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INGENERE

DONNE AL TOP, LE QUOTE E LE VELINE

  • Nov 30, -0001
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In genere
13 11 2010


* una versione ridotta di quest'articolo è stata pubblicata sul Sole 24 Ore del 13 novembre 2010, pag. 14, con il titolo "Ma quanto zelo quando si parla di donne"
 
Luigi Zingales in un articolo sul Sole 24 ore del 5 novembre ha preso posizione e argomentato con intelligenza a favore della legge in discussione al parlamento italiano che imporrebbe una quota di almeno il 30 per cento di donne tra i componenti dei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa. Tuttavia a Zingales la quota del 30 per cento fin da subito appare troppa alta, reputando che nell’immediato l’offerta di donne qualificate per l’incarico non permetterebbe di ricoprire più del 10 per cento dei posti. Al 30 per cento ci si potrebbe arrivare con una crescita graduale in non meno di dieci anni.
Diamo atto di onestà intellettuale a Zingales perché riconosce di fronte all’evidenza dei fatti che a volte le scelte degli individui e del mercato non favoriscono né l’interesse collettivo e nemmeno quello dei diretti interessati (come nel caso dei vertici aziendali che coopterebbero uomini meno capaci discriminando donne più meritevoli). Vorremmo però disporre di simili concreti elementi per giudicare e sapere da quali ricerche o da quali considerazioni viene fuori questa cifra del 10 per cento, addirittura inferiore al valore medio che nelle società italiane, secondo uno studio recente del Cerved, è del 14,4 per cento. Non dal numero delle laureate in discipline economiche e giuridiche che in Italia è pari o superiore a quello dei laureati. Non dalla percentuale di donne tra i quadri aziendali che attualmente è ben al di sopra del dieci per cento. Forse dalla sua personale osservazione? Ma non sarà che anche Zingales, molto umanamente come i musicisti della migliore orchestra del mondo ricordati nel suo articolo, è un po’ cieco al talento femminile che gli sembra di non vedere intorno a sè?
b) Tuttavia ammettiamo pure che, in quanto vittime di discriminazione nei primi gradini della carriera, ci siano ancora poche donne con le qualifiche necessarie per entrare in un consiglio di amministrazione di una società quotata. Ma quali sono queste qualifiche? Non crediamo che sia l’intelligenza, visto che per fortuna nessuno pensa più che questa sia distribuita in modo disuguale tra i sessi. Né che consista nei titoli di studio, come detto sopra e come documentato dal fatto che la maggiore presenza femminile nei cda , nei paesi dove si è verificata, ne ha aumentato il livello di preparazione (cfr. Center for Corporate Diversity, Oslo) . Forse parliamo dell’esperienza in un posto di comando. L’esperienza è importante, ma potrebbe essere compensata dalla “diversity in business”, cioè dall’introduzione di un altro punto di vista alla direzione della società che non sia quello del maschio ultracinquantenne bianco europeo che attualmente costituisce il consigliere d’amministrazione tipo. Secondo un rapporto della McKinsey del 2007, una smaccata gender diversity al vertice (almeno tre donne nel top management) migliora l’organizzazione e la qualità della direzione dell’azienda. Forse qualche svantaggio iniziale potrebbe essere compensato da vantaggi nel lungo periodo. E a questo problema, invece di giocare al ribasso, si può ovviare con iniziative quali quelle adottate dalla Confederation of Norwegian Enterprise quando nel 2003 in Norvegia è stata approvata la legge che imponeva una quota del 40 per cento di donne nei cda. L’organizzazione, che l’aveva opposta strenuamente, è stata poi molto attiva nell’individuazione, reclutamento e formazione di professioniste qualificate.
c) L’introduzione di una quota del 10 per cento, visto il numero dei componenti dei Cda che raramente supera la dozzina, vorrebbe dire una donna sola circondata da uomini. Come molti studi hanno dimostrato nei più diversi campi, dalla politica alla scienza, una donna sola in un mondo maschile finirebbe per svolgere solo la funzione di simbolo (tokenism lo chiamano gli anglosassoni) che mette in pace la coscienza dall’accusa di discriminazione ma lascia le cose come stanno. Una donna sola non può costituire quella massa critica che permette di cambiare le regole del gioco, finora fatte dagli uomini e a loro misura, aprendo all’innovazione e a punti di vista diversi di cui abbiamo un gran bisogno.
d) E’ interessante che tutta questa preoccupazione meritocratica si manifesti quando si parla di quote per le donne, come se l’introduzione delle quote provocasse una falla in un sistema che finora ha premiato la virtù. Come dichiarò Ansgar Gabrielsen , che quale ministro dell’Industria e del Commercio ha promosso la legge norvegese, quando fu accusato di uccidere la libertà del mercato: “nella maggior parte dei cda i membri sono nominati tra uomini che si sono conosciuti all’università o giocando a golf. E questo sarebbe libero mercato?”( La Repubblica , 16 giugno 2009)
In Italia cosa dire degli uomini che hanno ottenuto la poltrona per legami famigliari, vassallaggio (sono tanto meglio delle “veline”?) o che siedono in una mezza dozzina di cda? Perché queste preoccupazioni meritocratiche sono così forti quando si parla di donne e tacitate quando vengono promossi i giovani rampolli della famiglia azionista di maggioranza? Come ha detto Hilde Tonne, vicepresidente e responsabile della comunicazione di Telenor, la compagnia di telefonia mobile norvegese tra le più grandi del mondo: “Abbiamo escluso le donne per mille anni; quindi abbiamo già avuto le quote, ma erano per gli uomini”.

TEMPI DI CRISI TEMPI DI DONNE

  • Nov 30, -0001
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ingenere
23 9 2010


di Mertxe Larrañaga, Yolanda Jubeto
Appena la Grande Recessione è diventata palese, tutti i governi si sono mossi in generoso aiuto delle istituzioni finanziarie socializzando le loro perdite. E' difficile stabilire il costo di questo salvataggio. Il Fondo monetario internazionale in uno studio commissionato dal G20 lo stima intorno al 25% del prodotto interno lordo dei paesi sviluppati. Contemporaneamente, di fronte alla necessità di riattivare l’economia e il mercato del lavoro tutti i governi hanno preso misure di stampo keynesiano, hanno deciso cioè di tornare sulla strada della crescita economica facendo leva sulla spesa pubblica. Tra le molteplici possibilità per aumentare la spesa pubblica, la Spagna ha scelto gli investimenti nelle grandi infrastrutture pubbliche: in questo modo si è generato lavoro soprattutto maschile e a breve termine. L’aumento della spesa e la diminuzione delle entrate fiscali dovuta alla recessione hanno squilibrato i conti pubblici e i mercati finanziari, sempre attivi e infaticabili, hanno iniziato a dubitare che alcuni paesi fossero realmente in grado di pagare il debito. Questa sfiducia diventa visibile con l'abbassamento delle quotazioni dei singoli paesi ad opera delle potenti agenzie di rating.
Per calmare i mercati finanziari, e scegliendo quindi di ballare al loro ritmo, molti paesi hanno iniziato a fare manovre di aggiustamento. Nel caso spagnolo la manovra annunciata nel maggio del 2010 è centrata sulla riduzione del deficit attraverso la riduzione della spesa. E’ superfluo notare che sin dall’inizio si sarebbero potute adottare misure per aumentare le entrate che andassero aldilà della semplice tassazione dei redditi alti. Per esempio, si sarebbe potuto scommettere sulla riduzione dell'evasione fiscale o la lotta al sommerso. Finora l’unica misura adottata per aumentare il gettito è stata l’aumento dell’Iva, misura che di certo non si può considerare progressista. A questo proposito ricordiamo come le tasse non siano solo uno strumento per aumentare le entrate ma anche uno strumento di redistribuzione del reddito. Quanto più redistributive sono le tasse, maggiore può essere il beneficio per le donne, visto che nella distribuzione del reddito non sono proprio le più beneficiate.
Livellamento al ribasso
La conseguenza più visibile e dolorosa della crisi attuale è il vertiginoso aumento della disoccupazione che, a giudicare dai sondaggi, è il primo motivo di preoccupazione sociale e dovrebbe essere considerato il problema principale non solo del mercato del lavoro ma anche dell'economia. In Spagna, nel primo trimestre 2010, la disoccupazione ha raggiunto un tasso del 20%, nello stesso periodo del 2008 era al 9,6%, raddoppiando in soli due anni e portando il numero dei disoccupati a 4.613.000. La crisi ha finora colpito in modo particolarmente forte settori come l’edilizia e l’automobile che sono prettamente maschili – gli occupati maschi sono il 92% nell’edilizia e l'80% nell’automobile. Questo è il motivo per cui la disoccupazione maschile è cresciuta di più di quella femminile (12 punti percentuali la prima, 8 la seconda), e di conseguenza il divario tra i due tassi di disoccupazione è oggi solo di 0,2 punti percentuali. Dunque, il diverso impatto della crisi per genere si spiega con la disuguaglianza nella distribuzione di uomini e donne nel lavoro, ossia la segregazione occupazionale. Visto l’incremento della disoccupazione maschile, ci saranno state famiglie che hanno iniziato a dipendere economicamente da una donna e questo implica una riduzione di reddito importante, dato che in media un uomo guadagna il 19,5% in più rispetto a una donna.
I lavori a termine e part time
Sull'aumento della disoccupazione ha pesato molto il lavoro a termine, che è passato da un 30% degli inizi del 2008 al 24% del 2010. Il peso del lavoro a termine è di solito uno degli indicatori più utilizzati per quantificare la precarietà lavorativa. Nonostante ciò, è evidente che il recente calo non implica che sia diminuita la precarietà, ma esattamente l’opposto, visto che i lavoratori non sono passati a forme contrattuali migliori ma alla disoccupazione. Il lavoro a termine è sempre stato prevalentemente femminile, ma oggigiorno il divario tra donne e uomini è di soli tre punti percentuali.
Un altro indicatore di precarietà è il lavoro part-time, lavoro questo si, che in Spagna come nel resto d’Europa, è un affare di donne. In Spagna, dove il tempo parziale è meno diffuso che nel resto d’Europa, lavorano part-time il 5% degli uomini e il 24% delle donne. E’ molto comune sentire dire che le donne scelgono liberamente il part-time per rendere compatibile il lavoro retribuito con il lavoro di cura. Questo significa che il part-time viene presentato come uno strumento di conciliazione per le donne: un'argomentazione che sottende il permanere della classica divisione sessuale del lavoro e dimostra come, nonostante l’ingresso di massa delle donne nel mercato del lavoro, il lavoro non retribuito continui a venire considerato una loro responsabilità. L’altro lato della medaglia ci mostra però come, secondo le statistiche, una delle motivazioni forti per il part-time sia il non aver potuto trovare un lavoro a tempo pieno (questa è la risposta del 51% degli uomini e del 46% delle donne).
Il pubblico impiego
Nel 2010, con le misure di aggiustamento prese per affrontare la crisi, la popolazione direttamente colpita si amplierà e, ai quattro milioni di persone disoccupate, si aggiungeranno altri tre milioni di lavoratori del pubblico impiego i cui salari verranno decurtati del 5% (in media). Da quello che abbiamo potuto ascoltare sui mezzi di comunicazione, abbiamo l’impressione che questa misura non abbia generato molto dissenso. Questo può essere dovuto all’idea diffusa che i lavoratori statali abbiano una grande stabilità lavorativa e che spesso guadagnino tanto a fronte di poco impegno. Ma non tutto il lavoro pubblico è a tempo indeterminato, né tutti i salari sono alti. I dati indicano che il lavoro a termine è diffuso anche nel pubblico con percentuali che nel 2010 sono del 18% degli uomini e del 28% delle donne. Un altro indicatore di criticità del pubblico impiego è dato dai numeri della disoccupazione: il settore statale è infatti uno dei sette settori che ha espulso più occupati, ed è sensato temere che questo dato aumenti con Il mancato rinnovo dei contratti a termine. Nel valutare le conseguenze di genere della crisi dobbiamo sottolineare come il settore pubblico si sia costituito nel tempo e per molteplici ragioni come una nicchia di lavoro femminile qualificato: nel 2010 è donna il 54% degli impiegati del settore pubblico e quasi una ogni quattro donne che hanno un lavoro retribuito lavorano nel settore pubblico. Inoltre una parte dei servizi pubblici è costituita da servizi fondamentali per la popolazione come l’educazione e la sanità dove avanza la precarizzazione (riduzione delle assunzioni, meno sostituzioni, più lavoro a termine, ecc), con la conseguente diminuzione della qualità nei servizi.
La riduzione della spesa porterà a un rallentamento della ripresa economica, un’economia più fragile e con entrate fiscali minori e la riduzione del deficit sarà minore del previsto e, ovviamente, anche l’occupazione procederà lentamente.
 Conclusioni
Questa crisi avrà conseguenze non solo sul lavoro retribuito ma anche quello non retribuito. Da una parte, infatti, nelle situazioni di disoccupazione le famiglie tentano di mantenere il livello di benessere precedente a scapito un maggiore impegno nel lavoro domestico, dall’altra i tagli alla spesa tendono a far slittare, in modo invisibile, alcune spese dal settore pubblico alla sfera privata. E, come possiamo immaginare, l’aumento del lavoro in famiglia si traduce, normalmente, in più lavoro per le donne.
La crisi avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per cambiare le regole del gioco della finanza, per introdurre un maggior controllo sulle transazioni finanziarie internazionali e sull’operato degli agenti che controllano Il mercato finanziario. Risulta, in effetti, a dir poco sconcertante come tutte le analisi coincidono nell’evidenziare la grande responsabilità degli agenti finanziari in questa crisi e come le soluzioni alla crisi messe in atto sfiorino appena appena il mondo della finanza.
Potrebbe essere anche stata un’opportunità per produrre cambiamenti, soprattutto tenendo in conto che molte questioni sono state messe sul tavolo, per esempio il modello di crescita illimitata in un mondo con risorse limitate. E poteva essere, perché no, un’opportunità per forgiare un futuro più sostenibile ed ugualitario. Perciò potrebbe essere utile analizzare cosa viene computato nel prodotto interno lordo e cosa lasciato fuori, ri-pensando come si possa contabilizzare e riconoscere tutto il lavoro che si svolge in ambito domestico. E bisognerebbe anche pensare quali delle produzioni che si contabilizzano nel Pil converrebbe che non crescessero o che addirittura decrescessero, senza mai perdere di vista che l’obiettivo è di aumentare il benessere della maggioranza della popolazione prestando particolare attenzione alle persone meno favorite.


http://www.ingenere.it/articoli/tempi-di-crisi-tempi-di-donne

PIU' BRAVE E PIU' POVERE. I NUMERI DELLE LAUREATE

  • Nov 30, -0001
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ingenere
23 9 2010


di Carolina Castagnetti, Luisa Rosti
Il gap salariale tra laureate e laureati è dell'11% già all'inizio della carriera lavorativa, e non è spiegabile se non in minima parte in base a elementi oggettivi e strutturali, né varia in modo sostanziale in relazione al tipo di studi fatti. Tale tendenza contrasta con la crescente affermazione delle donne ai livelli alti dell'istruzione. Le ricerche in proposito rendono evidente l'esigenza di azioni positive mirate, in assenza delle quali il gap è destinato a crescere con effetti negativi per le donne e l'intera società.
Cultura e stereotipi
Le giovani donne che si sono laureate nella seconda metà degli anni novanta si sono formate culturalmente in una società che garantisce l’uguaglianza delle opportunità ad entrambi i sessi, ed è per loro nell’ordine naturale delle cose considerare la discriminazione un problema del passato, superato dai tempi, anche se alcuni effetti negativi possono perdurare ancora oggi a causa del comportamento culturalmente retrogrado e politicamente scorretto di pochi datori di lavoro, che non sanno vedere il loro stesso interesse e che temono la maternità più che la mediocrità dei loro dipendenti.
Le ricerche di psicologia cognitiva mostrano invece che gli stereotipi come “una donna dopo la maternità è una risorsa persa” o “un buon capo deve essere maschio” producono conseguenze economiche rilevanti e non marginali, sono pervasivi e non residuali, sono inconsapevoli e non intenzionali, e sono comuni a donne e uomini (Valian 1998). Ad esempio, Correll, Benard e Paik (2007) analizzano le richieste di assunzione inviate con identico curriculum da due gruppi di individui (Madri e Non madri). I valutatori hanno giudicato le Madri meno competenti e meno adatte per assunzioni e promozioni, ed hanno offerto loro retribuzioni più basse rispetto alle Non madri. Anche Biernat e Kobrynowicz (1997) analizzano la valutazione delle competenze contenute in un identico curriculum presentato alternativamente con un nome femminile o con un nome maschile alla selezione per un ruolo dirigenziale (considerato tipicamente maschile dallo stereotipo). Le stesse competenze sono state valutate il doppio se attribuite ad un uomo invece che ad una donna.
Così, anche se le giovani donne sono più istruite e qualificate dei loro coetanei, il cammino per la parità sostanziale non è ancora interamente compiuto, ed è importante mettere a fuoco l’esistenza di disparità retributive che si manifestano fin dall’inizio della carriera, perché senza l’intervento di azioni positive mirate questo differenziale è destinato a diventare ampio e stabile nel corso del tempo.
Dove nasce il gap
In una ricerca recentemente ultimata (v. Castagnetti e Rosti, 2010) abbiamo analizzato i dati Istat sull’inserimento professionale dei laureati del 2004 tre anni dopo il conseguimento del titolo di studio, e mostrato l’esistenza di un differenziale retributivo lordo tra donne e uomini (che lavorano come dipendenti a tempo pieno) pari all’11%. Questa differenza è spiegata solo in piccola parte (12%) dalle differenze nelle caratteristiche personali o del posto di lavoro (quali la facoltà frequentata, il voto di laurea, la presenza di figli, l’esperienza lavorativa maturata, il settore di attività, le ore lavorate, la dimensione d’impresa, il titolo di studio e l’occupazione dei genitori ecc.). Il residuo 88% del differenziale lordo rimane non spiegato, e la letteratura rilevante interpreta tale residuo non spiegato come evidenza di discriminazione, cioè di una disparità di trattamento economico tra individui di uguale produttività.
Alcuni autori (ad esempio Lin 2010) hanno mostrato come il differenziale retributivo tra laureati e laureate all’inizio del percorso di carriera sia principalmente l’effetto della scelta della facoltà universitaria: le donne preferiscono le discipline dell’area umanistica, caratterizzata da livelli retributivi piuttosto bassi, mentre gli uomini scelgono le discipline dell’area scientifica e ingegneristica, caratterizzate da retribuzioni più elevate. I dati riferiti al nostro paese mostrano però che il differenziale si manifesta anche all’interno della stessa area disciplinare (5,7% nell’area umanistica; 9,5% nell’area scientifica; 5,8% nell’area ingegneristica) e soprattutto si caratterizza per una componente non spiegata molto elevata in ciascuna delle aree considerate (77% nell’area umanistica; 99% nell’area scientifica; 85% nell’area ingegneristica).
A fronte di questi risultati sorge spontanea la domanda se i dati non siano troppo poveri di informazioni per spiegare il differenziale retributivo di genere. Però,  calcolando con lo stesso metodo e con gli stessi dati (Istat 2007) altri differenziali retributivi - come ad esempio quello tra settore pubblico e privato, o quello tra dipendenti e indipendenti - si nota che la parte spiegata dalle dotazioni copre rispettivamente l’80% e il 65% del differenziale lordo. Dunque le caratteristiche osservabili degli individui e dei posti di lavoro (le dotazioni) spiegano abbastanza bene le differenze retributive per settore e posizione professionale, ma non riescono a spiegare altrettanto bene le differenze retributive di genere.
Meglio il concorso
Nelle economie moderne la discriminazione si produce quando la stima della produttività individuale è condizionata da stereotipi, pregiudizi, aspettative che consapevolmente o inconsapevolmente influenzano la valutazione della produttività degli agenti. I dati Istat non contengono informazioni sulla produttività degli individui, ma permettono di identificare alcuni contesti in cui l’azione degli stereotipi è più incisiva (Heilman 2001), come ad esempio il lavoro dipendente versus lavoro indipendente e le assunzioni senza concorso versus assunzioni per concorso. I lavoratori indipendenti, infatti, essendo datori di lavoro di se stessi non hanno bisogno di stimare la propria produttività, e in tal caso gli stereotipi non possono influenzarne la valutazione. Anche le assunzioni per concorso costituiscono un ostacolo all’azione degli stereotipi perché nelle procedure concorsuali la valutazione è più formale e più strutturata, e i decisori sono portati a giustificare le proprie scelte in modo più oggettivo.
Ipotizzando che gli stereotipi siano una causa importante della discriminazione che si manifesta nella componente non spiegata del differenziale retributivo di genere, abbiamo verificato che sia nel lavoro indipendente sia nelle assunzioni per concorso la componente spiegata del differenziale retributivo è maggiore. I dati mostrano, inoltre, che una eccellente performance scolastica sembra essere utile per contrastare l’azione degli stereotipi: laurearsi con lode riduce infatti in modo molto significativo la componente non spiegata del differenziale retributivo di genere (da 88% a 52%).
A fronte di questi risultati, non sorprende che Hunt (2010) trovi che il più importante fattore che spiega il tasso di abbandono delle laureate americane dell’area scientifica e ingegneristica sia proprio l’insoddisfazione per i livelli retributivi e le prospettive di carriera. Questo fattore spiega, da solo, circa il 60% del differenziale di genere nei tassi di uscita dall’ambito delle attività proprie di queste aree disciplinari, che è marcatamente più elevato rispetto ad altri settori in cui la presenza femminile è maggiore.
 Riferimenti bibliografici
 Biernat, M. and D. Kobrynowicz (1997), “Gender- and race-based standards of competence: Lower minimum standards but higher ability standards for devalued groups”, Journal of Personality and Social Psychology, 72, 544-557
Castagnetti, C. e L. Rosti (2010) “The gender pay gap among Italian university graduates in the early years after labour market entry” forthcoming in Quaderni del Dipartimento di Economia politica e metodi quantitativi # 214 - (09/10).
Correll, S. J., S. Benard and I. Paik (2007), “Getting a Job: Is There a. Motherhood Penalty?” American Journal of Sociology, 112, 5, 1297-1338.
Heilman, M. E. (2001). Description and prescription: How gender stereotypes prevent women's ascent up the organizational ladder. Journal of Social Issues, 57, 4, 657-674.
Hunt, J. (2010), “Why Do Women Leave Science and Engineering?”, NBER Working Paper 15853
Istat - Inserimento professionale dei laureati - Indagine 2007.
Lin. E. S. (2010), “Gender wage gaps by college major in Taiwan: Empirical evidence from the 1997–2003 Manpower Utilization Survey”, Economics of Education Review, 29,1, 156-164.
Valian, V. (1998) Why So Slow? The Advancement of Women. Cambridge: MIT Press.

http://www.ingenere.it/articoli/pi-brave-e-pi-povere-i-numeri-delle-laureate

L'AUSTERITY DI OSBORNE MANDA LE DONNE IN ROSSO

  • Nov 30, -0001
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ingenere.it
9 9 2010


di Claire Annesley
Presentando la sua manovra economica in parlamento, il cancelliere Osborne ha detto a giugno che le misure antideficit sarebbero state “dure ma giuste”. La manovra avrebbe sostenuto “i più vulnerabili, inclusi bambini e anziani”. (1). Eppure l’Institute for fiscal studies ha definito le stesse misure come regressive, niente affatto orientate al sostegno dei poveri. Inoltre il governo non ha mostrato alcuna consapevolezza né preoccupazione circa l’impatto sulle donne di questa manovra. Anche se il Gender Equality Duty obbliga tutte le istituzioni pubbliche ad essere attive nella promozione delle pari opportunità tra uomini e donne.
Le analisi femministe della manovra non lasciano dubbi sul fatto che le donne siano le più danneggiate dai provvedimenti della nuova coalizione di governo conservatrice-liberale. Secondo un rapporto della House of Commons, saranno le contribuenti a pagare più del 70% delle entrate derivanti dalle nuove misure fiscali e dai tagli ai servizi sociali (2). E il peggio deve ancora venire. Tutti i settori della pubblica amministrazione, con le sole eccezioni del Servizio sanitario nazionale e del Dipartimento per lo sviluppo internazionale, sono chiamati a predisporre tagli fino al 40%. Il loro impatto non sarà uguale per uomini e donne.
Un governo impegnato per l'eguaglianza di genere dovrebbe usare il proprio budget per combattere le disparità che caratterizzano il mercato, le comunità e le famiglie d’Inghilterra. Le donne inglesi, infatti, continuano a guadagnare significativamente meno degli uomini e sono a maggior rischio di povertà sia come madri che come lavoratrici o pensionate. Le donne fanno affidamento più degli uomini sui servizi pubblici e sui benefit sociali – non solo per se stesse ma anche per le persone di cui si prendono cura. Le donne sono più dipendenti dal settore pubblico anche come lavoratrici: sono il 65% degli impiegati pubblici. La manovra – e i tagli alla spesa dei vari dipartimenti che ne conseguiranno – non promuove l’uguaglianza di genere. Infatti, con poche eccezioni, gli effetti negativi colpiranno principalmente le donne.
Viene data la priorità ai tagli rispetto all’aumento delle tasse con una proporzione di 77 a 23. E' vero che ci sono una manciata di misure a beneficio dei lavoratori a basso reddito e dei pensionati più poveri. Per esempio, l'aumento di 1.000 sterline della soglia per le detrazioni personali d’imposta beneficerà i lavoratori più poveri, mentre andranno a beneficio dei pensionati le nuove regole per indicizzare le pensioni minime (i cui aumenti saranno collegati al più alto tra l'indice dei prezzi al consumo e l'andamento dei redditi, e comunque non inferiori al 2,5% all'anno). Allo stesso tempo, però, ogni aumento di entrate per le stesse categorie sarà rapidamente invalidato dal taglio ai servizi pubblici e ai programmi di assistenza sociale. - da cui le donne dipendono di più per se stesse e per coloro di cui si prendono cura. In linea generale, peserà su tutti l'aumento del costo della vita dovuto all'inasprimento dell'Iva al 20%. In tale quadro generale, ci sono poi gli effetti specifici delle singole misure sui diversi gruppi di donne, dei quali qui diamo una sintetica panoramica.
Le madri. La manovra è un attacco a tutte le forme di reddito indipendente che le donne ricevono in quanto madri e principali responsabili dei bambini. Il child benefit è un sussidio universale che, nella grande maggioranza dei casi, ricevono le madri. Questo sussidio è stato congelato per tre anni, per cui ci sarà un taglio in termini reali di cui risentiranno soprattutto le più povere. Il child tax credit (Ctc, credito di imposta per figlio) è means-tested (commisurato al reddito familiare), ma è pagato alla persona indicata come il principale responsabile della cura nella famiglia, il più delle volte la donna. Per le famiglie di classe media, saranno ridotti sia il child benefit che il child tax credit; questo significherà una perdita di reddito indipendente delle donne in quei nuclei familiari in cui potrebbero avere un basso reddito o non averlo affatto, le renderà totalmente dipendenti dai loro mariti.
Per le famiglie a basso reddito, il child tax credit cresce di 150 sterline; tale incremento accresce il reddito delle donne solo se queste vengono indicate come principali responsabili del lavoro di cura. Ma le 150 sterline extra saranno prontamente assorbite dall’innalzamento dei costi associati all’IVA al 20%. Il reddito indipendente delle neo-mamme sarà colpito inoltre dall'abolizione del sussidio per la salute in gravidanza e del l'assegno “Sure Start”, che sarà limitato al primo figlio. Quest’ultimo taglio potrebbe scoraggiare le donne più povere dall’avere più di un figlio.
I genitori soli, la maggior parte dei quali sono donne, sono colpiti dai nuovi requisiti richiesti, in base ai quali dovranno cercare un lavoro quando il figlio più piccolo inizia la scuola a cinque anni. Perché questa politica funzioni è necessario che il governo non tagli i servizi alla famiglia come per esempio: i circoli della colazione, il doposcuola e i campi di gioco per le vacanze. In ogni caso questi servizi per mamme lavoratrici sono minacciati dalla morsa sui bilanci degli enti locali.
Chi ha percepito lo Jsa (Job Seeker's Allowance: assegno per chi è in cerca di lavoro) per più di 12 mesi si vedrà ridotto del 10% il sussidio per l'abitazione: anche questa misura accrescerà l’insicurezza abitativa delle madri sole e dei loro bambini, dato che esse sono sovra-rappresentate tra le mamme disoccupate. Tutto ciò sarà esacerbato dalla necessità di cercare lavoro quando il bambino non appena più piccolo compie 5 anni.
Lavoratrici. Le donne occupate potrebbero beneficiare dell’innalzamento delle detrazioni sul reddito personale. Però saranno interessate in modo particolare dal congelamento delle paghe per due anni nel pubblico impiego, misura che interessa i dipendenti pubblici che guadagnano più di 21.000 sterline: in tale platea, le donne sono i due terzi. L’aumento forfettario di 250 sterline per i lavoratori a basso reddito del settore pubblico non riuscirà a compensare i tagli ad altri benefit e servizi, e l'aumento dell'Iva. Ulteriori tagli alla spesa porteranno una perdita di posti di lavoro nel settore pubblico. L’Office of Budget Responsibility ha calcolato 490 000 posti di lavoro pubblici in meno per il 2015 e 600 000 per il 2016 (3). Le donne saranno verosimilmente sproporzionatamente rappresentate tra coloro che perderanno il lavoro.
Anziane. La parziale indicizzazione delle pensioni minime (di cui abbiamo parlato precedentemente) innalzerà le entrate di molte donne anziane, ma anche in questo caso il vantaggio è controbilanciato dai tagli ai servizi di cura e altri servizi sociali, dai quali sono più dipendenti degli uomini in quanto mediamente sono più povere e vivono più a lungo.
Disabili. Il sussidio (Disability Living Allowance ) sarà sottoposto alla verifica dell’esame medico. E' più frequente che le donne soffrano di problemi mentali, i quali sono più difficili da dimostrare; probabile quindi che abbiano minori possibilità di superare il test.
Immigrate. Le donne delle minoranze etniche spesso vivono in quartieri poveri e quindi saranno colpite dalla manovra in maniera più dura rispetto alle donne bianche. Le donne del Pakistan e del Bangladesh sono quelle a maggiore rischio di povertà, vivono alti tassi di disoccupazione e tendono ad avere famiglie più numerose o più estese quindi I tagli alla spesa le colpiscono duramente. Soffriranno anche per la sospensione dei sussidi per l’abitare per le case con più di tre camere da letto, e saranno colpite dalla decisione di pagare il sussidio di maternità Sure Start solo per il primo bambino.
George Osborne ha torto quando proclama che la manovra è equa e proteggerà i più vulnerabili. Molte donne ne saranno negativamente colpite visto che più degli uomini fanno affidamento sull’impiego pubblico, i servizi pubblici e i sussidi. Ma sono soprattutto le donne più povere e vulnerabili della società inglese che sentiranno i tagli in maniera più acuta. Questa non è una manovra neutrale da un punto di vista di genere. Non è equa. Ed è possibile che il peggio debba ancora arrivare.
    1.    Si veda: http://www.hm-treasury.gov.uk/2010_june_budget.htm
    2.    Per un'analisi di genere della manovra, si veda: UK Women’s Budget Group ‘A Gender Impact Assessment of the Coalition Government Budget’ June 2010; Gender Research Network ‘The Gendered Implications of the Budget’ June 2010; Fawcett Society http://www.fawcettsociety.org.uk/index.asp?PageID=1161. Sul rapporto della House of Commons: Allegra Stratton, ‘Women will bear the brunt of budget cuts, says Yvette Cooper’ The Guardian 4 July 2010.
    3.    Si veda: http://www.bbc.co.uk/news/10457352 e http://www.guardian.co.uk/uk/2010/jun/29/budget-job-losses-unemployment-austerity


http://www.ingenere.it/articoli/lausterity-di-osborne-manda-le-donne-rosso

LA PINK GANG A ROMA

  • Nov 30, -0001
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ingenere.it
18 5 2010


Venerdi  21 maggio, ore 19  - Casa Internazionale delle Donne, via della Lungara 19 – Roma??Conferenza-incontro con Sampat Pal Devi leader della Pink Gang
Questa non è una gang qualunque: le sue componenti, una banda di donne che si batte contro mariti violenti e sfruttatori, indossano braccialetti, orecchini e sandali, si dipingono le mani con l’hennè, si riconoscono per i loro  lunghi sari rosa e hanno un “nom de guerre” all’apparenza innocuo: Gulabi gang, “la banda in rosa”. In Uttar Pradesh (una delle regioni più povere e violente dell’India rurale) assaltano, e assediano  i distretti di polizia per ottenere la registrazione ufficiale dei soprusi subiti dalle donne, ma anche dalle fasce di popolazione socialmente più deboli e inascoltate.  Organizzano proteste e sit-in, e vengono addirittura chiamate in aiuto ogni qualvolta si verificano episodi di violenza nei diversi villaggi, che non trovano attenzione da parte di una polizia spesso corrotta, se non assente. Le azioni della Gulabi Gang coinvolgono oggi anche latifondisti o impresari accusati di sfruttamento. Ma la Gulabi Gang ha creato anche scuole di alfabettizzazione per i più piccoli e scuole di cucito per le ragazze più grandi…
In allegato il programma completo dell'iniziativa PINK GANG casa delle donne.doc

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DONNE POLITICA UTOPIA

  • Nov 30, -0001
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3 5 2010

 
Il 14 e 15 maggio presso l'Università di Padova avrà luogo il convegno Donne Politica e Utopia, promosso dal Centro Interdipartimentale di ricerca Studi sulle politiche di Genere.
Di seguito il documento introduttivo a firma di Alisa Del Re, Valentina Longo, Lorenza Perini, Caterina Peroni
Proponiamo di seguito alcune riflessioni sul tema Donne Politica Utopia, tre parole sulle quali ci stiamo interrogando e sulle quali vorremo riflettere insieme durante il convegno. Non si tratta di condividere o meno quanto abbiamo scritto, si tratta piuttosto di partire da qui in cerca di nuove piste, di nuove immagini di una realtà che per il momento ci impone una serie di riflessioni non serene, tentando di incrociare diversamente gli eventi, di trovare anche altre parole che fotografino meglio di queste ciò che siamo o ciò che il mondo è diventato o potrà diventare a seguito della volontà di trasformazione delle lotte delle donne. Per rifletterci insieme e vedere se riusciamo a dire qualcosa di nuovo, a inventare nuove idee per progettare un mondo della politica diverso, utopico, forse, ma reale rispetto ai desideri, alle necessità e ai bisogni delle donne oggi e di domani.
 Da Olympe de Gouges a Mary Wollenstonecraft, da Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff alle suffragette dei primi del ‘900, la prospettiva del movimento delle donne nella prima metà del secolo scorso si è articolata nella volontà di godere degli stessi diritti “pubblici” di cui godevano gli uomini, con momenti di “protezione” legati alla maternità e alla cura. La “second wave” del femminismo degli anni ’60 ha fatto emergere da un lato la volontà delle donne di rendere effettivi i diritti formali conquistati e dall’altro la problematica del riconoscimento di una differenza irriducibile alla neutralità del “cittadino”. Il conflitto tra i sessi generato dalla lotta delle donne per modificare le condizioni di discriminazione, di subordinazione e di non  riconoscimento delle differenze nello spazio pubblico, ha posto in essere delle dinamiche di cambiamento sociale di cui è importante valutare le conseguenze. ?Oggi nel mondo, rispetto al passato, ci sono molte più donne con potere, denaro e lavoro retribuito. Dal 1970, a livello mondiale due posti di lavoro su tre sono stati occupati da donne. L’aumento delle percentuali di presenza femminile nelle cariche apicali rappresenta un passo in avanti notevole in tutti i settori (della politica, dell’economia, della cultura), pur tenendo presente che i numeri iniziali sono esigui. ?Su 13 vincitori di Nobel quest’anno ben 5 sono donne. Sembra giustificato teorizzare la fine del patriarcato, come fine di una legittimazione universale di rapporti di subordinazione di un sesso rispetto all’altro. Ma le ingiustizie e le discriminazioni verso le donne continuano ad essere praticate. E’ tuttora enorme la sperequazione tra salari, opportunità, autorevolezza, accesso all’istruzione, alla salute e, nei paesi più poveri, al cibo, tra uomini e donne. A livello politico il superamento della subordinazione violenta delle donne non è mai stata una priorità, né per i partiti, né per i governi, come del resto il superamento dell’esclusione delle donne dai posti di potere.?Le iniquità, le prepotenze, le sopraffazioni, gli abusi legati al genere sono sempre meno tollerati e un numero crescente di Stati prevede sanzioni legislative; nei casi in cui emergano nei circuiti mediatici producono pubblico scandalo. Spesso però vivono nel sommerso sociale e sono  giustificati come comportamenti non modificabili, culturalmente accettati, o sono rappresentati nel discorso pubblico come eccezioni. ?Il corpo delle donne resta il luogo su cui si determina la definizione di identità sessuali e status sociale: rappresentato spesso dai media mainstream come oggetto mercificato e mercificabile, a disposizione (della corruzione) del potere, diventa il dispositivo attraverso cui si costruiscono soggettività passive, senza voce, riflesse. ?L’immagine del femminile debole, incompleto, afasico permette la produzione di retoriche e norme di disciplinamento che fanno della vittimizzazione lo strumento di controllo più efficace per rafforzare lo stereotipo binario vittima/carnefice. All’interno del quale, per la vittima, non c’è mai alcuno spazio di autodeterminazione.?Al di fuori di questa logica binaria neutralizzante si è collocato il femminismo: nella rivoluzione epistemologica e politica della frantumazione del soggetto universale della cittadinanza ha sicuramente modificato e rovesciato i rapporti sociali, familiari, relazionali: ma fino a che punto? Nei luoghi delle decisioni, nei luoghi del potere istituzionale le donne sono poche e quando ci sono (forse perché sono poche) non danno molti segni innovativi. Forse il cambiamento si ritrova nelle pratiche (la politica prima, Libreria delle donne di Milano), ma c’è da chiedersi come tali pratiche si possano generalizzare, come si relazionano con le norme sociali senza rimanere confinate nei luoghi delle donne. Come trasformare le pratiche femminili di resistenza e conflitto in mutamento sociale??Ancora oggi il potere maschile è sinonimo di un dominio che universalmente si erge sulle fondamenta della gratuità del lavoro di cura. L’organizzazione di questo potere forse non si presenta più nella forma del patriarcato, ma nella nuova accezione del Fratriacato (una nuova configurazione del conflitto fra i sessi) (Francoise Gaspard) e in ogni caso tende ad escludere la diversità e a prevedere al massimo l’omologazione che produce la neutralizzazione delle differenze, cosa che il pensiero politico femminista non ha mancato di osservare, rilevando che non siano possibili emendamenti.?La seconda ondata del femminismo ha fatto emergere con forza come la sfera personale sia una dimensione intrinsecamente politica, e probabilmente è su questa “politica” che bisogna tornare per riscoprire nuove forme di autodeterminazione non negoziabili.?La libertà del corpo, il desiderio di essere nello spazio pubblico in modo autonomo sono scivolati verso derive inaccettabili? Partendo dal nodo sessualità-politica, ci chiediamo come non rimanere imbrigliate nell’omologazione e come uscire da quelli che sembrano vecchi schemi di vendita commerciale di sé. Come leggere i mutamenti del presente in modo che non ci schiaccino in visioni dicotomiche e riduzioniste delle femminilità? Come far pesare le parole e le voci di quante eccedono il modello dominante?
Alisa Del Re, Valentina Longo, ?Lorenza Perini, Caterina Peroni


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SUI GENERIS TRE GIORNI PER PARLARE DI DONNE E LAVORO

  • Nov 30, -0001
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3 5 2010


La manifestazione, dedicata a donne e lavoro, si svolgerà a Mantova il 6,7,8 maggio e vedrà la presenza dei maggiori esperti del settore per mantenere viva l'attenzione e proporre soluzioni.
la manifestazione dedicata alle Pari Opportunita'  in Politica, Famiglia e Lavoro per accendere i riflettori su una questione mai passata di moda, quella della discriminazione della donna sul lavoro e nei luoghi del potere e delle decisioni.
   - Durante la tre giorni, approfittando della *partecipazione dei massimi esperti del settore*, si vogliono mettere attorno a un tavolo politici, imprenditori, docenti, consulenti, sindacalisti e comuni cittadine e cittadini, per proporre soluzioni concrete e sostenibili e per affermare “finalmente“ che la questione della parità di genere va ben oltre l'aspetto della giustizia sociale. Perseguire questo obiettivo, infatti, denota lungimiranza per la salute della economia nella sua totalità .
  - SUI GENERIS è una manifestazione dedicata al tema "donna e lavoro" trattato nelle sue differenti sfaccettature attraverso conferenze, incontri e tavole rotonde ma anche eventi teatrali e momenti di intrattenimento, con l'intenzione di diffondere la questione a tutti i livelli di pubblico.
 - Un intenso calendario di appuntamenti per approfondire ricerche e strategie su pari opportunità, lavoro e famiglia, inserimento della donna nel lavoro, favorire le mamme lavoratrici, discriminazione e strumenti di contrasto. Temi di grandissima attualità, non solo nel dibattito politico e economico, ma anche nella vita quotidiana delle famiglie, dove quella del lavoro appare come una delle problematiche più concrete e più sentite.
PERCHE' UNA MANIFESTAZIONE SULLE PARI OPPORTUNITA'
   - Secondo il rapporto 2009 sulle pari opportunità  tra uomini e donne stilato dal World Economic Forum l'Italia è al 72° posto (e in discesa!), superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay. Il dato dimostra che ciò di cui si parlerà  a SUI GENERIS, come l'occupazione femminile e la conciliazione del lavoro con la vita famigliare, sono tema caldissimo e quanto mai all'ordine del giorno.
  - L'attenzione per le politiche di genere non è solo una questione sociale ma anche di progresso economico generale. Se l'Italia raggiungesse il 60% dell'occupazione femminile (come chiesto dall'UE agli stati membri nella Strategia di Lisbona) il pil aumenterebbe del 7%. Inoltre, numerosi studi confermano che ogni 100 donne impiegate si crea un indotto di altri 15 posti di lavoro, sempre femminili.
Per conoscere nel dettaglio il programma e gli ospiti che interverranno, vi invitiamo a visitare il sito

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DONNE MAROCCHINE, IL CAMBIAMENTO CIRCOLARE

  • Nov 30, -0001
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21 4 2011
 
di Manuela Samek, Renata Semenza
 
 Le donne migranti contribuiscono sempre di più all'economia dei paesi di provenienza, ma il tema delle rimesse femminili e delle differenze fra donne e uomini nell’invio e nell’utilizzo delle rimesse non è stato molto analizzato e i pochi studi condotti non arrivano a dei risultati compiuti. Nonostante le evidenze empiriche abbiano dimostrato che integrare la prospettiva di genere nei programmi di sviluppo contribuisce alla loro efficacia e sostenibilità; la gran parte della ricerca sulle rimesse si è concentrata sugli aspetti economici, ignorando le implicazioni politiche e sociali legate al ruolo delle donne.
Proprio per colmare questo vuoto conoscitivo ed analitico, in un progetto di ricerca[1] sui processi migratori delle donne marocchine, abbiamo indagato la complessa rete di connessioni e intersezioni fra genere, migrazione, rimesse e sviluppo.
Rimesse economiche e rimesse sociali
La ricerca è stata condotta in modo contestuale in Lombardia e in una regione interna del Marocco, caratterizzata da un elevato flusso di emigrazione, e il suo valore può essere ricondotto al fatto che si indaga su un universo femminile e islamico nei due contesti di riferimento, quello di provenienza e quello di destinazione.?I risultati offrono alcuni spunti di riflessione sul modo in cui le donne si orientano nell’inviare e nell’utilizzare le rimesse e su come le relazioni familiari, anche in un contesto culturale poco favorevole alla parità dei diritti fra donne e uomini, possano risultare modificate, grazie a un nuovo ruolo economico e a un diverso ruolo sociale che le donne spesso acquisiscono dall’esperienza migratoria.?Dati recenti (ISTAT 2008) ci dicono che le donne costituiscono il 42% del totale della comunità marocchina in Italia, che continua a essere prevalentemente maschile, a differenza dei paesi dell’Europa orientale (Ucraina, Polonia, Moldavia, Romania), dell’America latina (Perù, Ecuador) e delle Filippine, in cui le emigrazioni sono caratterizzate da un modello che vede le donne protagoniste della mobilità internazionale come primo-migranti. Nel caso delle migrazioni marocchine invece prevale un modello migratorio “familiare” che si caratterizza per l’integrazione e il radicamento nel paese di destinazione, proprio attraverso la ricomposizione del nucleo familiare.?Se confrontata con altri paesi nordafricani la componente femminile marocchina è tuttavia più consistente e la sua crescita è presumibilmente legata ai progressi che il Marocco ha conosciuto sia a livello di sviluppo socio-economico, sia sul piano delle riforme che hanno portato a un miglioramento delle condizioni di vita e dei diritti delle donne[2].?Il Marocco rappresenta il quarto paese in termini di valore complessivo delle rimesse ricevute e l’emigrazione è uno degli assi portanti della sua politica economica (Arrighetti 2010). Il 16% delle famiglie marocchine riceve rimesse (Chaabita 2007) e le rimesse rappresentano il 9% del PIL.  Secondo alcuni autori  la rilevanza e la costanza delle rimesse economiche verso il Marocco sarebbero da associare ai più marcati legami transnazionali dei migranti marocchini rispetto ad altre realtà anche del Nord Africa  (De Haas e Plug 2006; De Haas 2007).?Sulla natura, il ruolo e l’utilizzo delle rimesse economiche, da parte delle donne che le inviano e  da parte delle donne che le ricevono, i nostri risultati empirici sembrano confermare le tre principali ipotesi presenti nella letteratura (Lucas, Stark 1985; Orozco et al.2006, Pfeiffer et al.2007, Instraw 2005, Dustmann, Mestres 2009):
1) le donne hanno un ruolo nelle decisioni relative all’invio e all’uso delle rimesse anche nello specifico caso delle marocchine, il cui processo migratorio avviene prevalentemente per ricongiungimento familiare;
2) le rimesse femminili si indirizzano verso i bisogni primari -istruzione e salute- e sembrano dunque motivate prevalentemente da un fine altruistico;
3) le cosiddette ‘rimesse sociali’, come risulta dalle nostre interviste qualitative, esercitano un ruolo indiretto di stimolo all’emancipazione femminile e contribuiscono al miglioramento delle condizioni di vita nelle società di provenienza.
Le rimesse economiche sembrano avere inoltre un impatto diretto sulle relazioni di genere  nelle comunità di origine: soprattutto nelle famiglie transnazionali con il marito emigrato, le donne vedono accrescere le loro responsabilità e la loro autonomia nella gestione delle risorse che vengono dall’estero: il 56% delle intervistate che ricevono rimesse ne controlla direttamente l’utilizzo.

Le rimesse femminili sostengono lo sviluppo locale?
 Le rimesse economiche e quelle sociali potrebbero avere un ruolo importante nella riduzione della povertà delle famiglie transnazionali, favorendo il miglioramento delle opportunità di accesso all’istruzione e alle cure sanitarie per i figli, dell’alimentazione e delle condizioni igieniche. Inoltre, attraverso politiche e iniziative mirate, sia nei paesi di arrivo che nel paese di provenienza, le rimesse e la comunità emigrata potrebbero avere un ruolo chiave nello sviluppo locale, soprattutto delle aree depresse del paese (quelle rurali e geograficamente più interne e marginali). Inoltre, l’utilizzo delle rimesse per investimenti nell’agricoltura di sussistenza può contribuire a contenere il fenomeno di abbandono e, se accompagnato dalla creazione di infrastrutture e di servizi essenziali, potrebbe favorire lo sviluppo di un’agricoltura più moderna e produttiva.
Tuttavia l'indagine in Marocco ha fatto emergere anche il rischio di un ulteriore impoverimento delle aree rurali a causa dell’emorragia di risorse umane giovani e qualificate e l’innescarsi di una dipendenza dalle rimesse che gonfia i consumi correnti piuttosto che gli investimenti.
Per evitare questi rischi e sostenere uno sviluppo locale promosso dalla comunità marocchina (residente ed emigrata) è necessario integrare le politiche migratorie, che finora in Europa sono state deboli, prevalentemente difensive e discontinue, con quelle della cooperazione allo sviluppo, puntando sul sostegno alle rimesse economiche, alla trasmissione transnazionale di competenze tecniche e sociali e alla costruzione di azioni bilaterali più efficaci. Si tratta di politiche ad oggi poco considerate sia nei paesi di destinazione che in quelli che hanno dato origine al processo migratorio.
Dalla ricerca emergono alcuni spunti di riflessione sulle politiche di sostegno allo sviluppo attraverso politiche mirate. Di seguito le proposte che hanno un potenziale di impatto positivo e alcune delle misure che ne faciliterebbero l'attuazione.
Per esempio, le politiche per incentivare la creazione di attività produttive e/o commerciali nel paese di origine e  rafforzare dell’auto-imprenditorialità delle donne migranti nel paese di arrivo necessitano di interventi che favoriscano l' accesso al credito e regolamentino i servizi finanziari. Tra i vari problemi legati ai flussi di denaro tra i paesi di emigrazione e quelli di accoglienza emergono, infatti, le alte commissioni sulle transazioni e gli elevati tassi di cambio che le società finanziarie che fungono da intermediarie impongono. Sarebbe quindi utile sostenere l’accesso ai servizi finanziari fornendo garanzie e servizi di money transfer a costi più ridotti.
Sono rilevanti anche gli interventi di sostegno all’associazionismo come strumento di aggregazione delle comunità di migranti intorno a progetti collettivi di sviluppo nei paesi di provenienza. Allo stesso modo è importante che vi siano programmi di sostegno alla circolarità migratoria attraverso incentivi alla creazione di attività economiche transnazionali e alla commercializzazione dei prodotti/servizi.
Come ultima nota vogliamo porre l'accento sulla particolare attenzione che secondo noi andrebbe data ai programmi di alfabetizzazione per le donne residenti nelle zone rurali dove il livello ancora elevato di analfabetismo, soprattutto femminile, rappresenta uno dei principali ostacoli al miglioramento delle condizioni di vita e allo sviluppo economico.
 
NdR: Sullo stesso argomento, sempre su inGenere, vedi Quando le donne mandano i soldi a casa di Jayati Josh, Colf e badanti il diamante della cura di Flavia Piperno, Marcela e Matteo, il welfare delle due Romanie di Flavia Piperno
NOTE
[1] La ricerca, realizzata da Soleterre strategie di pace ONLUS, Università degli Studi di Milano e Istituto per la Ricerca Sociale nell’ambito del programma Aeneas, cofinanziato dall’Unione Europea, si concentra su un campione di 116 donne emigrate in Lombardia e un campione equivalente di donne residenti in una regione interna del Marocco (Chaouia-Ouardigha) che sono ritornate in Marocco o che appartengono a famiglie transnazionali. La ricerca è stata diretta da Renata Semenza (Università di Milano) e Manuela Samek Lodovici (IRS) e realizzata da Flavio Scantimburgo (Università di Milano) e Daniela Loi (IRS), con la collaborazione di Alessandro Arrighetti (Università di Parma).
[2]  Il governo del Marocco è stato il secondo del mondo arabo-musulmano, dopo quello tunisino, a stabilire giuridicamente la parità tra uomo e donna; un cambiamento anticipato dalla modifica del Codice del Lavoro del 2003 che ha introdotto per le lavoratrici diritti fino ad allora sconosciuti, quali la maternità, il diritto di aderire ai sindacati, il riconoscimento della molestia sessuale in ambito lavorativo. Sempre dal 2003 il nuovo codice del commercio prevede che le donne possano esercitare attività commerciale senza l’autorizzazione del marito.

Riferimenti bibliografici
Arrighetti A. (2010) “Entità e destinazione delle rimesse: una oldrassegna della letteratura” in Semenza R., Samek M., Scantimburgo F., Loi D., Women’s Migration from Morocco to EU: a Warp Yarn for the Development, UNIMI, IRS, Soleterre Onlus, mimeo, 2010.?Chaabita, R. (2007), Les Transferts de Fonds des Residents Marocains Residants en Europe: Impacts et Determinats, CEA-AN/Ad-Hoc/Migration/07/E.1 Mars.?De Haas, H. e Plug R. (2006), Trends in Migrant Remittances from Europe to Morocco 1970- 2005, International Migration Review, vol. 40, n.3.
De Haas  H. (2007), The Impact of International Migration on Social and Economic Development in Moroccan Sending Regions: a Review of the Empirical Literature, IMI, University of Oxford.
Dustmann C., Mestres J. (2009), Remittances and Temporary Migration, Discussion Paper 09/09, Cream, University College, London.
Instraw (2005), Crossing Borders: Remittances, Gender and Development, United Nations.
Lucas R.E.B. and Stark O. (1985) “Motivations to Remit: Evidence from Botswana” in Journal of Political Economy 93(5): 901-18.
Orozco M., Lindsay Lowell B. and Schneider J. (2006), “Gender Specific Determinants of Remittances: Differences in Structure and Motivation”, mimeo
Pfeiffer L., S. Richter, P. Fletcher and J.E. Taylor (2007) “Gender in economic research on International Migration and its Impacts: A critical review”, in The international migration of women, ch. 2
Semenza R., Samek M., Scantimburgo F., Loi D., Migrazioni femminili, transnazionalismo e reti, la Rivista delle Politiche Sociali n.2, 2010.
ingenere.it
11 12 09


Questa mattina a Roma, presso il Centro Studi Italo-francesi dell’Università Roma Tre è stato presentato un nuovo progetto di informazione economica, politica e sociale: il sito web InGenere.it (www.ingenere.it).  L’editore è la Fondazione Brodolini.
Tra le autrici sono intervenute Francesca Bettio (docente di Economia del Lavoro all’Università di Siena), Roberta Carlini (giornalista di politica economica e lavoro, è la caporedattrice del sito), Annamaria Simonazzi (docente a Sapienza Università di Roma di Economia politica, Economia italiana ed europea), Paola Villa, insegna all’Università di Trento.

InGenere.it è un portale di informazione, approfondimento e dibattito su questioni economiche e sociali analizzate in una prospettiva di genere. Il suo obiettivo è mettere in rete le idee, le ricerche, gli studi, le esperienze e fornire contenuti innovativi di proposta politica.
Il lavoro di InGenere.it può contare su una redazione e un cerchio allargato di collaboratrici e collaboratori che sostengono e alimentano l’iniziativa.

La redazione è composta da: Francesca Bettio,  Roberta Carlini (caporedattrice) Marcella Corsi, Annalisa Rosselli, Annamaria Simonazzi, Paola Villa. Con la collaborazione della vignettista Pat Carra.

Il sito pubblica: articoli, recensioni, segnalazioni di testi, proposte, eventi in rete, ricerche italiane e internazionali, una newsletter quindicinale, un forum dedicato a un argomento specifico di interesse sui temi di genere, scelto mensilmente.
L’economia - con tutte le altre scienze sociali - ha bisogno di essere riletta con uno sguardo che assuma la differenza tra i sessi e denunci le disuguaglianze. Ed è importante mettersi in rete con chi già se ne sta occupando.
Il campo dei gender studies oltre a essere vasto e ricco, ha una carica innovativa ormai consolidata scientificamente. Ciononostante, quelle analisi, quegli studi e quelle pratiche faticano a tradursi e a trovare ascolto nel terreno della proposta politica e in particolare nel dibattito sulla politica economica. InGenere.it intende dare uno spazio di comunicazione e uno strumento di azione. Intende affrontare in una prospettiva di genere  questioni rilevanti dell’agenda sociale, politica ed economica nazionale ed internazionale, in un momento storico politico in cui sembra emergere fortemente la necessità.
L’aggiornamento degli articoli avverrà ogni quindici giorni, il forum è sempre aperto.

Articoli. Commenti, analisi, valutazioni su questioni di attualità politica, economica e sociale, analizzate da un punto di vista di genere. Gli argomenti sono tematizzati nelle seguenti voci:

Bilanci, fisco, spesa pubblica
Bioetica
Cittadinanza e diritti
Corpo e sessualità
Discriminazioni e pari opportunità
Economia
Famiglie
Finanza e credito
Generazioni
Imprese
Innovazione
Lavori e occupazione
Migrazioni
Povertà e diseguaglianza
Politiche e istituzioni
Ruoli e stereotipi
Scienza
Scuola, università e ricerca
Sviluppo, territorio e ambiente
Welfare e cura

Gli articoli possono essere frutto di ricerche e lavori più ampi, predisposti nell’ambito dell’università o di istituti di ricerca: in questo caso si rinvia a tali lavori che sono consultabili nello stesso sito nella sezione “ricerche”. Ma in ogni caso perseguono l’obiettivo della divulgazione e la concretezza della proposta di policy concreta. Gli articoli vengono richiesti (o vagliati, se proposti dall’esterno) e valutati dalla redazione oppure da una delle persone di riferimento (per la propria area di competenza) nell’ambito del gruppo dei collaboratori stabili.

Ricerche. Un archivio per documentarsi e approfondire. In questa sezione sono pubblicate - o linkate - le ricerche scientifiche che assumono un punto di vista di genere, realizzate dalla Fondazione G. Brodolini, dalle Università e da altri istituti di ricerca che le rendano disponibili, e dalla rete delle collaboratrici e dei collaboratori che fanno capo al sito.

Recensioni. ingenere.it racconta, attraverso gli scritti dei suoi collaboratori e della redazione, libri, convegni, incontri, articoli.

Segnalazioni. In questa sezione si segnalano e si linkano convegni, presentazioni, mostre, siti web, appuntamenti selezionati dalla redazione, attinenti alle tematiche di genere, e presentati con una breve sintesi redazionale. Un servizio che si mette a disposizione degli utenti del sito, che si trovano così porta e chiavi d’accesso su altre iniziative; e un tentativo di mettere in rete le tante realtà che si muovono nel nostro stesso campo di interesse.

Voci dalla rete. Link a siti e blog per continuare a navigare: i blog delle economiste, archivi on-line, network tematici, gender budgeting, voci di donne nella rete, testate affini e istituzioni.

Newsletter. Ha cadenza quindicinale, e contiene l’aggiornamento degli articoli e  delle recensioni.

Forum. Ogni mese la redazione di www.ingenere.it apre un forum su un tema d’attualità, mettendo in discussione le analisi e gli articoli già pubblicati nel sito stesso o presenti nel dibattito pubblico. Il forum è illustrato da una vignetta di Pat Carra. Il sito si propone di essere un luogo di discussione aperto, e lo spazio del forum ha come obiettivo quello di mettere in connessione e discussione realtà diverse, favorire l’interdisciplinarietà, uscire dalla trappola degli specialismi. Dunque il forum è aperto, purché i contributi siano attinenti al tema messo in discussione, chiari, non offensivi.

Copyright. Ragione sociale dell’iniziativa è la libera circolazione delle idee e la massima diffusione dei contenuti che mettiamo in discussione. Dunque gli articoli pubblicati da ingenere.it sono riproducibili purché utilizzati a scopo non commerciale e pubblicati nella loro integrità (o con rinvio al testo integrale), con chiara visibilità del sito e dell’autrice/autore e con link al portale.

PROFILI DELLA REDAZIONE di InGenere.it 

Francesca Bettio insegna economia del lavoro e applicazioni microeconometriche all'Università di Siena. Fa parte del Board Editoriale di riviste nazionali e internazionali e ha una lunga esperienza di collaborazione scientifica con diverse organizzazioni internazionali. Attualmente è coordinatore scientifico del network europeo EGGE (Employment and Gender Equality Issues).

Roberta Carlini è una giornalista free lance, si occupa di economia, società, lavoro, politica economica. Collabora con L'espresso e altri periodici. Coordina il sito di informazione economica www.sbilanciamoci.info. E' stata vicedirettore del manifesto dal 1998 al 2003. Sito personale: www.robertacarlini.it.

Marcella Corsi insegna economia politica alla SapienzaUniversità di Roma .E' autrice di numerosi saggi su temi che spaziano dall'economia del lavoro alle tematiche dello sviluppo umano (spesso in ottica di genere). Attualmente è co-coordinatore scientifico del network europeo EGGE (Employment and Gender Equality Issues). E' socia di ASDO (Assemblea per lo sviluppo delle donne e la lotta all’esclusione sociale) e di WIDE (Women in Development), nonchè parte del Comitato Scientifico di Fondazione Risorsa Donna.

Annalisa Rosselli insegna storia dell’economia politica e storia dei mercati finanziari all’Università di Roma Tor Vergata Economista, membro dell’International Association for Feminist Economics.
In Italia ha collaborato con numerose amministrazioni locali a progetti di Bilanci di genere e insegnato a corsi di formazione e Master sul tema delle Pari Opportunità.
Fa parte dell’European Gender Budgeting Network che, tramite workshop e conferenze internazionali, mantiene i collegamenti in Europa tra esperte di Gender Budgeting.

Annamaria Simonazzi insegna economia politica ed economia italiana ed europea alla Sapienza Università di Roma. Da molti anni coordina, in qualità di presidente del comitato scientifico della Fondazione G. Brodolini, ricerche e progetti europei. Attualmente è co-coordinatore scientifico del network europeo EGGE (Employment and Gender Equality Issues) e Consulente scientifico del network europeo EGGSI (Gender equality, social inclusion, health and long term care). Fa parte di diverse organizzazioni internazionali, fra cui l’International Working Party on Labour Market Segmentation.

Paola Villa Economista, Ph.D alla University of Cambridge, insegna alla Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Trento. Il campo di ricerca principale è l’economia del lavoro. E’ autrice di numerosi studi con riferimento specifico alle dinamiche dell’occupazione e della disoccupazione. Una parte rilevante dell’attività di ricerca degli ultimi anni è stata dedicata alle problematiche connesse con l’integrazione delle donne nel mercato del lavoro.

 
PROFILO EDITORE
La Fondazione G. Brodolini
La Fondazione Giacomo Brodolini (www.fondazionebrodolini.it) è un Istituto Culturale e un Centro di Ricerca che incentra la propria attività su tematiche economiche e sociali rivolgendo particolare attenzione ai problemi riguardanti l’occupazione, la tutela del lavoro e la protezione sociale con rigore metodologico e seguendo un approccio interdisciplinare.

La Fondazione è stata istituita nell’aprile del 1971 al fine di continuare l’opera culturale e sociale dell’ex ministro del lavoro Giacomo Brodolini, a cui si deve l’approvazione dello Statuto dei lavoratori.
L'evoluzione della società italiana ed europea ha portato negli ultimi anni la Fondazione G. Brodolini a concentrare la propria attenzione sui temi dell'inclusione sociale e della 
differenza di genere, producendo numerose ricerche sul tema delle pari opportunità.
In questo ambito la Fondazione coordina dal 2007 per la Commissione Europea (DG Occupazione, Affari Sociali e Pari Opportunità) la rete EGGE - Gender Equality and Empolyment- che fornisce analisi e raccomandazioni sulle politiche del lavoro in un’ottica di genere per ognuno dei paesi membri dell’Unione Europea ed è tra i coordinatori della rete EGGSI - Gender Equality and Social Inclusion - che analizza in un’ottica di genere le politiche per l’inclusione e la protezione sociale. 
La Fondazione G. Brodolini inoltre coopera con l’Istituto di Studi Sindacale Europeo (ETUI) e fa parte dei networks internazionale di ricerca RLDWL, Regional and Local Development of Work and Labour e IWPLMS, International Working Party on Labour Market Segmentation e della rete ELNEP - European Labour Network for Economic Policy.
Dal 2000 è  rappresentante per l’Italia dell’Osservatorio Europeo sull’Occupazione (EEO), istituito dalla Commissione Europea.
La Fondazione pubblica dal 1967 le rivista Economia & Lavoro, quadrimestrale di politica economica, sociologia e relazioni industriali edito da Carocci e Labour in collaborazione con il CEIS dell’Università di Tor Vergata, trimestrale di economia del lavoro e relazioni industriali, edito da Blackwell. 

www.ingenere.it

 


 

 

 

Le laureate sfondano il tetto. E dopo, cosa succede?

  • Nov 30, 2012
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28 11 2012
 
di Paola Potestio

Il grande balzo in avanti delle ragazze laureate è avvenuto in pochi anni. Nel 2010, ha preso la laurea il 26,3% delle donne tra i 25 e i 29 anni, e solo il 17,4% dei coetanei maschi. E il "gender ratio" in questo campo è il più alto d'Europa - stavolta a favore delle donne. Ma il mercato del lavoro non segue
Negli ultimi due decenni, abbiamo assistito in Italia a una crescente differenziazione dei livelli di istruzione tra i segmenti maschile e femminile della popolazione giovanile. Un fenomeno sociale di notevole rilievo: se tale tendenza permarrà, in un futuro prossimo avremo differenze di genere nei livelli di istruzione dell'intera popolazione, differenze che rovesciano la storica supremazia della popolazione maschile nei titoli di studio universitari. Tra i tanti divari di genere oggetto di analisi e di dibattiti, questo fenomeno ha attirato finora un'attenzione relativamente minore ed appare assai aperto all'analisi. In questo articolo ci si concentrerà sulla sua dimensione, in particolare nella fascia di età 25-29 anni, e sugli effetti della riforma degli ordinamenti didattici universitari che nel 1999 ha introdotto il cosiddetto 3+2.

I dati disponibili rendono possibili confronti omogenei a partire dal 1993. Ne emergono tre aspetti in particolare. Il primo è la costante riduzione nell'arco del ventennio della quota percentuale di giovani con i più bassi livelli di istruzione (scuola elementare e scuola media). In tutto il periodo la percentuale di giovani con la sola scuola elementare è analoga nei due segmenti di genere e scende nel 2010 intorno a 1,5% tra i 20-24enni e a 2,6% tra i 25-29enni. In entrambi i segmenti, poi, la contrazione nella percentuale di giovani muniti solo della licenza media è superiore a 20 punti. Qui si conserva tuttavia una differenza di genere: i giovani con la sola scuola media sono relativamente più numerosi nella componente maschile. Nel 2010, i giovani con la sola scuola media scendono al 26.5% tra i 25-29enni e al 21.8% tra le 25-29enni.
Ovviamente, al minor peso nel tempo dei livelli più bassi di istruzione corrisponde un maggior peso nel tempo di diplomati e laureati, peso la cui evoluzione appare tuttavia alquanto diversa nell'arco del periodo. Il secondo aspetto è appunto la modesta crescita della percentuale di laureati negli anni '90 e la consistente crescita in questi anni del numero di diplomati (intorno a 10 punti percentuali in entrambe le fasce di età e in entrambi i segmenti di genere). L’ introduzione del 3+2 nei corsi universitari esercita quindi subito un notevole impatto su immatricolazioni universitarie e lauree. Nei primo decennio del 2000 il numero di laureati cresce drasticamente, mentre il peso dei giovani diplomati rimane abbastanza stabile e quello delle giovani diplomate si flette addirittura un po' nella seconda metà del decennio. Questo andamento ci porta al terzo aspetto: la forte differenza di genere nella crescita dei laureati. Nel 2010 le laureate sono il 26,3% tra le giovani 25-29enni (erano il 10,2% nel 1999), mentre i laureati sono il 17,4% tra i 25-29enni (erano il 7,9 nel 1999). Il cosiddetto "gender ratio", il rapporto tra le quote percentuali di laureate e laureati, sale dunque dal 1,1 del 1999 all'1,5 nel 2010.

Guardando allo specifico andamento dei due nuovi livelli di laurea, la crescita si concentra in particolare sulle lauree triennali. Il permanere di una notevole lentezza degli studi universitari rispetto alla loro durata teorica lascia il peso anche delle lauree triennali alquanto modesto tra i 20-24enni. Tra i 25-29, le lauree triennali costituiscono nel 2010 il 7,9% della popolazione maschile (erano l’1,6 nel 2004), e l’11,7% in quella femminile (erano il 2,8 nel 2004). Tra i laureati magistrali crescono ancora, seppur di poco, le differenze di genere e il loro peso tocca nel 2010 il 9,5% nel segmento maschile e 14,5% in quello femminile.

Qualunque cosa si pensi della riforma 3+2 - come è noto le valutazioni sono contrastanti e oggetto di un dibattito tra gli addetti ai lavori - non v’è dubbio che essa è stata decisiva nell’aumentare il numero dei laureati e che l’ampliamento nel divario di genere che si è sottolineato si leghi in buona misura ad essa. Il che pone due quesiti. Il primo: quali sono i riflessi nel mercato del lavoro dell’accresciuto numero di giovani laureate? o, più in generale: la riforma 3+2 ha modificato la performance delle giovani laureate nel mercato del lavoro? Il secondo: come si posiziona, in un confronto europeo, il divario di genere italiano?

Per quanto riguarda il primo quesito, gli effetti della riforma sul mercato del lavoro sono in larga misura analoghi nei due segmenti di genere. L'obiettivo di abbreviare i tempi di ingresso nel mercato del lavoro, cui l'introduzione della laurea triennale mirava, non è stato finora raggiunto dalla riforma. I massicci passaggi dalla laurea triennale alle lauree magistrali, e i permanenti lunghi tempi di laurea, non hanno velocizzato l'ingresso nel mercato del lavoro sia tra le giovani che tra i giovani. Se guardiamo poi ai movimenti delle variabili fondamentali del mercato del lavoro, e ai laureati 25-29enni, si mantiene o addirittura si accentua la migliore performance dei laureati magistrali maschi. Nel 2010, il tasso di occupazione (il rapporto tra occupati e popolazione) dei laureati magistrali maschi (65,5%) giunge a superare di circa nove punti quello delle donne (56,3%), mentre il tasso di disoccupazione si mantiene costantemente superiore tra le donne. Nel 2010, la disoccupazione è pari al 18,3% nel segmento femminile e 14,4% in quello maschile. Tra i laureati triennali, invece, a un tasso di disoccupazione analogo nei due generi (14-15% nel 2010), fa riscontro una relativa maggiore occupazione tra le donne. In conclusione, pur solo in termini delle variabili fondamentali del mercato del lavoro, i dati segnalano per il livello più elevato di istruzione - la laurea magistrale - una perdurante maggiore debolezza nel mercato della componente femminile.

Veniamo ora al confronto europeo. Nonostante i progressi, la numerosità dei laureati si mantiene in Italia straordinariamente bassa rispetto alla media europea in entrambe le componenti di genere. Ciò premesso, una tendenza alla crescita del gender ratio è pressoché generale in Europa. Sotto questo aspetto, l'Italia si caratterizza per un livello relativamente alto del rapporto, dunque per un divario di genere a favore delle donne relativamente alto nelle lauree. A fronte di un gender ratio in Italia pari nel 2010 a 1,5, il rapporto medio nell'Europa a 27 paesi è 1,4 e 1,3 nell'Europa a 15 paesi. Per sottolineare ulteriormente il divario italiano, si consideri che il gender ratio è pari, ad esempio, a 1,3 in Germania e in Francia e 1.2 in Inghilterra o in Olanda. Come si osservava all'inizio, la rilevanza del fenomeno, le sue implicazioni e i suoi possibili effetti rimangono ancora sostanzialmente aperti all'analisi.

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