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Lavori domestici, tempo di dargli un taglio?

  • Nov 30, -0001
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di Marina Della Giusta, Ingenere
26 luglio 2012

Descrizione: http://web.rifondazione.it/home/images/lavori_domestici.jpgCambiano i tempi, ma non poi così tanto... Le donne italiane, secondo i dati dell’Ocse sull’uso del tempo in vari paesi del mondo, passano una gran quantità del loro tempo occupate in faccende domestiche.
Uno sguardo ai dati sul lavoro non retribuito in Italia (volontariato, lavoro di cura di figli e anziani, lavoro domestico, shopping) mette le donne italiane nella poco invidiabile posizione di coloro che fanno di più sia in assoluto

Triplo salto mortale, per aggirare le donne

  • Nov 29, 2012
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Ingenere
28 11 2012

Da lungo tempo si discute della necessità di modificare la legge elettorale nazionale, ma i tempi sono ormai ristrettissimi e le possibilità di pervenire ad un accordo appaiono lontane. In tale quadro negativo, va registrato il fatto che nel dibattito generale il tema della rappresentanza di genere ha ormai fatto la sua comparsa e sarebbe oggi impensabile non prevederne la presenza nelle normative elettorali che saranno adottate a livello nazionale.

Ciò è il risultato di una combinazione di fattori. Da un lato, la sempre maggiore consapevolezza della persistenza del "tetto di cristallo" ha reso possibile l’azione delle tante reti e associazioni di donne, che hanno esercitato  una pressione sull’opinione pubblica e sulle forze politiche, anche mediante proposte tecniche articolate per l’attuazione della democrazia paritaria. Dall’altro lato, l’impegno delle parlamentari donne, intercettando le istanze provenienti dalla società, ha portato alla creazione di  uno schieramento trasversale, che ha consentito di raggiungere il recente risultato dell’approvazione delle norme per il riequilibrio di genere nei consigli e nelle giunte degli enti locali e nei consigli regionali. Inoltre, la giurisprudenza, a partire dalla sentenza n. 4 del 2010 della Corte Costituzionale sulla doppia preferenza di genere, alle pronunce dei tribunali amministrativi in relazione al principio della composizione paritaria delle giunte (es. pronunce del Tar Lazio sulla composizione della giunta capitolina e Tar Lombardia per la Giunta regionale, commentate anche qui), ha posto alcuni punti fermi sulla questione.

Tuttavia, questi segnali di apertura e la maggiore sensibilità e consapevolezza rispetto alla sottorappresentazione delle donne nei luoghi decisionali della politica non comportano, come ci si potrebbe legittimamente aspettare, l’adozione delle misure più efficaci per ovviare a tale situazione e garantire una effettiva parità, peraltro già individuate nei numerosi studi in materia.

Anzi, proprio le vicende politiche attuali rivelano come il principio della parità di genere non sia assolutamente assodato presso la nostra classe politica, con un parlamento composto per l’80% da uomini, che, anziché coglierne il potenziale innovatore rispetto alla attuale degenerazione della politica, sembra piuttosto far prevalere il timore di vedersi ridotte le proprie possibilità di riconferma nelle prossime tornate elettorali.

Il tentativo di “annacquare” la portata delle norme di genere da introdurre, magari con blitz dell’ultimo momento o con soluzioni inaspettate, è sempre in agguato ed obbliga la società civile ad una costante azione di controllo e monitoraggio. In tal senso, possiamo leggere ciò che è accaduto in Commissione Affari costituzionali del senato in occasione della discussione del disegno di legge di riforma della legge elettorale per il parlamento. Il testo assunto come base di discussione (ddl An. 3557 - c.d. bozza Malan) prevede l’attribuzione di due terzi dei seggi con sistema proporzionale con preferenze e il restante terzo con liste bloccate.

Per quanto riguarda il tema delle preferenze, è molto preoccupante l’emendamento presentato dai senatori Quagliariello e Gasparri del Pdl ed approvato in Commissione, che ha introdotto la possibilità per l’elettore/elettrice di esprimere tre preferenze, comprendendo candidati di entrambi i generi, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza (invece della doppia preferenza originariamente prevista dal testo base). Come facilmente intuibile, la previsione della “tripla preferenza” penalizza le donne che si vedrebbero ridurre le possibilità di essere elette, ne depotenzia notevolmente la portata riequilibratrice e rappresenta un vero passo indietro. Se la “doppia preferenza”, infatti, risponde pienamente al principio della parità delle condizioni di partenza per uomini e donne, non si può sostenere altrettanto per la “tripla preferenza”. Questa violerebbe il principio paritario, perché potrebbe sbilanciarsi in favore di un genere (due preferenze per gli uomini contro una sola per le donne), oltre al fatto che potrebbe favorire, come si è verificato in anni passati, pratiche di controllo del voto e della libertà dell’elettore/elettrice.

La sentenza n. 4/2010 della Corte Costituzionale ha posto un punto fermo rispetto alla legittimità della norma introdotta dalla legge elettorale della regione Campania che prevede la possibilità per l’elettore e l’elettrice di esprimere una doppia preferenza, di cui la seconda di genere diverso, a pena di annullamento della stessa. Tale meccanismo, applicato per la prima volta in Campania in occasione delle elezioni regionali del 2010, ha dimostrato la propria efficacia in quanto ha consentito di aumentare notevolmente il numero delle consigliere elette.

Il ddl di riforma della legge elettorale nazionale in discussione prevede indubbiamente altre novità da evidenziare, ma le norme di genere che intende introdurre non vanno certamente nella direzione di una democrazia veramente paritaria. La tripla preferenza ne è il segnale più evidente.

Il testo prevede la quota di un terzo/due terzi di presenza dei due sessi nella composizione delle liste per la parte proporzionale con preferenze; l’ordine alternato di genere per la parte con lista bloccata, per i/le candidati/e successive al capolista. Anche in questo caso, non possiamo fare a meno di evidenziare che l’efficacia dell’obbligo di alternanza, misura in grado di garantire l’elezione effettiva di donne, viene stemperata dal fatto che il capolista è escluso da tale alternanza: presumibilmente, data l’esperienza storica, sarà nella maggior parte dei casi un uomo, minimizzando così il risultato in termini di riequilibrio. L’inammissibilità delle liste che non rispettano tali norme rappresenta comunque una sanzione “forte”.
Nel quadro attuale del dibattito, fonte di preoccupazione sia per il tipo di riforma nazionale che verrà attuata in relazione alla governabilità (tema che non affrontiamo in questa sede) sia per le norme sulla rappresentanza di genere (come sopra esposto), una notizia positiva è sicuramente rappresentata dall’approvazione della legge relativa alle norme di genere per le elezioni amministrative, approvata in via definitiva lo scorso 13 novembre alla camera dei deputati, che ha inserito la doppia preferenza di genere per le elezioni dei vari livelli. Da questo punto di vista, la legge, che per altri versi non è pienamente condivisibile in quanto introduce la quota di un terzo/due terzi nella composizione delle liste anziché il principio pienamente paritario, potrebbe costituire il volano anche per la legge nazionale.

Per quanto riguarda le regioni, l’auspicio è quello di una omogeneità delle diverse leggi elettorali, nel senso di una introduzione generalizzata della doppia preferenza. Purtroppo, le ultime vicende della legge elettorale delle regione Lombardia, che ha eliminato il c.d. listino, non va in questa direzione: infatti, si limita ad introdurre il principio della composizione paritaria delle liste, senza nulla dire sulla doppia preferenza.

Le vicende sopra riportate ci inducono ad alcune riflessioni. La sottorappresentazione delle donne nella politica continua ad essere indice di una condizione di disparità strutturale di genere in Italia e pone la questione irrinunciabile della democrazia del sistema. Tuttavia, in un momento storico di forte crisi della politica, le forze politiche sembrano orientate a trovare soluzioni al “ribasso”, anziché far leva sulle donne come fattore di rinnovamento per recuperare la credibilità delle istituzioni. Pur sapendo che è doveroso introdurre norme ad hoc per rispondere alle istanze della società civile, in linea con le indicazioni europee e internazionali, sembrano prevalere ancora una volta logiche di potere escludenti. Eppure, poiché è interesse dei partiti avere il consenso dell’elettorato femminile, oltre alla via legislativa il cui esito è molto incerto, sta ad essi assumere la questione della rappresentanza con scelte autonome orientate alla parità e alla democrazia effettive.

Post scriptum.  Le vicende del Consiglio Regionale della Puglia in merito alla proposta di legge di iniziativa popolare “50 e 50” sono l’ennesimo esempio del maschilismo pervadente della classe politica del nostro paese. La proposta, sostenuta da 30.000 firme, prevedeva l’introduzione della doppia preferenza di genere e la composizione paritaria delle liste, a pena di inammissibilità, nella legge elettorale regionale. Il Consiglio, composto da 67 uomini e soltanto 3 donne, nella seduta del 27 novembre, ha bocciato la proposta, utilizzando il “trucco” del voto segreto, accompagnato da numerose assenze, che ha consentito ancora una volta la saldatura trasversale a difesa di interessi consolidati del genere maschile. (P.s. aggiunto il 28 novembre 2012)

Madri senza rete nel vuoto della crisi

  • Nov 30, -0001
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19 09 2012

Per salvare i bambini, passiamo per le mamme. Save The Children dedica un rapporto all'impatto della crisi economica sulle madri. Con un focus sui servizi spariti. Ecco cos'è successo ai fondi sociali

Essere madri è un percorso impervio; e lo è diventato ancora di più negli anni della crisi, che ha aggravato una situazione già strutturalmente e storicamente compromessa. E' quanto dimostrano i numeri del Rapporto 2012 di Save The Children Italia, dal titolo “Madri della crisi" (presentato e discusso  a Roma, in un dibattito promosso da Save The Children con inGenere.it e Pari e dispare).

Nella prima fase della crisi, le donne sono state relativamente meno colpite degli uomini: l’aumento della disoccupazione ha interessato in misura maggiore gli occupati maschi. Nonostante a partire dal 2010 la crisi si sia inasprita, le ripercussioni reali sull’occupazione femminile sono state prese in considerazione solo in un secondo momento. Il fatto di porsi in maniera acritica e neutrale rispetto al genere porta a non percepire la crisi nella sua gravità. Continuando ad analizzare la crisi con un approccio “gender blind”, non si legge bene quel che sta accadendo sul mercato del lavoro: per esempio, non si vede che una parte della disoccupazione femminile tende a scomparire per una tendenza maggiore delle donne a uscire dal mercato del lavoro o ad accettare lavori part-time; inoltre, si continuano ad ignorare i maggiori costi, in termini di aumento di lavoro non pagato, connessi al taglio dei servizi.

E’ con l’innescarsi della crisi fiscale e delle politiche di austerity che le donne cominciano ad essere colpite più duramente, soprattutto se madri. Poiché le prime spese ad essere tagliate sono state quelle per i servizi, l’impatto di questi interventi ha avuto effetto soprattutto sulle donne, sia direttamente, colpendo l’occupazione femminile, più fortemente concentrata nei settori dei servizi pubblici, sia indirettamente, tagliando quella parte di spesa pubblica come gli asili, l’istruzione, l’assistenza agli anziani o i trasporti.

D’altra parte, è ben nota la specificità del sistema italiano di welfare rispetto a quello degli altri principali paesi europei. Nel 2009 la spesa per la protezione sociale destinata alle famiglie e ai minori dell’Italia, calcolata come percentuale sul Pil era del 1,4 rispetto a una valore medio europeo del 2,3% (Figura 1).


 

La crisi economica ha spinto i governi italiani ad alcuni interventi di riduzione della spesa pubblica. Le decisioni riguardanti il sistema di protezione sociale sono state piuttosto eterogenee, ma profonde. Alcuni Fondi, come quello per l'assistenza alle persone non autosufficienti, sono stati azzerati, mentre altri come quello per l’inclusione sociale degli immigrati, non hanno mai visto luce (Tabella 1). L’unico settore che ha visto un incremento delle risorse è stato quello degli ammortizzatori sociali, la cui estensione ha rappresentato il perno della strategia anticrisi.

 


Il Fondo nazionale per le politiche sociali (FNPS) è la principale fonte di finanziamento statale dei servizi di assistenza a favore delle persone e delle famiglie, così come previsto dalla legge quadro di riforma del settore. Il Fondo sociale va a finanziare un sistema articolato di Piani sociali regionali e Piani sociali di zona che regolano, per ciascun territorio, una rete integrata di servizi alla persona. Il Fondo è così ripartito. Da una parte i trasferimenti economici alle persone e famiglie che vengono gestiti attraverso l’Inps, tra cui l’assegno ai nuclei familiari con almeno tre figli, gli assegni di maternità per le madri italiane residenti che non beneficiano dell’indennità di maternità e le agevolazioni ai genitori di persone con handicap grave. Dall’altra il Fondo va a finanziare la rete integrata di servizi sociali territoriali. Questa parte del Fondo viene ripartita tra le regioni che a loro volta attribuiscono le risorse ai comuni. Sono questi ultimi gli enti responsabili della complessiva attività di coordinamento della rete dei servizi e dell’erogazione delle prestazioni assistenziali.

Visto che i primi consistono in una quota rigida sulla quale è difficile gravare i tagli di bilancio, i maggiori interventi sul FNPS sono avvenuti tramite una pesante riduzione del Fondo destinato alle regioni e le province autonome. Se non si ci sarà un cambio di rotta dei piani di rientro nazionali, il prossimo futuro dei servizi territoriali è già compromesso. A fronte di un intervento pubblico sociale scarso e fortemente sperequato territorialmente e in un contesto di riduzione dei fondi destinati alle politiche sociali, difficilmente le differenze territoriali potranno diminuire.

* Sara Picchi ha collaborato alla stesura del rapporto Save the Children "Mamme nella crisi"

"You don't own me", donne contro Romney

  • Nov 30, -0001
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da Ingenere.it
29 10 2012



Ci hanno messo la faccia donne di ogni età, razza, colore e stato sociale, tra cui anche Lena Dunham di Girls, la chitarrista Carrie Brownstein e varie altre star.

UN NUOVO CONTRATTO SOCIALE. TRA I SESSI.

  • Nov 30, -0001
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07 02 2012 
di Manuela NaldiniChiara Saraceno
 
La conciliazione non ha funzionato perché ne è stata fatta una questione solo femminile, senza mettere in discussione la distribuzione dei compiti tra i generi. E senza considerare l'invecchiamento della popolazione. Ne parla il libro "Conciliare famiglia e lavoro", di cui pubblichiamo l'introduzione

Conciliare responsabilità famigliari e lavoro remunerato è la parola d’ordine delle politiche sociali nazionali ed europee all’intersezione delle politiche del lavoro e di quelle delle pari opportunità. È una parola d’ordine suggestiva ed apparentemente auto-evidente. Ma è anche densa di impliciti non del tutto articolati, di oscurità e dati per scontati, a partire dalla identificazione del che cosa si debba conciliare e dei soggetti coinvolti, sia sul versante di chi si trova nella necessità di conciliare che su quello di chi ha la responsabilità di favorire la conciliazione.

La questione della conciliazione nasce come questione che riguarda le donne, nel momento in cui la partecipazione di queste  al mercato del lavoro, anche  in presenza di responsabilità di cura, è non solo aumentata, ma auspicata positivamente e diventata oggetto di politiche intenzionali. È stato il mutamento nei comportamenti femminili, e in particolare delle donne con carichi familiari, infatti, a mettere in crisi l’equilibrio su cui si è basato il sistema famiglia-lavoro nei paesi occidentali sviluppati dal dopoguerra fino a tutti gli anni ’70 e a mostrarne gli assunti impliciti. Per questo le politiche di conciliazione dapprima sono state formulate principalmente come politiche di pari opportunità, e più specificamente con l’obiettivo di aiutare le donne a entrare e rimanere nel mercato del lavoro, nonostante le loro responsabilità famigliari. Ma in questo stava (sta) contemporaneamente il loro limite: se non si toccano gli assunti impliciti, quindi la divisione del lavoro e delle responsabilità in base al genere e un modello di partecipazione e di domanda di lavoro che quegli assunti dà per scontati, la conciliazione non può che realizzarsi ai margini e le pari opportunità continuamente essere eluse, salvo che nella forma della totale adesione al modello di comportamento maschile che su quella divisione del lavoro si è costruito.

Solo negli ultimi anni lo sguardo si è allargato a comprendere anche gli uomini. Ma questo allargamento non ha per lo più comportato – a livello analitico e soprattutto pratico – una rimessa in discussione dei termini della questione, che cogliesse le radici dei nodi problematici implicati allorché si parla di conciliazione. Queste radici stanno nel modo in cui quello che è stato chiamato “sistema famiglia-lavoro” si è organizzato nelle società industrializzate occidentali, attorno alla divisione del lavoro e delle responsabilità in base al genere, da un lato, alla domanda di lavoro dall’altro. [….]

In questa prospettiva, i problemi di conciliazione tra responsabilità familiari e partecipazione al mercato del lavoro sperimentati dalle donne adulte appaiono non leggibili esclusivamente come una questione organizzativa individuale, e neppure solo come un, per quanto generalizzato, problema femminile. Affrontarli richiede sia una analisi che una strumentazione pratica che li colgano come problemi che nascono da quella doppia divisione: del lavoro e delle responsabilità in base al genere, delle sfere e delle logiche di azione. [….]

Ma non sono solo i mutamenti nei comportamenti femminili e maschili ad aver messo in crisi il consolidato modello di conciliazione. Ne sono responsabili anche altri due  fenomeni. Il primo riguarda l’invecchiamento della popolazione e, più precisamente, il contestuale allungamento delle speranze di vita e la diminuzione della fecondità. Il secondo riguarda i mutamenti nella domanda di lavoro.

L’invecchiamento della popolazione è innanzitutto un invecchiamento delle parentele, che sposta le domande di cura in direzione della quota più vecchia e fragile della parentela. Ciò avviene proprio quando l’aumento della occupazione delle madri apre una domanda di cure non materne anche nei confronti dei bambini. In Italia questo spostamento non sta ancora producendo forti tensioni nel sistema famiglia-lavoro solo perché, nonostante il forte aumento, una porzione ancora consistente di madri non è nel mercato del lavoro e soprattutto perché vi è un ampio pool di donne anziane da tempo fuori dal mercato del lavoro (o che non ci sono mai entrate). Esse, contemporaneamente da nonne e da figlie, si fanno carico del lavoro di cura non soddisfatto né dalle madri né dai servizi. Ma una lettura congiunta dei fenomeni di invecchiamento e dell’andamento dei tassi di occupazione femminili mostra che si tratta di un equilibrio fragile e temporaneo. Nel giro di pochi anni, il “deficit di cura” rischia di diventare esplosivo se quei trend si mantengono e non vengono sviluppate politiche della cura sia nei confronti dei bambini che degli anziani fragili.

Quanto ai mutamenti intervenuti nella domanda di lavoro, il sistema famiglia-lavoro che, per riprendere la tesi di Crouch, ha caratterizzato il «compromesso del contratto sociale del dopoguerra» nelle società capitalistiche democratiche, non si basava solo sulla divisione di genere del lavoro (e sulle aspettative di stabilità del matrimonio), ma anche, in larga misura, sul pieno impiego maschile e sulla espansione del lavoro dipendente, a tempo indeterminato, con forti garanzie di protezione sociale. Che non tutti avessero accesso a questo modello è certo, ma che esso funzionasse, appunto, come tale, come riferimento sia delle politiche del lavoro e aziendali che delle politiche sociali è indubbio. Dagli anni ’90 l’espansione di quel modello è rallentata. E soprattutto nelle generazioni ed età più giovani, quelle che coincidono con le fasi di formazione della famiglia, esso è in competizione con un altro: quello della flessibilità del rapporto di lavoro, della temporaneità, oltre che della auto-imprenditorialità. Questo mutamento in primo luogo ha indebolito le basi su cui poggiava la divisione di genere del lavoro e la conseguente divisione degli ambiti di vita. Più donne sono nel mercato del lavoro anche perché questo costituisce una garanzia indispensabile sia nel caso un matrimonio finisca sia nel caso il lavoro (di colui che aveva il ruolo di unico o prevalente percettore) finisca. Perciò i problemi della cura – di chi ha responsabilità di cura – divengono più frequenti e diffusi nel mercato del lavoro. In secondo luogo, queste forme di rapporto di lavoro, anche se in alcune circostanze possono favorire la conciliazione, per lo più non consentono l’accesso alle tradizionali forme di conciliazione (congedi, permessi remunerati, servizi aziendali ecc.), che a loro volta sono state pensate pressoché esclusivamente con riferimento ai rapporti di lavoro standard.[…]

La concentrazione delle politiche di conciliazione, quando ci sono,  su congedi e servizi pre-scolari di fatto suggerisce che problemi di conciliazione si presentino solo nella breve, ancorché intensa, fase della vita in cui vi sono domande di cura da parte dei figli e quindi necessità di conciliarle con le domande provenienti dal mercato del lavoro e queste con quelle. I tempi scolastici non sono messi a tema come (anche) un fattore che può favorire o viceversa impedire la conciliazione, quasi che una volta arrivati nella scuola elementare i bambini non presentassero più domande di cura, attenzione, sorveglianza. Ovviamente le cose non stanno così.[…] E i bisogni/domande di cura non riguardano solo i bambini. Malattie temporanee o di lungo periodo, invalidità e parziale o totale non autosufficienza da parte di un componente la famiglia possono sorgere in ogni momento.[…] L’aumento delle domande di cura provenienti non dai bambini piccoli e in particolare dai grandi anziani, tuttavia, non è per lo più formulato anche come questione di conciliazione. Ciò è per molti versi paradossale, visto, che soprattutto nel caso di responsabilità di cura verso grandi anziani, spesso le obbligazioni e responsabilità da conciliare siano più d’una: non solo tra lavoro e domande di figli (e compagni), ma tra lavoro, la propria famiglia e i propri genitori.[…]

 

DIVERSAMENTE PREOCCUPATE. RISPOSTE SUL FUTURO

  • Nov 30, -0001
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di Fiorenza Deriu, ingenere.it
21 luglio 2011

Vari studi hanno mostrato come in Italia il lavoro delle donne sia caratterizzato più frequentemente degli uomini da contratti a tempo determinato (49,9% nel 2010)(1), intermittenti e a part-time (il 75,6% delle donne in part-time non volontario contro il 24,4% degli uomini nel 2009)(2), quest’ultimo scelto prevalentemente per rispondere alla necessità di conciliare gli impegni dentro e fuori la famiglia. Inoltre, le donne sono più esposte al rischio di uscire precocemente dal mercato del lavoro al sopraggiungere del primo figlio o di fronte alla necessità di cura di membri anziani della famiglia con problemi di autosufficienza. Capita così che si “chiamino fuori” dal lavoro, dalla carriera, dalla crescita professionale(3).
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SEMPRE PIU' LAUREATE, SEMPRE MENO OCCUPATE

  • Nov 30, -0001
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Ingenere.it
23 05 2012


Il sorpasso comincia alle superiori, e il gap aumenta alla laurea: in questo caso, tutto a vantaggio delle ragazze italiane, che studiano di più e meglio dei loro coetanei. Crollano i matrimoni. E le famiglie tradizionali sono solo un terzo del totale

Rincorsa, accelerazione, sorpasso. I dati sull'istruzione femminile sono i più dinamici in tutta la fotografia Istat del ventennio appena trascorso. Dopo aver contribuito a far crescere il tasso di scolarità, dopo aver colmato lo storico squilibrio e aver raggiunto i maschi, negli ultimi anni le donne li hanno sorpassati: la partecipazione scolastica femminile è del 93% rispetto al 91,5 degli uomini, e sono loro, le donne, a concludere più frequentemente il percorso di studi, tanto che le diplomate sono 78 su 100 e i diplomati 69 su 100. Il sorpasso è avvenuto anche all’università, dove si laureano, con un titolo triennale, il 37,8% delle donne e il 25,5% degli uomini, mentre alla specialistica le percentuali sono rispettivamente del 22,6% contro il 15,1%. Restano però abbastanza “classiche” le differenze nella scelta del percorso di studi, con gli uomini che preferiscono una formazione più orientata al mercato del lavoro (nell’anno scolastico ’10-’11 l'istruzione tecnico-professionale era preferita dal 67,9% dei maschi), mentre tra le donne c’è una distribuzione più equilibrata tra i vari indirizzi di studio (53,2% delle ragazze scelgono i licei e quasi il 47% percorsi tecnico-professionali).

Salta agli occhi il contrasto tra l'evidente dinamismo della condizione femminile nell'istruzione e quel che succede sul mercato del lavoro, dove i successi scolastici e universitari non si trasformano in successi di carriera per le donne. Il capitale via via accumulato in termini di istruzione, hanno notato i ricercatori Istat nel presentare il Rapporto, assume così l'aspetto di un enorme serbatoio di risorse umane non sfruttate.

Addio alle nozze

Dalle rilevazioni dell’Istat risultano confermati anche i numerosi cambiamenti che investono la famiglia e la sua struttura. La formula tradizionale, “coppia sposata con figli”, appartiene solo a un terzo del totale delle famiglie (nel ’93-’94 erano il 45,2% mentre nel 2010-’11 sono il 33,7%), e questo avviene anche nel meridione dove, se venti anni fa i nuclei tradizionali erano ancora la maggior parte (52,8 coppie coniugate su 100 famiglie), oggi sono invece poco più del 40 per centro. Famiglie che “dimagriscono” per numero di componenti, ma nel complesso crescono quantitativamente, tanto che all’inizio degli anni Novanta erano 20 milioni, con in media 2,7 componenti, nel 2010-2011 sono arrivate a 24 milioni, ma composte mediamente da 2,4 persone. Le famiglie cambiano anche perché composte da persone sempre più vecchie, la sopravvivenza si è allungata e il tasso di fecondità delle italiane, dopo un periodo di ripresa, è tornato a scendere: si fanno in media 1,42 figli per donna, con valori che arrivano a 2,07 per le residenti straniere, mentre per le italiane si fermano a 1,33. Si conferma inoltre l’altra importante novità emersa da qualche anno del rovesciamento della geografia della fecondità: i bambini nascono soprattutto al nord (1,48 figli per donna) e al centro (1,38), le zone dove sono più presenti gli immigrati, che al sud (1,38 figli per donna).

Alla parcellizzazione dei nuclei familiari concorre anche l’aumento di quelli composti da una sola persona, che risultano essere spesso anziani soli, in genere donne, ma anche giovani e adulti, in particolare i single non vedovi sono quasi raddoppiati nell’arco di tempo osservato, dato che combacia con l’aumento delle separazioni e dei divorzi. E salta all’occhio il fatto che le famiglie monogenitoriali siano quasi tutte al femminile: su un totale di 1.393.000 famiglie con un solo genitore non vedovo, si tratta di madri in 1.185.000 casi (il 4,8% nel ’10-’11, ed erano il 2,4% nel ’93-94), mentre i padri soli sono 208.000 (lo 0,8%, mentre nel ventennio precedente erano lo 0,4%).

Invece chi decide di sposarsi lo fa sempre più in là con gli anni. Il rapporto nota su questo aspetto un cambiamento molto consistente proprio per le donne, per le quali la diversità fra le generazioni è notevole, se si pensa che le nate negli anni Quaranta si sposavano a un’età mediana di 22 anni, mentre le loro figlie (cioè le nate negli anni Settanta) arrivano all’altare ai 28 anni: «Se queste tendenze dovessero essere confermate nei prossimi tre decenni – si legge nel rapporto – la proporzione di donne che nel corso della loro vita sperimentano il matrimonio scenderà al 50% per le generazioni di nate a partire dagli anni Novanta». In generale continua la crisi del matrimonio come istituzione, con il calo numerico che si conferma costante (217.000 nel 2011: nel '92 erano circa 100mila in più). E chi si sposa sceglie sempre più il rito civile: nel 48% dei casi al Nord, nel 43% al Centro. Ogni 10 matrimoni quasi 3 finiscono in separazione, proporzione che è raddoppiata in quindici anni. Sono soprattutto gli uomini a tentare ancora dopo un primo fallimento, andando di nuovo a nozze (il 10,1% contro l’8,9% delle donne). Ma in sostanza, non è più il matrimonio a determinare l’uscita dalla famiglia d’origine, e l’andare via dalla casa dei genitori risulta un passo sempre più difficile e lo si fa sempre più tardi, e a rimandare sono soprattutto gli uomini. Tra questi ultimi, infatti, la percentuale di quelli che tra i 25 e i 34 anni vivono ancora con i genitori è del 49,6%, mentre le donne nella stessa condizione sono il 34%.

Conseguenza scontata della diminuzione dei matrimoni, più bambini nascono da genitori non sposati: erano l’8,1 per centro nel ’95 e si è arrivati al 19,6% del 2010, in termini assoluti sono oltre 102mila nati. Una situazione da collegare alla crescita consistente delle convivenze, quadruplicate in 20 anni (dall’1,1% al 4,4%). A proposito delle quali, il rapporto Istat sottolinea che si tratta di scelte associate spesso a un titolo di studio elevato, soprattutto per le donne; tra le generazioni nate tra il ’76 e l’85, optano per la convivenza il 36% circa delle donne contro il 31% degli uomini.

Gina Pavone

RIDATECI QUEI 4 MILIARDI. DONNE E PENSIONI, UN APPELLO

  • Nov 30, -0001
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da ingenere.it

QUATTRO MILIARDI (ERANO) TUTTI PER NOI: GIU’ LE MANI DAI FONDI GENERATI DALL'AUMENTO DELL'ETA’ PENSIONABILE DELLE DONNE

E’ in atto un grave furto alle donne italiane, che rischia di passare inosservato.
Il Governo, con l'aumento dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego (come da standard europei), si era impegnato ad utilizzare i risparmi che ne derivano - 4 miliardi circa in dieci anni - per interventi dedicati a favorire l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, per la conciliazione fra tempi di vita e tempi di lavoro e per il fondo non autosufficienza.

O i figli o il lavoro, parole in guerra

  • Nov 30, -0001
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InGenere
15 11 2012


di Francesca Bettio    

Riesce bene a Chiara Valentini denunciare la drammaticità di qualcosa che succede quotidianamente ma o non si vede o non fa più indignare. Le riesce altrettanto bene analizzare ciò che denuncia, intessendo un dialogo fertile fra indagine giornalistica e ricerca scientifica. Nel libro "O il lavoro o i figli", edito da Feltrinelli, Chiara Valentini denuncia la guerra alla maternità che viene condotta quotidianamente nei confronti delle donne che lavorano o che il lavoro lo cercano. E offre molto di quanto serve per capirla.

Alcuni numeri di questa guerra sono noti anche a chi non se ne occupa per mestiere: la massa di dimissioni in bianco rilevate recentemente dall’Istat (almeno 800mila donne sono state costrette a lasciare il lavoro a causa di una gravidanza); l’uscita dal mercato del lavoro delle mamme, che si traduce in quasi venti punti di differenza fra il tasso di occupazione delle giovani donne in coppie con figli e quelle senza figli; la vischiosità del tasso di fecondità – il numero medio di figli per donna è riuscito a risalire ad un modesto 1,42 nel 2011 rispetto al valore più basso raggiunto nel dopoguerra (1,20) e rimane fermo ad 1,33 per le donne italiane. Eppure io che con questi numeri ci lavoro per professione ho sempre pensato a un problema, grave e spinoso, indubbiamente, ma non a una guerra. Le storie che il volume racconta e la capacità della Valentini di intrecciarle a una documentazione credibile hanno cambiato la mia percezione.

Ho avvertito la forza della denuncia fin dall’esordio. Il volume inizia con un breve excursus fra storie un po’ noir come quella di Rosalba, l’infermiera di uno studio dentistico che ha nascosto la gravidanza per cinque mesi e si è ritrovata con un bambino senza dita delle mani o dei piedi a causa delle radiazioni; di Fiorella, commessa di supermercato al quinto mese di gravidanza che ha firmato le dimissioni in bianco dopo aver chiesto di essere esentata dal portare pesi ottenendo in risposta insulti dalla direttrice e un temporaneo sequestro nel magazzino; o di Francesca, giovane medico 35enne con contratto a termine riconfermata senza problemi fino a che non arriva la gravidanza, e nato il figlio Francesca si oldrassegna a prestare assistenza notturna in una clinica privata, 900 euro e niente ferie o assistenza sanitaria. Ho tirato quasi un respiro di sollievo di fronte al sapore surrealista del caso di Gloria, la segretaria particolare di un manager che decide di nascondere gravidanza, parto e bambina per non incorrere nelle ire del capo, e ci riesce. Due anni dopo la nascita si fa però tentare dall’idea di fare domanda al nido aziendale, col risultato che la dirigenza dell’azienda va nel panico di fronte ad una madre che ha lavorato durante i mesi di maternità obbligatoria e la licenzia! Come noto, non è legale lavorare nei cinque mesi del congedo di maternità.

Storia dopo storia ho cercato un appiglio a cui appendere la speranza che si trattasse di casi particolari, magari qualcosa di più di semplici eccezioni, ma comunque nulla di simile a un quadro ‘sufficientemente rappresentativo’ come si dice fra addetti ai lavori. Alla fine ho dovuto riconoscere che, sebbene l’insieme delle storie non equivalga a un campione con i crismi della rappresentatività scientifica, i casi spaziano su diversi settori (dal manifatturiero al commercio, ai servizi, alla pubblica amministrazione), su diversi livelli di qualifica (dalla commessa al medico), su diversi tipi di rapporto di lavoro, dalla manager a tempo indeterminato alla lavoratrice ‘autonoma’, alla precaria con contratto temporaneo.

Lo sdegno monta man mano che si prosegue nella lettura. Ad alimentarlo concorrono numeri e informazioni talvolta ufficiose o semi clandestine, ma proprio per questo capaci di colpire nel segno. Mi limito a citare le 500 denunce sul tavolo di Maria Costa, responsabile del Centro Donna della Camera di Milano, novanta per cento delle quali sporte da mamme che lamentano trattamenti ingiusti sul lavoro, talvolta conditi da commenti del tipo “Qui vogliamo ragazze giovani. Tu sei vecchia e hai anche voluto fare un figlio”. Tra le informazioni semi-clandestine che il libro riporta spicca la rivelazione (in forma anonima) di una dirigente del settore informatico a proposito di incontri organizzati dalla propria impresa a beneficio di dirigenti fidati. Obiettivo degli incontri era familiarizzare la dirigenza con ‘tecniche di dissuasione del personale’, di fatto pratiche di mobbing dei dipendenti, specie se mamme o aspiranti tali.

Poiché di guerra si tratta non manca la resistenza, sparsa qua e là nel volume. C’è quella clamorosa di due donne in carriera, una dirigente e una giornalista. La dirigente lavora per la Red Bull e decide di reagire al declassamento di posizione dopo il parto pubblicando la sua storia. Sua alleata è una giornalista del Corriere della Sera che mette a rischio lo scoop fino a quando la dirigente non ha chiuso ogni pendenza con l’azienda. Resistenza è anche quella creativa delle addette ai cosiddetti nuovi lavori, alcune delle quali famose come Elasti, che si è inventata un blog di successo per D di Repubblica, e lo concilia con tre figli. C’è poi la resistenza un po’ nostalgica della magistrata che lavora spesso da casa, nel tentativo di mettere d’accordo professionalità e bimbi come faceva la mamma sarta. Non basteranno, è l’impressione che se ne ricava.

Per vincere una guerra serve capirla. Perché tanto accanimento secondo Chiara Valentini? Il libro è tutt’altro che un presuntuoso trattato, ma mi è sembrato di trovarci una proposizione principale e molti corollari. La proposizione principale è che, a dispetto delle numerose leggi sulla maternità e dell’apparato delle pari opportunità, il valore sociale della maternità non sia ancora stato accettato nel nostro paese. Il punto è importante e merita qualche riflessione in più.

Tradotto nel linguaggio dell’economia, il valore sociale della maternità è il riconoscimento che i figli hanno alcune caratteristiche dei beni pubblici, producono cioè benefici anche per chi non ne sostiene i costi. I beni pubblici soffrono del problema del free-riding. Pensiamo ad un parco (pubblico) per la manutenzione del quale occorra aumentare una tassa locale: il singolo ha interesse ad usarlo ma anche ad opporsi all’aumento delle tasse nella speranza che si trovino altri modi di finanziamento, ovvero che siano altri a pagare. In qualche misura ciò vale anche per i figli. Si immagini per un momento un mondo di soli vecchi: chi fornirebbe loro beni e servizi se non vi fossero ‘giovani’ (persone in età lavorativa) che li producono? e chi li assisterebbe? Senza scendere a questi estremi, una società più vecchia a causa di un basso tasso di fecondità è una società più a rischio di declino economico, come stiamo scoprendo in Italia. Eppure sono in molti a sostenere che fare un figlio è faccenda puramente privata, più o meno come quando si adotta un gatto o un cane: mantenere gatto o cane spetta solo a chi ha deciso di adottarli. Dunque, la resistenza di alcuni imprenditori (e imprenditrici) o di alcune istituzioni a spartire i costi della maternità con le proprie dipendenti affonda le radici in un problema del free-riding.

La sindrome da bene pubblico non è però una peculiarità italiana. Anzi, la convinzione che un figlio sia essenzialmente un bene privato è molto più diffusa in un paese quale gli Stati Uniti che da noi. Perché dunque una guerra così aspra alle madri che lavorano nel nostro paese? Vengono qui in ausilio i molti corollari che il volume della Valentini offre. Le aggravanti del caso italiano sarebbero da rinvenire nell’eredità del berlusconismo, nel dilagare di un precariato giovanile senza regole, nell’inadeguatezza delle politiche sociali, familiari, del lavoro, ma anche in un femminismo fragile fra le giovani, (si veda su questo sito l'articolo di Francesco Pastore e Simona Tenaglia sui motivi culturali che contribuiscono all'alto tasso di "ragazze Neet", soprattutto al sud), nella resilienza di una cultura antica della maternità che vuole madri ‘perfette’ mentre si dovrebbero rivalutare quelle cosiddette ‘cattive’ e ‘ imperfette’, nell’avanzare troppo lento di una cultura della paternità fra i giovani maschi. La discussione intorno a questi temi è l’ennesima conferma della capacità dell’autrice di servirsi delle ricerche di studiosi ed esperti senza cedere a conformismi. Le sue citazioni spaziano da contributi di autori molto noti come Alesina e Ichino a riviste di nicchia come Donna-Woman-Femme, con un chiaro intento di valorizzare e dare visibilità a tutte e tutti coloro che al dibattito su donna, figli e lavoro hanno contribuito con passione e qualcosa di nuovo da dire.

Si può sperare di vincere questa guerra? Nel volume non mancano indicazioni in proposito. Il principio guida è l’universalità delle misure di sostegno alla maternità per superare il problema dei mille, diversi e intermittenti rapporti di lavoro nell’area della precarietà. Vi si affiancano indicazioni di cui abbiamo spesso discusso su questo sito, che vanno dal part-time ai crediti fiscali a favore delle occupate, specie quelle a basso salario che fanno fatica a ritrovarsi abbastanza in tasca dopo aver pagato nidi, baby sitter o altro.

Basterà? A mio avviso restano nodi da sciogliere che nel libro sono toccati più che sviluppati e di cui abbiamo parlato poco anche qui ad inGenere. Un primo nodo riguarda le piccole imprese. Non possiamo dare per scontato che la resistenza dei piccoli imprenditori nasca sempre dall’arretratezza culturale, da un attaccamento esecrabile al guadagno o dalle paure di un comportamento opportunistico da parte femminile. È possibile che rifletta anche costi organizzativi di una certa rilevanza oltre alla quota parte dell’indennità di maternità a carico dei datori di lavoro (come spiega qui Mara Gasbarrone). Mappelli e Cuomo, hanno provato a quantificare i costi di gestione della maternità per un’impresa medio grande ma poco sappiamo per le unità di piccola dimensione. I racconti di Maddalena Vianello sulle imprese del modenese pubblicati qui su inGenere sono un invito ad approfondire il problema. Perché dunque non avviare un dialogo con le piccole imprese, coinvolgendole nella ricerca di una soluzione?

Un secondo nodo è legato al rischio dell’opportunismo. Sono circolate voci che nel settore pubblico l’incidenza di maternità a rischio, con medico compiacente e molti mesi a casa sia sopra la norma. Ad un convegno su Donne e Scienza cui ho recentemente partecipato alcune giovani scienziate parlavano sì di episodi di discriminazione ma anche di qualche collega che ‘si approfittava’ dei benefici concessi dalle leggi sulla maternità. Pregiudizi che le donne sono le prime a ripetere? Questo va verificato, con numeri se possibile, e con la consapevolezza che se così non fosse il danno sarebbe collettivo perché contribuirebbe a trasmettere l’idea che delle donne incinte non ci si possa fidare. Poiché la guerra in atto contro la maternità si nutre anche di questi sospetti occorre affrontare il tema con trasparenza e coraggio.

Un ultimo nodo da sciogliere riguarda la flessibilità dei congedi. Il congedo di maternità, in particolare, è vincolante e poco flessibile. Non ci si imbatte tutti i giorni nel caso della manager Gloria che ha continuato a lavorare durante i mesi di maternità obbligatoria, ed è stata tradita proprio dall’illegalità di questo comportamento. La vicenda è però spia di un problema che interessa un segmento in crescita di giovani donne, professioniste alle dipendenze quali le giornaliste o le ‘creative’ dei settori della comunicazione, lavoratrici dello spettacolo e della cultura, ma anche medici donna, insegnanti universitarie o dirigenti. Non a caso il gruppo maternità/paternità ha lanciato la proposta del part-time sia per il congedo parentale che per quello di maternità.

Sono nodi non secondari, su cui val la pena riflettere. Facciamolo partendo dalla lettura del libro della Valentini.

La battaglia femminile nel voto americano

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
05 11 2012

Nella campagna elettorale statunitense si è parlato di sanità, contraccezione, aborto, stupro. Di donne libere, e di "cartelline piene di donne". Di due modi di vedere le donne, e dunque il mondo. Ecco perché il voto femminile sarà determinante il 6 novembre

Sarà la battaglia sul voto delle donne a determinare, tra pochi giorni, l'esito del voto americano? Tutto fa pensare di sì. Ce lo dicono i numeri: le elettrici nel 2008 sono state di più degli elettori (il 60%), dunque il voto femminile potrebbe determinare la vittoria negli stati in bilico e rivelare in quale direzione sta andando la società americana. E ce lo dice la piega che ha preso il dibattito pubblico nella campagna presidenziale. Secondo uno studio dell’istituto di ricerca Gallup temi tradizionalmente associati alla questione femminile, come l'aborto e la parità dei diritti, hanno avuto nella campagna elettorale lo stesso posto occupato dall’economia e dalla disoccupazione. E il Washington Post ha creato una sezione dedicata proprio allo spazio che hanno avuto le questioni di genere nella campagna presidenziale del 2012.

Se questo è successo, è perché il tema femminile non è entrato come “questione” tra le altre, ma è balzato ai primi posti del dibattito.

In sé, questa non è una novità. Già dagli anni '90 le richieste nate nei movimenti femministi dei '70 sono diventate agenda politica, e la “liberazione delle donne” è diventato un tema trasversale, tale da definire l’intero impianto dell’offerta politica di un partito rispetto all’altro. Parità di salario, accesso ai ruoli di vertice sia nel settore pubblico sia in quello privato, estensione delle tutele sanitarie per quanto riguarda la cura della famiglia e del proprio corpo: tematiche di genere diventate centrali nel dibattito pubblico, e dunque cruciali nel definire la visione dell'intera società portata avanti dai due schieramenti.

Tuttavia, questo successo del movimento delle donne  e dello slogan “il personale è politico”, non ha portato a una rapida crescita o estensione di diritti (che pure ci sono stati, come vedremo) quanto a una rapida crescita della politicizzazione e polarizzazione su questi temi. Basti pensare alla nascita di un forte movimento per la vita (Prolife, National Right to Life, etc.) contrapposto alla campagna democratica per estendere le tutele sanitarie in materia di aborto e contraccezione.

Non è un caso, quindi, che la studentessa e attivista per i diritti delle donne Sandra Fluke, con la sua richiesta di preservare i fondi destinati al rimborso della contraccezione nel sistema sanitario nazionale, sia diventata un “topic” nella campagna presidenziale. Ponendo un'istanza concreta, che rivela l'intreccio tra il dibattito sulla libertà di scelta delle donne e quello sul modello di sanità, e dunque sul modello di società che si ha in mente: negli Stati uniti in molti casi le donne non hanno accesso gratuitamente alle pratiche per l’interruzione della gravidanza, quindi estendere la copertura sanitaria per l’aborto così come per la contraccezione è un modo per emancipare le americane da una condizione di marginalità sociale ed economica.

Sia i repubblicani sia i democratici sanno che devono misurarsi su questi temi non solo per conquistare il voto femminile ma anche per affermare l’idea di società che vogliono costruire e, in qualche modo, la loro versione del “modello americano”.

La strategia del presidente Obama si è concentrata, come già avvenuto nel 2008, sulla conquista di nuovi elettori e sul portare il maggior numero di persone, soprattutto giovani, a votare. E ovviamente questo vale anche per le donne. In questo spot appare la popolare attrice ventiseienne della serie tv della Hbo “Girls” che parla della sua prima volta e delle scelte consapevoli: il voto, e in questo caso, il voto per Obama. E sono tante le sostenitrici famose del presidente: da Eva Longoria (star di Desperate Housewife) a Sara Jessica Parker (star di Sex and the City). E certo anche in America si cerca di evidenziare quante donne ci siano al comando in ruoli chiave: dal segretario di Stato Hillary Clinton al Ministro della salute Kathleen Sebelius, per restare nella squadra democratica. Figure molto diverse da quella di Michelle Bachmann, o di Condoleeza Rice, che ha deciso di appoggiare apertamente il vice di Mitt Romney, Paul Ryan. Ma per farsi un’idea di come le donne entrino nel programma di Obama esiste un vero e proprio spot interattivo “La vita di Giulia” che spiega come le politiche del presidente abbiano migliorato la vita delle donne (dalle più giovani alle più adulte) e come la vittoria di Romney potrebbe peggiorare le cose.

In casa repubblicana esiste invece il sito “Women for Romney 2012”. Si potrebbe concludere che la battaglia politica presidenziale non fa eccezione al duello sugli stereotipi utilizzati per descrivere i ruoli femminili.

Dalla gaffe di Romney sulla “cartellina piena di donne” (in cui il candidato repubblicano rispondeva così a chi obiettava che il suo staff era costituito da soli uomini) all’uso strumentale in campagna elettorale di temi come lo stupro (alcuni esponenti repubblicani, come il miliardario Rupert Murdoch, hanno sentito il bisogno di precisare che l’aborto non dovrebbe essere consentito nemmeno in caso di stupro).

Su questi temi i repubblicani non sembrano aver elaborato una comunicazione che vada oltre il modello della donna anni ’50, tutta casa e famiglia e contraria all’aborto

Eppure bisogna ammettere che nella politica americana questo livello – che pure è presente, e con grande rilievo mediatico – si inserisce in un contesto in cui sono poi le policy a contare.

Tra queste, in prima linea c'è la riforma sanitaria. Dei 15 milioni di nuovi assistiti – persone che dal 2014 avranno una copertura medica di cui erano totalmente sprovviste – circa 7 milioni sono donne: molte giovani studentesse, lavoratrici, mamme single, che accedono a nuovi diritti e nuove tutele. A queste si aggiungono le giovani donne che possono accedere a una migliore copertura sanitaria per sé o per i loro figli, senza dover ricorrere all’assicurazione sanitaria dei loro genitori. Anche l’abolizione della famosa clausola sulle “condizioni pre-esistenti”, che impediva a milioni di americani di accedere alle cure mediche coperte dall’assicurazione sanitaria, ha avuto un grande impatto sulla qualità della vita delle donne. Nel loro caso questa clausola era fortemente discriminatoria. Condizione pre-esistente era, infatti, aver avuto un parto cesareo, avere usufruito di cure mediche per violenza domestica o abusi sessuali, essere incinte al momento della stipula della polizza assicurativa, per citare solo le più eclatanti.

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