INGENERE

L'ECONOMIA NELLA LAVATRICE

  • Nov 30, -0001
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04 10 2011


di Roberta Carlini
Nel 1965 io avevo un anno e mia madre ne aveva ventisei. In casa nostra c'era una lavatrice: assai strana e laboriosa, ma c'era. Ho scoperto da poco che eravamo una minoranza, poiché in quell'anno, in Italia, solo una famiglia ogni quattro aveva in casa la lavatrice. La metà delle famiglie aveva invece in casa il televisore. Anche noi lo avevamo, dopo qualche anno avrei cominciato a riconoscere le lettere dell'alfabeto sulla scritta “Telefunken” ben in vista nel tinello: di questo mi ricordo bene, mentre in realtà non ricordavo nemmeno se la lavatrice c'era o no all'epoca, e ho dovuto chiedere ai miei di rinfrescarmi la memoria. La curiosità mi è venuta alzando la testa dalla sfilata di numeri ben raccontata in un libro: “Le famiglie italiane”, scritto da Luigi Cannari e Giovanni D'Alessio e pubblicato nella collana del Mulino “Farsi un'idea”, destinata alla divulgazione delle materie di base delle scienze sociali. Un libro che è una piccola storia economica e sociale dell'Italia. Dentro la quale, tra numeri e tabelle, mi ha colpito quel dato per cui nel ’65 meno di una famiglia su quattro aveva in casa la lavatrice.
Non stiamo parlando della preistoria, ma della generazione che adesso è in pensione: ecco, per farsi un’idea di come sono andate per loro le cose, ricordiamoci questi numeri: dal ’55 al ’65 la percentuale di famiglie - diciamo pure: di donne - in possesso di lavatrice è salita dal 2 al 23%. Tanto. Ma ancora pochissimo, se ci si pensa bene e si immagina la scena nella sua concretezza: meno di mezzo secolo fa, tre donne su quattro lavavano a mano lenzuola, vestiti e biancheria pur essendo disponibile e accessibile una fantastica nuova tecnologia che poteva evitare quella fatica. Più veloce era stata la diffusione di tv e frigoriferi, il cui possesso era balzato negli stessi anni dal 10 al 50% delle famiglie. Ci si chiede perché, mentre si immaginano appagati capifamiglia sedersi davanti alla tv in bianco e nero slacciandosi il colletto della camicia bianca lavata a mano.
Naturalmente il libro di Cannari e D'Alessio (che sono due economisti del servizio studi della Banca d'Italia) parla anche di tanto altro: di giustizia e povertà, arretratezza e modernità, giovani e vecchi, Nord e Sud... Ma insomma, mi aveva colpito questa storia della lavatrice – tecnologia, progresso, potere, genere, consumi: c'è tutto dentro quell'oblò - e l'ho detto ai due economisti nella discussione che si è svolta all'università Roma 3, qualche giorno fa. Accidenti se è importante la lavatrice, hanno convenuto gli autori del libro: che mi hanno girato questo video in cui si spiega in modo esemplare lo stato del mondo dal punto di vista della “magic washing machine”. Gustatevelo, è in inglese ma comprensibilissimo:

http://www.ted.com/talks/hans_rosling_and_the_magic_washing_machine.html

 

in genere
06 10 2011

L’EIGE - European Institute for Gender Equality - ha recentemente pubblicato uno studio realizzato dalla Fondazione G. Brodolini sul tema di “Donne ed Economia”. Scopo dello studio è fornire assistenza tecnica alla presidenza del Consiglio Europeo (adesso siamo nel semestre polacco) nella revisione e aggiornamento degli indicatori della Piattaforma di Azione di Pechino (BPfA). Il rapporto è incentrato sul tema della conciliazione come condizione per un inserimento paritario delle donne nel mercato del lavoro. Lo studio evidenzia sia i progressi già realizzati nel contesto normativo di alcuni Stati Membri, sia quanto ancora da fare in favore di una distribuzione paritaria tra uomo e donna del lavoro di cura e del lavoro retribuito.
Lo studio può essere consultato a questo link: http://www.eige.europa.eu/content/document/bpfa-implementation-review-women-and-economy-reconciliation-polish-eu-presidency-2011-main-findings

06/10/2011

TUTTI VOGLIONO LA CRESCITA. MA QUALE E COME?

  • Nov 30, -0001
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in genere
06 10 2011

 La parola “crescita” è forse la più inflazionata degli ultimi tempi.1 Tanto meno se ne vede nella realtà, tanto più viene invocata negli auspici e nelle promesse dei massimi responsabili della politica economica. Ma a tanta unanimità non corrisponde un altrettanto largo consenso sugli strumenti per conseguire la crescita – e forse, in ultima analisi, neanche sul tipo di crescita che si vorrebbe perseguire: è forte il sospetto che, di fronte ai drammi sociali della recessione, si torni a invocare una crescita purchessia, buttando a mare le riflessioni che prima della crisi si stavano diffondendo sulla qualità del lavoro e della vita e sulla misurazione stessa del benessere (rimandiamo qui ai risultati della Commissione Stiglitz-Fitoussi sulle nuove misure del progresso economico e sociale: un lusso che dopo la crisi non possiamo più permetterci?). In ogni caso, la parte più ampia e più ascoltata di chi si preoccupa della crescita ha nel suo cassetto degli strumenti un solo scomparto: gli strumenti dal lato dell'offerta, ossia quelli che, liberando l'azione delle forze economiche da vincoli e costi, permetterebbero alle imprese di ricominciare a investire, ai giovani di avviare nuove attività, agli operatori economici di riprendere fiducia. Il catalogo di questi strumenti è noto: aumento della flessibilità del mercato del lavoro, tagli ai residui diritti sul posto di lavoro, allungamento dell'età della pensione per donne e uomini, liberalizzazione dei mercati dei servizi e delle professioni, deburocratizzazione... E’ questa la visione del mondo cui si ispira la lettera dei “due governatori” - il presidente uscente della Bce Jean Claude Trichet e quello entrante Mario Draghi – spedita al governo italiano il 5 agosto e resa pubblica, per il popolo italiano ed europeo, solo il 29 settembre e per (meritoria) iniziativa giornalistica del Corriere della Sera. Le misure proposte, e solo in piccola parte recepite dal governo italiano, riguardano la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali, la riforma della contrattazione collettiva, nuove regole sui licenziamenti. Da accompagnare alle drastiche misure di finanza pubblica, alcune delle quali già note perché tradotte in legge con il decreto di agosto (anche se non alla lettera: i due governatori si spingono ad auspicare, “se necessario”, una riduzione degli stipendi nel pubblico impiego). Di analogo tenore sono i 5 punti del manifesto presentato da Confindustria e dalle altre organizzazioni imprenditoriali lo scorso 30 settembre.
In altri articoli su questo sito, in particolare in tutti quelli relativi all'impatto della crisi sulle donne in Europa, si è sottolineato che l'effetto recessivo di tali politiche non è più solo un rischio ma una pesante realtà. Senza crescita, politiche di risanamento della finanza pubblica, pur se inevitabili, sono destinate a fallire, avvitandosi in una spirale perversa (meno spese – meno reddito – minori entrate nella casse dello Stato – necessità di ulteriori tagli – ulteriore riduzione del reddito etc.), come il caso della Grecia ci sta dimostrando (il Pil è sceso del 5 per cento quest’anno). Sulla necessità di alcune misure abbiamo già parlato anche su queste pagine, sottolineando gli aspetti che possono favorire l’occupazione femminile. Basta qui ricordarne brevemente alcune. Per esempio abolire o riformare gli ordini professionali darebbe impulso all'occupazione femminile, soprattutto al sud, dove l’intreccio fra legami familiari e corporativismo è davvero letale per la crescita. Le donne sono più istruite, più legate al territorio e ne potrebbero approfittare. Una politica del credito per le donne, dato l’ottimo record delle donne nel restituire i prestiti, si pagherebbe da sè; inoltre, se condotta congiuntamente alla riforma degli ordini, potrebbe favorire associazioni/studi/imprese nuovi in questi settori 'ingessati' per tanti anni Una riforma della tassazione che preveda per esempio crediti fiscali ai bassi salari o alla componente femminile sarebbe ugualmente auspicabile. Tutte queste politiche, nella misura in cui favoriscono l’occupazione e l’emersione, implicano un aumento di spesa pubblica che in parte si autofinanzia.
Ma si pone con forza la questione: possiamo affidare alle sole politiche dell’offerta il compito di risollevare l'economia? La risposta è negativa, anche perché gli effetti sulla crescita e l’occupazione di alcune di queste misure sono lenti, indiretti e in molti casi incerti.
Che siano necessarie anche politiche della domanda di impatto immediato è ormai riconosciuto da più fronti, così come si sta formando un certo consenso intorno alla proposta di una patrimoniale sulla ricchezza mobiliare e immobiliare degli italiani, da cui ricavare il finanziamento. Con molta approssimazione, una tassa dell’1 per mille sul patrimonio, esentando prime case e edifici produttivi , darebbe un gettito di circa 6 miliardi di euro l’anno. L’1 per mille non è molto: sono mille euro per ogni milione posseduto, quando la commissione bancaria su una qualunque transazione finanziaria è tra l’1 e il 7 per mille. Nel nostro paese regno dell’evasione fiscale, una imposta patrimoniale andrebbe a colpire una ricchezza spesso creata con reddito che è sfuggito alla tassazione. In altre parole, in molti casi non si tasserebbero per la seconda volta redditi risparmiati, ma redditi che non sono stati mai tassati o beni che sono stati ereditati e che sono ora esenti da ogni imposta di successione. L’imposta è inoltre sufficientemente bassa da non rendere conveniente la fuga di capitali all’estero, che costa cara.
Ma trovata una fonte di finanziamento per una politica della domanda, il passo immediatamente successivo è: quali politiche della domanda?
Molte delle proposte avanzate riguardano la costruzione delle infrastrutture, con particolare riguardo all’ambiente. Si propone un “green New Deal”. Ma le risorse necessarie per avere risultati significativi in questo campo sono ben maggiori di quelle che possiamo mobilitare nell’immediato e dovrebbero essere reperite da programmi europei di spesa a medio e lungo termine. Azzardiamo qui invece l'ipotesi di un “pink new deal ”, cioè un piano di azioni che preveda investimenti pubblici in infrastrutture sociali, concentrandosi sulla creazione di posti di lavoro riservati a persone con meno di 35 anni. Facciamo degli esempi (la lista non è ovviamente esaustiva):
a) assunzione di insegnanti per il tempo pieno nelle scuole, per migliorare il livello dell’istruzione di tutti  e sostenere i programmi di integrazione (ricordiamo che i figli da almeno un genitore non nato in Italia   sono ormai circa il 10 per cento dei bambini  nati nel nostro paese). Si può pensare anche a convenzioni con centri sportivi privati, per incoraggiare l’attività fisica dei bambini italiani, che nella fascia 6-9 anni registrano la maggiore percentuale di obesi tra gli 11  paesi europei studiati dalla ricerca Idefics (Identification and prevention of Dietary and lifestyle induced health effects in children and infants)
b) creazione di una rete di assistenza domiciliare qualificata per gli anziani sul modello di quella che esiste nei paesi nordici (per esempio in Danimarca) che permetta agli anziani di continuare ad abitare nella propria casa il più a lungo possibile, in condizioni di autosufficienza, ma salvaguardandone nel contempo l’inclusione in una rete sociale. E’ stato dimostrato che un monitoraggio sanitario con trattamenti tempestivi di piccoli problemi, migliora notevolmente la qualità della vita degli anziani, e, alla lunga diminuisce i costi sanitari riducendo l’ospedalizzazione;
c) creazione di posti per bambini in età pre-scolare, non solo per permettere ai genitori di lavorare , ma per garantire stimoli a tutti i bambini e colmare i divari di provenienza sociale che a 6 anni hanno già lasciato tracce troppo profonde.
I vantaggi di questo piano sono i seguenti:
1) è un piano con un alto contenuto di occupazione e di rapida attuazione. Spesso si possono utilizzare infrastrutture fisiche già esistenti. Si potrebbero creare e mantenere circa 150.000 buoni posti di lavoro per giovani qualificati che hanno un’alta propensione al consumo, con effetti moltiplicativi sulla domanda e dunque sul reddito e l’occupazione indotta e positivi sul rapporto debito/PIL;
2) si immettono forze nuove e qualificate in settori che hanno bisogno di svecchiamento e nuove idee organizzative (istruzione, formazione, assistenza);
3) si produce “capitale sociale”, cioè si migliorano istruzione e integrazione; si allenta il peso del lavoro di cura che ora grava sulle famiglie ed è fonte di stress, migliorando i rapporti intergenerazionali;
4) ultimo, ma prioritario, si crea occupazione femminile e si favoriscono processi di conciliazione lavoro-famiglia. La crisi ha aumentato le donne occupate in lavori con bassa qualifica e nel part time involontario, interrompendo il lentissimo percorso di avvicinamento dell'occupazione femminile italiana a quella europea. E’ a rischio non solo la libertà femminile, ma un capitale di conoscenze e competenze in questi anni faticosamente conquistato
 1 “Vediamo l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita” (J.C. Trichet e M. Draghi, lettera al governo italiano, 5 agosto 2011). “Il problema del paese è la crescita, il tempo è scaduto” (E. Marcegaglia, 15 settembre 2011). “I paesi avanzati hanno davanti a sé tassi di crescita anemici (...). L'economia globale è in una nuova e pericolosa fase. L'attività globale si è indebolita ed sono aumentato gli squilibri, la fiducia è caduta verticalmente e crescono i rischi recessivi".  (Fondo monetario internazionale, World economic outlook: "Slowing Growth, rising risks", sett. 2011). “Invertire la rotta, costruire crescita” (Susanna Camusso, segretaria nazionale della Cgil, 28 settembre 2011).

IN CHE SENSO CAMMINA LA RIVOLUZIONE

  • Nov 30, -0001
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21 09 2011


di Giuliana Sgrena
Il protagonismo delle donne nelle rivolte arabe ha sorpreso l’occidente ma non gli arabi: le donne hanno una tradizione di lotta contro il colonialismo, contro l’islamismo (la strumentalizzazione politica dell’islam) e per l’affermazione dei loro diritti in quasi tutti i paesi del Mediterraneo. Il successo delle rivolte arabe dipenderà dalla realizzazione degli obiettivi di uguaglianza di genere sostenuto dalle donne e dalle forze rivoluzionarie. L’irruzione sulla scena politica dei movimenti islamisti, che prima erano fuori legge, rappresentano un forte ostacolo al successo della rivoluzione. Le rivolte/rivoluzioni che hanno portato alla caduta di dittatori, come Ben Ali e Hosni Mubarak,  non  avevano nessun elemento religioso al loro interno, gli islamisti non avevano capito che cosa stava succedendo e ne sono rimasti sorpresi. Tuttavia, dopo la caduta dei dittatori, hanno cercato di recuperare terreno: con i finanziamenti che ricevono dal Golfo – in particolare dall’Arabia saudita – stanno investendo in attività sociali per sottrarre terreno alle forze democratiche che invece hanno poche risorse a disposizione. La prima verifica si avrà nelle elezioni che si terranno in Tunisia il 23 ottobre e in Egitto entro la fine dell’anno. La situazione più interessante da analizzare sulla questione di genere è senza dubbio quella tunisina, dove il processo di transizione è più avanzato e dove le donne rivendicano l’uguaglianza di genere.
Le donne in Tunisia sono partite avvantaggiate dal fatto che il regime dittatoriale di Ben Ali era un regime laico e aveva mantenuto quei diritti delle donne già introdotti dal presidente Bourghiba nel codice della famiglia. Resta comunque anche nella legislazione tunisina una pesante discriminazione per quanto riguarda l’eredità: quella dell’erede femmina è ancora la metà di quella del maschio. E’ una legge che accomuna tutti i paesi musulmani ma che le donne tunisine – come molte altre donne nel mondo musulmano -  vogliono scardinare. E si stanno battendo per farlo scontrandosi però con l’intransigenza degli islamisti che sul codice della famiglia sono disposti a compromessi ma non a concedere l’uguaglianza di genere, dunque la parità anche  nell’eredità. Non a caso  l’eredità è un vero tabù: accrescerebbe l’indipendenza economica delle donne. Questa sarà sicuramente una delle questioni più dibattute dalla costituente che sarà eletta in ottobre, quindi è molto importante che le donne possano contare su una forte presenza.
Chiederete una quota per le elezioni? Avevo chiesto alla presidente dell’Associazione delle donne democratiche, Sana ben Achour, durante le celebrazioni dell’8 marzo. Lei mi aveva guardata stupita: “noi siamo la metà della popolazione, chiederemo il 50 per cento!” Avevo pensato a una boutade, anche noi siamo il 50 per cento, ma in parlamento siamo poco più del 10. E invece le donne tunisine, presenti con le loro associazioni nel Consiglio per la salvaguardia degli obiettivi della rivoluzione sono riuscite a ottenere, con l’appoggio dei partiti democratici, che le liste elettorali bloccate siano formate al 50 per cento di donne e 50 per cento di maschi, alternati, in modo da garantire una presenza quasi paritaria delle donne. Siccome però alcuni partiti potrebbero eleggere un solo candidato, l’ultima battaglia è stata perché il 50 per cento delle liste avesse una capolista donna, se saranno riuscite nell’intento lo vedremo alla presentazione delle liste. Le elezioni per la costituente prevedono che vengano eletti anche  membri della costituente tra i tunisini che vivono all'estero, sono state stabilite delle quote in rapporto alla presenza e all'Italia ne toccano tre. Le liste che si presenteranno per l'Italia saranno formate da tunisine e tunisini residenti in Italia. Dovendone eleggere  tre è stabilito che tutte le liste saranno formate da tre candidati,  essendo prevista la quota per 50 per cento per maschi e 50 per cento  femmine, potranno essere 2 e 1.
 Non solo di candidature si tratta ma anche di quale possibilità verrà data alle donne in campagna elettorale dai media, per dare visibilità ai loro contenuti. La stampa tunisina, dopo decenni di dittatura e di censura, fatica a decollare, molti giornalisti, che erano stati al servizio di Ben Ali, sono ancora presenti soprattutto nell’agenzia ufficiale di stampa e con ruoli dirigenti. Ci sono televisioni che ancora lavorano in contatto con Ben Ali per ostacolare la rivoluzione. Per monitorare la stampa prima, durante e dopo le elezioni, si è costituito un osservatorio di cui fanno parte L’Associazione delle donne democratiche, l’Associazione delle donne per la ricerca e lo sviluppo, il Consiglio nazionale per la libertà in Tunisia, il sindacato nazionale dei giornalisti, la Lega tunisina per i diritti dell’uomo. Diverse iniziative sono state fatte per convincere le donne (e gli uomini) a iscriversi alle liste elettorali, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di votare, sull’importanza della costituzione, della democrazia.
 Se i giovani hanno giocato un ruolo importante nella rivoluzione, indubbiamente la transizione ha visto le donne molto più impegnate nell’avviare il processo democratico affinché l’uguaglianza di genere sia uno degli elementi fondanti. Così come la separazione tra religione e stato. Se gli islamisti dovessero avere un buon risultato elettorale le prime a pagarne il prezzo sarebbero proprio le donne, sarebbe un passo indietro, il tradimento di una rivoluzione che è stata assolutamente laica.
Una rivoluzione che ha dimostrato attraverso la rivendicazione delle donne la sua modernità e ha sconfitto quelle tendenze presenti anche nel nord del mondo, e anche nella sinistra italiana, secondo la quale la religione musulmana è incompatibile con la democrazia così come la intendiamo noi e che i diritti universali non sono applicabili a quelle società.

CONGEDI DI PATERNITA', IL RECORD NORVEGESE

  • Nov 30, -0001
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21 09 2011


di Margunn Bjørnholt
La Norvegia è stato il primo paese al mondo, nel 1993,  a istituire una quota di congedi parentali riservata ai padri: il padre non è obbligato a prendere il congedo, ma se non lo fa la madre non può prenderlo al suo posto.  Il congedo di paternità, di quattro settimane, è stato concesso insieme ad un’estensione del congedo parentale complessivo per la coppia,  che ha raggiunto le 42 settimane retribuite dallo Stato a salario pieno. Negli ultimi anni il congedo di paternità è stato ulteriormente incrementato, e dal primo luglio di quest’anno è arrivato  a 12 delle 47 settimane totali. Inoltre in Norvegia al padre spettano due settimane di  astensione dal lavoro alla nascita del bambino. Quest’ultimo permesso non è retribuito dallo stato, ma nella maggior parte dei casi viene finanziato dal datore di lavoro.
Molti paesi guardano con invidia alla Norvegia e agli altri paesi del Nord,  e la quota di congedo parentale riservata ai padri è considerata da molti il provvedimento strategico più efficace per ottenere la parità di genere basata sul modello di famiglia con  doppio stipendio e condivisione paritaria dei compiti.  Nel rapporto che la lobby delle European Women ha presentato  al Comitato degli Interlocutori della Commissione Europea nei primi mesi di quest’anno,  si sostiene  che  il congedo di paternità  può  dare un importante contributo alla  attuazione di una più equa suddivisione fra uomo e donna del lavoro di cura e del lavoro retribuito,  contribuendo a realizzare la parità di genere.
L’idea  sottostante  questa convinzione è che il congedo di paternità promuova la concezione che l’uomo e la donna possano condividere sia il lavoro di cura che la partecipazione al mercato del lavoro retribuito, e quindi sarebbe parte di una  legislazione coerente e di provvedimenti strategici mirati ad ottenere tale risultato. Inoltre  ci si aspetta che il congedo di paternità  abbia un effetto duraturo sulla divisione del lavoro domestico all’interno della famiglia e  diminuisca il differenziale di genere delle retribuzioni (gender pay gap). Si ritiene infatti che se gli uomini sono considerati coinvolti in modo paritario nell’accudire i figli, anche il datore di lavoro sarà portato a vederli non solo come lavoratori ma anche come genitori, riducendo quindi la discriminazione nei confronti delle madri sul mercato del lavoro. In conclusione, vi sono grandi aspettative sull’impatto che il congedo di paternità potrebbe avere sulla parità di genere.
Quali sono dunque  i risultati dopo quasi vent’anni di quote di congedo riservate ai padri?  Innanzitutto, in Norvegia il congedo di paternità ha avuto un enorme successo; già dopo pochi anni, l’85% dei padri esercitava il proprio diritto di utilizzarlo. Nel 2008, il 97% degli uomini cui spettava un congedo ne ha (almeno in parte) usufruito. Molte indagini si limitano a confrontare i tassi di recepimento, e da questo punto di vista la Norvegia  ha ottenuto ottimi risultati. Tuttavia, per quanto riguarda l’obiettivo dichiarato di favorire la parità di genere fra uomo e donna all’interno della famiglia e sul mercato del lavoro, non ci sono prove convincenti che la quota di congedi riservata ai padri abbia soddisfatto le grandi aspettative iniziali.
Anche se l’istituzione del congedo obbligatorio per i padri ha definitivamente modificato le norme culturali che definiscono il comportamento virile nei paesi del Nord, e la figura del padre coinvolto nella cura dei figli, e che prende il congedo di paternità, è diventata parte del modello prevalente di maschio [1], tutto ciò non ha generalmente determinato una maggiore parità fra uomo e donna. In ambito internazionale, i paesi del Nord risultano i più egualitari del mondo, ma lo sono già da molto tempo. Non ci sono prove  che il congedo di paternità  abbia portato a un maggiore coinvolgimento degli uomini nelle semplici faccende domestiche. Sebbene gli uomini abbiano aderito all’ideale di padre coinvolto nella cura dei bambini, e accettino di buon grado di fare la loro parte nell’accudire i figli, sembra che essi siano molto più restii all’equa divisione delle ordinarie  mansioni domestiche. Nei paesi scandinavi le colf non sono così diffuse come altrove, sebbene si stia rilevando un cambiamento e siano in aumento il numero dei collaboratori domestici e di  giovani che lavorano nelle famiglie alla pari.  È ampiamente riconosciuto che la correlazione riscontrata fra congedo di paternità e livello di parità di genere all’interno della famiglia sia dovuta essenzialmente a effetti selettivi più che denotare un rapporto di causalità. Nelle famiglie  della classe media in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno e condividono valori di parità di genere, accudire i figli e adempiere alle faccende domestiche sono tendenzialmente compiti equamente divisi sin dall’inizio, e i padri  della classe media prendono congedi di paternità più lunghi, ma la prima circostanza non è l’effetto della seconda. Il congedo di paternità non ha nemmeno determinato una maggiore uguaglianza nei salari, come era invece nelle previsioni. Una recente indagine norvegese ha rilevato che invece di ridurre il divario salariale correlato al genere, il congedo di paternità ha avuto un effetto negativo sui salari e sull’occupazione delle madri[2], oltre a ridurre leggermente il reddito futuro dei padri.  Un rapporto svedese ha inoltre mostrato che quando il padre usufruisce del congedo, non sempre la madre torna al lavoro prima di quello che avrebbe fatto ugualmente [3]. Nel 2009 la metà delle madri norvegesi è rimasta comunque a casa durante il congedo di paternità del partner [4]. Indagini  sulle reazioni dei genitori hanno evidenziato che la ripartizione obbligatoria del congedo fra madre e padre  contrasta con il modello genitoriale della famiglia operaia [5]. Non disponiamo di dati più recenti sui meccanismi di adattamento delle famiglie al rilevante incremento della quota di congedi riservata ai padri dal 2009. Indagini commissionate da un consorzio di  asili privati hanno comunque rilevato che un numero sempre crescente di padri manda i figli all’asilo durante il proprio congedo di paternità [6], sollevando il problema dell’abuso di questo diritto, che viene sfruttato come un’indennità pagata dallo Stato,  mentre si continuano ad utilizzare gli asili pubblici. Progetti di ristrutturazione o costruzione della casa e l’hobby della caccia sono alcune delle motivazioni addotte dai padri che hanno mandato i figli all’asilo nido durante il loro congedo di paternità. Non è inoltre infrequente che le famiglie utilizzino il congedo obbligatorio per una lunga vacanza in località esotiche.
Dall’ultimo incremento della quota di congedi riservata ai padri,  la polemica politica sulla ripartizione dei congedi parentali è aumentata. I due maggiori partiti conservatori vogliono ora abolire del tutto la quota  per i padri, mentre la sinistra sta valutando una ripartizione obbligatoria ancora più estrema,  ed alcuni propongono di assegnare un terzo, o addirittura la metà del congedo parentale al padre. Fra i cittadini norvegesi si è rapidamente diffusa un’avversione alla quota di congedi per i padri, e secondo un’inchiesta realizzata nell’autunno del 2010 per conto di uno dei quotidiani più importanti, il 66% degli intervistati ha dichiarato di essere favorevole alla sua abolizione [7]. Da allora, l’attuale coalizione rosso-verde di governo ha votato l’attuazione, entro l’estate, dell’ultimo incremento della quota da dieci a dodici settimane, che potrebbe esacerbare l’ostilità di coloro che non riescono ad accettare questo modello. Dunque, è difficile prevedere cosa accadrà in futuro.
Tornando al quesito iniziale: il congedo di paternità favorisce la parità di genere? Nonostante le speranze e le aspettative  sulle meraviglie che questo provvedimento potrebbe portare, la risposta è francamente: non lo sappiamo, e peraltro ci sono prove  di alcune conseguenze indesiderate e dannose che potrebbero ridurne e vanificarne gli effetti positivi. Dunque, gli altri paesi dovrebbero smettere di considerare i paesi del Nord come modelli per la parità di genere? Credo che ci sia un altro importante insegnamento che dobbiamo cogliere. Più che la quota riservata ai padri, sia pur rilevante e simbolica, sono i generosi e prolungati congedi parentali finanziati dallo stato, nonché gli ampi diritti di cui godono i genitori lavoratori e i servizi pubblici per l’infanzia a determinare maggiormente i successi dei paesi del Nord. La coesistenza di una  elevata presenza femminile sul mercato del lavoro e di un  alto tasso di nascite è il risultato di un sistema di welfare quasi universale che permette alle donne di lavorare e avere figli. Tra i numerosi diritti concessi ai genitori, c’è quello di avere  giornate di congedo pagato in caso di malattia dei bambini fino a 12 anni. Il numero dei giorni varia, ma può anche essere 20 giorni all’anno per i genitori singoli. Gli effetti della ripartizione dei congedi fra i genitori potrebbero risultare  modesti rispetto a questo  livello generale di agevolazioni e servizi garantiti alle madri lavoratrici. Infine, spesso si trascura il fatto che l’istituzione della quota di congedi riservata ai padri nei paesi del Nord è il risultato di un lungo percorso, passo dopo passo,  mirato allo sviluppo di regole e consuetudini per l’equità di genere, a partire dalla legislazione paritaria  sul matrimonio che risale ai primi decenni del 1900, più di mezzo secolo in anticipo rispetto al resto del mondo. Nei paesi ove il congedo parentale è breve e/o le norme più tradizionali, la riserva di una quota di congedo ai padri potrebbe avere conseguenze più imprevedibili e negative che la caccia all’alce dei padri norvegesi durante il loro congedo parentale.

[1] Gíslason, I. V. (2008). "You are regarded as weird if you don't use the paternity leave". In G. B. Eydal & I. V. Gíslason (Eds.), Equal rights to earn and care. Parental leave in Iceland    Reykjavik      Félagsvísindastofnun Háskola Íslands.
 
[2] Einarsdóttir, T., & Pétursdóttir, G. M. 2009. Iceland: from reluctance to fast-track engineering            In S. B. Kamerman & P. Moss (Eds.), The politics of parental leave policies. Bristol: The Policy Press.
Cools, Sara, Fiva, Jon H and Mads Kirkebøen. 2010. The effects of paternity leave on parents and children. ESOP working papers 15 dec 2010
[3] Duvander, A.-Z. (2006). När är det dags för dagis? En studie om vid vilken ålder barn börjar förskula og föräldrars åsikt om detta Arbetsrapport (Vol. 2): Institutet för Framtidsstudier.
[4] NAV-rapport 2 2009
[5] Stefansen, K., & Farstad, G. R. 2010. Classed parental practices in a modern welfare state: Caring for the under threes in Norway. Critical Social Policy, 30 (1)(120)
[6] Iris Lyngmo og Fredrik Sørensen Misbruker pappapermisjon. (Abuso del congedo di paternità) Barnehage.no 16.12.2010, Iris Lyngmo. Pappapermisjon i Syden? (Papà prende il congedo al Sud?) Barnehage.no 13.10.2010
[7] http://www.aftenposten.no/nyheter/iriks/article3860173.ece

UN CREDITO FISCALE PER LE DONNE CHE LAVORANO

  • Nov 30, -0001
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21 09 2011
 
di Giacomo Damioli
 È un dato di fatto che l’Italia presenta il più basso tasso di occupazione femminile dell’Unione Europea. Tra i paesi membri dell’Ocse, tassi minori di quelli italiani sono presenti solo in Cile, Messico e Turchia. In Europa, l’evidenza empirica delinea uno scenario peggiore non solo rispetto ai paesi con regimi di welfare socialdemocratici tipici dei paesi scandinavi, a quelli con sistemi corporatisti tipo Francia e Germania e liberali come il Regno Unito, ma anche a molti paesi dell’Europa dell’Est ed agli altri paesi mediterranei.
È mia convinzione che uno strumento efficace in mano all’autorità politica per favorire la partecipazione femminile nel mercato del lavoro ed allo stesso tempo integrare i redditi dei lavoratori con salari bassi siano gli in-work benefits (IWB). Gli IWB sono trasferimenti monetari per individui poveri che richiedono ai beneficiari di lavorare un numero minimo di ore. Gli IWB nascono dall’acceso dibattito accademico e politico a proposito degli effetti disincentivanti sull’offerta di lavoro tipici degli strumenti che, come il reddito minimo garantito e i sussidi di disoccupazione, aiutano le fasce a reddito basso.
Un esempio, nel Regno Unito, è il Working Tax Credit (WTC). Il WTC è un sussidio concesso alle famiglie a condizione che almeno un individuo lavori per 16 o più ore alla settimana (almeno 30 ore se senza figli). L’ammontare dipende dalla composizione familiare ­­(famiglie con figli hanno diritto ad una maggiorazione) e dal reddito della famiglia (l’ammontare decresce con l’aumentare del reddito familiare). Nel 2010, per una coppia con figli, l’entità massima del sussidio era pari a 380 sterline al mese e si azzerava per famiglie con un reddito di 1500 o più sterline al mese.
Inoltre, per le famiglie con figli in cui i genitori lavorano a tempo pieno, la WTC include il rimborso di una parte sostanziale (il 70%) delle spese per la cura dei figli, fino a un massimo 120 sterline alla settimana in presenza di un figlio e 210 per quelle con 2 o più figli.
Nati negli anni ’70 nel Regno Unito e negli Stati Uniti come crediti d’imposta rimborsabili per persone con figli a carico, gli IWB sono stati più recentemente inseriti tra gli strumenti di politica fiscale di molti altri paesi (Nota 1). In Italia, al contrario, gli IWB sono rimasti ai margini del dibattito politico, nonostante la loro introduzione sia stata considerata positivamente in più sedi (si veda la proposta alternativa al quoziente familiare su questo sito, così come le proposte a firma Boeri e Del Boca e Boeri e Figari sulla voce.info).
In particolare, l’ultimo dei contributi citati si basa sull’introduzione in Italia di un IWB ricalcato su quello vigente nel Regno Unito, che finanziandosi attraverso l’eliminazione delle detrazioni per familiari a carico (una misura che come noto disincentiva l’offerta di lavoro delle donne in coppia) aumenterebbe il tasso di occupazione femminile in Italia tra circa i 3 ed i 5 punti percentuali (Nota 2).
I risultati degli studi che hanno analizzato l’effetto degli IWB sulla povertà e sull’offerta di lavoro nei sistemi più maturi, cioè gli Stati Uniti ed il Regno Unito, possono fornire indicazioni costruttive per l’adozione di schemi analoghi nel nostro paese. Al contrario, le esperienze più recenti (come il Prime pour l'Emploi introdotto in Francia nel 2001 e la riforma dei “Mini-jobs” del 2003 in Germania) si prestano meno, in parte perché necessitano di una valutazione più approfondita, in parte a causa del modesto ammontare del sussidio.
In generale, gli IWB anglosassoni hanno centrato almeno in parte gli obiettivi che si erano preposti. Sebbene gli effetti variano di caso in caso a seconda della riforma in esame, si può affermare che in generale gli IWB hanno aumentato sia l’occupazione che il reddito disponibile della popolazione a basso reddito, alleviato la povertà infantile e dato impulso a quel circolo virtuoso tra lavoro ed inclusione sociale che ne ha ispirato l’introduzione.
Un indizio della positività dei risultati è il sostegno bipartisan di cui gli IWB godono sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti, l’Earned Income Tax Credit è stata introdotta dal presidente Ford nel 1975. Dopo successive espansioni effettuate nel 1986 (Reagan), 1990 (Bush padre), 1993 (Clinton) e 2001 (Bush figlio), l’Earned Income Tax Credit è oggi il più grande programma anti-povertà a livello federale degli Stati Uniti, con più di venti milioni di famiglie beneficiarie, quasi tutte con figli a carico. Nel Regno Unito, il WTC serve più di 4 milioni di famiglie con figli a carico e circa 500 mila famiglie senza figli e, sebbene plasmato dal governo laburista Blair, è stato finora escluso dai tagli del piano di riforma fiscale del governo conservatore Cameron.
L’indipendenza economica delle donne, ed in particolare delle mamme, ne è uscita rafforzata. Per esempio, l’introduzione della Working Family Tax Credit nel Regno Unito nel 1999 ha causato un aumento dei tassi di occupazione delle madri sole di almeno 5 punti percentuali (Nota 2). Questo in parte perché le donne rispondono di più agli incentivi monetari (mentre gli uomini hanno una bassa elasticità della quantità di lavoro offerta rispetto al salario, cioè cercano un lavoro full-time a “qualunque” costo), in parte perché queste riforme sono state ideate come mezzo principale per includere le madri sole nel mondo del lavoro e contribuire alla rottura della trasmissione ciclica di condizioni di svantaggio di generazione in generazione.
L’assegnazione di un ammontare aggiuntivo per rimborsare una quota sostanziale delle spese necessarie per la cura dei figli si è mostrato un elemento determinante nell’incremento dell’occupazione delle madri nel caso inglese (Nota 3). Questo elemento si presta bene al caso italiano, che si contraddistingue per la scarsa diffusione dell’uso di asili nido (a parte poche realtà virtuose) e l’alto numero di interruzioni del rapporto di lavoro per maternità (senza un successivo ritorno nel mercato del lavoro nella maggior parte dei casi).
Inoltre, come mostrato in numerose valutazioni dell’impatto sociale ed economico delle politiche pubbliche, l’esito di una singola misura dipende dalla capacità di integrarsi al contesto pre-esistente. Tale raccomandazione è di particolare rilievo in un sistema di welfare che come quello italiano è notoriamente frammentato.
Le esperienze passate hanno mostrato come il buon esito degli IWB sia dipeso dalla presenza di un salario minimo nazionale, che ha impedito ai datori di lavoro di inglobare il sussidio abbassando i salari dei lavoratori beneficiari per un ammontare corrispondente al sussidio. Visto anche la mancanza in Italia di un sistema assistenziale universale tipo minimo reddito garantito (che introdurrebbe un salario minimo implicito), l’introduzione di un (basso) salario minimo nazionale, magari aggiustabile a livello regionale in un contesto federalista (come negli States), è una scelta obbligata.
Gli IWB sembrano ben congegnati anche come stimolo all’emersione del lavoro nero. Su questo campo i dati sono limitati e pertanto le analisi scarseggiano. Resta pur sempre la logica economica, che suggerisce come un sussidio ai lavoratori a basso reddito sia un incentivo alla loro regolarizzazione (che diventerebbe un pre-requisito per poter beneficiare del sussidio).
È infine controverso se la soglia massima per poter accedere al trasferimento debba riguardare i redditi familiari o quelli personali, e se il sussidio debba riguardare anche le famiglie senza figli.
Usare il reddito familiare potrebbe deprimere ulteriormente l’offerta di lavoro delle donne sposate. Infatti, la presenza di un marito occupato potrebbe disincentivare lavori part-time in modo da diminuire il reddito complessivo ed accedere al sussidio. Al contrario, una soglia sui redditi personali spronerebbe l’occupazione anche delle donne in coppia (oltre che dei singles). Come controindicazione si potrebbe ribattere che accederebbero al sussidio persone che guadagnano poco ma hanno partners benestanti. Si tratta di un classico tradeoff tra equità (favorire la riduzione della povertà) ed efficienza (favorire la partecipazione nel mercato del lavoro).
La mia opinione al riguardo è che la soglia per accedere al sussidio dovrebbe essere posta sui redditi individuali per incentivare al massimo l’occupazione femminile e alterare al minimo scelte altamente personali quali il matrimonio, il divorzio e il numero di figli (per lo stesso motivo dovrebbe essere estesa anche famiglie senza figli come nel Regno Unito), nella convinzione che una partecipazione maggiore al mercato del lavoro (soprattutto) delle donne italiane sarebbe un veicolo più efficace di altri verso una maggiore crescita collettiva ed una maggiore libertà individuale.
 
Nota 1. Una recente oldrassegna degli in-work benefits e del loro impatto in paesi OECD si trova in: Immervoll, H. and M. Pearson (2009) A good time for making work pay? Taking stock of in-work benefits and related measures across the OECD. IZA Policy Paper No. 3. Bonn: IZA.
Nota 2. Figari, F. (2011) From housewives to independent earners: can the tax system help Italian women to work?. ISER Working paper 2011-15. Colchester: University of Essex.?Nota 3. Brewer, M., A. Duncan, A. Shephard and M. J. Suarez (2006) Did Working Family Tax Credit work? The impact of in-work support on labour supply in Great Britain. Labour Economics, 13: 699–720.
Nota 4. Francesconi, M. and W. van der Klaauw (2007) The Socioeconomic Consequences of "In-Work" Benefit Reform for British Lone Mothers. Journal of Human Resources, 42: 1–31 .
 

COME SFONDARE IL SOFFITTO PUBBLICO

  • Nov 30, -0001
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21 7 2011


di Maria Giulia Cosentino
 I dati sulla scarsa presenza delle donne ai vertici del settore pubblico (e la lentissima evoluzione di tale presenza) ci dicono chiaramente che il soffitto di cristallo non crollerà da solo. E' necessario introdurre correttivi di ordine normativo, a imitazione di quanto prevede la legge Golfo–Mosca per le società (anche pubbliche). Tale misura non è in contrasto con l'obiettivo di aumentare la meritocrazia, anzi lo favorirebbe.
L’affermazione può sembrare paradossale, ma lo è meno di quanto si pensi. Secondo un noto studio della McKinsey (Women at the top of Corporations: Making it Happen, 2010), le società italiane, quotate e non quotate, nelle quali è donna almeno il 20% del top management hanno ottenuto nel triennio 2007-2009 una redditività superiore alle società che hanno meno del 20% di presenza femminile al vertice; e l’utile operativo delle imprese con più donne al vertice è del 56% superiore a quello delle imprese dominate dagli uomini.
Vi è poi un ulteriore, e decisivo, argomento a favore di un intervento normativo in questo campo: una volta che il sistema delle quote di genere sarà entrato nei board delle società pubbliche e private quotate sul mercato, non sarà più giustificabile, a livello di sistema, l’aver lasciato “sole” le società rispetto agli enti pubblici. La pubblica amministrazione, in un ambito così intimamente connesso con la tutela dei diritti fondamentali dell’individuo, non può essere fanalino di coda: deve essere invece capofila del cambiamento.
Del resto, sono proprio i principi generali a sostegno delle carriere pubbliche femminili, che reperiamo nell’ordinamento vigente, ad aprire di fatto la strada ad interventi decisi nella direzione di una maggiore rappresentatività del genere femminile. Vanno in questa direzione infatti:
1. l’art. 23 del Trattato Ue, come modificato dal Trattato di Lisbona: esso sancisce che il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato;
2. l’art. 51 della Costituzione, come novellato sul punto dalla legge costituzionale n. 1 del 2003: “tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”, e si noti bene, sul punto, la particolare ampiezza della previsione: si parla di tutti gli uffici pubblici (non soltanto di quelli di rappresentanza politica) e di tutti i provvedimenti (leggi, regolamenti, circolari ma anche atti amministrativi di pratica attuazione del principio, politiche, attività) adottati dalla Repubblica (Stato, Regioni, Enti locali, organi costituzionali, ecc.);
3. l’art. 6 del Testo unico degli enti locali (D.Lgs. n. 267/2000): prevede che gli statuti comunali e provinciali stabiliscano norme per assicurare condizioni di pari opportunità e per “promuovere la presenza” di entrambi i generi nelle giunte e negli organi collegiali del comune e della provincia, nonché degli enti, aziende ed istituzioni da esse dipendenti.
Questi principi generali, che non ostano e anzi sembrano quasi prefigurare l’adozione di misure specifiche in favore del genere sottorappresentato ai vertici, vengono poi declinati variamente, ma prevalentemente come affermazioni, appunto, di mero principio, nelle norme puntuali.
Si tratta spesso di buone intenzioni che si scontrano contro la lentezza del cambiamento culturale che vorrebbero favorire.
Basti pensare che una consolidata giurisprudenza ha interpretato restrittivamente la portata precettiva di tali norme: il Consiglio di Stato (Sez. V, 23 ottobre 2007, n.5572) ha negato che la mancanza nelle commissioni di concorso di una componente di sesso femminile configuri “un autonomo interesse delle candidate”. [1]
Resta il fatto che il cambiamento culturale stenta ad affermarsi: gli studi indicano che sono le stesse donne ad essere per prime restie a candidarsi per i posti di vertice.
Ecco perché a mio avviso, se si vuole consentire l’accesso ai vertici del settore pubblico ad un gruppo sufficientemente numeroso di donne meritevoli che possa costituire quella famosa critical mass necessaria a un vero cambiamento, non può eludersi la necessità di vincolare la discrezionalità di chi effettua le nomine ai vertici.
Un primo passo in questa direzione è l’esternazione esplicita dell’obiettivo che i decisori politici e amministrativi preposti alle nomine devono conseguire: come avviene nel recente disegno di legge del ministro Carfagna (“Disposizioni in materia di pari opportunità nell’accesso agli organi elettivi degli enti locali ed al lavoro pubblico”), che impone di modificare in ogni riferimento alle pari opportunità il termine “promuovere” con il termine “garantire” (la presenza di entrambi i generi), sul modello della Ley de Igualdad spagnola del 2007.
Un intervento più incisivo può essere costituito dalla programmazione e realizzazione di obiettivi di presenza femminile, come avviene per il personale amministrativo del parlamento europeo (e in una legge danese del 2000): l’organo di vertice politico-amministrativo fissa periodicamente degli obiettivi (ad es. una percentuale del 40% di donne dirigenti generali) da raggiungere entro un certo periodo (ad es. 5 anni). Gli obiettivi non sono vincolanti e non danno luogo a sanzioni, ma in caso di mancato raggiungimento si verificano le cause e si adottano azioni per rimuoverle.
A questa proposta si può abbinare quella di creare una banca dati presso il dipartimento Pari opportunità che renda disponibili informazioni sulle prossime scadenze degli incarichi di vertice e le modalità per candidarsi.
 Vi è poi l’alternativa, cara alla rete Armida, della introduzione di vere e proprie quote di genere in tutti  gli organi collegiali del settore pubblico, come avviene in Finlandia e in Francia - qui per ora solo nelle società pubbliche, ma la misura è in corso di estensione a tutti gli organismi pubblici – misura del resto raccomandata dal parlamento europeo in una risoluzione dell’8 marzo scorso.
 L’intervento più incisivo, ma anche il più problematico per i pesanti riflessi sulla discrezionalità del decisore, è la previsione di quote o riserve di genere in tutti i vertici, anche monocratici, del settore pubblico (direttori generali, capi dipartimento, ambasciatori, presidenti di tribunali, segretari generali, vertici monocratici di authorities ecc.).
In ogni caso, riteniamo che una misura così pregnante debba essere accompagnata, almeno rispetto ad alcune nomine di vertice, dalla formazione di una banca dati nazionale di professionalità di entrambi i generi da cui scegliere e dalla previsione di una predeterminazione dei criteri di scelta, da pubblicizzare adeguatamente, onde garantire trasparenza alla scelta e che le quote vadano effettivamente a favore di chi lo merita.
 
[1] Sul punto, segnalo che ultimamente si è avuta una decisa evoluzione da parte dei giudici amministrativi di primo grado, in una serie di sentenze (mettere in nota), tra le quali ce n'è una di cui consigliamo vivamente la lettura: quella con la quale il TAR Puglia – Lecce ha sancito che la violazione del principio di pari opportunità nella nomina dei membri degli enti strumentali del Comune, che discende dall’art. 51 della Costituzione oltre che dall’art. 6 del T.U.E.L., conduce all’illegittimità della delibera: un vizio censurabile da ciascun consigliere comunale a tutela del proprio ufficio e della propria immagine.

IL DOPO SIENA

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21 7 2011


Bilanci e opinioni dalla rete, l'incontro di Siena raccontato da punti di vista molto diversi tra loro, vogliamo riportarvi il dibattito e vogliamo sapere la vostra, potete farlo commentando l'articolo di Mariella Gramaglia o mandandoci i link ad altri testi, li aggiungeremo alla oldrassegna.
Cecilia D'Elia su Italia2013 è entusiasta, Marina Terragni racconta pensieri e voci dalla piazza, ma cambiando generazione cambia lo sguardo: il punto di vista della trentenne Celeste Costantino è molto disincantato così come quello di una donna che si è sempre imegnata nei movimenti delle donne come Monica Lanfranco che pone delle domande che sarebbe bene trovassero anche risposte. Sul blog di Lorella Zanardo si è scatenato un dibattito accesissimo sul significato di "fare rete" e l'importanza di riconoscersi: non si può pensare a un "movimento delle donne" come a un esordio: di donne in movimento ce ne sono tante e da anni lavorano per cambiare le cose. Sara Ventroni traccia un primo bilancio da insider e segna i punti importanti della due giorni. Parla la provincia: Pia Locatelli racconta l'arrivo a Siena come parte del percorso locale avviato a Bergamo a partire dal 13 febbraio. E chiudiamo la nostra oldrassegna con womeninthecity che rimette le cose a posto rispetto agli strilli della stampa mainstream.

 

FERMATE IL CASINO', VOGLIAMO SCENDERE!

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21 7 2011


di Annamaria Simonazzi
L’estrema precarietà su cui si fonda la nostra conoscenza dell’andamento futuro delle grandezze finanziarie, scriveva Keynes nel 19361, fa sì che i sistemi finanziari si siano sviluppati sulla base di una convenzione: che cioè lo stato attuale continui indefinitamente nel futuro, a meno che non vi siano ragioni per aspettarsi un cambiamento. Essendo fondati su una base così precaria, i valori delle attività finanziarie sono soggetti a violenti cambiamenti a seguito di repentine fluttuazioni nelle opinioni, anche se dovute a ragioni che non riguardano direttamente i rendimenti futuri.
Data questa situazione, ci si potrebbe aspettare che l’esistenza di professionisti esperti, con maggiore conoscenza e ponderatezza di giudizio rispetto alla massa dei risparmiatori, agisca nel senso di correggere le fluttuazioni che il mercato, lasciato a se stesso, inevitabilmente produrrebbe. Accade tuttavia che le energie e l’abilità degli speculatori siano dirette altrove: nell’anticipare di pochi mesi (o di pochi giorni) quella che sarà la valutazione convenzionale, indipendentemente da quello che essi ritengano debba essere il valore che prevarrà nel lungo periodo. Un investitore esperto che, non influenzato dal comportamento prevalente, prendesse le sue decisioni sulla base di considerazione di redditività di lungo periodo, verrebbe inevitabilmente travolto: non c’è infatti alcuna evidenza che una politica di investimento che sia più vantaggiosa socialmente sia anche quella più profittevole.
Se l’attività “speculativa” prevale su quella di “investimento”, lo sviluppo finanziario di un paese diventa il corrispondente dell’attività di un casinò. Lo spettacolo offerto dai moderni (1936) mercati finanziari, dice Keynes, mi ha talvolta indotto a concludere che la sola soluzione possibile sia quella di rendere l’acquisto di un titolo altrettanto indissolubile del matrimonio. Ma la conseguente perdita di liquidità avrebbe l’effetto di scoraggiare enormemente l’investimento. Poiché non si può d’altra parte sperare che l’autorità monetaria possa intervenire con successo con la sola manovra del tasso di interesse, mi aspetto, concludeva Keynes, che lo Stato assumerà una sempre maggiore responsabilità nell’organizzazione diretta degli investimenti.
La storia della finanza internazionale ha conosciuto diverse fasi cicliche. Al disordine economico internazionale provocato dai movimenti speculativi di capitale fra le due guerre mondiali, di cui Keynes è stato testimone e critico, si è risposto con un periodo di regolamentazione e controlli, sia delle banche, sia dei movimenti di capitali fra paesi. Passata la paura, e perso il ricordo dei costi inflitti dalla libertà dei capitali, si è proceduto con baldanza verso la deregolamentazione più completa. Il mondo intero è così diventato un enorme casinò, in cui gli speculatori, resi potentissimi da innovazioni finanziarie che ne hanno moltiplicato per mille la leva finanziaria, hanno rilanciato la posta: il gioco ora non è più anticipare la psicologia del mercato, ma crearla.
La liberalizzazione dei movimenti di capitali è stata legittimata da una teoria economica che ha sostenuto l’ipotesi di mercati finanziari efficienti. In questo quadro, la speculazione giocherebbe un ruolo stabilizzante, in quanto svolgerebbe la funzione di vigilare a garanzia degli investitori, segnalando al mercato le tendenze di fondo dei titoli, facendo cadere i prezzi dei titoli il cui andamento prospettico non è buono, premiando gli altri. E’ questo, si dice, il ruolo precipuo delle agenzie di rating.
Ma cosa succede se gli speculatori, lungi dal comportarsi come bravi cani da guardia a tutela del risparmiatore, si comportano invece come i giocatori senza scrupoli del casinò finanziario descritto da Keynes? Consideriamo i recenti episodi di attacchi speculativi sui titoli di stato (e bancari) dei PIIGS. Si è detto che ci sono ragioni oggettive che giustificano una speculazione contro questi paesi: la Grecia ha truccato i conti, l’Irlanda non ha vigilato sulle proprie banche, l’Italia ha un governo debole e inetto, e ha varato una manovra iniqua che per giunta rimanda al futuro governo i veri tagli. Ma questi fattori non sono nuovi e ne ignorano altri. Il debito italiano, per esempio, è per 2/3 nelle mani dei risparmiatori italiani, ha una buona struttura per scadenze, le banche italiane sono meno coinvolte di quelle francesi e tedesche nel finanziamento di Grecia e Portogallo. E allora, cosa è cambiato nella valutazione prospettica di questi titoli, da giustificare i recenti attacchi? Nulla che abbia a che fare con questo, se non la percezione di una possibilità di guadagnare, facilmente e senza rischio. Con le vendite allo scoperto (i titoli vengono presi a prestito e venduti scommettendo sulla possibilità di poterli ricomprare a un prezzo più basso), testa si vince (le vendite speculative sono capaci di provocare un ribasso del prezzo), croce non si perde (l’attacco non riesce, e si ricomprano i titoli allo stesso prezzo).
 
E’ davvero scoraggiante assistere al susseguirsi dei summit delle maggiori autorità economiche dei paesi dell’euro che, annunciati con clamore, e attesi con speranza, finiscono inevitabilmente con l’accordo di rinviare al prossimo summit la risposta al dilagare della rovina finanziaria, decisa e subito messa in atto negli studi ovattati di una manciata di imprese finanziarie. Non importa analizzare qui se vi siano altri interessi che muovono questi attacchi (si parla per esempio di una lotta per la salvaguardia del predominio finanziario del dollaro contro la minaccia dell’euro). Lo spettacolo sarebbe comico se non ci fosse di mezzo la vita delle persone che, attacco dopo attacco, summit dopo summit, sono chiamate a stringere la cinghia.
 
L’ipotesi dei “mercati efficienti” minaccia di costare molto caro: è la sopravvivenza stessa del capitalismo finanziario come lo conosciamo ora che è a rischio. In fin dei conti, la regolamentazione e i controlli sulla libertà dei capitali vennero tenuti a battesimo, dopo gli eccessi che avevano portato alla Grande Depressione degli anni trenta, dalle due principali potenze finanziarie dell’epoca: quella uscente, l’Inghilterra, e quella subentrante, gli Usa; paesi che, lungi dall’aver abiurato il loro credo liberale, volevano appunto difenderlo da se stesso.
 
1 J. M. Keynes, La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, MacMillan, Londra 1936, cap. 12, The state of long-term expectation.

NASCERE IN RETE

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ingenere.it
07 07 11

Ma c’è, o ci deve essere un limite al narcisismo di noi facebookkini? Sicuramente non c’è negli Stati Uniti se è vero quello che scriveva qualche settimana fa il Washington Post. Il nuovo trend infatti pare essere la pubblicazione sulla propria bacheca delle foto dei figli non ancora nati. Ecografie dettagliate, magari mese dopo mese, fino a quella arrivata qualche tempo fa su Fb, addirittura in 3D, dove il nascituro già pareva sorridere all’obiettivo, pronto a venire alla luce dopo pochi giorni. Il 30% delle quasi mamme americane fa così, spiegava l’arti- colo, citando uno studio del 2010 condotto attraverso il software Avg. Aggiungendo che del resto basta cliccare «Pregnancy ultrasound» su You Tube per vedere apparire la bellezza di 5230 ecografie. E ovviamente le percentuali diventano da capogiro dopo il parto, visto che il 92% dei piccoli tra 0 e due anni finisce in rete, su Fb o su Twitter e You tube. Non sempre però per il piacere degli «amici» e delle «amiche», come racconta con disagio Katherine Mullen. Ventottenne, neolaureata in «Women’s and gender studies», dopo aver subito l’invasione delle ecografie delle sue coetanee, ha deciso di dedicare all’argomento uno dei suoi paper universitari. Per ora però non ha trovato granché materiale e quindi ha deciso di sollevare il tema direttamente là dove è nato, ovvero in rete. Chiedendosi per l’appunto, come dice il titolo del suo articolo per Feministing.com, «Dove porre il limite?». Non solo per problemi di rispetto della privacy. Il problema infatti per Katherine, che ha persino rotto per questo con alcune amiche di Fb, è la distorsione che a suo parere questo nuovo trend provoca nell’immagine della futura madre. Se il feto diventa una persona, un bambino, prima del tempo e persino pubblicamente, si chiede la giovane femminista, non c’è il rischio che la madre si trasformi in un puro contenitore? Con un salto nel passato, quando, nel medioevo ma ancora poi per secoli e secoli, la gestante era per l’appunto solo questo. La questione non è di lana caprina, soprattutto in un paese dove l’aborto è sì legale, grazie alla famosa sentenza della Corte suprema del 1973, ma non è mai stato veramente accettato socialmente. Oggi chi è contrario supera il numero di chi pensa che debba essere la donna a decidere. E il Movimento per la vita americano, (e se  è per questo anche quello italiano), ha fatto della «personalità» del feto la sua bandiera. Innalzando gigantografie di bambini non nati a ogni manifestazione, soprattutto davanti alle, poche, cliniche degli Stati Uniti dove si può abortire. In realtà, nei commenti al suo articolo, poche paiono preoccupate quanto Katherine Mullen. Anzi, c’è chi, come Krista, madre di tre figli, racconta come sia del tutto normale dare una personalità a ciò che si muove nella tua pancia. Lo fanno tutte le mamme e non si vede perché dovrebbe fare scandalo quando, come adesso, il tutto finisce anche in rete. Per sentire però rispondere da Beth, che bisognerebbe avere un po' di sensibilità per chi magari ha appena abortito, o più semplicemente vorrebbe ma non può diventare madre. Peccato che loro, i fotogenici non nati non possano dire la loro.

* Quest'articolo è stato pubblicato su Alias (supplemento settimanale del manifesto) il 25 giugno 2011

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