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UN PAESE PER DONNE IN PALIO A SIENA

  • Nov 30, -0001
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7 7 2011
 
L'evento si è spostato in piazza del Duomo, per poter ospitare tutte e tutti. Si annuncia alta la partecipazione a Siena il 9 e 10 luglio, per l'evento organizzato dal comitato "Se non ora quando". Una prosecuzione delle mobilitazioni del 13 febbraio e dei tanti eventi di protagonismo femminile che hanno rischiarato la primavera italiana. Tutte le info e gli appuntamenti sul sito di Se non ora quando.
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NON SMETTEREMO DI STUPIRVI? Care donne che sarete a Siena con noi (e anche uomini), diverse di voi ci hanno scritto preoccupate per il cambio del luogo in cui terremo il nostro incontro: il caldo, il sole e l’assenza di sedie sufficienti spaventavano soprattutto le mamme in attesa e le donne più anziane. Non potevamo far finta di niente, perché questo incontro vorremmo che fosse quanto più accogliente e inclusivo e ci siamo date da fare!?Con l’aiuto prezioso del Sindaco, abbiamo individuato una piazza, a 150 m. dal duomo (5 mins. a piedi) dove c’è l’ombra e potremo sistemare 1200 sedie, che dovrebbero essere sufficienti a far stare sedute quasi tutte!!?Il nuovo luogo dell’incontro è dunque Prato di Sant’Agostino. E, come dicevamo, non smetteremo di stupirvi.

LE QUOTE E LA COSTITUZIONE

  • Nov 30, -0001
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7 7 2011
 


di Chiara Martuscelli
 
Il problema della rappresentanza politica è fondamentale. Non si può affrontare il tema della presenza delle donne di quote nei consigli di amministrazione delle imprese o nei ruoli apicali delle pubbliche amministrazioni senza affrontare il cuore della questione, senza partire dalla radice: la presenza delle donne nei luoghi della decisione politica.?Se la società è composta più o meno in ugual misura da uomini e donne (secondo l’ultimo dato Istat, le donne sono il 51,5% dei residenti in Italia), di conseguenza ci si aspetterebbe che le istituzioni rappresentative, che sono – o dovrebbero essere – lo specchio di quella società,  fossero composte in misura più o meno analoga da uomini e donne. ?Nel campo della politica, il problema non è tanto quello della capacità, del merito, della competenza, ma più semplicemente quello della rappresentanza: un’insufficiente rappresentanza di donne all’interno delle istituzioni rappresentative impoverisce il confronto dialettico che all’interno di quelle istituzioni deve svolgersi, limita lo spettro di risposte che quelle istituzioni sono tenute a fornire alle istanze che provengono dal Paese.?Non è tanto una questione di numeri, di percentuali, di quote, il problema è di tipo qualitativo ed è un problema di qualità della democrazia, intesa come capacità della democrazia di dare risposte, di trovare soluzioni alle domande che emergono dalla società.?Nel campo della politica più che negli altri, può essere sostenuta l’idea che equality = quality, cioè che la parità è sinonimo di qualità.
Per quanto riguarda il nostro paese, è noto che la strada delle quote di genere in campo elettorale sembrava sbarrata dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 422 del 1995. Con quella sentenza, la Corte spazzava via tutte le disposizioni normative che avevano introdotto le quote per le elezioni nazionali, regionali e locali. Ciò faceva sulla base dell’assunto che, in campo elettorale, il principio di uguaglianza doveva essere inteso rigorosamente formale. Secondo il ragionamento della Corte, gli articoli 3 e 51 della Costituzione imporrebbero un parità astratta: i diritti di elettorato passivo sono rigorosamente garantiti in egual misura a tutti i cittadini in quanto tali ed è esclusa qualsiasi differenziazione in base al sesso, sia che essa riguardi l’eleggibilità (quote di risultato, quali erano previste dalla legge elettorale nazionale) sia che riguardi la candidabilità (quote di lista, quali quelle previste dalla legge sulle elezioni amministrative).
La sentenza ha lasciato il segno. Tuttora, appena si comincia a parlare di quote, una delle obiezioni più frequenti è quella di una supposta incostituzionalità. Eppure dal 1995 molta acqua è passata sotto i ponti, molta strada è stata fatta. ?Innanzitutto il quadro costituzionale è mutato, anche in reazione alla posizione espressa dalla Corte. ?Le riforme costituzionali del 2001 hanno riaffermato con forza il principio della parità di accesso alle cariche elettive in ambito regionale.?L’articolo 117, settimo comma (introdotto dalla legge costituzionale n. 3/2001), prevede che “Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive.” Analogo principio è stato introdotto negli statuti delle regioni ad automonia differenziata dalla legge costituzionale n. 2 del 2001.  ?La modifica più rilevante è senz’altro quella dell’articolo 51, primo comma, Cost. secondo cui tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. Con la legge costituzionale n. 1 del 2003 è stato inserito un secondo periodo, secondo cui la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra uomini e donne.
Del resto non si può non tener conto della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la Carta di Nizza, che dopo il trattato di Lisbona ha assunto ormai valore vincolante per il nostro ordinamento. ?L’articolo 23 della Carta, inserito nel Capo III relativo all’uguaglianza, è molto chiaro: «La parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione.?Il principio della parità non osta al mantenimento o all'adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato.»?L’articolo 23 accoglie dunque un’idea di uguaglianza intesa in senso sostanziale, una parità effettiva, per raggiungere la quale sono pienamente ammissibili misure che prevedono vantaggi di un genere rispetto ad un altro, purché si tratti naturalmente del genere svantaggiato.
Da un punto di vista giuridico, ci si può interrogare sul grado di vincolatività di questo principio del nostro ordinamento, in una materia quale quella elettorale che non rientra nell’ambito delle competenze dell’Unione. ?Non si può però non tener conto del fatto che l’articolo 23 della Carta di Nizza muta lo scenario costituzionale di base e può fornire una chiave di lettura, un punto di riferimento per l’interpretazione del nostro articolo 51, il quale ha invece una formulazione piuttosto generica laddove prevede che la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità per l’accesso alle cariche elettive.
Il mutamento del quadro costituzionale ha avuto i suoi effetti anche sulla giurisprudenza della Consulta, che ha profondamente rivisto il suo orientamento in tema di quote. ?Già nella sentenza n. 49 del 2003 - dopo le riforme costituzionali del 2001 relative agli ordinamenti regionali ma prima della modifica dell’articolo 51 - la Corte ha superato la sentenza del 1995 che aveva affermato che il sesso non poteva essere rilevante ai fini della candidabilità.?Ma la pronuncia più importante è la sentenza n. 4 del 2010, con cui la Corte ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo relativa all’introduzione della cd. doppia preferenza di genere da parte della legge elettorale della Campania. Dopo la sentenza del 2003, le leggi elettorali di numerose regioni, come fra poco vedremo, avevano introdotto le quote di lista. In Campania, si decide di fare qualcosa di più, modificando il sistema di espressione delle preferenze. Si introduce la possibiità di esprimere due preferenze e l’elettore è libero di esprimere una o due preferenze, ma nel caso in cui scelga di esprimerne due deve indicare due candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda preferenza. Molti erano pronti a giurare sull’incostituzionalità di questo sistema, che incide non solo sulla formazione delle liste ma anche sul momento di espressione di voto da parte dell’elettore.
Invece la Corte respinge la questione di legittimità costituzionale, abbandonando definitivamente la visione formalistica del principio di uguaglianza e richiamando l’uguaglianza sostanziale.
Secondo la Corte «il quadro normativo, costituzionale e statutario, è complessivamente ispirato al principio fondamentale dell’effettiva parità tra i due sessi nella rappresentanza politica, nazionale e regionale, nello spirito dell’art. 3, secondo comma, Cost., che impone alla Repubblica la rimozione di tutti gli ostacoli che di fatto impediscono una piena partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica del Paese. Preso atto della storica sotto-rappresentanza delle donne nelle assemblee elettive, non dovuta a preclusioni formali incidenti sui requisiti di eleggibilità, ma a fattori culturali, economici e sociali, i legislatori costituzionale e statutario indicano la via delle misure specifiche volte a dare effettività ad un principio di eguaglianza astrattamente sancito, ma non compiutamente realizzato nella prassi politica ed elettorale.
Si tratta di un ribaltamento a 360 gradi delle motivazioni del 1995. Non basta una parità astratta, che non tiene conto del fatto che la limitata parteciapzione delle donne alla vita politica è dovuta a condizionamenti di natura culturale economica, sociale; occorre una parità effettiva, sostanziale e quindi ben vengano le misure che vanno in questa direzione.

ECCO COSA POTEVANO FARE COL TESORETTO DELLE DONNE

  • Nov 30, -0001
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7 7 2011
 
 

Quando nel 2009 è stato deliberato di portare a 65 anni l’età per accedere alla pensione di vecchiaia delle lavoratrici del settore pubblico, si era stabilito che i risparmi così ottenuti non si sarebbero trasformati in una generica riduzione della spesa pubblica ma sarebbero stati destinati «ad interventi dedicati a politiche sociali e familiari con particolare attenzione alla non autosufficienza e all’esigenza di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare delle lavoratrici" (art. 22-ter, comma 3, d.l. 78/2009). I risparmi dovevano contribuire ad alimentare il Fondo strategico per il paese a sostegno dell’economia reale, presso la presidenza del consiglio dei ministri. Metterli in questo fondo definito “strategico” poteva apparire come un riconoscimento che la conciliazione tra lavoro e vita famigliare è una tappa obbligata per lo sviluppo del nostro paese. In realtà ha voluto dire che ai servizi sociali sostitutivi del lavoro di cura non è andato nemmeno un euro, perché il Fondo nel 2010 e 2011 è stato impiegato per altre finalità, come ha spiegato su questo sito Chiara Martuscelli. Come spesso accade nel nostro paese, quando si parla di tenere conto di problemi sociali che incidono pesantemente sulla vita delle donne, ci si accorge che “le priorità sono altre”.
Si poteva sperare che si trattasse solo di un rinvio, ma con il provvedimento del 30 giugno – “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria” - il governo ha ucciso anche la speranza, decidendo che il Fondo strategico sia decurtato anno dopo anno esattamente della somma che l’innalzamento dell’età pensionabile farà risparmiare (attuale art. 13, salvo modifiche). Quindi queste somme sono andate a diminuire il deficit pubblico e sono perse per sempre per quegli scopi di assistenza alla non autosufficienza e di aiuto al lavoro di cura a cui erano state destinate originariamente.
Le promesse che questo governo non ha mantenuto sono talmente tante che non varrebbe nemmeno la pena soffermarsi su una in più. Ma dobbiamo parlarne per almeno tre motivi:
a) perché il modo è talmente sfacciato - davanti a una mobilitazione crescente su questo punto di molte organizzazioni di donne - che sa quasi di provocazione;
b) perché sembra che l’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile anche per le lavoratrici del settore privato entrerà a regime solo tra vent’anni, nel 2032, ma non è da escludere che non si proponga di anticiparne l’attuazione, in una situazione di difficoltà per le finanze pubbliche. Dato il precedente, come facciamo a credere che le risorse così liberate andranno spese per lo sviluppo e per un welfare più equo e non per il mantenimento di privilegi e ruberie? (si veda il rinvio alla prossima legislatura della riduzione dei costi della politica e il mantenimento delle “auto blu” per ancora un bel po’ di tempo);
c) perché la misura si accompagna a molte altre che fanno ricadere sulle donne e sugli strati più deboli della popolazione il peso di un aggiustamento dei conti pubblici che salva gli interessi delle classi più abbienti.
Ma di quanti soldi stiamo parlando? E stato calcolato che l’innalzamento dell’età pensionabile nel settore pubblico renderà disponibili circa 3.346 milioni di euro dal 2012 al 2019 e 242 milioni l’anno dal 2020 in poi.
Pensiamo all’utilizzo che si sarebbe potuto fare di questi fondi, ipotizzando nei prossimi 8 anni una somma annuale di 242 milioni per la spesa corrente e 1400 milioni per le infrastrutture (strutture per anziani, ammodernamento delle scuole, etc.). Alcuni di questi impieghi derivano dal nostro Alfabeto di proposte. L’esercizio, ahimé , è ormai solamente teorico, ma i calcoli, per quanto con un elevato grado di approssimazione, ci danno un’idea di cosa abbiamo perduto:
a) sarebbe stato possibile assumere 8000 giovani docenti in più ogni anno per la scuola di infanzia e elementare. Questo vorrebbe dire posti di lavoro per giovani laureate/i, classi meno affollate e, soprattutto, il tempo pieno per migliaia di bambini in più. Gli orari ridotti delle scuole - in termini di ore giornaliere e di durata delle vacanze estive - stanno spingendo molti genitori che lavorano verso gli istituti privati, con un aggravio non indifferente per le finanze famigliari. Serve una migliore scuola pubblica a tempo pieno e campi gioco per le vacanze (è uno dei punti del Libro bianco di SorElle d’Italia) .
b) alternativamente i fondi avrebbero potuto essere usati per offrire adeguate prestazioni domiciliari tutto l’anno a 45.000 anziani o persone non autosufficienti che necessitano di assistenza a bassa/media intensità1 . Anche in questo caso, si sarebbero creati posti di lavoro, oltre ad alleviare il lavoro dei famigliari, che a volte è estremamente gravoso. Attualmente solo il 27,6 per cento delle famiglie con ultraottantenni con limitazioni gravi riceve un sostegno pubblico; il 38,5 delle famiglie nelle stesse condizioni non riceve alcun aiuto né dal pubblico né dal privato né dalla rete informale di aiuto2;
c) alternativamente i fondi avrebbero potuto costituire la base per introdurre un congedo obbligatorio riservato ai padri, non trasferibile alle madri, remunerato al cento per cento, di 2 settimane nei primi 6 mesi dopo il parto (avrebbero coperto circa la metà del fabbisogno).
L’elenco potrebbe continuare. Ma la realtà è che i risparmi realizzati sono spariti nel gran calderone della diminuzione della spesa pubblica.
Non siamo insensibili ai problemi della riduzione del debito; la spesa per interessi si mangia una grossa fetta delle risorse del paese. Ma non pensiamo che la soluzione sia sacrificare il contributo alla sviluppo che le competenze e le capacità delle donne possono offrire. Se ci fosse l’obbligo di fare un bilancio di genere dei provvedimenti presi giorni fa dal governo, vedremmo che l’impatto sulle donne, sul loro lavoro per il mercato e non, è considerevole: non solo lo “scippo” delle risorse al Fondo strategico, ma anche ulteriore blocco delle assunzioni e delle retribuzioni nel pubblico impiego, ancora tagli nei trasferimenti agli enti locali che sono i principali fornitori dei servizi sostitutivi del lavoro di cura, riduzione della quantità e qualità del sostegno agli alunni disabili. Il bilancio di genere continua ad essere ignorato dalle amministrazioni pubbliche, quasi fosse un lusso per i tempi prosperi, mentre mai è così utile come in questi tempi di tagli alla spesa.
1 Ministero della Salute, Commissione nazionale per la definizione e l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza, Nuova caratterizzazione dell’assistenza territoriale domiciliare e degli interventi ospedalieri a domicilio
2 ISTAT 2011, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2010

REFERENDUM PERCHE' LE DONNE VOTANO SI

  • Nov 30, -0001
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9 6 2011
 
Di seguito il documento della Casa delle Donne di Torino sul voto ai referendum del 12 e 13 giugno.
"Quante di noi hanno una età per cui possono ricordare che cosa accadde venticinque anni fa, hanno ancora ben presenti le difficoltà e le ansie che hanno vissuto dalla fine di aprile del 1986, quando la nube radioattiva provocata dal disastro nucleare di Cernobyl si è espansa nei cieli d’Europa. Per settimane furono le donne a risolvere i problemi quotidiani del latte contaminato, delle verdure da evitare, delle scarpe dei bambini da lavare, dei funghi al cesio che nel Trentino sono rimasti radioattivi per anni. Eppure Cernobyl era a duemila chilometri di distanza.
Adesso le donne che vivono vicino alla centrale di Fukushima stanno affrontando angosce anche peggiori, ma leggiamo dai giornali che si sono attrezzate con misuratori di radioattività perché, dopo tante reticenze e falsità delle fonti ufficiali, non si fidano delle rassicurazioni e stanno verificando di persona che la situazione è molto più pericolosa di quanto dichiarato pubblicamente.
Le donne non soltanto ora ed allora sono state le protagoniste della tutela della salute della propria generazione e di quelle future, ma hanno anche saputo e voluto allargare lo sguardo al modo di stare al mondo e di agire nell'ambiente, diventando parte protagonista delle iniziative che hanno condotto – in Italia – al rifiuto dell'energia nucleare con il referendum del 1987.
In contrasto con la logica dominante dei grandi impianti e dell'indifferenza ai rischi, l'esperienza concreta delle donne le ha portate ad esprimere “la saggezza della paura”, “la coscienza del limite” e “l'etica della responsabilità”, come vollero chiamarle. Questa stessa assunzione diretta di responsabilità ci convince una volta di più che il 12 e 13 giugno tutte e tutti dobbiamo andare a votare SÌ al quesito sul nucleare.
Prendersi cura delle vite e dell'ambiente rientra in questa stessa prospettiva: come la salute, l'aria e l'acqua sono beni comuni, rappresentano un diritto di tutte e tutti e quindi non debbono essere trattati come merci da cui ricavare profitto. Dunque anche per i due referendum sull'acqua sta a noi tutelare, per ora e per il futuro, la disponibilità collettiva di questa risorsa fondamentale con il nostro doppio SÌ.
Anche la giustizia e l'uguaglianza tra cittadine e cittadini sono un bene comune inalienabile. Fare leggi che servono all'uso privato e ad personam per garantire l'impunità di pochi potenti è una prevaricazione inaccettabile per la convivenza civile, perché mina alla radice la fiducia nella legalità. Gli effetti devastanti ricadono sul senso comune, sulle relazioni tra le persone, sui modi di comportamento di chi si sente autorizzato a perseguire anche interessi illeciti, contando sulla possibilità di sfuggire alle sanzioni in nome della forza e delle complicità che prevalgono sul diritto. Per questo anche al quesito sul legittimo impedimento voteremo SÌ."

 

DONNE IN COMUNE, MILANO VOTA BENE

  • Nov 30, -0001
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26 5 2011
 


di Francesca Zajczyk

Sulla spinta delle manifestazioni del 29 gennaio “Un’altra Italia è possibile” e del 13 febbraio “Se non ora quando?”, le liste del centro-sinistra a sostegno di Giuliano Pisapia hanno registrato una decisiva svolta nella presenza di candidate al consiglio comunale rispetto al passato. L’intera coalizione a sostegno di Pisapia presenta una pressoché equa distribuzione di genere – 44% donne e 56% uomini – media che sfiora il 50% (48% donne e 52% uomini) se si toglie dal calcolo Italia dei Valori che, con un esiguo 21% di candidate in lista, abbassa la percentuale delle donne presenti nell’intera coalizione.?Si tratta, dunque, di una notevole svolta, di un momento di rottura rispetto al passato, ma anche di un significativo elemento di distinzione rispetto al centrodestra che presenta una quota di candidature femminili del 19% per il Popolo delle Libertà e del 23% per la Lega Nord
Ma cosa ci raccontano i risultati del 15-16 maggio? Pur dovendo attendere il ballottaggio per l’esito finale della consultazione ai fini della distribuzione del numero di consiglieri e consigliere tra le diverse liste, un dato balza subito agli occhi. In caso di vittoria del centro-sinistra il sindaco Giuliano Pisapia potrebbe contare su una presenza nella coalizione di maggioranza del 34,5% di donne, pari a 10 su 29, una quota decisamente significativa se consideriamo che l’amministrazione uscente contava una presenza di sole 7 donne su 60 consiglieri, tra maggioranza e opposizione.
Ma non basta: i primi dati ci dicono anche che nel confronto tra le due coalizioni il rapporto delle donne in consiglio comunale sarà comunque largamente a favore del centro sinistra. Infatti, anche in caso di vittoria del centro-destra la Lega si riconfermerebbe partito maschilista per eccellenza e il PDL porterebbe in consiglio una sola donna – l’ex-assessora Mariolina Moioli – eletta nella lista civica Milano. Al contrario il centro-sinistra, in caso di sconfitta, potrebbe contare sulla presenza di 6 donne. Quindi: 10 a 1 se il centro-sinistra vince; 6 a 1 se perde.
Questo quadro, sicuramente positivo rispetto al passato, nasconde tuttavia ancora rilevanti difficoltà per le donne che decidono di intraprendere la strada della partecipazione politica. Il numero paritario e l’alternanza non sono sufficienti a garantire un risultato pari a quello degli uomini. Le donne risultano per lo più sgranate nella graduatoria delle preferenze e non sempre è di per sé premiante neppure la collocazione in testa di lista: questo è ciò che risulta, ad esempio, nel caso del PD dove le due donne inserite ai primi posti – alternate a due uomini – si posizionano all’undicesimo e al diciassettesimo posto per numero di voti ottenuti, superate da numerosi uomini, peraltro in maggioranza consiglieri uscenti.
In realtà, la precedente esperienza politica sembra offrire una buona visibilità e potenzialità di successo non solo agli uomini, ma anche alle donne: è il caso dell’unica consigliera comunale uscente del PD che, partendo dalla 42sima posizione in ordine alfabetico, ottiene un eccellente risultato collocandosi al 5° posto, ma anche di un’altra candidata dello stesso partito che viene dalla pratica del consiglio di zona, dove si è occupata di temi assai vicini alle donne.?Ancora, esperienza, visibilità e rapporto con il territorio e con i bisogni dei cittadini e delle cittadine hanno sicuramente premiato le candidate che occupano i primi due posti per numero di preferenze di Sinistra Ecologia e Libertà. Interessante, poi, il caso della lista Milano civica per Pisapia che, avendo scelto di collocare le donne nella parte alta della lista, le trova nelle stesse posizioni alte della graduatoria anche per quanto riguarda il numero di preferenze ottenute. E, in questo caso, si tratta di figure femminili rappresentative del variegato mondo professionale della città.
Quali considerazioni possiamo dunque trarre da queste primissime riflessioni? Innanzitutto l’importanza della voce delle donne sulla scena pubblica con le grandi manifestazioni cittadine e nazionali di inizio anno, che ha riportato con forza al centro dell’agenda politica il tema della assenza della rappresentanza femminile dai luoghi delle decisioni pubbliche e che ha “costretto” i partiti a scelte paritarie nella composizione delle liste. In secondo luogo, l’onda lunga di questi movimenti ha probabilmente aiutato le candidate nella conquista di voti, pur in un quadro di grande competitività con la preferenza unica e pagando sicuramente le donne, rispetto agli uomini, per inesperienza nell’agire pubblico, per minori risorse economiche e minore sostegno da parte dei partiti politici, nonché minore disponibilità di tempo.?Certo, la strada è ancora molto lunga e, sotto questo profilo, appare particolarmente grave per tutte le donne – ma forse non è del tutto casuale – l’insuccesso femminile sul fronte del centro-destra.

MERCATI AL CONFINE

  • Nov 30, -0001
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26 5 2011
 

InGenere al Festival dell'economia di Trento
 
 
INGENERE.IT PARTECIPA
AL FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO
Prostituzione - Corpo - Mercato - Confine
 
Trento, venerdì 3 giugno - ore 12
Palazzo della Provincia - Sala Depero
 
BISOGNA LEGALIZZARE E TASSARE LA PROSTITUZIONE?
 
Nel nostro ordinamento la prostituzione è consentita, ma non regolata, ed è punito il suo sfruttamento. In Europa esistono una serie di modelli diversi per regolare il fenomeno: agli estremi vi sono il modello tedesco dove la prostituzione (se scelta da chi la pratica) è un lavoro, con diritti, tutele e obblighi; e quello svedese, nel quale la prostituzione è equiparata a violenza e i clienti del mercato del sesso vengono puniti.
http://2011.festivaleconomia.eu/node/3551
 
Il dibattito è a cura di "lavoce.info" in collaborazione con InGenere.it
Coordina e introduce Roberta Carlini
 
Si confronteranno:
pro Francesca Bettio - contro Oria Gargano
 
***
?Trento, sabato 4 giugno, ore 10?Palazzo Calepini
Sala Fondazione Caritro
 
CORPO E DENARO. MERCATI AL CONFINE
 
Prostituzione, uteri in affitto, banche della riproduzione, pornografia, commercio degli organi. Cosa succede quando la merce che si scambia sul mercato è il nostro corpo? E quando è la scienza ad allargare i confini dello scambio? Cosa proibire, cosa regolare e come vigilare? Scelte etiche e prospettive di regolamentazione.
a cura di inGenere.it
http://2011.festivaleconomia.eu/node/3576
 
coordina Rossella Panarese
intervengono Francesca Bettio, Margaret Radin
 
InGenere.it  ha trattato i temi della prostituzione e dei mercati del corpo in diversi articoli e forum. Una oldrassegna completa degli articoli pubblicati sul mercato del sesso è nel dossier "prostitute e clienti". Sul commercio legato alle nuove tecniche di riproduzione assistita, si veda "Il mercato degli ovuli e quello delle pance", di Yasmine Ergas, e il forum che ne è nato: Mi vendo?. Della stessa autrice, il commento all'attribuzione del Nobel a Edwards e Steptoe

MAI PIU' VITTIME MA OPERATRICI DI PACE

  • Nov 30, -0001
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19 5 2011
 
di Francesca Romana Koch
Nella seconda metà del Novecento, con  la fine della guerra fredda,  sono cambiati  i modelli di conflittualità: guerra tecnologica, tradizionale, etnica, religiosa, “umanitaria”, asimmetrica, a bassa intensità….Il ruolo delle donne in questi contesti è ambivalente: va  riletto a seconda del tipo di conflitto, in base alle diverse opzioni che per le donne si prospettano. Le  donne sono tra le fila dei combattenti delle più recenti guerre interne (dal Mozambico, al Rwanda, alla ex Jugoslavia), sono presenti  in azioni terroristiche, come in Cecenia e in Palestina;  parte attiva hanno avuto le donne nei movimenti di liberazione e indipendenza, per una società basata sui principi di libertà e di autodeterminazione; molto spesso la partecipazione delle donne alle dinamiche dei conflitti è orientata alla promozione dei processi di pace. 
Oltre l’ immagine convenzionale della donna depositaria di una innata vocazione pacifica (dopo Abu Ghraib, è finita per sempre l’illusione di una naturale bontà femminile); oltre lo stereotipo delle donne “vittime dei conflitti - portatrici di pace”,  resta incontestabile il fatto che esse subiscono le conseguenze negative del conflitto in modo diverso dagli uomini  e gli effetti nefasti di guerre che per lo più non combattono. Tuttora identificate come “categoria vulnerabile”, le donne rappresentano la grande maggioranza dei rifugiati e degli sfollati, delle vittime di mine e armi leggere, delle armi nucleari; sono più gravemente penalizzate dalle conseguenze della applicazione delle sanzioni economiche.
Nella memoria e nello sguardo delle donne, la guerra  emerge innanzitutto come violenza e come violenza sessuale; gli stupri di guerra, oggi riconosciuti crimini contro l’umanità, sono stati a lungo   taciuti  e rimossi, nella memoria individuale e sociale come nella storiografia.  Nel 1995, cinquant' anni dopo la  fine della seconda guerra mondiale, lo scrittore Kenzabur? ?e  indicava nella necessaria riparazione verso le “donne di conforto” da parte dei giapponesi, la prima urgenza per tentare di superare il trauma bellico e fondare finalmente le basi della democrazia. Nei processi di Norimberga, alla condanna delle politiche genocidarie non si  accompagnò la condanna esplicita degli stupri di guerra compiuti dagli eserciti di entrambe le parti: “l’uso sistematico del corpo femminile come un  trofeo di guerra cadde quasi subito in un crepaccio oscuro della storia” (Luigi Zoja). Nel dopoguerra, osserva Joanna Bourke, l’interesse per gli stupri di guerra fu messo a tacere, fino a che il conflitto nella ex Jugoslavia e il genocidio in Rwanda costrinsero la comunità internazionale a collocare il problema in un contesto di torture e di crimini bellici; ma la feroce pratica dello stupro di guerra è tuttora di terribile attualità, che si tratti dei soldati di Gheddafi nella guerra in Libia, o dell’esercito egiziano contro l’affermazione di libertà delle donne in piazza, o gli stupri  in Congo da parte delle stesse truppe ONU,  più volte denunciati  anni fa.
Porre l’accento sulla vulnerabilità femminile, però, rischia i distogliere l’attenzione dalla capacità di ripresa delle donne: le vittime non sono più soltanto tali se assumono un ruolo attivo e diventano soggetti delle  lotte.?La scelta della Resistenza si presenta, per molte, come volontà di superare gli orrori e  la tragedia della guerra attraverso  la costruzione di un contesto e di una politica in grado di contenere le loro aspettative. I processi di ricostruzione post bellica hanno tuttavia  riproposto ancora la separazione tradizionale tra casa e nazione, la continuità della famiglia e, quindi, la cancellazione delle donne in quanto soggetti distinti, per ricondurle all’immagine rassicurante e omogenea della madre. Il discorso politico ha  separato il piano della sofferenza subita dalle aspettative di giustizia, circoscritte solo nell’ambito delle vicende militari.
Negli ultimi decenni del ‘900 le  conferenze delle Nazioni Unite, sulla spinta dei movimenti femministi,  hanno scandito le  tappe per l’empowerment femminile nella società globale, hanno posto all’attenzione dei governi e della pubblica opinione mondiale la questione dell’uguaglianza di genere e della partecipazione delle donne alla promozione della pace e della sicurezza internazionali. Punto d’arrivo di questo processo è la Risoluzione 1325, adottata del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nell’ ottobre 2000, la cui  peculiarità è nel riferimento ad una prospettiva di genere in un settore specifico e cruciale. La Risoluzione  rafforza importanti impegni derivanti dal più ampio trattato sui diritti delle donne (CEDAW)  quali la piena partecipazione delle donne nei processi decisionali a tutti i livelli,  il ripudio della violenza contro le donne e l’istanza della loro protezione, la valorizzazione delle loro esperienze e la consultazione con gruppi di donne.  Vi si delinea un sistema ampio di obiettivi a garanzia della prevenzione, della partecipazione e protezione delle donne nei contesti di conflitto (il cosiddetto “paradigma delle 3 P”);  a  tutt’oggi  è uno dei documenti con  maggiori potenzialità per le donne. Alcune risoluzioni successive dal contenuto più specifico (1820 del 2008 e 1888 del 2009) chiedono che ogni paese e parte in conflitto prenda misure contro la violenza sessuale alle donne usata come arma di guerra (lo stupro è considerato al pari del genocidio) nonché azioni immediate per proteggere donne e bambini da tutte le forme di violenza sessuale nei conflitti.  Mentre il quadro normativo si rafforza,  rimangono però ancora deboli gli strumenti a garanzia della piena attuazione degli impegni assunti in sede internazionale: anche nei sedici paesi che hanno già adottato un Piano d’Azione Nazionale (NAP), lo sviluppo di indicatori e di sistemi di verifica resta l’obiettivo per rendere concrete le politiche in materia a livello nazionale, regionale e globale. Come spiega Luisa Del Turco, curatrice del  rapporto di  Action Aid e Pangea, “Donne, pace e sicurezza. A dieci anni dalla Risoluzione 1325”, il piano di azione trova  un freno nell’inerzia dei governi e nella scarsa rappresentanza delle donne; in Italia persiste l’abitudine a finanziare sempre e solo progetti di emergenza, non conciliabili con azioni sistematiche di prevenzione.   ?Alla risoluzione 1325 hanno fatto  riferimento, con la Carta di Dakar  del gennaio 2011,  le donne della Carovana per la pace in Senegal, espressione delle forze democratiche della Casamance, convinte che “per tornare alla ragione si deve tornare alle donne, e che le donne contano per la pace in Senegal”. La loro mobilitazione tende ad ottenere una rinegoziazione con la politica statale e ad affermare il diritto/dovere di interposizione nei casi di violenza sulle donne, nonché  l’importanza dell’educazione alla pace a  livello familiare, comunitario, globale. ?Il dibattito internazionale  femminile sui modi di realizzare la pace si è articolato nel tempo a più livelli;  alla originaria rivendicazione per il  disarmo (WILPF,1919) si è affiancata  l’aspirazione alla pace e alla libertà, l’alleanza con le  reti per i diritti economici  delle donne; la pace, si è compreso, non può prescindere dalle condizioni materiali delle donne, dal microcredito alla proprietà della terra, dalla disponibilità delle risorse idriche al diritto alla salute.  La specificità della presenza delle donne sta dunque nella volontà di impegnarsi non solo nelle azioni di cura e di riparazione, ma per l’eliminazione delle cause delle guerre, dalla vendita delle armi alla  giustizia ambientale e climatica.  L’impegno per la ricomposizione dei conflitti non può essere rubricato come questione umanitaria ma deve piuttosto essere riconosciuto come questione politica prioritaria, per la quale  è essenziale che le donne possano svolgere un ruolo autorevole, nella definizione dell’agenda politica internazionale, nei tavoli della negoziazione, nella programmazione degli interventi economici.

 

SONO FRANCESCA, HO 45 ANNI E TRADUCO DA 18

  • Nov 30, -0001
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19 5 2011
 
di Francesca Pesce
 
Il testo che segue è la testimonianza di Francesca Pesce in apertura dell'incontro "La scossa del quinto stato", svoltosi a Roma l'11 maggio 2011, durante il quale l'associazione Acta ha presentato il suo manifesto dei lavoratori autonomi di seconda generazione.
Sono Francesca, ho 45 anni e traduco da 18.
Passo le giornate davanti a uno schermo, digito parole di altri per farle capire ad altri. Trascorro le giornate in silenzio.
Ma no, non sono sola.
Come me, davanti a uno schermo, altri ed altre, che traducono e digitano… e parliamo, ci confrontiamo, ci aiutiamo. Facciamo rete. Siamo rete. Ogni giorno.
Il mio lavoro mi ha permesso di viaggiare, di impegnarmi, di informarmi, di scegliere gli orari e i momenti.
Il mio ufficio è il mio computer e si muove con me.
I clienti mi chiedono un servizio, io propongo le condizioni e trattiamo.
Il mio lavoro mi permette di avere con loro un rapporto alla pari, o almeno così mi sembra.
Pensavo di essere alla pari anche con lo Stato.
Per un po’ è stato così. C'erano alcune regole chiare e forse anche eque.
Io pagavo le tasse, a livelli corretti.
Pagavo i contributi, a livelli corretti.
Poi, credo che lo Stato abbia pensato che io – e tanti come me – più che cittadini, eravamo reddito.
E ha iniziato a cambiare le regole.
Così, mi sono ritrovata a pagare anche l'Irap, attorno al 5%. So che non mi spetta, ma non posso evitarlo. Infatti, riuscire a non pagare costa più che pagare. Anche se il mio ufficio si muove con me.
Otto anni fa ho deciso di avere un figlio. Ho potuto farlo e l’ho fatto.
E per la prima volta è stato l'Inps a pagare me, restituendomi una piccola parte di quel che avevo versato.
Ora non potrei più farlo.
Perché lo Stato ha continuato a cambiare le regole.
Per darmi l'assegno di maternità oggi, lo Stato mi chiede di giurare che smetto di lavorare per cinque mesi. Io, se smetto di lavorare per cinque mesi rischio di non lavorare più per anni. Perderei tutti i clienti.
Io un figlio ce l'ho già, ma le altre?
Sono una traduttrice. Sono una autonoma. Sono una partita Iva, ma prima di tutto sono una cittadina. E come cittadina voglio essere trattata, da questo Stato.
Ora sono io che voglio cambiare le regole, perché sono Francesca, ho 45 anni e traduco da 18.

UNO, DUE...MOLTI FEMMINISMI

  • Nov 30, -0001
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5 5 2011


Uno, due... molti femminismi
di Paola Di Cori
Tra le tante modalità di rievocare il femminismo degli anni ’70 emergono, sulle altre, alcune versioni principali. Prediletta dal mondo maschile, ma non solo, è quella che considera quel movimento come uno dei tanti di una stagione ribelle, che produsse trasformazioni radicali attraverso le quali la società italiana riuscì finalmente ad approdare sulla sponda della modernità. Interpreta quindi i mutamenti nei comportamenti delle donne, e poi nella legislazione e nelle strategie dei partiti politici intorno alla ‘questione femminile’, come effetti di un profondo moto innovativo che aveva percorso tutto il paese; il cui punto più tumultuoso può essere collocato all’incirca negli anni ’75-’77, per poi spegnersi lentamente.
La polarità opposta legge invece l’esplosione femminista come un fenomeno del tutto unico, originale e duraturo nel tempo; non una semplice manifestazione rivendicativa, per quanto radicale e sovvertitrice di consuetudini e tradizioni; bensì una autentica e profonda rivoluzione nelle vite di molte migliaia di donne e nella concezione della politica in generale. Tali caratteristiche ne fanno un evento epocale, i cui effetti si fanno ancora sentire.
Questa duplice immagine - un femminismo ormai sepolto da un lato; oppure una esperienza viva e vegeta che lotta insieme a noi, dall’altro – mantiene una sua robustezza, nonostante l’età ormai pienamente adulta e i segni fisici di incipiente vecchiaia. Altri resoconti non del tutto aderenti a una delle due polarità indicate, finiscono per essere poco convincenti. Come se la storia reclamasse un esito del tutto positivo o negativo delle vicende raccontate; qualcosa che non è ancora possibile stabilire con sicurezza.
Il punto intorno a cui le due interpretazioni divergono riguarda, tra l’altro, differenti concezioni relative al tempo. Nella prima modalità, gli eventi fanno parte di un insieme di fenomeni che si evolvono come fossero esseri viventi, attraverso una serie di scansioni più o meno uniformemente estese lungo una linea cronologica orizzontale e progressiva: un movimento nasce, cresce e si sviluppa fino a raggiungere un apogeo; poi declina e muore. Dalle sue ceneri derivano discendenti ed eredi, oppure la linea si estingue. All’opposto, si erge un organismo dotato di una inesauribile energia interna che, simile a una divinità poderosa, è immune al trascorrere degli anni, e a intervalli si manifesta in tutta la sua meravigliosa esuberanza e vigore. D’accordo con questa versione, collocato entro fluttuazioni temporali che alternano prolungati periodi in cui tanto dinamismo sembra assopito, il femminismo è tutt’altro che finito o spento.
Grande protagonista della rivoluzione delle donne degli anni ’70, autrice di molti contributi essenziali per ricostruire quell’esperienza, dopo il provocatorio esordio del 1977 L’infamia originaria, Lea Melandri ha di recente pubblicato, tra gli altri, Una visceralità indicibile (2000), Le passioni del corpo (2001), Come nasce il sogno d’amore (2002), Preistorie. Di cronaca e d’altro (2004). La più recente fatica - Amore e violenza - dal titolo un po’ Sturm und Drang, mostra quanto sia ancora persistente l’idea di una duplice e opposta temporalità del femminismo, diviso tra moto continuo e tempo del Big Bang, tra fallimenti dell’emancipazione e istanze critiche radicali.
Al centro dell’analisi di Melandri è quello che lei chiama “il fattore molesto”, il dato che disturba, distruttore della diade amorosa, ciò che si insinua nella coppia fusionale; l’aspetto violento nascosto dentro l’amore, “per quel retaggio preistorico che si porta dentro: la nostalgia dell’originaria unità a due”. (p. 65) Dei cinque capitoli, il secondo – “Madri amanti” – contiene pagine di critica assai brillanti e condivisibili sulla rappresentazione del femminile nell’era berlusconiana, in cui trionfa la polarità madre-prostituta, il corpo materno e quello erotico, variamente miscelati quando si vuole parlare dei vantaggi del “fattore D” nelle aziende, nelle istituzioni, nei media.
In Amore e violenza Melandri dialoga spesso con alcune figure privilegiate: emerge una luminosa Rossana Rossanda, alla quale il libro è dedicato, e poi Carla Lonzi, Asor Rosa. Ma su tutte giganteggia Elvio Fachinelli, con il quale Melandri ha collaborato a lungo negli anni del collettivo intorno alla rivista “L’erba voglio”. Studioso e terapeuta alquanto eccezionale nel panorama della psicoanalisi italiana del periodo, Fachinelli si distingue per l’intelligenza con cui ha cercato di interpretare i movimenti degli anni ’70, come mostrano i saggi pubblicati su “Quaderni piacentini” nel ‘68 – famosi Il desiderio dissidente e Gruppo chiuso o gruppo aperto? -, accanto alla raccolta Il bambino dalle uova d’oro (1974) da poco ristampata.
Questi interlocutori costituiscono l’indispensabile intelaiatura per mettere a fuoco il principale riferimento affettivo, politico, culturale di Melandri: l’esperienza dei collettivi milanesi che si riunivano a via Col di Lana e in seguito a via Cherubini, cellula germinale da cui ebbe poi origine il gruppo fondatore della Libreria delle Donne. Leggendo le belle pagine di rievocazione critica della giovane cresciuta in provincia che arriva a Milano negli anni ’60, nel decennio successivo vede la propria esistenza trasformarsi radicalmente e poi sente di essere trascinata nell’imprevisto scatenato dal movimento delle donne, si accendono molte curiosità. Ci si rende conto, infatti, di quanto poco ne sappiamo di quelle esperienze, come anche dei tanti altri femminismi del paese.
Da questo punto di vista Amore e violenza costituisce un invito rivolto alle donne della sua (che è anche la mia) generazione e a quelle delle generazioni successive, a impegnarsi per illustrare le infinite, multiformi, differenti pratiche femministe esistenti; spesso poco appariscenti, eppure diffusi in ogni angolo del paese negli anni ’70, in molti quartieri delle città più grandi; come si deduce dal bell’”Almanacco” che le edizioni delle donne pubblicarono nel 1978 documentando la presenza di gruppi da Gela a Pinerolo, da Subiaco a Iglesias. La grande maggioranza dei collettivi di donne era lontanissima, nelle pratiche e nella composizione, da quelli più noti nella capitale lombarda: diseguali essendo allora, come oggi, i modelli familiari, culturali, socio-economici e di attivismo politico prevalenti nell’una e nell’altra città, in questa o quella zona di una stessa città. E tuttavia, di tanta ricchissima e diversificata pluralità di esperienze sappiamo ancora troppo poco. Né si può contare su un insieme di profili biografici a tutto tondo, quel poco esistente fuori dagli stereotipi diffusi dai media relegato com’è al cinema e alla letteratura.
Crescere a Foggia o a Cuneo, a Latina o Campobasso, è stato ed è - per le donne di 50 anni fa come per quelle di oggi – assai diverso che crescere a Milano, Roma o Napoli. Il mito della comunicazione globale fa spesso dimenticare quanto, in un piccolo paese o nella grande città, appaiano difformemente declinati i pregiudizi anti-femminili e la marginalità delle donne. Ancora meno ci rendiamo conto di quali siano i referenti culturali delle più giovani, diversissimi da quelli delle femministe storiche. La misoginia e la commercializzazione del corpo femminile esplosi sotto il regime berlusconiano non soltanto risultano diversamente assimilati e influenti nel nord-est da come invece sono in Irpinia o in Friuli, ma rimandano a una situazione entro la quale – per riprendere un punto importante sollevato da Melandri – “l’allargamento della cittadinanza alle donne, oltre a essere tuttora ‘imperfetta’, ha continuato a convivere con l’ideale di un femminile come mancanza, subumanità, soggetto debole da proteggere, tutelare, difendere dai propri cattivi impulsi.” (p. 69)
L’esplosione delle manifestazioni di massa delle donne il 13 febbraio scorso, iniziativa peraltro criticata da Melandri, è un segnale importante di quanta vitalità e voglia di liberarsi da questo oppressivo fardello siano stati profusi e iniettati per oltre quattro decenni dal femminismo nella società italiana. E tuttavia, è anche chiaro quanto poco prevedibili sono ancora le forme che potrebbe assumere questo urlo collettivo dove convivono insieme sentimenti e atteggiamenti opposti e spesso contraddittori: lo sdegno e l’orgoglio, il desiderio e la prudenza, la fermezza e gli slanci, i ritardi dell’emancipazione e le audacie tecnologiche post-femministe.
Lea Melandri, Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà, Bollati Boringhieri, Torino, 2011, pp. 165, € 15,00

UNA RETE PER SCALARE LA MURAGLIA DI STATO

  • Nov 30, -0001
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5 5 2011

di Marcella Corsi
 
Presenti nei grandi numeri della base, assenti ai vertici della piramide. Sebbene storicamente più aperta al lavoro femminile, la pubblica amministrazione sbarra ancora le porte al vertice. Solo l'1,5% delle donne dirigenti è in posizioni apicali (contro il 9,7% degli uomini), mentre solo il 27,4% delle dirigenti ha la qualifica di direttore generale (contro il 61,3% degli uomini). I board delle autorità indipendenti, in sei casi su undici, sono al 100% maschili. Per cambiare questi ed altri numeri (si veda la nostra scheda per un riepilogo aggiornato sullo stato delle cose) è nata una rete delle alte professionalità femminili nella pubblica amministrazione: Armida, costituita negli stessi giorni in cui veniva approvato al senato a larga maggioranza il progetto di legge Golfo-Mosca, che introduce nel nostro ordinamento le quote di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate e nelle società a partecipazione stata le. Ne parliamo con Monica Parrella - Segr. Gen. Associazione Giovani Classi Dirigenti delle Pubbliche Amministrazioni (Agdp).
Come nasce questa rete e quali obiettivi si pone?
L’Agdp sostiene da tempo la necessità di introdurre forme di democrazia paritaria a tutti i livelli del settore pubblico: dai vertici degli enti pubblici, ai board delle authorities e di tutti gli organi collegiali operanti presso le pubbliche amministrazioni. I giovani dirigenti pubblici hanno perciò partecipato e continueranno a partecipare a iniziative di sostegno affinché il progetto di legge Golfo-Mosca approvato al senato e adesso all'esame della camera divenga presto legge e vengano approvati nei tempi previsti i regolamenti che consentano di avere “quote rosa” anche nelle società pubbliche. E’ a questo fine che ci siamo fatti promotori della rete Armida, alla quale partecipano donne operanti nella pubblica amministrazione in ruoli di alto profilo (oltre a dirigenti pubblici, magistrati, diplomatici, funzionari parlamentari e di authority, segretari comunali), che si propone di elaborare posizioni condivise in tema di democrazia paritaria, conciliazione dei tempi di vita e lavoro, flessibilità e innovazione nell’organizzazione del lavoro.
Ci può esplicitare le premesse da cui parte la vostra iniziativa?
Le proposte dell’Agdp, sulle quali abbiamo raccolto l’interesse ad avviare un percorso comune da parte di altre donne impegnate in incarichi di alto profilo nella pubblica amministrazione, sono calibrate non rispetto alle generali tematiche della scarsa occupazione femminile e della conciliazione vita/lavoro, ma rispetto alla specifica questione dell’empowerment del management femminile, corrispondente nel settore pubblico all’area dei dirigenti o equiparati (ad es. segretari comunali, capi ufficio, responsabili di unità operative, capi divisione di authorities, titolari di uffici giudiziari direttivi). In particolare, focus della nostra riflessione sono le giovani donne dirigenti, che spesso sopportano le maggiori difficoltà sul piano della conciliazione famiglia/lavoro, ma al contempo presentano il maggior potenziale in termini di produttività e innovazione dei processi.
Le proposte dell’Agdp si fondano su alcuni dati rilevanti, dai quali si desume con chiarezza la disparità di trattamento che coinvolge nel nostro paese le donne, anche quelle altamente qualificate, e che tende ad espellerle o a marginalizzarle nel mondo del lavoro, in particolare dopo i congedi di maternità e parentali e quando utilizzano gli strumenti di flessibilità lavorativa che l’ordinamento già prevede, anche solo per limitati periodi. Le donne dirigenti appartenenti alle nuove generazioni, per quanto più numerose del passato, hanno ancora difficoltà ad infrangere il cosiddetto glass ceiling. Più specificatamente, si osserva una disparità di genere laddove il criterio di selezione è la cooptazione slegata da un confronto meritocratico tra i candidati (2): cooptazione che risulta influenzata non soltanto da una serie di stereotipi di genere connessi al ruolo sociale convenzionalmente attribuito alle donne, ma anche da forme di “autoesclusione” o di mancata promozione delle candidature. La situazione fotografata comporta un problema di efficienza delle organizzazioni, in quanto, con tutta evidenza, mentre si osserva la sostanziale parità tra i sessi nei casi in cui la selezione si basa sul merito, al contrario nella scelta di top manager e di altre figure apicali pubbliche, si lascia spesso fuori una parte (quella femminile ) del bacino di talenti. (si veda la scheda con i dati) Ciò si riflette su una verosimile perdita di produttività/innovatività, conseguenza della “penalizzazione” soprattutto delle donne trenta/quarantenni, la cui carriera risulta spesso bloccata dopo aver passato la selezione meritocratica del pubblico concorso. Nell’attuale situazione economica nazionale, e con i livelli di produttività tra i più bassi d’Europa che l’Italia sta sperimentando, la pubblica amministrazione, come anche il sistema produttivo del nostro paese, non può permettersi di sprecare talenti, a maggior ragione quelli che sono già nelle sue fila e ha già selezionato per merito.
Da qui il vostro motto “quote rosa sì, ma solo per chi lo merita”. Ma come si traduce in pratica? Quali sono le vostre proposte?
 I destinatari delle nostre proposte sono i decisori politici e i vertici amministrativi di ministeri, enti pubblici e amministrazioni regionali e locali, nonché le organizzazioni sindacali.
Con riguardo al tema delle quote, poiché a nostro avviso il settore pubblico non può rimanere indietro sui temi della rappresentanza di genere rispetto al settore privato sul quale incide il ddl Golfo-Mosca, i giovani dirigenti e la rete Armida intendono proporre norme che assicurino forme di democrazia paritaria anche per i vertici degli enti pubblici, per i collegi delle autorità amministrative indipendenti e più in generale per tutti gli organismi collegiali del settore pubblico, nell’ambito dei quali la presenza delle donne è ancora fortemente minoritaria. Peraltro, nel settore pubblico, ove non è presente un controllo esterno derivante dai meccanismi di mercato, riteniamo necessario che la scelta dei candidati alle posizioni apicali sia realmente fondata su merito e competenze e, dunque, che l’introduzione di istituti di rappresentanza di genere equilibrata sia accompagnata quantomeno da cautele che garantiscano trasparenza e accountability. Per questo proponiamo l’istituzione di banche dati di curricula, organizzate su base nazionale, regionale e provinciale obbligando le pubbliche amministrazioni ad attingervi per le candidature relative alle posizioni aperte o comunque in rinnovo, nonché a rendere noti sui propri siti Internet i criteri di scelta e, a selezioni concluse, gli esiti delle valutazioni.
Oltre a queste proposte, che si possono definire di “hard law” (che importano modifiche delle norme vigenti), abbiamo anche elaborato misure che si possono definire di “soft law ” (che non richiedono nuove leggi, ma atti amministrativi e/o accordi sindacali). In particolare, ci proponiamo, senza la necessità di interventi legislativi, 1) di avviare un programma di mentoring e coaching per giovani donne dirigenti, finalizzato ad acquisire conoscenze e tecniche che favoriscano il passaggio al middle e al top management, individuando dirigenti apicali disponibili a svolgere attività di mentoring/coaching rispetto a giovani donne dirigenti ad alto potenziale; 2) adottare in via sperimentale da parte degli aderenti all’associazione (molti dei quali sono middle o top manager pubblici) alcune misure di soft law nella propria struttura di riferimento, operando un successivo monitoraggio; 3) proporre a tutte le amministrazioni pubbliche il pacchetto “pronto uso” di misure soft law a valle della sperimentazione; 4) Promuovere un processo volto alla costituzione di un network pubblico/privato (Public Private women partnership) di studio, approfondimento e proposta sui temi della dirigenza femminile.
E’ in particolare con riferimento a quest’ultima linea d’azione che è nata ARMIDA. E’ importante riuscire a coinvolgere nelle nostre azioni sia soggetti pubblici che privati; in tale direzione, speriamo soprattutto di riuscire a coinvolgere maggiormente le donne presenti all’interno del mondo universitario mentre abbiamo già assunto i primi contatti con le donne medico, le altre professioniste operanti nel settore privato, nonché le dirigenti d’azienda.
 
Note:
(1) Il modello che risulta maggiormente all’avanguardia è quello sperimentato con successo presso l’Inail, come si può desumere dal rapporto di sintesi 2010 del Dipartimento funzione pubblica e del Dipartimento pari opportunità sull’attuazione della direttiva emanata 23 maggio 2007
(2) In proposito, per il settore pubblico, si richiamano i dati percentuali distinti per genere dei dirigenti statali di I fascia e degli apicali, alcuni dati significativi tratti dal rapporto di sintesi 2010 del Dipartimento funzione pubblica e del Dipartimento pari opportunità sull’attuazione della direttiva emanata 23 maggio 2007 recante “Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche”, i dati sulla percentuale di donne negli OIV, nei board delle autorità indipendenti e negli uffici di diretta collaborazione dei Ministri (si veda scheda dati).
Per i magistrati e i diplomatici si può fare un confronto tra i risultati dei concorsi pubblici e le percentuali di donne negli incarichi direttivi. Le donne magistrato: al concorso pubblico del 2004 hanno raggiunto il 60 per cento del totale dei vincitori (236 su un totale di 379 candidati che hanno superato le prove).

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