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RI-PENSARE LA FAMIGLIA E IL TERRITORIO

  • Nov 30, -0001
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5 5 2011


di Barbara Poggio
 
Le politiche familiari in Italia non godono certo di buona salute. Nonostante si tratti di un paese in cui la retorica sulla “Famiglia” è molto accentuata (o forse proprio per questo), il ceto politico italiano non ha mai brillato per attenzione e lungimiranza nei confronti delle problematiche che caratterizzano l’esperienza concreta e quotidiana delle famiglie. Di fatto i pochi interventi realizzati si sono sempre per lo più limitati a sgravi fiscali e trasferimenti monetari diretti alle famiglie, piuttosto scarsi e mal distribuiti.
Negli ultimi anni la situazione è andata ulteriormente aggravandosi e oggi appare particolarmente critica, anche in conseguenza del forte disinvestimento nei confronti delle politiche familiari operato dai consistenti tagli dei fondi ad esse destinati, all’interno dell’ultima legge finanziaria.?Il Disegno di legge di stabilità 2011 e il Bilancio di previsione 2011, approvati dal senato nel dicembre 2010, ridimensionano infatti in modo drastico il Fondo per le politiche della famiglia, istituito nel 2006. Rispetto all’anno precedente si passa da 185,3 a 51,5 milioni di euro, con una riduzione pari al 72,2%: un dato così eclatante che non sembra aver bisogno di ulteriori commenti.
A fronte di uno scenario così preoccupante, mi pare tuttavia utile segnalare un’esperienza che si pone certamente in controtendenza con l’orientamento appena evidenziato e che rappresenta un laboratorio sociale a cui guardare con interesse e attenzione per un effettivo cambio di rotta in materia di politiche familiari. Mi riferisco al testo di legge unificato recentemente approvato dalla provincia autonoma di Trento (PAT) dal titolo “Sistema integrato delle politiche strutturali per la promozione del benessere familiare e della natalità” (L. 2 marzo 2011, n. 1). La legge parte dal riconoscimento delle famiglie quali soggetti attivi dello sviluppo economico e sociale, tenendo al contempo conto delle difficoltà concrete che le famiglie vivono nell’attuale frangente economico di crisi. Il testo definitivo, che armonizza cinque diversi disegni di legge, interviene su una molteplicità di ambiti, a partire dal riconoscimento della complessità della tematica affrontata e dall’opportunità di una azione integrata e coordinata tra i diversi attori istituzionali e territoriali. In particolare è possibile individuare tre principali campi di azione: gli interventi a sostegno dei progetti di vita per le famiglie; le misure rivolte ai tempi dei territori e alla conciliazione tra tempi familiari e tempi di lavoro; la realizzazione di un distretto per la famiglia.
Per quanto riguarda il primo ambito, ovvero il sostegno ai progetti di vita per le famiglie, la legge prevede in particolare
- l’erogazione di un contributo mensile per il genitore che si astiene temporaneamente dall’attività lavorativa per dedicarsi alla cura del figlio, nel primo anno di vita, nel caso in cui l’altro genitore, se presente, svolga attività lavorativa o comunque non possa svolgere attività di cura sostegni finanziari ai genitori che si astengono dal lavoro nel primo anno di vita dei figli;
- contributi per sostenere le spese domestiche e sanitarie delle famiglie numerose (con tre o più figli
- un fondo di garanzia per garantire l’accesso al credito per le famiglie che sperimentano condizioni di incertezza economica;
- la possibilità di accedere al prestito d’onore da parte di nubendi, giovani coppie, famiglie numerose o nuclei familiari in cui siano presenti dei figli minori, in relazione a determinate spese.
Per quanto concerne invece il secondo ambito, relativo ai tempi del territorio e alla conciliazione tra tempi familiari e tempi di lavoro, le misure previste riguardano:
- il diritto all’utilizzo dei servizi di assistenza e cura per figli in fascia 0-3 anni, garantito attraverso una più capillare diffusione dei servizi socio-educativi per la prima infanzia (asili nido e servizio tagesmutter) o, nel caso di  mancata copertura, tramite l’erogazione di un assegno che consenta l’accesso a servizi alternativi; il sostegno economico per l’acquisto di servizi da parte di organizzazioni accreditate (tramite buoni di servizio); la possibilità di progetti di auto-organizzazione dei servizi nell’ambito dell’associazionismo familiare (è il caso ad esempio di una associazione costituita dalle famiglie di una piccola realtà locale che ha organizzato un servizio di anticipo e posticipo per i bambini delle scuole elementari);
- il potenziamento dei servizi di conciliazione famiglia-lavoro anche per chi ha figli fuori dalla fascia 0-3 anni;
- l’adozione da parte delle organizzazioni pubbliche e private di modelli di gestione organizzativa attenti alla conciliazione tra lavoro e famiglia, con la definizione di specifiche linee guida (che la legge non cita direttamente, ma che sono contenute nel processo di certificazione denominato family audit, elaborato e già sperimentato dalla stessa provincia di Trento e attualmente in via di adozione da parte del sottosegretariato di Stato per le politiche per la famiglia del governo italiano);
- la promozione di servizi interaziendali di prossimità a supporto dello svolgimento di impegni familiari, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie; il coordinamento dei tempi e degli orari del territorio per migliorare l’accesso ai servizi e la mobilità urbana e favorire una maggiore qualità della vita.
Infine la legge promuove la realizzazione di un distretto per la famiglia, con l’obiettivo di favorire l’incremento qualitativo e quantitativo dei servizi resi dalle organizzazioni private alle famiglie con figli, indicando specifici standard di “qualità familiare” dei servizi erogati da parte delle organizzazioni aderenti e definendo i criteri di certificazione. Va a tal proposito segnalato che attualmente in provincia di Trento vi sono già circa 200 organizzazioni e una trentina di comuni che hanno ottenuto la certificazione denominata Family in Trentino. Sono inoltre stati già siglati tre accordi di area in diversi territori, per la costituzione di "distretti famiglia”, tramite percorsi di certificazione territoriali familiare mirati a rafforzare il sistema dei servizi e delle iniziative per la famiglia a  livello locale, tramite il coinvolgimento di una pluralità di attori (enti pubblici, privati, associazionismo), anche al fine di una valorizzazione turistica del territorio.
Per il finanziamento delle azioni contemplate dalla legge sono stati stanziati 5 milioni di euro per il 2011, ma ne sono previsti, a regime, 16, di cui la maggior parte destinati al potenziamento dei servizi per la fascia 0-3 anni. Le restanti azioni prevedono invece costi relativamente contenuti, perché basati soprattutto su una riorganizzazione del sistema di servizi già esistente e su una più capillare attività di coordinamento, valorizzazione e potenziamento del tessuto sociale locale.
Come ogni testo normativo, tanto più se interviene su materie ampie e precedentemente non soggette a regolamentazione, anche la “Legge sul benessere familiare” della PAT, presenta ovviamente delle criticità e delle aree di miglioramento. Tra queste si può forse indicare l’enfasi nella titolazione sul termine “natalità”, non solo sul piano simbolico, per l’assonanza con le campagne demografiche di regimi del passato,  ma piuttosto per il rischio di dare della famiglia una definizione un po’ appiattita sulla dimensione procreativa, anche se è innegabile che una delle principali conseguenze della scarsa attenzione prestata alle politiche familiari in questo paese è la forte contrazione delle nascite, oggi aggravata dal fenomeno della precarietà lavorativa.
In prospettiva, e proprio nell’ottica dell’integrazione a cui la  legge si richiama, sarebbe auspicabile una ulteriore articolazione degli interventi che preveda una pluralità di ambiti di sviluppo, come politiche per l’infanzia in cui la cura e il benessere dei bambini siano percepiti come beni collettivi e non individuali; politiche attente al tema dell’invecchiamento, anche in considerazione del fatto che per le generazioni oggi adulte in realtà la principale necessità di cura riguarderà più i familiari anziani che i figli; politiche che tengano conto della pluralizzazione dei modelli familiari, conseguenza dei rilevanti cambiamenti sociali degli ultimi decenni. Relativamente alle iniziative finalizzate a favorire un miglior equilibrio tra vita lavorativa e vita familiare, potrebbe inoltre rivelarsi utile una più forte attenzione ad individuare forme organizzative in grado di non penalizzare la scelta conciliativa in termini di sviluppo professionale, intervenendo pertanto anche sulle implicazioni legate alla segregazione verticale di genere.
Inoltre sarebbe opportuna una ulteriore focalizzazione sulla questione della precarietà giovanile, delle sue implicazioni sia in termini di investimento familiare che di sostenibilità futura (si pensi alla ancora poco considerata, ma molto preoccupante, questione previdenziale).
Al di là dei rilievi critici  o delle proposte migliorative che possono essere avanzate in relazione alla legge trentina, questa esperienza si configura sicuramente come un’oasi nel desolante deserto italiano. Il fatto che sia stata realizzata in una provincia autonoma, e come tale caratterizzata da maggiori risorse finanziarie rispetto ad altri contesti regionali, può far sì che venga percepita come una sorta di miraggio, difficilmente raggiungibile da realtà gravate da maggiori problemi di bilancio. Tuttavia, se è vero che l’autonomia e una più ampia disponibilità economica possono  agevolare iniziative di questo tipo, va tuttavia sottolineato che molte delle azioni adottate o previste  riguardano soprattutto una riorganizzazione virtuosa del sistema dei servizi e  una valorizzazione della sussidiarietà del territorio e come tali potrebbero essere implementabili anche in altri contesti territoriali, con costi relativamente contenuti. Più che un miraggio, pertanto, questa esperienza potrebbe essere considerata come un esempio concreto (e certamente anche migliorabile) di innovazione ed attivazione, da cui prendere spunto e linfa per avviare finalmente, a livello nazionale, quella riforma delle politiche familiari che fino ad oggi in molti hanno evocato e sbandierato, ma nessuno ha mai davvero saputo realizzare.

QUANTO LAVORIAMO GRATIS. I NUOVI DATI OCSE

  • Nov 30, -0001
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13 4 2011

Ultimi dati sul lavoro gratis. "Le donne italiane si dedicano al lavoro non retribuito (cucina, pulizia, assistenza, ecc.) per 3 ore e 40 minuti al giorno in più rispetto agli uomini, ovvero la più ampia disparità di genere nei Paesi Ocse dopo Messico, Turchia e Portogallo". Parola di Ocse. Tutti i numeri, italiani e degli altri paesi, sono consultabili sul sito dell'Ocse. Da leggere e commentare. Come ha fatto per esempio Luisa Pronzato nel suo blog sul Corriere.it

 

TI RACCONTO IL PRECARIATO

  • Nov 30, -0001
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7 4 2011

di Barbara Leda Kenny
 Tre giovani donne si cimentano con il racconto delle precarietà, a partire da sé. Il tratto comune dei libri scelti stavolta - tra gli altri -  in libreria è l'auto-ironia, sono libri che fanno ridere, ma la risata è amara.
Michela Murgia: "Il mondo deve sapere" è la sua opera di esordio, l'esilarante racconto di una giovane stra-laureata al call center dell'aspirapolvere intergalattico venduto a domicilio. Un diario che, giorno per giorno, ci racconta delle casarecce, ma molto american style, tecniche motivazionali, di "come ti frego la casalinga", della competizione selvaggia e il miraggio di un'improbabile carriera a colpi di contratti trimestrali. Il libro nasce dal successo del blog ed è stato trasformato nel film "Tutta la vita davanti" di Virzì. Una storia che parla di una generazione, quella che prima o poi, per poco o per tanto, dal call center ci siamo passati quasi tutti.
Silvia Dai Pra', "Quelli che però è lo stesso"; dopo un dottorato e gli studi all'estero, una giovane trentenne si iscrive al provveditorato (bisogna tentarle tutte, la via della ricerca ha bisogno di essere accompagnata da un lavoro altro) e viene chiamata per una supplenza annuale ad Ostia. La protagonista si ritrova così a fare l'insegnante senza averci mai pensato: tre trimestri tra giovani fascisti, ragazze che non sanno come si rimane in cinta, gli scoppi di rabbia di adolescenti sentimentali e una scuola che non riesce a dare stimoli, a educare e spesso neanche a trattenere. Un percorso di crescita, dove a crescere è la protagonista che, non più protetta dalle mura dell'accademia, vede messa a dura prova la sua identità "di brava ragazza di sinistra". Tragicomico, si fa leggere tutto d'un fiato.
Caterina Venturini "Le tue stelle sono nane" , è un'opera prima che, per raccontare la precarietà e il difficile ingresso nel mondo del lavoro di una giovane donna (anche lei, ovviamente, come le altre protagoniste iper-formata), sceglie come espediente narrativo un surreale gioco dell'oca. Ambientato a Milano, in forma di quasi-favola nera riesce a raccontare le fatiche e le torture della stagista a cui vengono chieste mansioni umilianti e abnegazione in cambio di miraggi e promesse. E' un one woman show, la giocatrice deve farsi carico di tutto: delle mosse efficaci, delle disgrazie, delle ricompense e delle punizioni, un circuito che ha un inizio ma di cui non si vede la fine.
L'altra faccia del problema è oltreconfine: secondo Almalaurea, il 3,5% dei laureati sceglie ogni anno di trasferirsi all'estero (con un costo economico-sociale di 6 miliardi di euro, secondo il Sole24ore). Cervelli in fuga (negli ultimi anni una media del 30% dei neo-assunti dal CNR francese sono italiani), ma non solo: anche tanti ragazzi e tante ragazze normali alla ricerca di meritocrazia, possibilità, welfare. Le storie dei nuovi emigranti sono raccolte in un volume di Claudia Cucchiarato "Vivo altrove", un ritratto generazionale che racconta l'emorragia tutta italiana di idee, capacità e competenze.

PRECARI E PRECARIE, PROTESTA IN CORPO

  • Nov 30, -0001
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7 4 2011

di Teresa Di Martino
Un caldo pomeriggio d’ottobre, mentre guardavo tre donne fare irruzione in un grattacielo abbandonato e arrampicarsi fino in cima per esporre al mondo uno striscione che rivendicava i loro diritti, diritti di lavoratrici, ho pensato che la loro presa di parola fosse “violenta” e “pericolosa”. Un mese fa una scena simile: tre uomini che sventolavano le loro bandiere, bandiere di diritti, sopra la gru di un cantiere edile bloccato.
Dopo pochi giorni mi sono ritrovata sul tetto di un mobilificio in fallimento, con decine di donne sedute sul cornicione a “vegliare” sul loro striscione, anch’esso rivendicante, esposte al vento e al freddo di un inverno poco generoso. Mentre le guardavo pensavo che se in passato le rivendicazioni del mondo del lavoro passavano per la rappresentanza, oggi passano dai corpi, spesso corpi di donne.
E non succede solo perché la rappresentanza al lavoro ha perso di senso, c’è di più, qualcosa di più profondo ed inquietante: la solitudine. E’ questa la condizione materiale e simbolica che vivono oggi molte lavoratrici e molti lavoratori, soli nel lavoro, soli nella contrattazione, soli nella rivendicazione. E’ una condizione che la mia generazione ha conosciuto e conosce come esclusiva: per molte e molti il lavoro è sommerso, precario, non garantito, pagato poco, negoziato faccia a faccia con il datore di lavoro, isolato, da casa, con una camera da letto trasformata in ufficio e un pc come finestra sul mondo.
E alla differenza generazionale si aggiunge quella sessuale: donne discriminate, nella precarietà. Le giovani donne, più istruite degli uomini, flessibili, multitasking, portate al lavoro di “cura del prodotto”, responsabili, sono proprio quello che il mercato cerca (basta leggere un qualsiasi annuncio di stage/lavoro), quello stesso mercato che provvede poi, puntualmente, a discriminarle, a pagarle meno, a fargli firmare dimissioni in bianco, a respingerle quando sono in età da maternità.
E’ il ricatto della scelta tra lavoro e vita, una contrapposizione che non parla di conciliazione o di pari opportunità, bensì di modo di stare al mondo, anche in quello del lavoro. Di questo, io e le mie compagne “diversamente occupate”, abbiamo detto e scritto molto, sulla ricerca di senso dell’esperienza lavoro, sulla negoziazione col proprio corpo e col soggetto pubblico, sul desiderio e sul piacere da portare al lavoro senza cadere nella trappola dell’espropriazione, sul desiderio di tempi e spazi pubblici in cui prendere parola senza perdere le proprie differenze.
E’ proprio questo che mi ha spinto a promuovere, insieme ad altri,  la manifestazione del 9 aprile “il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta”, perché se è vero che i tempi sono maturi per unire forze, energie, saperi e pratiche, metterli in rete e trasformarli in corpi che entrano in relazione, io credo sia giunto il momento di riprenderci anche lo spazio, pubblico e politico. Credo sia giusto. Per quelle donne che erano sul tetto, per gli studenti che hanno scosso l’Italia, per chi vive la precarietà come sistema e condizione di lavoro e vita, per chi la precarietà la incontra senza aspettarselo.
E’ tempo che i percorsi che l’intero paese ha messo su in questi anni, àncore di salvezza nel mare dell’isolamento, debbano finalmente incontrarsi e unire le forze, senza dimenticare le differenze, ma trasformando in condivisione reale e in presenza quell’espressione suggestiva ma forse abusata di “fare rete”. Quando immagino il 9 aprile immagino un grande abbraccio caloroso e solidale, che possa raggiungere tutte e tutti, che possa dire loro “ci siamo, siamo tanti, siamo insieme”. E allora se saremo in piazza il 9 aprile sarà perché “il nostro tempo è adesso” e perché vogliamo riprenderci i nostri tempi, tutti: il tempo dello studio, il tempo del lavoro, il tempo dell’amore, il tempo del desiderio, il tempo della maternità, il tempo delle relazioni, il tempo della pratica politica, senza essere costrette a scegliere, senza dover sottostare a ricatti. E vogliamo riprenderci anche lo spazio, pubblico e politico, fatto di corpi, voci e relazioni che si incontrano. Partiamo da qui. Il 9 aprile si inaugura un percorso che è fatto di relazioni e parla di diritti.

IL LAVORO FEMMINILE BOCCIATO ALL'ESAME DI DIRITTO

  • Nov 30, -0001
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7 4 2011

di Stefania Scarponi

 Molte riforme intervenute sul versante normativo negli ultimi anni - dalla riforma del pubblico impiego, a quella delle pensioni, ai provvedimenti sul lavoro domestico delle badanti, alla legge in materia di orari di lavoro - riguardano per la situazione delle donne sul lavoro ed interagiscono con la conciliazione fra vita personale e vita professionale. Queste modifiche normative hanno alterato in modo profondo il quadro tradizionale di riferimento del lavoro femminile.
La legislazione sul lavoro femminile si fonda su due principi fondamentali ribaditi dalla Costituzione: i) il principio di eguaglianza nell’accesso al lavoro e in tutti gli aspetti attinenti lo svolgimento del rapporto di lavoro, che si traduce nel divieto di discriminazioni e nella promozione delle pari opportunità; ii) la tutela della maternità, che si è estesa nel tempo anche alla paternità per favorire sia la conciliazione tra lavoro e famiglia, sia la condivisione del lavoro di cura, nella logica del superamento della divisione tradizionale dei ruoli all’interno della famiglia, valore che ha trovato attuazione nella ben nota legge n. 53 del 2000, che riguarda molti istituti collegati alla conciliazione, dai congedi parentali all’armonizzazione degli orari nelle città.
La sua attuazione, tuttavia, si è rivelata purtroppo nel tempo poco efficace, con un’attuazione al di sotto alle aspettative. Occorre considerare, infatti, che nonostante la presenza nel nostro ordinamento di una legislazione avanzata anche sotto il profilo della tutela della maternità, è crescente il fenomeno della propensione della lavoratrice dopo il primo figlio a lasciare il lavoro, propensione che dopo il secondo, e il terzo, aumenta in modo esponenziale. Le condizioni di lavoro sono quindi una delle ragioni che influiscono su questa particolare forma di “precarietà lavorativa” delle donne, costringendole ad una scelta contraria ai valori costituzionali  ribaditi in più occasioni dalla Corte costituzionale, secondo la quale il diritto al lavoro delle donne implica come conseguenza necessaria di non dover mai essere sottoposte alla condizione di dover scegliere fra lavoro e famiglia.?Ciò finora è avvenuto prevalentemente nel settore privato, dove la riforma della disciplina in materia di orario di lavoro (legge n. 66/2003) permette una maggiore flessibilità secondo le esigenze delle imprese, mentre non prevede né il diritto individuale ad ottenere regimi di orario compatibili con le esigenze familiari (salvo in casi di turno di notte ed entro certi limiti) né il diritto alla trasformazione in contratto a tempo parziale. Non può escludersi, peraltro, che in futuro analoghe difficoltà si manifesteranno anche nel settore pubblico. Per quanto riguarda questo settore, infatti, una delle modifiche legislative ricordate ha cancellato il diritto individuale precedentemente riconosciuto alla riduzione dell’orario trasformandolo in mera facoltà, assicurando inoltre al dirigente un ampio margine di valutazione dell’eventuale contrasto con le esigenze organizzative (l.133/2008). La riforma del c.d.collegato lavoro (legge 183 del 2010), ha ulteriormente allargato i margini della valutazione riservata ai dirigenti delle pubbliche amministrazioni con riferimento anche alle situazioni pregresse. Le dipendenti pubbliche sono inoltre tenute a prolungare la propria vita lavorativa in virtù della riforma dell’età pensionabile che, in modo discutibile sul piano della correttezza giuridica, ha innalzato fino a 65 anni il requisito per il pensionamento di vecchiaia. Tutto ciò solleva non pochi interrogativi sul modo in cui si potrà far fronte a quel lavoro di cura, di assistenza agli anziani e ai nipoti, che sovente è svolto dalle lavoratrici proprio in quel torno di tempo (si veda su questo sito l'articolo di Bettio e Simonazzi).
Tali fenomeni impongono di ripensare il quadro normativo attuale entro un approccio complessivo, prendendo in considerazione non solo la materia dei congedi di maternità, paternità e parentali. In proposito, il recente d.d.l. n. 2419/2010, che si prefigge di precostituire un ampio spettro di strumenti volti a rilanciare l’occupazione e a ridurre la precarietà, ha indubbiamente  previsto soluzioni innovative  istituendo il congedo di paternità obbligatorio, per 15 giorni dalla nascita del figlio, ed  innalzando la misura delle indennità previste sia per la madre sia per il padre fino al 100% della retribuzione. Innovazioni che riguardano anche i rapporti di lavoro parasubordinati, nella misura in cui siano compatibili, però, con le loro caratteristiche e dunque destinate a non trovare più applicazione al momento della cessazione del contratto di lavoro. L’enorme questione della tutela della conciliazione familiare in caso di contratti “precari” non trova dunque ancora nessuna soluzione adeguata e su di essa si esprimeranno ulteriori riflessioni.
In questa sede, occorre sottolineare che non è stata neppure colta l’occasione per introdurre in via legislativa il riconoscimento di  un vero e proprio diritto, sia per il padre sia per la madre, alla riduzione dell’orario di lavoro in caso di concomitanza di periodi particolarmente pressanti di cura familiare, oppure alla  sua modulazione per favorire la conciliazione fra vita professionale e familiare,  integrando opportunamente le norme attuali che si limitano a prevedere incentivi molto blandi ad azioni positive  sugli orari flessibili. ?Che tale questione sia di importanza cruciale, data l’accentuazione della flessibilità del tempo di lavoro in funzione preminente delle esigenze delle imprese, è dimostrato fra l’altro dall’accettazione dei contratti di lavoro parasubordinato da parte delle donne, dovuta ai minori vincoli negli orari di lavoro, trattandosi di contratti inquadrati nell’ambito del lavoro  autonomo.  In realtà, la diffusione dei contratti di lavoro precario solleva molte altre questioni, fra cui il fatto che spesso costituisce un aggiramento della legge, e allora si tratta di rivendicare in giudizio la trasformazione in contratto di lavoro subordinato. Resta tuttavia ferma l’esigenza  di assicurare sul piano legislativo una disciplina che permetta maggiore disponibilità di scelta individuale quanto agli orari di lavoro come nodo ineliminabile per affrontare adeguatamente una delle maggiori questioni inerenti le tematiche della precarietà.

Me-DeA
6 4 2011


 Il 15, 16, 17 aprile si terrà a Roma la terza edizione degli stati generali della precarietà. Su precaria.org potete trovare l’appello che rilancia l’appuntamento con il programma completo delle iniziative. Insieme a molte altre realtà, stiamo partecipando alla costruzione del workshop “Perfettamente inconciliabili: strumenti e strategie per sabotare lo pseudo-welfare familista”, che dovrebbe tenersi nella giornata di sabato.
Qui di seguito l’appello e alcuni dei materiali proposti per il workshop:
Nel quadro complesso della crisi economica che attanaglia ogni giorno le nostre vite viene riproposto un sistema di governance che utilizza la famiglia come unico ammortizzatore sociale, ovvero come luogo di sostegno e riproduzione del sistema stesso. In mancanza di un “vero” welfare il governo italiano, che interpreta le direttive europee come un invito a rincarare la dose, attraverso il Piano Carfagna Sacconi, definisce un modello di conciliazione lavoro-famiglia in cui le donne (mamme se possibile) sono le uniche a farsi carico delle necessità familiari e quindi sociali.
Viene proposta la conciliazione tra tempi di lavoro salariato e lavoro di cura in famiglia, senza considerare la realtà delle/dei precari/e e istituzionalizzando il fatto che il rapporto di moltissime donne italiane con il welfare è ormai stabilmente mediato dalla presenza delle donne migranti. Questa presenza ripropone su scala globale e rinnovata la questione della divisione sessuale del lavoro, rendendo il welfare non più solo un problema di prestazioni più o meno garantite, ma di rapporti di lavoro e precarietà.
La sussidiarietà tra pubblico e privatosu cui si incentra il Libro bianco di Sacconi non solo punta allo smantellamento del welfare e alla delega del lavoro di cura alle donne ma decostruisce alla radice il concetto di Stato sociale stesso: il welfare perde la sua dimensione collettiva per tradursi in una sorta di assicurazione privatistica, sorretta dalla famiglia, dalla chiesa, dal volontariato, dal privato sociale, dal lavoro salariato delle donne, soprattutto, ma non solo, migranti. Tutto ciò si trasforma in un’ulteriore accelerazione della finanziarizzazione della previdenza, della salute, dell’istruzione.
Infatti il problema di trasformare stipendi sempre più magri e insicuri in risorse per la vita di figli, genitori e nonni, che è un problema sociale, è riproposto come “affare di donne”, anche quando il lavoro riproduttivo sia svolto non più solo gratuitamente ma in cambio di un salario. In questo senso vengono rafforzati i già ben strutturati ruoli sociali che ipotecano i progetti di vita di uomini e donne, deresponsabilizzando stato e imprese per tutto ciò che riguarda il tema del lavoro per la riproduzione sociale. La legge Bossi-Fini diventa uno dei pilastri di questo sistema nel momento in cui istituzionalizza la divisione sessuale del lavoro riproduttivo, mentre il tema della conciliazione non mette minimamente in discussione l’idea per cui la vita di cui si parla non è solo la cura degli altri, ma è soprattutto il mio/nostro tempo.
Partendo dall’inconciliabilità tra le nostre vite e questo modello vogliamo porci alcune domande:
Come rallentare e sabotare questo processo che ingabbia soprattutto le donne e privilegia soprattutto le imprese? Come si passa dal riconoscimento, solo teorico, dell’enorme valore sociale del lavoro di cura svolto quasi esclusivamente dalle donne alla sua valorizzazione reale e alla piena condivisione del lavoro riproduttivo tra donne e uomini, dentro e fuori la famiglia? Come si accede a diritti, e autonomia, senza passare per la subalternità alla famiglia e al lavoro produttivo? Come riprenderci, donne e uomini, i nostri tempi e i nostri desideri?
Invitiamo tutte e tutti a discutere un nuovo Libro FUCKsia di desideri, aspirazioni e rivendicazioni che attacchi i privilegi e i profitti, e che si dia l’obiettivo di costruire strumenti effettivi per la liberazione di tempi e desideri di tutte e tutti, dentro e fuori il lavoro, dentro e fuori la famiglia.
FUCKsia book: Ribellule Roma, precaria.org, Fuxia block Padova, MeDeA Torino, Migrande Bologna (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)
Alcuni dei materiali proposti per il workshop:
http://medea.noblogs.org/2011/01/20/dal-concepimento-alla-morte-naturale/
http://medea.noblogs.org/2011/01/24/la-procreazione-come-destino-di-liberta/
e anche su Uninomade (tutto intero): “La vita e le donne, secondo Sacconi”
http://uninomade.org/la-vite-e-le-donne-secondo-sacconi/
Donata Gottardi su Ingenere “Assegno di maternità per tutte: attente alla trappola”:
http://www.ingenere.it/articoli/assegno-di-maternit-tutte-attente-alla-trappola
Ingenere sul Carfagna- Sacconi:
http://www.ingenere.it/articoli/il-lavoro-delle-donne-non-un-affare-di-donne
http://www.ingenere.it/articoli/lavoro-e-famiglia-proposte-corso
Sul tema del reddito, sul sito del Bin, Angela Lombardi “Dal Mediterraneo all’Europa delle cittadinanze. Tre tesi per il reddito per tutte-i. Il neoliberismo non è un destino”: http://www.bin-italia.org/article.php?id=1536
Cristina Morini “La sicurezza delle donne sta nel reddito”: http://www.bin-italia.org/article.php?id=1468

Posted in comunicati/volantini, iniziative, LibroBiancoSacconi, precarietà, resistenze.
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By me-dea – 04/06/2011

PRECARIETA' E STABILITA'. PROPOSTE PER SALVARSI

  • Nov 30, -0001
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 in genere
 24 3 2011
 
di Gisella De Simone
 
 
1. Il contratto a tempo indeterminato garantisce un rapporto di lavoro stabile e corredato di tutte le tutele standard? Non necessariamente
Nel comune sentire, così come nel linguaggio comune, il “contrario” di precarietà è stabilità. Nel diritto, e nel diritto del lavoro in particolare, non esiste tuttavia una definizione normativa – e dunque neppure una disciplina unitaria e univoca – di precarietà e stabilità. Questa osservazione, di per sé banale, ha tuttavia conseguenze nient’affatto banali.
Trasformare contratti intrinsecamente, “naturalmente” precari (i contratti a termine o il lavoro a progetto, due esempi paradigmatici di contratti “temporanei”) in contratti a tempo indeterminato certo è un obiettivo auspicabile perché elimina la precarietà in senso stretto, aprendo le porte alla stabilità. Ma la stabilità è comunque relativa, il che è ovvio, e soprattutto la sua effettività dipende dallo status del lavoratore, che a sua volta dipende dal “tipo” di contratto di lavoro a tempo indeterminato e dalla disciplina della risoluzione di quel tipo di contratto. Detto in altri termini, il grado di stabilità dipende dalle condizioni che devono ricorrere perché il datore di lavoro possa legittimamente licenziare il lavoratore o la lavoratrice e, al contempo, dalla “forza” delle sanzioni (giuridiche) che si applicano al datore di lavoro nel caso in cui abbia licenziato senza che quelle condizioni ricorressero, sanzioni che, a loro volta, si traducono in  diritti, “forti” o “deboli”, riconosciuti alla persona che è stata vittima di un licenziamento “ingiusto”.
Proviamo a fare un esempio, prendendo spunto da recenti dati riportati dalla stampa[1], letti in una prospettiva di genere. Confermata la maggior presenza (78,4% contro 73,4%) delle donne tra i destinatari di contratti temporanei, si osserva invece, presentandolo come un dato positivo[2], che il 40,6% dei contratti di lavoro stipulati con cittadini stranieri  è rappresentato da contratti a tempo indeterminato, e dunque, secondo la vulgata corrente, “stabili”. Questa preponderanza di contratti a tempo indeterminato – scontato il ricorso a lavoro a termine nell’edilizia e scontato il ricorso contratti a tempo indeterminato per “lavori pesanti” in alcuni settori industriali del nord – è ricondotta, ragionevolmente, ai rapporti di lavoro (quelli regolari, s’intende) che le famiglie stipulano con lavoratori, per lo più lavoratrici, stranieri/e nel settore dell’aiuto domestico e del babysitting, ma soprattutto nel settore dell’assistenza agli anziani. Ma è davvero corretto ritenere che questi rapporti di lavoro, regolari e a tempo indeterminato, siano necessariamente lavori stabili e corredati di tutti i diritti che riteniamo generalmente siano “incorporati” nei contratti standard? La risposta deve essere negativa, alla luce della disciplina giuridica del rapporto di lavoro domestico, nel quale – solo per fare qualche esempio[3] – la maternità non è protetta al pari rispetto agli altri rapporti di lavoro e la stessa stabilità sostanzialmente non esiste, poiché il datore di lavoro può recedere liberamente (= licenziare la badante). Mi pare basti questo esempio, specifico ma certo non marginale nell’esperienza del lavoro femminile (dal lato sia dell’offerta che della domanda di lavoro domestico), per dimostrare che la stipulazione di un contratto a tempo indeterminato non garantisce, di per sé, né la stabilità del rapporto né i diritti fondamentali della persona che lavora. L’esempio induce peraltro a ribadire, ancora una volta[4], la necessità di tornare a riflettere sul lavoro domestico, fattispecie negletta del diritto e delle politiche del lavoro (ma non è questa l’occasione per farlo).
 
 2. Come ridurre la precarietà con interventi al margine
Sfatato il mito del contratto a tempo indeterminato come sinonimo di stabilità e panacea di tutte le carenze di diritti (di maternità, di conciliazione, etc.), resta il fatto che il contratto di lavoro a tempo indeterminato rappresenta comunque, ad oggi, l’unica via di accesso a quella che potremmo definire “stabilità protetta”. Ben vengano dunque gli interventi legislativi che si propongono, almeno, la riduzione della precarietà.
Merita allora indicare taluni tratti che accomunano alcune recenti proposte di riforma, trascurando qui di considerare le molte e importanti differenze che le separano. In questa sede, mi limito a richiamare l’attenzione sull’indicazione, che pare emergere in modo trasversale nei disegni di legge S2000 (5 febbraio 2010)[5] e S2419 (28 ottobre 2010)[6], di intervenire, per ridurre la precarietà, sul piano delle convenienze economiche dei datori di lavoro, riducendo i costi indiretti del lavoro “stabile” e/o aumentando quelli del lavoro “precario”.
L’art. 9 del ddl S2000 prevede per i lavoratori a termine l’incremento di un punto percentuale dell’aliquota contributiva per l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria, e la stessa previsione viene riproposta all’art. 14 del ddl S2419. L’art. 7 del ddl S2419, con analoga logica, introduce poi un progressivo incremento delle aliquote contributive per i lavoratori iscritti alla c.d. gestione separata dell’Inps (lavoratori a progetto, associati in partecipazione, etc.: tutte forme troppo spesso utilizzate surrettiziamente per evitare la stipulazione di contratti di lavoro subordinato). Molto meno convincente appare invece la (ennesima) proposta di incentivi fiscali per le assunzioni a tempo indeterminato (art. 8 dddl S2419).
Come ho avuto occasione di dire in altra sede[7], a me pare che si possano adottare almeno alcuni provvedimenti minimi per ridurre la precarietà. Cedendo  alla tentazione di “giocare al piccolo legislatore”, e facendo miei frammenti di proposte anche da altri formulate[8], la mia modesta proposta era e resta quella di  rendere più costosi sia i contratti di lavoro a progetto, sia i contratti a tempo determinato.
Una prima via praticabile è quella della parificazione dell’aliquota contributiva per lavoro subordinato (oggi pari al 33%) e lavoro a progetto (oggi al 26%), superando il forte differenziale che attualmente penalizza da una parte il ricorso al lavoro subordinato e dall’altra (a fronte di contributi ridotti) la protezione previdenziale per i lavoratori a progetto. Per questa via si sopprime uno dei vantaggi competitivi propri del  lavoro a progetto rispetto al lavoro subordinato[9], e si può finalmente costruire un futuro pensionistico “decente” per i lavoratori a progetto. In questa direzione si muove il ddl S2419 sopra menzionato, che allinea progressivamente (27% nei primi due anni, 28% dal terzo anno) le aliquote dei lavoratori a progetto (e dintorni) a quella prevista per i lavoratori subordinati, che nella Relazione al ddl si propone di ridurre al 28% (in futuro, con altro atto normativo). Due critiche, tuttavia. In primo luogo la proposta sconta una condizione di improbabile realizzazione (la riduzione di 5 punti dell’attuale aliquota contributiva per i lavoratori subordinati, della quale peraltro non è affatto chiaro quali  potrebbero essere le ricadute, in termini di diritti previdenziali).  In secondo luogo, ed in particolare considerando l’aleatorietà della condizione appena richiamata, la proposta appare davvero troppo timida, rappresentando solo l’ennesimo (seppure benefico) modesto incremento dell’aliquota per i lavoratori a progetto, nella scia della troppo lenta progressione avviata negli ultimi anni.
Una seconda via è quella di introdurre specifici contributi aggiuntivi per l’assicurazione contro la disoccupazione a carico dei datori di lavoro che assumano con contratto a tempo determinato; in questa direzione si muovono entrambi i ddl qui considerati, incrementando di un punto il costo del lavoro a termine.
 
3. Della necessità di un approccio neo-regolativo in materia di stabilità
Molto probabilmente questi incrementi di costi saranno percepiti dalle aziende come “punitivi”; proprio per questo è necessario che, nell’adottare questi provvedimenti, le ragioni di queste scelte e le finalità di destinazione delle maggiorazioni contributive siano dichiarate e trasparenti. Deve essere a mio avviso chiaro che si tratta di interventi “regolativi” (volti a finanziare servizi per l’occupazione, formazione per i lavoratori precari, significativi assegni di disoccupazione, adeguate tutele previdenziali, etc.) e non di interventi “punitivi”: altrimenti, all’italiana, si avvierebbe la corsa alla creazione di “eccezioni meritevoli”: il lavoro stagionale, i picchi di attività, lo start up,  le piccole imprese etc. etc. etc.
Tutto questo può essere realizzato senza aumentare la spesa pubblica, anzi con un beneficio netto per la finanza pubblica, che potrebbe, e dunque dovrebbe, ridisegnare un sistema di welfare adeguato. Mi pare importante tenere fermo questo punto (invarianza della spesa pubblica) nell’attuale situazione economica, per evitare di presentare proposte che, diversamente, verrebbero criticate “a scatola chiusa”, senza scendere a discuterle nel merito, per la sola ragione che aumenterebbero la spesa pubblica. Anche per questo sono contraria agli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, che peraltro notoriamente “premiano” anche le assunzioni che comunque si sarebbero verificate,  e “obbligano” gli estensori di progetti di riforma a procedere escludendo dai benefici le aziende che (si suppone, ma si tratta di una mera ipotesi semplificatrice)  assumerebbero a tempo indeterminato “comunque”: così è “costretto” a fare, per esempio, l’art. 8 del ddl S2419, escludendo le deduzioni IRAP previste per tali assunzioni presso un ampio ventaglio di imprese (bancarie, assicurative, concessionarie di servizi pubblici, etc.).
4. Conclusioni
Con tutta evidenza, le modeste (ma non inutili) proposte qui considerate rappresentano soltanto aggiustamenti al margine, ovvero modifiche normative che non intervengono né sulle ragioni strutturali della precarietà dell’occupazione né sulle “condizioni d’uso” dei contratti in senso lato precari (il contratto a termine, in particolare), né, tanto meno, sul “pacchetto” di diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti ad ogni lavoratore e ad ogni lavoratrice (anche alle badanti, per riprendere l’esempio iniziale).
Resta infatti tutto da sondare il versante dei confini tra subordinazione e lavoro a progetto, delle giustificazioni necessarie per apporre il termine ad un contratto di lavoro, dei controlli (pubblici) sul corretto impiego dei modelli contrattuali utilizzati di volta in volta dalle aziende, della definizione di diritti universali per tutti i lavoratori subordinati. Anche su questo versante esistono proposte di intervento e disegni di legge (tra i molti, quelli sopra citati), e in altra occasione potranno essere valutate. Ma questa, appunto, è un’altra partita.
 

NOTE
[1] Tratti dal Rapporto Uil sulle comunicazioni obbligatorie, per il bienno 2009-2010.
[2] R. Mania, Lavoro, nel biennio della crisi globale contratti a termine al 76& degli assunti, Repubblica 17 marzo 2011.
[3] Il tema, molto studiato in sociologia, è raramente affrontato dagli studiosi del diritto del lavoro, ieri e oggi; per chi sia interessato rinvio al saggio di F. Basenghi, La legge 339/1958: continuità e innovazioni, nel recente Lavoro domestico e di cura: quali diritti?, curato da R. Sarti, originato da un convegno tenutosi nel settembre 2008 presso l’Università di Urbino, sede nella quale il libro sarà presentato e discusso (anche con la partecipazione di chi scrive) il 7 aprile prossimo. Mi permetto anche di rinviare al mio saggio I lavoratori domestici come attori della conciliazione, in M.V. Ballestrero e G. De Simone (a cura di), Persone, lavori, famiglie. Identità e ruoli di fronte alla crisi economica, Torino, Giappichelli, 2009.
[4] G. De Simone, I lavoratori domestici come attori della conciliazione, cit.
[5] http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Ddliter/34907.htm
[6] http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Ddliter/36001.htm
[7] Intervento al convegno “Genere e precarietà”, Trento, 13-14 novembre 2009; a valle di quel convegno è stato dedicato il fascicolo n. 3/2010 (curato da G. De Simone e S. Scarponi ) di Lavoro e diritto (ed. Il Mulino) al tema  “Genere, lavori precari, occupazione instabile”, con i contributi di P. Villa, S. Scarponi, G. De Simone, P. Bozzao, R. Nunin, E. Stenico, F. Torelli,
[8] In particolare, S. Pirrrone, P. Sestito (Le politiche regolative del lavoro: un indicatore quantitativo (1948-2007), in Rivista italiana di diritto del lavoro, 2009, III, p. 269.
[9] Come osservava giustamente Massimo Rooccella ancora nella sua ultima opera edita (Manuale di diritto del lavoro, IV ed. Torino, Giappichelli, 2010), è peraltro assai dubbio che «agendo sulla sola leva contributiva si riesca a perseguire efficacemente l’obiettivo di contenere il ricorso ad una tipologia negoziale che mantiene comunque rilevantissime convenienze sul piano normativo e retributivo».Non a caso sia il ddl 2000 sia il ddl 2419 propongono interventi anche sul piano retributivo, introducendo il «diritto a un compenso dignitoso»  per i lavoratori a progetto (parametrato sulle retribuzioni dei lavoratori subordinati: art. 11 ddl 2419).

SORPASSO E SGAMBETTI, I NUMERI DELLE RAGAZZE

  • Nov 30, -0001
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 24 3 2011
 
di Mara Gasbarrone
 
 
Per l’otto marzo, l’Istat ci ha regalato una breve sintesi dei numeri di cui dispone sulle giovani donne italiane, intendendo per “giovani” i 3 milioni 855 mila donne fra i 18 e i 29 anni. Quella che segue è una sintesi della sintesi.
Che tipo di famiglia è quella delle giovani donne? 71 su 100 vivono con i genitori - contro 83 su 100 degli uomini giovani -  e il 22 per cento vive in coppia, contro l’8 per cento dei coetanei: questo perché, ancora oggi, nella maggior parte delle coppie, la donna è più giovane. Le giovani quindi escono più presto dalla famiglia d’origine e attraversano prima uno delle fasi fondamentali della transizione all’età adulta.
Il 15,4 per cento di loro ha uno o più figli: una percentuale, tutto sommato, abbastanza bassa. Fra quelle che vivono in coppia, il 21 per cento non è sposata, percentuale che forse diminuisce con l’età, perché per molte coppie un periodo di convivenza è preliminare alla successiva “istituzionalizzazione”.
Nell’istruzione, il sorpasso delle giovani donne è già avvenuto, e non da oggi: nel 2010 il 37,6 per cento segue un percorso di istruzione, scolastico o di formazione professionale, contro il 30,7 per cento dei maschi. Sette punti in più, che erano cinque nel 2005. Idem per la laurea: nel corso dei cinque anni le laureate sono passate dal 10,5 per cento al 14,9 per cento delle donne della stessa fascia di età, mentre i laureati erano il 6,9 per cento e sono diventati solo il 9,4 per cento.
Nel lavoro cominciano i dolori: appena il 35,4 per cento delle giovani (anche se mediamente più istruite dei giovani) ha un lavoro, contro il 48,6 per cento dei coetanei. Solo per le laureate il tasso di occupazione è molto vicino a quello dei coetanei (47,7 per cento contro 48,8 per cento). Per di più, le giovani donne hanno più spesso un lavoro a tempo determinato (34,8 per cento delle donne contro il 27,4 per cento dei giovani). Il “precariato” è femmina, e cresce col crescere del titolo di studio: dal 28,8 per cento tra quelle che hanno un titolo di studio basso al 35 per cento delle diplomate, fino al 40,6 per cento delle laureate.
Anche il part-time è femmina, e questo però non ci stupisce: fra le occupate giovani la percentuale è tripla rispetto ai giovani (31,2 per cento contro 10,4 per cento). Ma per i due terzi si tratta di part-time involontario, e il part-time adesso risulta più diffuso al Sud, al contrario di quanto avveniva 20 anni fa. Difficile pensare che, così com’è, esso possa diventare un efficace strumento di conciliazione.
Non studiano e non lavorano, né cercano lavoro, il 30 per cento delle giovani, contro il 23 per cento dei coetanei. Le NEET[1] sono numerosissime tra le giovani con basso titolo di studio (44 per cento): segno che lavori per i giovani che non hanno studiato ancora se ne trovano, ma per le ragazze no.
E il lavoro familiare? Fra chi vive con i genitori, le figlie coinvolte nel lavoro familiare sono il 75,4 per cento contro il 37,3 per cento dei figli, ma anche il tempo mediamente dedicato è superiore (2 ore contro 1 ora e 15). Se questo è l’antefatto, non ci si può stupire che il divario fra i due sessi aumenti fra chi ha una famiglia propria.
Tutto nero, dunque? Non proprio. Le giovani donne in realtà sembrano molto capaci di conquistarsi spazi per sé.
Il 64,4 per cento delle giovani legge libri contro il 41,3 per cento dei coetanei: 23 punti percentuali in più. Si dirà: perché hanno studiato di più. Non solo per questo: a parità di titolo di studio, permane un forte vantaggio femminile. Il 39,6 per cento visita musei e mostre, otto punti in più dei giovani uomini. Il 25,8 per cento va a teatro contro il 19,5 per cento dei giovani. L’81 per cento va al cinema, e finalmente non ci sono differenze con l’altro sesso (forse perché ci vanno insieme). Anche per la musica non sembrano esserci grandi diversità. Per la radio invece sì: la sentono un po’ di più le giovani, specie le laureate.
L’81 per cento usa pc e internet, un valore pari a quello dei coetanei. Per le donne delle precedenti generazioni esisteva invece un sensibile divario. Semmai, differenze esistono rispetto all’acquisto dei marchingegni tecnologici (software e hardware per pc, videogiochi), che sembrano appassionare molto di più gli uomini.
Le donne giovani sono anche meno autodistruttive: tra loro sono meno diffusi i comportamenti a rischio nell’uso di bevande alcoliche (9 per cento fra le giovani contro il 24,8 per cento fra i giovani maschi). In negativo, invece, va segnalata la minore diffusione dello sport, sia se si considera la pratica continuativa (25,3 per cento per le femmine, contro 39,5 per cento per i maschi), sia quella saltuaria (13,5 per cento contro 18,2 per cento). Dobbiamo dire però che, se lo sport in Italia si riduce al pallone, tipico sport maschile, un campetto si trova dappertutto, mentre non si trova altrettanto facilmente una piscina o una palestra, a meno che non sia a pagamento. E se sport è per forza competizione, perché stupirsi che le donne ne siano meno attratte?
In conclusione, siccome siamo incontentabili, diciamo subito che l’Istat ci ha fatto un regalo un po’ “parsimonioso”: ci ha spiegato che cosa distingue le giovani dai coetanei, ma per il resto l’istituto non si è sprecato molto, nonostante tutte le risorse conoscitive che ha a disposizione.
Ecco tutto quello che l’Istat non ci ha detto e che invece ci avrebbe fatto piacere sapere. Anzitutto non ci ha detto nulla delle giovani straniere: stranamente nella sintesi non ce n’è traccia, eppure sono tante. Poi, poco sappiamo delle differenze fra le donne giovani e quelle che giovani non sono più, differenze utili a capire se le donne di domani saranno diverse da quelle di oggi. Ancora, non ci ha detto se le giovani di oggi sono diverse da quelle che erano giovani 20 anni fa, per capire quanto siamo già cambiate. Infine, se e come le giovani italiane sono diverse da quelle degli altri paesi, almeno quelli europei.
Intendiamoci, tutte queste informazioni già le hanno, all’Istat. Avrebbero potuto valorizzare meglio il lavoro che avevano già fatto.
 

[1] L’acronimo NEET sta per “neither in employment nor in education or training”.

LA MATEMATICA METRO DELL'INTELLIGENZA

  • Nov 30, -0001
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10 3 2011


di Zenia Simonella
 
    
La sottorappresentazione delle donne nelle discipline scientifiche è stata per lungo tempo giustificata dal complesso rapporto che le donne avrebbero con lo studio della matematica. È sufficiente ricordare la famosa e criticata affermazione del Rettore di Harvard, Lawrence Summers, pronunciata nel 2005, a proposito delle differenze innate tra uomini e donne nelle abilità matematiche – e il dibattito che ne è seguito – per comprendere quanto questo tema abbia radici profonde (Etzkowitz e Gupta, 2006).
Le spiegazioni delle diversità nelle abilità matematiche si sono basate, nel corso del tempo, su aspetti di tipo biologico: il gap di genere (e la presunta inferiorità delle donne) si credeva fosse dovuto alla presenza nelle donne dei due cromosomi X che avrebbero limitato la varianza della loro intelligenza rispetto agli uomini; oppure, al maggior grado di lateralizzazione del cervello "maschile" rispetto a quello "femminile"; infine, alla differenza del volume del cervello maschile rispetto a quello femminile, che anticamente è stato causa di un falso pregiudizio, secondo cui la superiorità in volume del cervello maschile comporta un qualche vantaggio per gli uomini in termini di prestazioni cognitive (Schiebinger, 1999). Ancora oggi, si enumerano una serie di ricerche che analizzano le differenze cognitive tra uomini e donne come determinate biologicamente. Esse guardano alle differenze sia in termini di abilità matematiche e spaziali (Halpern, 2000; Gallengher, Kaufman, 2005; Spelke, 2005) sia di scrittura e di lettura (Levy, Astur, Frick, 2005).
Nel libro Myths of gender la biologa Anne Fausto Sterling (1992) critica le spiegazioni di tipo biologico per spiegare il gender gap nelle performance matematiche e rileva che negli studi in cui emerge un’effettiva diversità di abilità, si tratta sempre di una differenza minima e tale divario è da spiegarsi in termini sociali. Infatti, in contrasto con l’approccio biologico, si è sviluppato l’approccio costruttivista che ha dato vita ad una serie di studi che mettono l’accento su spiegazioni di tipo psicologico e/o socio-culturale (Halpern and Tan, 2001). Come sottolinea la neuroscienziata Rumiati (2010, p.111): "Anche se storicamente è stato documentato un vantaggio maschile nel campo della matematica, e in particolare del problem solving, negli ultimi anni tale divario si è ridotto notevolmente fino a scomparire nelle società più egualitarie. Le prestazioni matematiche delle donne possono essere danneggiate da stereotipi negativi. Quindi, la stessa affermazione di Summers, se anche è stata pronunciata per stimolare provocatoriamente la ricerca in questo campo, in realtà può aver acuito il gap sessuale nella scienza, attraverso l’attivazione della paura dello stereotipo". In effetti, è noto come l’azione di stereotipi di natura positiva o negativa possa influenzare in un senso o nell’altro la performance di un individuo (la cosiddetta minaccia dello stereotipo, Steele, Aronson, 1995) e quanto sia importante il ruolo giocato dalla cultura in tali questioni (si veda per esempio, lo studio pubblicato su Science di Guiso, Monte, Sapienza, Zingales, 2008).
Un aspetto da considerare quando si guarda alla misurazione delle performance matematiche è il modo in cui vengono misurati i risultati. Infatti, Schiebinger (1999) sostiene che la risposta alla domanda "Gli uomini sono più bravi in matematica delle donne?" dipende principalmente dal metro scelto per decidere. In effetti, l’importanza sta più nell’analizzare il modo in cui i test di matematica sono costruiti che nell’eventuale differenza che emerge dai risultati. Diversi studi americani (Hyde, Fennema, Lamon, 1990; Rosser, 1989) hanno analizzato meticolosamente il tipo di domande poste dai Standardized Test ed hanno mostrato come essi siano gender biased. Secondo Schiebinger (1999), l’altra domanda che bisogna porsi è che tipo di abilità, capacità, conoscenze siano importanti per la creatività scientifica, dato che i test standardizzati, al di là delle distorsioni, richiedono un certo tipo di capacità che non è detto siano quelle più adeguate a formare un buon scienziato e un buon cittadino.
Il dibattito su donne e matematica appare potenzialmente rischioso perché sembra ribadire e perpetuare differenze costruite socialmente, ma giustificate attraverso argomentazioni scientifiche non sempre fondate. Infatti, sostenere una diversità nelle abilità cognitive tra ragazze e ragazzi, giustificate con argomentazioni di tipo biologico, sottende l’idea che le donne e gli uomini abbiano per natura cervelli diversi. Tuttavia, la ricerca scientifica non offre per il momento risposte ampie e soddisfacenti a questo interrogativo, cioè se sia presente e verificabile una differenza tra il cervello maschile e quello femminile. Inoltre, come sostiene il neuro scienziato Steven Rose (2005) è noto che gli ormoni sessuali non sono gli unici che influiscono sui processi cerebrali durante i nove mesi di gestazione; ci sono complesse interazioni ormonali, prodotte anche in altre regioni del corpo,  che non rendono possibile interpretare le differenze medie tra ragazzi e ragazze come se fossero causate da differenze sessuali genetiche e cromosomiche. Quello che viene spesso ignorato è che nel grembo materno i cervelli si sviluppano in maniera diversa da individuo ad individuo, mentre quello che generalmente si tende a enfatizzare è la differenza tra gruppi e non quella intra-gruppi, che tiene conto appunto della varianza individuale. 
In definitiva, le spiegazioni biologiche utilizzate per spiegare eventuali differenze tra cervelli maschili e femminili vengono considerate riduzioniste perché semplificano interazioni complesse per riportarle ad un singolo evento, perdendo di vista invece la complessità dei processi di sviluppo che caratterizzano l’individuo. Gli ultimi sviluppi della scienza ci suggeriscono che: "il complessivo processo dell’ontogenesi non è semplicemente una battaglia tra natura e cultura, ma è un intreccio dinamico di processi che si svolgono nell’ambito di un sistema formato indissolubilmente dall’organismo e dal suo ambiente" (Oyama, 1993, citato da Rogers, 1999, p.32).
Alcuni studiosi (Fine, 2008, 2010; Rose, Rose, 2000) sottolineano come negli ultimi anni ci sia stato un ritorno al determinismo biologico e all’enfasi posta sulle differenze tra cervelli maschili e femminili, combattuto già dalle femministe liberali e non solo negli anni ’70. Negli ultimi anni, i libri Baron Cohen (2003) e di Brizendine (2006) pare che segnino un ritorno verso quel tipo di determinismo biologico. Il dato più allarmante di questa tendenza riguarda il fatto che spesso sono proprio le donne a rimarcare e ad enfatizzare differenze biologiche immutabili sostenendo e perpetuando indirettamente l’asimmetria di genere presente nella società. Gli psicologi Jost e Hunyady (2002) sostengono che le persone che si trovano in posizione subalterna hanno una rimarchevole capacità di razionalizzare il loro status di dominati, internalizzando stereotipi e legittimando le ineguaglianze di cui loro stessi sono le prime vittime. Questa idea è in linea con il concetto di violenza simbolica teorizzato da Bourdieu (1998), secondo cui il dominato aderisce a schemi di pensiero che sono il prodotto dell’incorporazione del dominio e che ribadiscono quella violenza simbolica che il dominato stesso subisce e di cui è complice. Queste teorie spiegherebbero quindi l’appeal che ha oggi il neuro sessismo sulle donne.  Nel 2008 su Neuroethics Cordelia Fine pubblica un articolo sul problema del neurosessismo, sostenendo che i libri di Brizendine (2003) e Baron Cohen (2006) mancherebbero del rigore scientifico ed epistemologico richiesto ad altri campi e servirebbero esclusivamente a ribadire l’attuale status quo in cui le donne si trovano in posizione socialmente non paritaria rispetto agli uomini. Gli effetti etici dello sviluppo delle neuroscienze sono materia della cosiddetta neuroetica. Ma davvero è necessaria la ricerca sulle differenze cognitive tra gruppi di individui? Ceci e Williams (2009) su Nature sostengono che la verità scientifica deve essere perseguita e che non è tollerabile per la scienza censurare delle domande di ricerca. Al contrario, Rose (2009) sostiene che, non soltanto ricerche di questo tipo non sarebbero possibili in società né razziste, né sessiste, ma sarebbero addirittura insignificanti. Si tratterebbe di ideologia mascherata come scienza.
 
Bibliografia
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NIENTE CALCETTO PER LE SCIENZIATE

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in genere
10 3 2011

 
di Ineke Casier, Machteld De Metsenaere, Elke Van den Brandt , Alison Woodward
10/03/2011


La maggior parte della ricerca sull’uso del tempo sostiene che le donne svolgono tuttora la maggior parte dei lavori domestici (ad es. Bianchi 2000, Lachance-Grzela 2010), che le donne spesso sono impegnate nel lavoro retribuito  meno ore degli uomini e hanno meno tempo libero (ad es. Van Dongen 2009). Ci siamo domandati: queste affermazioni valgono per tutte le donne? Che succede nel caso di donne con una istruzione superiore, che mirano alla carriera, che sono molto dedite al loro lavoro e decisamente ambiziose? Per esempio, le ricercatrici nel campo della fotonica? L’obiettivo di questo articolo è di indagare se questo tipo di donna è diverso dalla “donna media”. Per iniziare, forniremo qualche informazione di base sul settore nel quale queste persone lavorano: la fotonica.
La fotonica è una scienza/tecnologia che ha come base il fotone. In particolare, la fotonica si interessa alle caratteristiche di queste particelle di luce (fotoni). Le applicazioni più importanti sono l’illuminazione, la tecnologia di produzione, la tecnologia medica, la fotonica per la difesa e i sistemi e i componenti ottici[i]. I laser, i LED, gli schermi LCD, le telecamere digitali, l’energia solare, la diagnostica per immagini sono solo alcuni fra gli esempi delle numerose applicazioni della fotonica (Photonics21 2007). Attualmente, la fotonica è considerata dalla Commissione Europea come una delle tecnologie cardine che potranno garantire il futuro benessere dell’Unione Europea. Oggigiorno in Europa più di 5000 società fabbricano prodotti della fotonica, con 300.000 dipendenti (Photonics21 2010). Nel 2008 il mercato globale della fotonica è stato stimato intorno ai 270 miliardi di euro, 55 dei quali (il 20%) in Europa (Actmost). Coloro che lavorano nella fotonica sono fisici o ingegneri che hanno conseguito anche un master in fotonica. In base alle nostre analisi del settore (dal 2004 ad oggi) le donne costituiscono circa il 20% dei lavoratori nel campo della fotonica nel mondo.
I dati presentati in questo articolo derivano dai risultati di un’inchiesta online distribuita nel 2006[ii] a 15.000 ricercatori nella fotonica in tutto il mondo. Gli intervistati sono stati raggiunti tramite reti e organizzazioni internazionali. Il sondaggio riguardava 7 argomenti: posizione attuale, organizzazione, carriera antecedente, ambizioni future, giornata lavorativa, livello di soddisfazione e informazioni demografiche.
In totale, 1674 ricercatori (1016 uomini e 658 donne) ci hanno riconsegnato il questionario completato. Come già detto sopra, approfondiremo in particolare il tema del tempo impiegato nei lavori domestici,  nel lavoro retribuito e nelle attività del tempo libero da parte di ricercatori in fotonica di genere femminile e maschile.
 
Lavori domestici
Abbiamo chiesto agli intervistati (coloro che vivono con un compagno/a) come siano divisi i lavori domestici all’interno della coppia (considerando tutti i tipi di lavori di casa: cura dei figli, fare la spesa, lavare la macchina, giardinaggio, fare le pulizie, stirare…). La tabella 1 mostra che circa l’8% delle donne intervistate ha risposto di non contribuire ai lavori domestici in alcun modo o quasi, contro il 71,2% degli uomini. Il 58% delle donne intervistate dice di dedicare ai lavori domestici circa il doppio del tempo rispetto al proprio compagno, o comunque si ritiene la principale responsabile di tali attività. Al contrario, questa risposta è stata data solo dal 6,5% degli uomini. Più donne che uomini  dichiarano di dividere il lavoro domestico equamente: 34,1% contro 22,3%. Possiamo quindi concludere che la maggior parte delle donne intervistate siano gravate, come le donne in generale, del “secondo turno di lavoro” (Hochschild 1990), al contrario degli uomini che, in maggioranza, possono contare sul sostegno della propria compagna.
 
Tabella 1. Categorie di divisione dei lavori domestici per ricercatori donne e uomini.
Categoria
Ricercatrici donne
Ricercatori uomini
Nessuna partecipazione o quasi
3,4%
32,5%
Poca partecipazione
4,5%
38,7%
Equa divisione
34,1%
22,3%
Lavoro circa doppio rispetto al partner
38,4%
4,6%
Responsabile principale
19,6%
1,9%
Totale (N=1096)
378
718
 
L’impegno nei lavori domestici ha conseguenze a lungo termine su diversi aspetti della vita, inclusa la carriera professionale (Windebank 2001). Il tempo dedicato alle attività casalinghe non può essere trascorso al lavoro o in attività ricreative.
 
Lavoro retribuito
Le ricercatrici che hanno un compagno hanno affermato di lavorare in media 45 ore settimanali, mentre i ricercatori uomini ne hanno dichiarate 49. Questo dato è in accordo con le ricerche precedenti sulle ore lavorative e la differenza fra sessi (ad es. Nordemark 2004).
In base ai nostri dati possiamo analizzare il rapporto che sussiste fra il tempo dedicato alle attività domestiche e quello trascorso al lavoro. Più tempo una donna o un uomo impiega nelle faccende domestiche, meno ne passerà al lavoro: l’affermazione ci sembra plausibile. La tabella 2 mostra infatti che c’è una relazione fra tempo impiegato in attività domestiche e ore lavorative.
 
Tabella 2. Rapporto fra attività domestiche e ore lavorative
Attività domestiche
Ore lavorative settimanali
Nessuna partecipazione o quasi
51,81 ore
Bassa partecipazione
48,12 ore
Equa divisione
45,93 ore
Lavoro circa doppio rispetto al compagno/a
43,91 ore
Responsabile principale
43,59 ore
 
La correlazione fra contributo alle attività casalinghe e ore lavorative è significativa e abbastanza forte. Se però si ripete la stessa analisi, tenendo conto del sesso, emerge un altro risultato interessante: la correlazione mostrata in tabella 2 sembra sussistere solo per gli uomini intervistati. Il ricercatore di sesso maschile che dedica più tempo alle faccende domestiche trascorre meno tempo al lavoro, ma le ore lavorative delle donne non sono influenzate dal tempo destinato alle attività domestiche.
 
Tempo libero
Quanto appena detto significa che le donne intervistate che dedicano molto tempo ai lavori domestici ne riservano di meno ad altre occupazioni (escluso il lavoro retribuito), ad es. le attività ricreative. Purtroppo il sondaggio non prevede una specifica domanda sulle ore destinate a tali attività, anche se c’era una domanda su quanto spesso si incontrino problemi nel coniugare il lavoro con l’attività ricreativa. Possiamo supporre che coloro che hanno dichiarato di avere problemi a coniugare lavoro ed attività ricreativa non abbiano a disposizione sufficiente tempo libero.
 
Figura 1: La domanda del sondaggio relativa il tempo libero.
 
76:Quanto spesso hai problemi a coniugare lavoro e attività ricreativa?
(passatempi, sport, incontri con amici, visite ai familiari...)
Scegliere soltanto una delle risposte seguenti:
0 Mai o meno di una volta l’anno
0 Alcune volte l’anno
0 Alcune volte al mese
0 Alcune volte a settimana
0 Ogni giorno
 
Non abbiamo riscontrato alcuna correlazione fra il tempo che i ricercatori uomini dedicano alle faccende domestiche e la frequenza della difficoltà di coniugazione fra lavoro e attività ricreativa. La correlazione invece  è piuttosto forte per le ricercatrici donne.
 
Conclusioni e discussione
Più del 70% dei ricercatori uomini in fotonica non hanno il problema (se non in minima parte) delle faccende domestiche. Ciò significa che questo 70% dispone di tempo supplementare da dedicare al lavoro o ad attività ricreative (passatempi, frequentare amici, sport…). Quasi un quarto degli uomini intervistati dichiara di essere coinvolto alla pari nelle attività domestiche e circa il 7% afferma di sentirsi gravato del “secondo turno di lavoro”. Abbiamo rilevato che, fra gli uomini intervistati, quelli maggiormente coinvolti nelle faccende domestiche trascorrono meno tempo al lavoro, invece di rinunciare al tempo libero.
Un terzo delle donne dichiara una equa divisione delle faccende domestiche e l’8% afferma di avere un compagno estremamente collaborativo che si fa carico della maggior parte dei lavori di casa. Ciò significa che più della metà delle donne nella nostra indagine è responsabile della maggior parte delle attività domestiche, nonostante abbia un lungo orario lavorativo e persegua una carriera impegnativa. Queste donne compensano il tempo dedicato ai lavori domestici riducendo quello destinato alle attività ricreative e non quello da passare in ufficio o in laboratorio. Possiamo concludere che queste donne (più della metà delle intervistate) o sono superdonne oppure stanno andando sotto pressione per mancanza di tempo, il che inevitabilmente causerà un calo nella loro soddisfazione per il  lavoro e un più alto indice di turnover (Hill 2010:17). Quest’ultima ipotesi è stata confermata da una recente indagine, che ha rilevato come le donne menzionino molto più spesso rispetto agli uomini problemi di mancanza di tempo come ragione dell’abbandono di una carriera in ingegneria (Frehill 2008).
Se vogliamo mantenere le donne (e arruolarne altre) nella scienza, nella tecnologia e nell’ingegneria dobbiamo impegnarci per una più equa divisione dei lavori domestici fra uomini e donne, in modo che le donne abbiano una concreta possibilità di costruirsi una carriera.
 
Note
[i] Questa informazione si trova sul sito www.actmost.org (10 Gennaio 2011)
[ii] Sondaggio dal titolo “Carriere nell’ottica e nella fotonica-Sondaggio”. Per ulteriori informazioni contattare il nostro Centro
 
Bibliografia
Actmost, www.actmost.org, d.c. 10/01/1011.
Bianchi, S. M., Milkie, M. A., Sayer, L. C. and Robinson, J. P. 2000, ‘Is Anyone Doing the Housework? Trends in the Gender Division of Household Labor’, Social Forces, Vol. 79, no. 1, pp. 191-228.
European Foundation For The Improvement Of Living and Working Conditions 2007, Fourth European Working Condition Survey, Dublin.
Frehill, L.M., Brandi, C., Di Fabio, N., Keegan, L., & Hill, S.T. 2008, ‘Women in engineering: A review of the 2007 literature’, SWE Magazine, Vol. 54(3), 6-30.
Hill, C., Corbett, C. and Rose, A. 2010, Why So Few? Women in Science, Technology, Engineering, and Mathematics, Washington: AAUW.
Hochschild, A. 1990, The second shift, New York: Avon Books.
Nordemark, M. 2004, ‘Does gender ideology explain differences between countries regarding the involvement of women and of men in paid and unpaid work?’, International Journal of Social Welfare, Vol. 13, pp. 233-243.
Photonics21 2007, Photonics in Europe. Economic Impact, European Technology Platform Photonics21: Düsseldorf.
Photonics21 2010, Lightening the way ahead, European Technology Platform Photonics21: Düsseldorf.
Lachance-Grzela, M. and Bouchard, G. 2010, ‘Why do Women Do the Lion’s Share of Housework? A decade of research’, Sex Roles, Vol. 63, No. 11-12, 767-780.
Van Dongen, W. 2009, Towards a democratic division of labour in Europe?: the combination model as a new integrated approach to professional and family life, Great Britain: The Policy Press, 75 p.
Windebank, J. 2001, ‘Dual-Earner Couples in Britain and France: Gender Divisions of Domestic Labour and Parenting Work in Different Welfare States’, Work, Employment & Society, Vol.15, No. 2, pp. 269-290

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