più globale, se vogliono soddisfare i bisogni primari o indotti dei loro clienti, è necessario che si attrezzino per capire quali sono questi bisogni e per trovare modi nuovi per soddisfarli. Senza pregiudizi che potrebbero rivelarsi fatali.

È cronaca recente il clamoroso autogol dell'imprenditore italiano che si è ritrovato ostaggio di un boicottaggio mondiale per aver affermato con leggerezza la difesa di una versione di famiglia imbalsamata nella tradizione, e vale la pena ricordare che l’infelice uscita sulle famiglie omosessuali seguiva a stretto giro la difesa dell’immagine della donna ancella operosa del focolare familiare. Ma si cominciano anche a vedere imprese che della diversità fanno consapevolmente una strategia di marketing.

La pubblicità è un specchio di come cambiano (o come non cambiano) le visioni stereotipate del mondo, ma è anche uno strumento potente a disposizione di un’azienda per veicolare una certa immagine di sé, il suo scintillante biglietto da visita. I consumatori sono sempre più attenti a comprare beni e servizi con cui si identificano e che li rappresentano, tanto più in tempo di crisi, e alcune multinazionali giocano per prime e con successo la carta del diversity. Aziende come Ikea, che da un lato contribuiscono a uniformare le case di tutto il mondo e dall’altro fanno del diversity un elemento di vantaggio competitivo da sempre, promuovono una versione multi sfaccettata della famiglia (allargata, in movimento, intergenerazionale, omosessuale) all’insegna del “Per cambiare basta poco”, i nostri prodotti sono in linea con il mutare dei tempi e vanno bene per tutti.

E il marketing non è che la punta dell’iceberg. Aziende come Oréal, multinazionale nel campo dei profumi e della cosmetica, da sempre all’avanguardia in programmi che sostengono quella che i francesi chiamano mixité, (nell’ambito della quale gli interventi a favore della leadership femminile hanno un ruolo di primo piano) e pionieri nel considerare la valorizzazione delle differenze una leva strategica per la competitività e la crescita, hanno un Direttore dello Sviluppo Internazionale delle Risorse Umane, nonché Direttore dei Programmi di Diversity a livello globale che dichiara: «La diversità non é una rivoluzione. Si tratta di fare in modo che la società rifletta la realtà».

Ed infatti Oréal ha una strategia di diversity management, ovvero di valorizzazione delle diversità, che si traduce in azioni molto concrete, dalla riduzione dei differenziali salariali di genere (dichiarano di essere al di sotto del 4%) alla previsione di misure per sostenere le cosiddette carriere duali, al finanziamento di programmi a sostegno alle donne ricercatrici, alle misure a supporto dell’articolazione dei tempi di vita e di lavoro (quella che noi chiamiamo conciliazione). Strategie che si traducono, per rimanere al caso L'Oréal, nella capacità di promuovere prodotti cosmetici, per definizione a forte rischio “stereotipo”, all'insegna del “perché io valgo”, mutuato dai movimenti di liberazione femministi degli Stati Uniti degli anni ’70.

Uno slogan che, quantomeno nelle intenzioni, si propone di valorizzare l’identità individuale e di parlare a un pubblico variegato per sesso, età, origine etnica, colori (Oréal per prima ha pensato a linee e palette per donne non caucasiche). Certo siamo su un terreno scivoloso e non mancano, per lo meno in Francia, gli attacchi a Oréal rea di promuovere comunque un’immagine di donna sottomessa al diktat della bellezza. Tuttavia nei suoi spot, molto più che in quelli della concorrenza, si vedono modelle differenti tra loro, compresa l’atleta paraolimpica Aimee Mullins.

Il caso Oréal non è che uno degli esempi delle attenzione che le grandi imprese investono nella gestione delle diversità. Un caso paradigmatico, oggetto, tra gli altri, di un articolo “Come l’Oréal gestisce il multiculturalismo” apparso nel Giugno 2013 sull’Haward Business review, in cui si parla di Diversity Management soprattutto dal punto di vista del multiculturalismo. Gli autori mettono in evidenza l’importanza che ha oggi, per un’azienda come Oréal ma non solo, avere un gruppo dirigente multiculturale, capace in virtù della propria appartenenza ad ambiti identitari differenti di trovare soluzioni innovative a problemi globali.

«I manager multiculturali sono capaci di fare associazioni creative e di identificare analogie tra mercati appartenenti ad aree geografiche diverse permettendo all'azienda di sviluppare prodotti globali e di produrre marchi globali mantenendo intatta la sensibilità per le differenze dei mercati locali», si legge nell'articolo.

Anche per questo le società di selezione delle risorse umane cominciano a dare valore alla multiculturalità e alcune di loro si sono specializzate nella selezione di talenti con identità multiculturali, aprendo le porte, per esempio, ai giovani italiani di seconda generazione e riconoscendo alle identità multiple e “non tradizionali” un valore aggiunto che deriva proprio dal sommare punti di vista appartenenti a mondi diversi.

Il multiculturalismo, il genere, l’età, le diverse abilità fisiche e mentali, la provenienza etnico-culturale, l’orientamento sessuale, la fede religiosa: le organizzazioni in cui viviamo e lavoriamo sono sempre meno uniformi e in una società multietnica e complessa la diversità non è solo un elemento con cui è necessario sapersi confrontare ma è anche una risorsa che permette di progettare soluzioni creative e innovative, che tengano conto dei diversi punti di vista.

Le organizzazioni che vogliano essere competitive non possono permettersi di non valorizzare i propri talenti né di perdere potenziali interlocutori (clienti, utenti, committenti) per la propria incapacità di rapportarsi alle diversità. Per poter definire politiche di intervento e strumenti efficaci, nei diversi ambiti sia pubblici che privati, diventa fondamentale avere consapevolezza delle normative anti-discriminatorie, delle dinamiche organizzative e degli strumenti più adatti per definire ed attuare un approccio di diversity management, ovvero di valorizzazione sistematica delle differenze.

Barbara De Micheli

Pubblicità sessiste, servono le norme

  • Set 30, 2013
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 3544 volte

InGenere
25 09 2013

di Elisa Giomi

La questione del sessismo nelle pubblicità è entrata nel dibattito pubblico, ma la regolamentazione dei messaggi è vaga e non vincolante. Tra richiami da parte dei politici e autority delle comunicazioni, a che punto siamo in Italia e in Europa. Una ricerca della Fondazione Brodolini

Da schermi o cartelloni, ovunque ci si trovi, si affacciano mamme sorridenti che servono a tavola, lavano pavimenti, cercano strategie per combattere cuscinetti adiposi o rughe o cattivi odori, oppure modelle super sexy come oggetti del desiderio ammiccanti per un pubblico maschile.
È una tematica entrata nel dibattito pubblico, anche se ancora langue nell’agenda politica. Un decisivo contributo nella messa a tema di questo fenomeno è provenuto dal video di Lorella Zanardo,”Il corpo delle donne” (2009), che ha reso mainstreram contenuti, rivendicazioni e denunce portate avanti storicamente da collettivi femminili e femministi. Se è vero che rappresentazioni stereotipate e sessiste permeano formati e generi mediali diversi, come mostra Zanardo, certo è che la pubblicità si distingue per una singolare “coazione a ripetere”: per fare solo un esempio, durante le ricerche per la realizzazione del video alla cui produzione la sottoscritta ha partecipato, "Se questa è una donna. Il corpo femminile nei messaggi pubblicitari" (2010), ci siamo imbattute in ben 10 annunci – su canali diversi - che negli ultimi tre anni hanno scelto l’headline ‘Te la diamo gratis’ per pubblicizzare macchinette da caffè, assistenza tecnica per pc, camere matrimoniali, corsi di inglese estivi, ecc. (con ampio ricorso, in tutti i casi, a ragazze svestite e provocanti).
 
Recentemente la presidente della camera Laura Boldrini ha cercato di sollevare il problema della limitazione dell’uso del corpo delle donne nella comunicazione pubblicitaria e ha ricordato quanto possa essere breve il passaggio da quel tipo di uso all’istigazione alla violenza contro le donne. A dire il vero, una frangia dell’industria pubblicitaria -  l’Art Directors Club Italiano, il club dei creativi pubblicitari – si era già mobilitata nella direzione auspicata da Boldrini, pubblicando, nel 2011, un Manifesto Deontologico in cui si giudicava "profondamente scorretto ridurre i corpi umani a oggetto sessuale da abbinare a un prodotto in modo incongruo e pretestuoso". Nel 2013, lo stesso ADCI ha lanciato una petizione pubblica, dai toni meno generici (vedi immagini qui sotto), in cui chiede che le indicazioni europee siano recepite e tradotte in norme semplici e vincolanti "tali da permettere di scoraggiare e sanzionare con maggior incisività la pubblicità sessista”.
Ma l’ADCI, dicevamo, rappresenta solo una parte dell’industria pubblicitaria, e certo non ha potere di veto. Quali sono, in Italia, dunque gli strumenti legislativi e le autorità cui rivolgersi? Il riferimento principale è un organo di autoregolamentazione, lo IAP, Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, cui aderiscono aziende e associazioni di settore, agenzie e concessionarie di pubblicità, per capirci anche Mediaset, Rai o Sky. Al Giurì, l’autorità giudicante, possono rivolgersi anche i comuni cittadini per denunciare contenuti pubblicitari a vario titolo inappropriati o offensivi verso specifiche categorie o gruppi sociali. Basandosi su un Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, il Giurì può bloccare e far ritirare queste campagne.
Nel gennaio 2011, il ministero per le Pari Opportunità e lo IAP hanno siglato un protocollo di intesa che mira a rendere più efficace la collaborazione tra le due Istituzioni. Rinnovato nel 2013, esso si basa sul riconoscimento, da parte del ministero, che ‘le norme del Codice di Autodisciplina hanno consentito e permette di attivare un controllo efficace della comunicazione commerciale, in particolare gli articoli 9 e 10 sono specificatamente preordinati ad impedire che venga offesa la dignità delle donne’ (così si legge sul sito dello IAP). In realtà, questi articoli non specificano in alcun modo quali siano i contenuti da ritenersi discriminatori e offensivi verso le donne, limitandosi a una formulazione molto generica.
Non si pensi, però, che all’estero - ormai indistintamente sinonimo di ‘luogo più civile e evoluto dell’Italia’ - le cose vadano molto diversamente. Prendiamo ad esempio quei paesi noti per la ‘salute’ delle loro istituzioni, l’efficienza dei servizi, il grado di democrazia e la presenza di politiche di promozione dell’uguaglianza di genere. In Danimarca, nel 2004, la rivista ‘Svineproducenten’ si trovò al centro di uno scandalo a causa di un annuncio che reclamizzava prodotti suini attraverso l’immagine di una donna anziana, accanto a cui campeggiava la scritta “stanco della vecchia scrofa? È tempo di cambiarla con una nuova”. Il Consumer Ombudsperson, difensore civico dei consumatori, sulla base della Legge danese sul Marketing, la fece ritirare. In Finlandia, ad essere giudicati degradanti dell’immagine femminile sono stati, nel corso del tempo, spot e inserzioni dedicati alle categorie merceologiche più diverse (dai deodoranti ai jeans, passando per i club di bourlesque): in tutti i casi il Consumer Ombudsperson ne ha impedito la pubblicazione o disposto il ritiro. In Germania, in tempi recenti, il cartellone pubblicitario di un’importante catena di prodotti elettronici esibiva un’attraente ragazza vestita di sola biancheria intima, accucciata per terra e dotata di tre seni: “C’è più di quanto tu pensi”, recitava il claim. Contro questa immagine si scagliarono donne, uomini e organi di pari opportunità, presentando istanze al Deutschen Werberats (il Consiglio per la Pubblicità), che fece pressioni sull’azienda per ritirare l’annuncio. Nel 2011, il Deutschen Werberats ha ricevuto ben 90 reclami a tutele dell’immagine femminile: pochi in confronto alle 116 dell’anno precedente, ma pur sempre la maggioranza delle istanze complessivamente rivolte a questo organo.
Nonostante le numerose ‘storie di successo’ riportate dal citato Deutschen Werberats tedesco, l’italiano IAP e gli altri organi di autoregolamentazione, essi presentano numerose fragilità. Ed è un problema, se si considera che la vigilanza e disciplina del settore pubblicitario, in quasi metà dei Paesi europei[1], è affidata a istituzioni analoghe, create dall’industria pubblicitaria per garantire la libertà di espressione e al contempo il rispetto dei principi fissati dalle leggi di settore nei diversi Stati. Come è emerso nello studio svolto dalla Fondazione Giacomo Brodolini per conto del Parlamento Europeo e dedicato alla rappresentazione del femminile nei media e in pubblicità, il principale limite degli organi di autoregolamentazione del settore pubblicitario consiste nella loro impossibilità di comminare sanzioni pecuniarie o adottare altre misure che siano veramente deterrenti per chi infrange il Codice di condotta che essi si sono dati; in secondo luogo, si registra un elevatissimo grado di soggettività e discrezionalità nell’accogliere le lamentele: la natura sessista o in altro modo discriminatoria dei messaggi portati all’attenzione delle autorità competenti non sempre viene riconosciuta dalle stesse, complice anche il registro umoristico/ironico spesso utilizzato dalla pubblicità, che contribuisce alla legittimazione e accettabilità sociale di certe immagini. Infine, una debolezza comune ai Codici di condotta emanati dagli organi di autoregolamentazione nel settore pubblicitario è, come notavamo per lo IAP, la mancanza di riferimenti precisi a fattispecie di rappresentazioni, immagini, messaggi e atteggiamenti che violano diritti e dignità delle donne (ad esempio, utilizzo arbitrario del nudo, feticizzazione del corpo, incitamento alla violenza, rappresentazioni in ruoli sociali stereotipati, degradanti ecc.).
Bisogna osservare che, purtroppo, questo è un limite riscontrato anche nei testi di fonti normative dotate di maggiore forza dei Codici di condotta, ovvero le leggi sulla pubblicità: ad esse è affidata la disciplina del settore in 5 paesi Europei[2]. In tutti i casi si cita la necessità di tutelare ‘la dignità della persona umana’, mentre sesso e genere sono menzionati solo come possibili occorrenze, accanto a discriminazioni perpetrate su altre basi (ecco un esempio di formulazione ricorrente: ‘la pubblicità deve essere bandita se incita all’odio e alla discriminazione nazionale, razziale, religiosa, legata al genere o sociale’, Legge sulla Pubblicità, Lituania, 2000).
In 2 paesi, infine, la regolamentazione dell’advertising è in capo a vere e proprie autorità, in grado di comminare multe e sanzioni pecuniarie e esigere il ritiro/la non pubblicazione dei messaggi incriminati: L’Advertising Standard Authority irlandese (ASAI) e l’Advertising Standard Authority (ASA) inglese. Se il codice su cui si basa l’istituzione inglese, una volta ancora, presenta una formulazione generica, quella irlandese costituisce un caso virtuoso, perché unico organo, nell’ambito della disciplina sulla pubblicità in Europa, a combinare la natura ‘binding’ delle proprie prescrizioni con una nomenclatura molto dettagliata della tipologia di infrazioni perpetrate sulla base del gender. Un esempio positivo cui guardare, certo, ma decisamente troppo poco per una realtà che si vorrebbe competitiva e evoluta come l’Europa.

Note: 

[1] Bulgaria, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Slovenia, Spagna, Croazia.

[2] Negli altri casi, la pubblicità è disciplinata da Leggi sul marketing o da Leggi per la tutela del consumatore, come nei citati casi di Danimarca e Finlandia.

(Nella foto in alto una pubblicità che sfrutta la tecnica del sovvertimento, in questo caso c'è un signore in carne al posto di una sottilissima Kate Moss in una celebre pubblicità di Calvin Klein. Il video invece è una parodia di un recente singolo della cantante Miley Cyrus che è stata rimpiazzata da un maschio nelle sue pose sexy, sempre per vedere l'effetto che fa).

 

Pubblicità sessiste, servono le norme

  • Set 26, 2013
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 3320 volte

inGenere
26 09 2013

La questione del sessismo nelle pubblicità è entrata nel dibattito pubblico, ma la regolamentazione dei messaggi è vaga e non vincolante. Tra richiami da parte dei politici e autority delle comunicazioni, a che punto siamo in Italia e in Europa. Una ricerca della Fondazione Brodolini.

Da schermi o cartelloni, ovunque ci si trovi, si affacciano mamme sorridenti che servono a tavola, lavano pavimenti, cercano strategie per combattere cuscinetti adiposi o rughe o cattivi odori, oppure modelle super sexy come oggetti del desiderio ammiccanti per un pubblico maschile.

È una tematica entrata nel dibattito pubblico, anche se ancora langue nell’agenda politica. Un decisivo contributo nella messa a tema di questo fenomeno è provenuto dal video di Lorella Zanardo, ”Il corpo delle donne” (2009), che ha reso mainstreram contenuti, rivendicazioni e denunce portate avanti storicamente da collettivi femminili e femministi. Se è vero che rappresentazioni stereotipate e sessiste permeano formati e generi mediali diversi, come mostra Zanardo, certo è che la pubblicità si distingue per una singolare “coazione a ripetere”: per fare solo un esempio, durante le ricerche per la realizzazione del video alla cui produzione la sottoscritta ha partecipato, "Se questa è una donna. Il corpo femminile nei messaggi pubblicitari" (2010), ci siamo imbattute in ben 10 annunci – su canali diversi - che negli ultimi tre anni hanno scelto l’headline ‘Te la diamo gratis’ per pubblicizzare macchinette da caffè, assistenza tecnica per pc, camere matrimoniali, corsi di inglese estivi, ecc. (con ampio ricorso, in tutti i casi, a ragazze svestite e provocanti).

Recentemente la presidente della camera Laura Boldrini ha cercato di sollevare il problema della limitazione dell’uso del corpo delle donne nella comunicazione pubblicitaria e ha ricordato quanto possa essere breve il passaggio da quel tipo di uso all’istigazione alla violenza contro le donne. A dire il vero, una frangia dell’industria pubblicitaria - l’Art Directors Club Italiano, il club dei creativi pubblicitari – si era già mobilitata nella direzione auspicata da Boldrini, pubblicando, nel 2011, un Manifesto Deontologico in cui si giudicava "profondamente scorretto ridurre i corpi umani a oggetto sessuale da abbinare a un prodotto in modo incongruo e pretestuoso".

Nel 2013, lo stesso ADCI ha lanciato una petizione pubblica, dai toni meno generici, in cui chiede che le indicazioni europee siano recepite e tradotte in norme semplici e vincolanti "tali da permettere di scoraggiare e sanzionare con maggior incisività la pubblicità sessista”.

Ma l’ADCI, dicevamo, rappresenta solo una parte dell’industria pubblicitaria, e certo non ha potere di veto.

Quali sono, in Italia, dunque gli strumenti legislativi e le autorità cui rivolgersi? Il riferimento principale è un organo di autoregolamentazione, lo IAP, Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, cui aderiscono aziende e associazioni di settore, agenzie e concessionarie di pubblicità, per capirci anche Mediaset, Rai o Sky. Al Giurì, l’autorità giudicante, possono rivolgersi anche i comuni cittadini per denunciare contenuti pubblicitari a vario titolo inappropriati o offensivi verso specifiche categorie o gruppi sociali. Basandosi su un Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, il Giurì può bloccare e far ritirare queste campagne.

Nel gennaio 2011, il ministero per le Pari Opportunità e lo IAP hanno siglato un protocollo di intesa che mira a rendere più efficace la collaborazione tra le due Istituzioni. Rinnovato nel 2013, esso si basa sul riconoscimento, da parte del ministero, che ‘le norme del Codice di Autodisciplina hanno consentito e permette di attivare un controllo efficace della comunicazione commerciale, in particolare gli articoli 9 e 10 sono specificatamente preordinati ad impedire che venga offesa la dignità delle donne’ (così si legge sul sito dello IAP). In realtà, questi articoli non specificano in alcun modo quali siano i contenuti da ritenersi discriminatori e offensivi verso le donne, limitandosi a una formulazione molto generica.

Non si pensi, però, che all’estero - ormai indistintamente sinonimo di ‘luogo più civile e evoluto dell’Italia’ - le cose vadano molto diversamente. Prendiamo ad esempio quei paesi noti per la ‘salute’ delle loro istituzioni, l’efficienza dei servizi, il grado di democrazia e la presenza di politiche di promozione dell’uguaglianza di genere.

In Danimarca, nel 2004, la rivista ‘Svineproducenten’ si trovò al centro di uno scandalo a causa di un annuncio che reclamizzava prodotti suini attraverso l’immagine di una donna anziana, accanto a cui campeggiava la scritta “stanco della vecchia scrofa? È tempo di cambiarla con una nuova”. Il Consumer Ombudsperson, difensore civico dei consumatori, sulla base della Legge danese sul Marketing, la fece ritirare.

In Finlandia, ad essere giudicati degradanti dell’immagine femminile sono stati, nel corso del tempo, spot e inserzioni dedicati alle categorie merceologiche più diverse (dai deodoranti ai jeans, passando per i club di bourlesque): in tutti i casi il Consumer Ombudsperson ne ha impedito la pubblicazione o disposto il ritiro.

In Germania, in tempi recenti, il cartellone pubblicitario di un’importante catena di prodotti elettronici esibiva un’attraente ragazza vestita di sola biancheria intima, accucciata per terra e dotata di tre seni: “C’è più di quanto tu pensi”, recitava il claim. Contro questa immagine si scagliarono donne, uomini e organi di pari opportunità, presentando istanze al Deutschen Werberats (il Consiglio per la Pubblicità), che fece pressioni sull’azienda per ritirare l’annuncio. Nel 2011, il Deutschen Werberats ha ricevuto ben 90 reclami a tutele dell’immagine femminile: pochi in confronto alle 116 dell’anno precedente, ma pur sempre la maggioranza delle istanze complessivamente rivolte a questo organo.

Nonostante le numerose ‘storie di successo’ riportate dal citato Deutschen Werberats tedesco, l’italiano IAP e gli altri organi di autoregolamentazione, essi presentano numerose fragilità. Ed è un problema, se si considera che la vigilanza e disciplina del settore pubblicitario, in quasi metà dei Paesi europei, è affidata a istituzioni analoghe, create dall’industria pubblicitaria per garantire la libertà di espressione e al contempo il rispetto dei principi fissati dalle leggi di settore nei diversi Stati.

Come è emerso nello studio svolto dalla Fondazione Giacomo Brodolini per conto del Parlamento Europeo e dedicato alla rappresentazione del femminile nei media e in pubblicità, il principale limite degli organi di autoregolamentazione del settore pubblicitario consiste nella loro impossibilità di comminare sanzioni pecuniarie o adottare altre misure che siano veramente deterrenti per chi infrange il Codice di condotta che essi si sono dati; in secondo luogo, si registra un elevatissimo grado di soggettività e discrezionalità nell’accogliere le lamentele: la natura sessista o in altro modo discriminatoria dei messaggi portati all’attenzione delle autorità competenti non sempre viene riconosciuta dalle stesse, complice anche il registro umoristico/ironico spesso utilizzato dalla pubblicità, che contribuisce alla legittimazione e accettabilità sociale di certe immagini.

Infine, una debolezza comune ai Codici di condotta emanati dagli organi di autoregolamentazione nel settore pubblicitario è, come notavamo per lo IAP, la mancanza di riferimenti precisi a fattispecie di rappresentazioni, immagini, messaggi e atteggiamenti che violano diritti e dignità delle donne (ad esempio, utilizzo arbitrario del nudo, feticizzazione del corpo, incitamento alla violenza, rappresentazioni in ruoli sociali stereotipati, degradanti ecc.).

Bisogna osservare che, purtroppo, questo è un limite riscontrato anche nei testi di fonti normative dotate di maggiore forza dei Codici di condotta, ovvero le leggi sulla pubblicità: ad esse è affidata la disciplina del settore in 5 paesi Europei. In tutti i casi si cita la necessità di tutelare ‘la dignità della persona umana’, mentre sesso e genere sono menzionati solo come possibili occorrenze, accanto a discriminazioni perpetrate su altre basi (ecco un esempio di formulazione ricorrente: ‘la pubblicità deve essere bandita se incita all’odio e alla discriminazione nazionale, razziale, religiosa, legata al genere o sociale’, Legge sulla Pubblicità, Lituania, 2000).

In 2 paesi, infine, la regolamentazione dell’advertising è in capo a vere e proprie autorità, in grado di comminare multe e sanzioni pecuniarie e esigere il ritiro/la non pubblicazione dei messaggi incriminati: L’Advertising Standard Authority irlandese (ASAI) e l’Advertising Standard Authority (ASA) inglese. Se il codice su cui si basa l’istituzione inglese, una volta ancora, presenta una formulazione generica, quella irlandese costituisce un caso virtuoso, perché unico organo, nell’ambito della disciplina sulla pubblicità in Europa, a combinare la natura ‘binding’ delle proprie prescrizioni con una nomenclatura molto dettagliata della tipologia di infrazioni perpetrate sulla base del gender. Un esempio positivo cui guardare, certo, ma decisamente troppo poco per una realtà che si vorrebbe competitiva e evoluta come l’Europa.

Elisa Giomi 

Giuliano il 14°. La Consulta resta una cosa da uomini

  • Set 17, 2013
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1311 volte

In genere
17 09 2013


La nomina di Giuliano Amato alla Corte costituzionale ha sollevato molte polemiche, ma nessuno finora ha fatto notare un piccolo particolare: la Consulta è una delle istituzioni più maschili d'Italia, con una sola donna su 15 giudici. La scelta di Amato conferma l'abissale squilibrio di genere. Alla faccia degli alti moniti sulla necessità di valorizzare le donne

Tra i commenti anche fortemente critici alla nomina di Giuliano Amato alla Corte costituzionale da parte di Napolitano non ce n'è uno che abbia rilevato che essa conferma un ormai insopportabile e ingiustificabile enorme squilibrio di genere nella composizione della Corte.

È vero che Napolitano ha nominato a suo tempo una delle tre donne che si sono succedute alla Corte, Marta Cartabia, succeduta a Maria Rita Saulle, nominata da Ciampi, che a sua volta era succeduta a Giulia Contri, nominata da Scalfaro. Potrebbe perciò sostenere che lui ha fatto la sua parte per riequilibrare la composizione della Corte, laddove parlamento, Corte dei conti e Corte di cassazione continuano ad eleggere esclusivamente uomini.

Eppure, da chi periodicamente scaglia nobili moniti contro la sistematica esclusione delle donne dai luoghi che contano ci si sarebbe aspettate che non si limitasse a garantire la presenza di quell’unica donna, ma utilizzasse questa volta il proprio potere di nomina per realizzare un maggiore equilibrio. Ha invece scelto Giuliano Amato: un politico e intellettuale di tutto rispetto, con un lunghissimo cursus honorum, cui ora può aggiungere anche questa carica prestigiosa, anche se meno della presidenza della repubblica cui aveva a lungo aspirato. Anche lasciando da parte il malizioso sospetto che si tratti di una sorta di risarcimento da parte di chi è stato nominato per la seconda volta alla Presidenza della Repubblica nei confronti di uno degli storici, e sconfitti, candidati in pectore, e pur con tutta la stima ed anche amicizia che sento personalmente per Amato, non posso evitare un certo scoramento.

La quota maschile – 14 su 15 giudici - è sempre rigidissima e ben difesa, anche da chi dice di volerla incrinare. La Corte costituzionale rimane l’istituzione più maschile che ci sia in Italia (non così in altri paesi democratici), indebolendo lo stesso diritto ad essere giudicati da un collegio di “pari”. È difficilissimo, se non impossibile, per una donna, per quanto brava e competente, scalfire quel blocco di comunanza di genere, di età, di ceto, di esperienze politiche in cui si sono costruite e cristallizzate gerarchie di potere e di reciproca visibilità.

Se c’è un settore in cui da tempo non mancano certo le donne competenti e con le caratteristiche formali e sostanziali necessarie per essere nominate alla Corte, è proprio quello giuridico, che si guardi alla professione dei giudici, degli avvocati, o dei professori universitari. Neppure loro, tuttavia, riescono a scalfire quel blocco. Forse anche perché, per le stesse ragioni per cui sono ai margini dei giri che contano, sono spesso meno omologabili. Sarà un caso che sono due donne le “sagge” che si sono dimesse dalla Commissione per le riforme costituzionali, per protestare contro comportamenti (del Presidente della Commissione e del suo partito) che ritenevano lesivi della dignità del parlamento e della separazione dei poteri? Una delle due, Lorenza Carlassare, avrebbe da tempo meritato di far parte della Corte, probabilmente più di altri che invece sono entrati. Chissà per quanto ancora dovremo accettare che ci sia posto per una donna soltanto, e sperare che non venga eliminato anche questo. Del resto, è successo lo stesso con la nomina dei senatori a vita: l’unica donna nominata da Napolitano nell’ultima tornata va di fatto a riempire il posto lasciato vuoto da Rita Levi Montalcini, la prima donna ad essere nominata senatore a vita. Anche in questo caso, viene ribadita la quota implicita.

A questo punto rivolgo una sola preghiera, a Napolitano (anche ad Amato): per favore, risparmiateci nobili moniti sulla necessità di valorizzare le donne.

In Genere
11 09 2013

Impossibile per le dipendenti della Camera dei deputati farsi prescrivere la pillola del giorno dopo: il 100% dei medici si dichiara obiettore. La denuncia è partita ieri dalla deputata Pia Locatelli che ha spiegato in aula cosa è accaduto a una collega che si era recata nell'ambulatorio interno per esercitare un suo diritto, cioè ottenere la prescrizione del farmaco contraccettivo post-coitale entro le 72 ore dal rapporto sessuale a rischio. Ha detto Pia Locatelli nel suo intervento: «Il medico ha risposto di non essere disponibile alla prescrizione in quanto obiettore di coscienza. La collega ha deciso di aspettare il turno successivo e l’ha comunicato al medico obiettore. Si è sentita rispondere che anche il medico del turno a seguire è obiettore, così come tutti gli altri in servizio». L’esponente del Psi ha spiegato che chiederà un’interrogazione alla ministra della salute, Beatrice Lorenzin, per appurare se i medici interni siano effettivamente tutti obiettori e, nel caso fosse così, quali procedure intenda adottare per garantire alle colleghe il diritto alla salute e così come i diritti sessuali e riproduttivi.

A giugno il parlamento aveva presentato nove mozioni per affrontare la questione della somministrazione della pillola del giorno dopo e l’obiezione di coscienza con l'obiettivo di stabilire per legge una percentuale minima di medici non obiettori in ogni struttura ospedaliera.

In Italia, da nord a sud, sono tra il 70% e l'80% i medici che si rifiutano di praticare aborti. E' utile però ricordare che la pillola del giorno dopo non è una pillola abortiva perché non interrompe la gravidanza, bensì impedisce l'impianto dell'ovulo fecondato e dunque la formazione di un embrione.

L'associazione Luca Coscioni ha messo in questi giorni a disposizione sul suo sito un modulo per la denuncia dei disservizi relativi alla piena applicazione della legge 194 dovuta all'assenza di personale medico non abiettore.

In genere
11 09 2013

Colpevoli di stupro di gruppo, distruzione delle prove e omicidio della vittima senza difesa. Devono essere ancora depositate le motivazioni della sentenza che a sette mesi di distanza condanna 4 dei sei imputati per lo stupro avvenuto a New Delhi ai danni di una studentessa ventitreenne, morta dopo due settimane di agonia. Degli altri imputati uno si era impiccato pochi mesi fa, e un altro è stato condannato a tre anni di reclusione da un tribunale minorile, mentre i quattro maggiorenni rischiano l'impiccagione.

Un episodio di violenza efferata a cui però, per la prima volta, seguirono imponenti proteste e manifestazioni di massa, come raccontava allora Marina Forti su inGenere. Un moto diffuso di indignazione che muoveva dalla diffusa accettazione della violenza sulle donne nella società indiana, e che ha spinto il governo a inasprire le pene, primo passo verso il cambiamento, che rischia però di rimanere lettera morta senza ulteriori iniziative, a partire dall'introduzione delle donne nei ranghi della polizia locale, fino all'affermarsi di un clima culturale davvero diverso. Il punto della situazione e le prospettive per il futuro sono state raccontate pochi giorni fa su inGenere da Kathryn Lum, esperta di studi di genere e migrazione in India.

Insieme alla notizia della condanna circola però anche una ricerca Onu dal risultato scioccante: dei 10mila uomini intervistati in sei paesi asiatici, un quarto ha dichiarato di aver commesso almeno una volta uno stupro su una donna, riporta il Corriere della sera. Interrogati sul motivo delle loro aggressioni, il 70% degli intervistati ha rivendicato un proprio "diritto sessuale", e solo il 23% di loro ha raccontato di essere poi stati condannati alla reclusione, specifica l'articolo su Repubblica.

Quelle del 28°. Dati e sfide delle donne croate

  • Set 05, 2013
  • Pubblicato in INGENERE
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in genere
05 09 2013

La Croazia è da luglio il ventottesimo paese dell'Ue. Ha corso negli ultimi anni per allineare le politiche di genere agli standard europei e, per alcuni aspetti, è più avanti di altri paesi aderenti all'Unione. Tanta strada però è ancora da fare, ecco le misure in via di sviluppo.

Negli ultimi dieci anni lo sviluppo di politiche di genere e il miglioramento della condizione delle donne in Croazia è andato di pari passo con l’evoluzione di una nuova legislazione e dell’aggiustamento delle leggi esistenti, all’interno del processo di pre-adesione alla Ue che la Croazia ha recentemente completato. In questo senso è soprattutto importante sottolineare la solida infrastruttura esistente per la promozione della parità di genere, e la straordinaria attività dell'Ufficio gender equality del governo croato e del Difensore civico (1).

I dati e le tendenze analizzati in questo articolo dimostrano che i risultati della politica di sviluppo della parità di genere sono, in alcune aree, paritari o comunque vicini a quelli dell'Ue-27. Tuttavia, ulteriori analisi portano anche a identificare i punti chiave di sfide future poste dagli imperativi di miglioramento delle opportunità di occupazione per le donne, l’eguaglianza economica, la loro migliore presenza nelle posizioni decisionali decisionale, e lo sviluppo di specifici piani d'azione per contrastare la violenza sulle donne, soprattutto in famiglia.

Meritano di essere sottolineati alcuni risultati positivi per quanto riguarda lo sviluppo della politica di parità di genere e il suo impatto sulla posizione delle donne nella società croata. Ad esempio il raggiungimento dell'istruzione universitaria nel 2012 per le donne è stata del 17% rispetto al 14,5% per gli uomini entro i 64 anni. È importante notare che l'iscrizione delle donne all'università è stata continua negli ultimi anni. Inoltre, tra i professori universitari il 48% sono donne, così come donne sono il 57% tra i possessori di diploma di dottorato, e la stessa percentuale femminile si ritrova nel numero complessivo di studenti liceali e universitari.

La partecipazione delle donne nel processo decisionale è in alcuni casi molto vicino alla media Ue-27 del periodo recente.

Ci sono stati alcuni miglioramenti negli ultimi dieci anni, con la partecipazione delle donne nelle elezioni del 2009 raggiungendo 22% tra i rappresentanti del governo a livello locale (2). Per quanto riguarda invece la partecipazione delle donne al management delle grandi società quotate, vi è all’incirca la stessa situazione degli altri paesi dell’Ue 27. Differente invece è la partecipazione delle donne in posizioni manageriali della banca centrale croata dove, escluso un piccolo balzo nel 2009 (14%), il dato è caduto, stabilizzandosi, al 7% nel 2010, 2011 e anche nel 2012.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, le donne nel 2012 erano il 50,9% degli occupati.

Hanno acquisito la maggioranza dei posti di lavoro nei servizi sanitari, nell’istruzione superiore, e nella magistratura, ma comunque non nelle posizioni di leader in questi stessi settori. La fascia di età più debole nel 2012 era quella tra i 55 e i 64 anni di età, con un tasso di occupazione molto basso per le donne (27,8%) rispetto agli uomini (46,7%). Le donne di questa fascia di età sono in gran parte o disoccupate per un periodo prolungato di tempo, o in pensione con un reddito molto basso perché hanno colto l'occasione del pensionamento anticipato. Per questo motivo esse appartengono al gruppo di popolazione con il più alto rischio di povertà. Le stime sono che tale rischio per le donne sopra i 65 anni è del 38,3%, di 9,2 punti percentuali superiore a quello per gli uomini nella stessa fascia di età.

A questo proposito sono state introdotte delle misure speciali, compreso un incremento di pensione per questa categoria dopo aver raggiunto l'età di 65 anni.

Al fine di migliorare le potenzialità dell’occupazione femminile è necessario stimolare anche il lavoro autonomo.

In Croazia l'imprenditoria femminile rimane infatti un potenziale non sviluppato, anche se l'importanza delle donne imprenditrici come fondamentali generatori di nuovi posti di lavoro è riconosciuta dalla politica. Dato che diversi documenti sono stati redatti dal governo come strategia per introdurre misure finalizzate alla promozione dell'imprenditorialità femminile, sarebbe auspicabile una loro attuazione più dinamica ora che la Croazia è entrata a far parte dell'Unione europea.

Pertanto è necessario sostenere ulteriori misure per coinvolgere direttamente il Servizio per l’occupazione croato, in particolare a livello locale, e il suo collegamento con i centri di formazione e di ricerca al fine di garantire una guida professionale e di sostegno alle iniziative imprenditoriali delle donne. È particolarmente importante per le donne disoccupate e maggiormente avanti con l’età, per creare opportunità di un loro reinserimento nel mercato del lavoro.

Il problema del relativamente basso tasso di attività delle donne è di natura strutturale ed è ovvio che non poteva essere risolto solo con le garanzie contro la discriminazione previste dalla Legge sulla parità di genere.

L'anno scorso sono stati annunciati cambiamenti nelle normative del diritto del lavoro per la legalizzazione dei part-time e del lavoro da casa, compreso il telelavoro, incentivi per aumentare le possibilità delle donne sul mercato, in particolare per le loro responsabilità personali e di cura familiare. Gli ultimi dati (per il 2012) mostrano che la quota di donne che lavorano part-time è solo del 10%, oltretutto una diminuzione rispetto al 2011 (12,4%), mentre per le donne nell'Ue a 27 nel 2012 è stata del 32,6%. È evidente che questa opzione dovrebbe essere fortemente sviluppata e raccomandata per superare la disoccupazione delle giovani donne con più responsabilità familiari e delle donne anziane che diventano disoccupate di lunga durata e con scarse prospettive di occupazione a tempo pieno.

Questa opportunità ha cominciato ad essere promossa come iniziativa per sostenere orari di lavoro flessibili, dietro raccomandazione dell’Ufficio del difensore civico per le pari opportunità, e annunciata come una nuova politica per migliorare la posizione lavorativa delle donne attraverso una nuova legge sul lavoro.

Parallelamente a queste iniziative ci sono stati alcuni miglioramenti nella nuova legge sull’assistenza all’infanzia, legati agli attuali miglioramenti dei servizi per l'infanzia e alle nuove opportunità di occupazione per le donne, e questo prevede inoltre attività programmate da attuarsi attraverso un piano nazionale di promozione dell'occupazione. Vale a dire, esiste una stima di un gran numero di baby-sitter impiegate senza registrazione legale e a queste donne saranno fatti corsi di formazione, e la loro attività sarà certificata e registrata.

Anche se la media ufficiale del differenziale retributivo di genere è del 10,9% ed è inferiore a quello dell'UE-27, questa differenza è maggiore in alcuni settori con manodopera prevalentemente femminile, come le assicurazioni e affari finanziari (29,3), l'assistenza sanitaria e sociale (25,5) e l'industria di trasformazione (21,8). Il legame tra la segregazione di genere nel mercato del lavoro e il divario salariale può essere dimostrato anche dal fatto che le donne costituiscono la maggioranza dei dipendenti solo in tre delle 10 aree di attività con stipendi superiori alla media.

Oltre alle criticità elencate nelle diverse sfere di interesse, per quanto riguarda la situazione socio-economica delle donne in Croazia c'è un altro ambito di particolare interesse e di crescente attenzione in materia di miglioramento della parità di genere: la lotta alla violenza, e in particolare contro la violenza all'interno della famiglia. Questo argomento è diventato uno dei più discussi nei dibattiti politici sulle questioni di genere, negli ultimi mesi, dopo l'obbligo di attuare le misure della politica nazionale di parità di genere.

Inoltre, attraverso le attività del Piano nazionale di promozione dell'occupazione orientato ad aumentare l'occupazione delle donne e dei gruppi svantaggiati, e sostenuto dal Fondo sociale europeo, nel 2012 c’è stato un andamento positivo dell'occupazione delle donne vittime di violenza domestica.

Note:

1) Il ruolo di tali uffici nello svolgimento delle attività professionali e amministrative relative alla vigilanza sulla parità di genere è focalizzato sull'avvio e l'attuazione dei numerosi studi riguardo alla posizione delle donne nel mercato del lavoro e per sostenere il settore della società civile nello svolgimento di campagne di sensibilizzazione sulla parità di genere.

2) Poiché il governo ha rimandato l’applicazione della legge sull’uguaglianza di genere, le chances delle candidate alle elezioni locali nel 2013 non sono state supportate dall’obbligatorietà di presentare liste con una presenza femminile minima del 40%. Il risultato è stato il 17% di donne elette, una media composta dal 21% di donne a livello di contea e solo dal 7% tra i sindaci di campagna e città e come prefetto della contea.

Ivanka Buzov


in genere
05 09 2013

Appena pubblicato il rapporto “Starting Fragile – Gender Differences in the Youth Labour Market” sul sito della Direzione Generale Giustizia della Commissione europea.

Il rapporto dimostra che gli sviluppi iniziali di carriera differiscono fra i uomini e donne e che la componente femminile si ritrova più spesso di quella maschile all’interno di percorsi professionali fallimentari (inattività, part-time, contratti temporanei); lo studio evidenzia anche la necessità di una maggiore attenzione alle differenze di genere nelle politiche giovanili.

Il rapporto è stato realizzato da Janneke Plantenga, Chantal Remery e Manuela Samek Lodovici, membri della Rete europea di esperti in materia di uguaglianza di genere (Enege), gestita dalla Fondazione Brodolini insieme all’Irs (Istituto per la Ricerca Sociale).

Leggere senza stereotipi, sin da piccoli

  • Set 03, 2013
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere.it
03 09 2013

Due iniziative editoriali, una neonata casa editrice e una rassegna di libri per i più piccoli, propongono letture impegnate contro le discriminazioni, la violenza e gli stereotipi di genere. La nuova casa editrice si chiama "Settenove edizioni", un nome che fa riferimento all'anno 1979, si legge sul suo sito internet, anno dell'adozione della convenzione Onu sull'eliminazione delle discriminazioni contro le donne, ma anche della messa in onda, in Italia, della trasmissione Processo per stupro.

I primi libri targati Settenove edizioni arrivano in libreria tra pochi giorni, due titoli per bambini - Cosa c’è di più noioso che essere una principessa rosa? e Papà attende un bimbo! - e il saggio Meat Market, della giornalista dell'Independent Laurie Penny, un'analisi del consumo sfrenato di corpi femminili nella società odierna, di cui le donne stesse sono consumatrici e consumate.

Invece l'associazione di promozione sociale Scosse propone una selezione di letture per la prima infanzia senza stereotipi, un archivio bibliografico selezionato per la fascia di età da zero a sei anni, e che si può consultare a questo link.

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