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Salute, donne e uomini non sono a pari standard

  • Nov 30, -0001
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05 10 2012

Dal 2009 è in atto un rilevante cambiamento nel sistema sanitario: invece dei rimborsi basati sulla “spesa storica”, nel finanziamento della spesa delle regioni si adotta il criterio dei “costi standard”. Di tale rilevante passaggio sono note e discusse le implicazioni e le difficoltà; meno evidente è invece il suo probabile impatto in un'ottica di genere, che tenga conto del differente “bisogno di salute” tra uomini e donne, e delle sue conseguenze (anche) sulla spesa pubblica.

Cosa è cambiato

Il principio generale è che  il finanziamento dei “livelli essenziali delle prestazioni” – le cosiddette “spese Lep”,  identificabili con assistenza, sanità e istruzione – non avverrà più in relazione alla spesa storica (che può comprendere anche sprechi o inefficienze) ma sarà calibrato in base a una sorta di “giusto prezzo” delle diverse funzioni svolte a livello territoriale, in teoria calcolati in riferimento ai costi sostenibili da un’amministrazione che eroga servizi rispettando parametri di media efficienza.

Più in dettaglio, la definizione di costo standard in sanità rappresenta la quantità ideale di risorse necessarie a gestire i cosiddetti Livelli essenziali di assistenza (Lea). Dunque saranno calcolati  a livello centrale i costi di tutte le prestazioni di cui si vuole garantire l’erogazione e per ciascuna di esse trasferire alle regioni una somma corrispondente. In aggiunta al livello essenziale, le regioni possono usare risorse proprie per garantire servizi e prestazioni ulteriori rispetto a quelle incluse nei Lea.

Il punto di svolta sta nel fatto che le regioni riceveranno il finanziamento solo per i Lea non superiori allo standard scelto come prezzo di riferimento (benchmark). Dunque attraverso l’individuazione dei costi standard il legislatore si pone l’ambizioso obiettivo di diminuire la spesa del Ssn (arrivata a 112,9 miliari di euro nel 2011 da 107,1 nel 2008, +5,4%, Relazione Generale sulla Situazione Economica del Paese 2011). In questa prospettiva, eventuali sprechi e inefficienze delle regioni nell’erogare servizi pubblici troppo “cari” rispetto agli standard nazionali saranno finanziati dai residenti tramite il prelievo fiscale.

Ma individuare quali prestazioni sono essenziali e quali sono i rispettivi costi standard è in realtà un lavoro molto complesso, come dimostra il ricco dibattito teorico in materia. Di certo sarebbe importante convincersi che il costo standard - indipendentemente da come viene calcolato - si va a configurare come il costo necessario a soddisfare i bisogni di salute di un abitante medio, perciò sarebbe forse più opportuno parlare di fabbisogno standard, benché esso venga determinato a livello nazionale e sempre nel rispetto di un vincolo di bilancio. Tuttavia la questione potrebbe risultare più complessa del previsto in sanità, dove la produzione di semplici prestazioni e servizi è distinta dal raggiungimento dei risultati clinici (prevenzione, cura, riabilitazione) e dal soddisfacimento del bisogno di salute. E nel definire il bisogno di salute di un abitante medio si dovrebbe anche tenere conto dei fattori “soggettivi”, dalle caratteristiche personali età, genere, morbilità, condizione socio-economica), a quelle geografiche, economiche e sociali della regione in cui vive.


Il “bisogno di salute”

La domanda di prestazioni sanitarie cresce con l’aumentare dell’età: oltre i 65 anni i consumi possono diventare 8-9 volte maggiori di quelli registrati nelle classi di età 5-14 anni. Diventa allora difficile ipotizzare l’applicazione dello stesso fabbisogno standard di assistenza sanitaria a regioni come la Liguria, dove gli ultrasessantacinquenni rappresentano quasi il 27% del totale, e la Campania, nella quale la popolazione otre 65 anni incide per il 16% circa sul totale.

Per questo dal 1996 si è cominciato a tener conto dell'età dei residenti, passando dal criterio della quota pro capite “secca” (cioè basata sul numero dei cittadini residenti) alla quota pro capite “pesata” (con le fasce di età come pesi). Aver introdotto l'età tra i criteri di riferimento è importante; ma può bastare così? In realtà è difficile che, per la stessa classe di età, si registri in tutto il paese la stessa probabilità di ammalarsi e usare i servizi sanitari. Inoltre bisognerebbe chiedersi se lo stato di salute delle donne - a parità di classi di età - possa presentare caratteristiche diverse da quello degli uomini, tanto da essere considerato in modo esplicito nella formula del costo standard al fine di garantire l’eguaglianza di trattamento sul piano sostanziale. Perché la quota pro capite corretta solo per l’età non distingue bene i bisogni sanitari di tutte le persone, e non individua differenze di genere.

Secondo dati Istat e Ministero della Salute, le italiane sono 31,2 milioni, cioè il 51,8% della popolazione, una percentuale abbastanza stabile in tutte le regioni, mentre è più variabile all’interno delle classi di età: sono 94 le donne ogni 100 uomini sotto i 20 anni d’età, mentre tra i 65 e gli 80 anni di età ci sono ben 121 donne per 100 uomini, e si arriva a 197 donne per 100 uomini oltre gli 80 anni di età. La quota di donne aumenta all’aumentare dell’età perché in Italia queste vivono mediamente quasi 6 anni in più rispetto agli uomini. Vivono più a ma con l’onere di un maggior numero di anni di vita in cattiva salute. Inoltre alcune malattie hanno un’incidenza e una prevalenza più elevate tra le donne; altre non colpiscono le donne e gli uomini nello stesso modo; altre ancora colpiscono esclusivamente le donne. In questo scenario, le donne soffrono di maggiori disabilità legate a malattie croniche e continuano a tributare un grande numero di vite ai cosiddetti “big killer” (infarto, ictus, tumori alla mammella e polmone).

Spulciando l’ultimo rapporto sullo stato di salute delle donne a cura del Ministero della Salute emergono alcuni fatti:

l’8,3% delle donne italiane denuncia un cattivo stato di salute contro il 5,3% degli uomini.
Le malattie per le quali le donne presentano una maggiore prevalenza rispetto agli uomini sono: le allergie (+8%), il diabete (+9%), la cataratta (+80%), l’ipertensione arteriosa (+30%), alcune malattie cardiache (+5%9), tiroide (+500%), artrosi e artrite (+49%), osteoporosi (+736%), calcolosi (+31%), cefalea ed emicrania (+123%), depressione e ansietà (+138%), Alzheimer (+100%).
Cresce tra le ragazze, di più che per i ragazzi, il consumo di alcool. E la diffusione del fumo per le donne, a differenza degli uomini, aumenta con il livello di istruzione e con l’età.
Sale la quota delle donne sottopeso, più degli uomini; l’attività sportiva e fisica viene meno praticata dalle donne rispetto agli uomini.
La disabilità è più diffusa tra le donne (6,1% contro 3,3% degli uomini).
Il ricorso al medico di medicina generale evidenzia, nel periodo 1996-2002, una leggera prevalenza del genere femminile (58% di accessi).
Il ricorso al taglio cesareo è in continuo aumento e si è passati dall’11,2% del 1980, al 29,8% del 1996 e al 38,2% del 2005 con notevoli variazioni per area geografica (23,2% nella P.A. di Bolzano e 60,0% in Campania) e la presenza di valori più bassi nell’Italia settentrionale e più alti nell’Italia meridionale e insulare.
Oltre a ciò, dalle Nazioni Unite fino alla Banca Mondiale si afferma l’idea che investire sulla salute delle donne offre ritorni elevati sotto forma di sviluppo più rapido, efficienza elevata, maggior risparmio e riduzione della povertà. Cioè migliorando la salute delle donne, i governi possono dare un significativo impulso allo sviluppo economico e sociale.

In questa prospettiva, si potrebbe forse ripensare al metodo di ponderazione utilizzato per definire i costi standard e per ripartire le risorse per la spesa sanitaria tra le regioni, considerando la popolazione da assistere “in modo più diseguale” - uomini e donne oltre che giovani e anziani - per arrivare a essere sostanzialmente più equi.

 

In allegato, una versione più lunga e dettagliata di quest'articolo: sacchi-sanità.pdf

 

Per saperne di più:

Legge 42/2009

D.Lgs. 68/2011, Capo IV “Costi e fabbisogni standard nel settore sanitario”, in attuazione della delega contenuta nella L. 42/2009.

Lo stato di salute delle donne in Italia, Primo Rapporto sui lavori della Commissione “Salute delle Donne”, Roma, Marzo 2008.

Testi da consultare: v. bibliografia nell'allegato pdf

Si veda anche, per una valutazione dei costi sanitari in ottica di genere, su questo stesso sito, Che genere di sanità: le cure, le politiche, la spesa.

Donne a casa, Napoli come Rabat?

  • Nov 30, -0001
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18 10 2012


di Roberto Cicciomessere

Una donna su due al Sud - e quasi 7 su 10 in Campania - risultano "inattive". Cioè non lavorano né cercano lavoro. Ma è un quadro credibile? Nuovi dati rivelano quante sono le donne pronte a lavorare, e perché sfuggono alle statistiche. Il quadro del sud Italia non diventa per questo roseo, ma certo più promettente

È possibile (e socialmente sostenibile) che su una popolazione femminile in età lavorativa costituita da circa 20 milioni di donne, quelle attive, solo poco più della metà (51,5%) lavori o sia in cerca di un'occupazione? È proprio vero che nelle regioni meridionali quasi due terzi (63,2%) non lavorino e neppure cerchino un’occupazione?  È plausibile che in una regione come la Campania quasi il 70% delle donne sia inattivo, valore non distante dal 73% che si registra in Marocco?
Se uno gira per le strade di Napoli risponderebbe che non può essere vero, probabilmente anche passeggiando per le vie di Rabat o di Casablanca, ma secondo le definizioni statistiche delle forze di lavoro adottate a livello internazionale la risposta è sì.

Tuttavia, dividere l’intera popolazione in età di lavoro solo in tre condizioni professionali (occupati, disoccupati e inattivi) semplifica eccessivamente il mercato del lavoro e non consente di cogliere la complessità delle aree grigie in cui l’inattività degli scoraggiati o di coloro che non cercano tutti i mesi un’occupazione, ma che sono pronti a lavorare immediatamente se si presenta l’occasione, non ha caratteristiche molto diverse da quelle dei disoccupati. L’Eurostat ha sviluppato perciò dei nuovi indicatori: le forze di lavoro potenziali (FdLP), costituite prevalentemente dagli inattivi che non cercano attivamente un’occupazione, ma sono disponibili a lavorare, e i sottoccupati part time, i lavoratori a tempo parziale non per loro scelta che vorrebbero lavorare a tempo pieno (per la definizione esatta, e il confronto con le precedenti definizioni, si veda il nostro glossario).
In Italia nel 2011 le forze di lavoro potenziali sono costituite da poco più di 3 milioni di persone, composte in grande maggioranza da donne (60%) che risiedono per due terzi nelle regioni del Mezzogiorno (66%), per un quinto in quelle del Nord (20%) e per il restante 14% in quelle del Centro (fonte Istat).
L’analisi delle forze di lavoro potenziali italiane riserva molte sorprese. Gran parte di loro si considera disoccupata, una quota importante è iscritta a un centro per l’impiego e ha dichiarato la propria immediata disponibilità a lavorare, alcuni ricevono persino l’indennità di disoccupazione. Tuttavia non sono inclusi nelle statistiche sulla disoccupazione in quanto non soddisfano uno dei due requisiti indispensabili per essere considerati disoccupati: sono infatti disponibili a lavorare immediatamente se si presentasse l’occasione, ma non hanno cercato attivamente un’occupazione nelle quattro settimane precedenti. Sulla base dei loro comportamenti nei confronti del lavoro, i potenziali sono molto più vicini ai disoccupati che agli inattivi volontari o involontari.
Se utilizziamo il nuovo indicatore FdLP per analizzare la popolazione femminile del Mezzogiorno, i valori si modificano profondamente ed emergono altre evidenze. Infatti se sottraiamo alle inattive circa 1 milione 146 mila donne del meridione che rientrano nella categoria delle "potenziali", ossia che vorrebbero lavorare e se potessero lo farebbero subito, che sono più occupabili perché più istruite degli uomini, ma non riescono a trovare un’occupazione che non sia in nero, le vere inattive si ridurrebbero dal 63,2% al 46,6%, con una marcata riduzione della distanza dal resto del paese (da quasi 23 a 11 punti percentuali). Ecco come cambierebbe la mappa delle forze di lavoro:

Le donne del Mezzogiorno “veramente” inattive sono ancora troppe, quasi la metà della popolazione. Guardando il bicchiere dalla parte piena, con il nuovo indicatore, la quota complessiva di donne meridionali attive (forze di lavoro standard + forze di lavoro potenziali) non è più pari a solo un terzo della popolazione, ma supera la metà (53,4%). Tornando all’esempio di Napoli e di Rabat, le donne campane veramente inattive non sono il 70%, ma il 50%, ed è una differenza di non poco conto.

Guardando adesso il bicchiere dalla parte vuota, la quota di donne disponibili a lavorare ma inutilizzata (disoccupate e FdLP) nel Mezzogiorno è pari al 22,6% a fronte del 9,3% del resto del paese (figura 3). La quota di donne che vorrebbe un lavoro retribuito (FdLP) nelle regioni meridionali è ben più ampia di quella delle disoccupate standard che sono pari al 6%, mentre nel centro-nord si equivalgono (4,4% le disoccupate, 4,9% le FdLP). In valori assoluti, nelle regioni meridionali l’offerta effettiva di lavoro femminile che non viene assorbita dalla domanda da parte delle imprese è pari a 1,6 milioni a fronte di circa 400 mila disoccupate standard. È una evidenza certamente negativa, ma indica anche che nel Mezzogiorno si osserva una potenzialità di aumento dell’occupazione femminile ben più ampia di quella del centro-nord.
 
Un’ultima domanda importante riguarda le ragioni per le quali le forze di lavoro potenziali siano considerate inattive e non disoccupate, nonostante abbiano comportamenti non molto diversi dalle persone che cercano un’occupazione. Non si tratta, ovviamente, di una incongruenza statistica.
La risposta sta ancora nell’elevata concentrazione nel Mezzogiorno delle persone scoraggiate, che non cercano lavoro perché pensano di non riuscire a trovarlo. Questa è, in parte, anche una scelta razionale perché per i residenti nelle regioni meridionali, e per le donne in particolare, vi è meno convenienza ad intraprendere le attività di ricerca richieste per essere identificati come disoccupati dal momento che la probabilità di trovare lavoro è non molto diversa da quella dei potenziali che svolgono poche azioni di ricerca, anche se sono disposti a lavorare immediatamente.
Inoltre, nelle regioni meridionali la ricerca del lavoro avviene attraverso canali in parte differenti da quelli utilizzati nel centro-nord; per esempio, sono più diffuse le domande di partecipazione a concorsi o la conferma dell’iscrizione al centro per l’impiego. Ma queste azioni di ricerca  per la loro stessa natura non sono ripetibili con la cadenza almeno mensile prevista dalla definizione statistica di disoccupato. Infine, un’alta quota di donne meridionali appartenenti alle FdLP non è classificata come disoccupata perché le risposte previste nell’indagine sulle forze di lavoro non hanno corrispondenza con la realtà della loro condizione: non è previsto che si lavori in nero e contemporaneamente si cerchi un’occupazione regolare.

Nei link indicati dell'articolo, le fonti e i documenti per approfondire la questione. Nel nostro glossario, le definizioni statistiche relative alle forze di lavoro. Si rinvia ance al lavoro di Roberto Cicciomessere e Marianna Cosseddu (2012), Gli indicatori complementari al tasso di disoccupazione, Le forze di lavoro potenziali, i sottoccupati e il tasso di mancata partecipazione al lavoro in un’ottica territoriale e di genere, Italia Lavoro, Roma.

Quote di genere nei Cda, l'Europa al bivio

  • Nov 30, -0001
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13 11 2012


di Alessia Mosca

Viviane Reding propone quote al 40% per tutte le società quotate. E la Commissione europea si spacca. I nodi del dibattito, nell'intervento di una delle promotrici della legge italiana sulle quote di genere nei board. Che dice: i numeri ci stanno dando ragione

Garantire un’equa rappresentanza di entrambi i generi, destinando a quello meno rappresentato il 40 per cento dei posti all’interno dei consigli di amministrazione delle società quotate di tutta l’Unione europea. Questo, in estrema sintesi, il contenuto del provvedimento proposto da Viviane Reding, vice presidente della Commissione europea e Commissario europeo per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza. Il 24 ottobre il testo avrebbe dovuto ricevere l’approvazione della Commissione ma il voto è stato rimandato al 14 novembre per la mancanza di unanimità in seno al collegio. Ha sorpreso i più che a opporsi siano state più che altro le donne: Neelie Kroes (Agenda Digitale), Cecilia Malmström (Immigrazione), Catherine Ashton (Alto Rappresentante per la Politica Estera), Connie Hedegaard (Ambiente) and Máire Geoghegan-Quinn (Ricerca). A sostenere la vice presidente Reding, invece, diversi uomini, tra cui Antonio Tajani e il presidente Barroso. Sorprende molti ma non me, che insieme a Lella Golfo ho portato avanti la stessa battaglia nel parlamento italiano, trovando molti oppositori e detrattori, spesso tra le donne stesse.

Il confronto tra le due argomentazioni è probabilmente noto ed è quello avvenuto anche nel caso della proposta di Reding: chi si oppone contesta il trattamento da “riserva indiana” e interpreta le leggi che impongono una presenza femminile ai vertici delle società come un “contentino” concesso da un sistema di potere maschilista, che rimane all’interno di un impianto di regole deciso, condiviso e attuato dagli uomini. Una delle conseguenze di questo ragionamento è che l’aumento della presenza femminile possa non combaciare con un aumento di meritocrazia, che le donne che accedono ai consigli di amministrazione, cioè, vi arrivino non perché le più competenti e preparate ma perché “nominate” secondo logiche di convenienza anche qui tutte maschili. Abbiamo risposto molte volte a questo tipo di obiezioni, spesso evidenziando semplicemente l’attuale stato di fatto: nel 2010 le donne nei board di società quotate italiane erano il 6,7 per cento del totale dei componenti, percentuale che fino all’anno scorso aumentava a un tasso dello 0,5 per cento annuo. Con questo ritmo di crescita sarebbero stati necessari circa 50 anni per raggiungere la parità di genere, senza considerare nel calcolo eventuali “ostacoli” che è probabile sarebbero sorti in questo (pur lentissimo) cammino. Del resto, più del 60 per cento dei laureati italiani sono donne: è davvero difficile pensare che nonostante i risultati brillanti all’università, solo una percentuale così scarsa maturi le competenze e le capacità necessarie per accedere a vertici decisionali. Il problema, insomma, sono le regole del gioco, ideate in maniera tale da escludere le donne dal mondo professionale (soprattutto dai suoi livelli più elevati) per perpetuare un modello di società in cui la figura femminile è relegata nei soli ruoli di madre e moglie mentre l’uomo lavora, persegue le proprie ambizioni professionali e sostiene la famiglia dal punto di vista economico.

Tutti pensiamo che le donne dovrebbero dimostrare da sole il proprio valore e che non dovrebbero avere bisogno di strumenti legislativi per far sì che questo accada, però la situazione in cui viviamo è molto diversa dall’ideale ed è da questa situazione, con tutte le sue distorsioni e i suoi malfunzionamenti, che dobbiamo necessariamente partire se vogliamo davvero cambiare le cose e creare un reale, trasparente, sistema di uguaglianza di opportunità, fondato esclusivamente sul merito. La miglior risposta che posso fornire alle obiezioni e alle perplessità sono i dati relativi agli ultimi due anni. Nonostante la legge 120 del 2011 sia entrata in vigore il 12 agosto dell'anno scorso e i termini della sua applicabilità abbiano cominciato a decorrere esattamente da un anno dopo tale data, infatti, abbiamo rilevato una tendenza, da parte delle società quotate, ad adeguarsi alle sue disposizioni ancora prima che queste ultime diventassero obbligatorie. A maggio 2012 le donne erano il 9,28 per cento dei componenti dei board delle società quotate italiane, registrando un aumento di oltre il 2 per cento rispetto a giugno 2011 (a fronte dell’aumento annuo dello 0,5 per cento già citato in precedenza) mentre adesso dovrebbe essere stata superata la soglia del 10 per cento. Numeri destinati ad aumentare, dato che oramai non si tratta più di una decisione volontaria e che tutti i rinnovi successivi al 12 agosto 2012 saranno soggetti all’obbligo di destinare il 20 per cento dei posti in cda al genere meno rappresentato. E’ difficile, infatti, che le società quotate ricorrano a espedienti per non aprire le porte dei propri vertici alle donne, dato che lo stesso mercato internazionale sembra orientarsi verso una penalizzazione del mancato rispetto della gender equality (criterio sempre più spesso presente tra i requisiti necessari per accedere a diversi tipi di finanziamento).

Più critico è, forse, il caso delle società a controllo pubblico, le quali solo di recente sono state effettivamente soggette alla norma, con l’approvazione in via definitiva del regolamento attuativo lo scorso 26 ottobre. Esistono rischi di tentativi, infatti, di aggirare la norma diminuendo il numero dei componenti per limitare il numero delle donne. Si tratta, tuttavia, di un “escamotage” che produce come conseguenza – probabilmente inintenzionale – una maggiore efficienza della pubblica amministrazione e che, dunque, non nuoce alle donne ma giova alla società intera. Uno dei possibili vulnus relativamente al rispetto della legge in seno alle società pubbliche è l’attuale mancanza di un’accurata “mappatura” delle società esistenti che arrivi fino alle più piccole e meno note. Si tratta di un’azione prevista nel decreto attuativo, di cui sarà responsabile il dipartimento per le pari opportunità (è un’ipotesi realistica immaginare la creazione di un organismo ad hoc all’interno del dipartimento, data la mole di lavoro prevista). Quest’ultimo dovrà anche esaminare le denunce che potranno essere presentate, secondo il testo, da “chiunque vi abbia interesse”, configurando così un importantissimo strumento denominato “controllo diffuso” che dovrebbe aiutare a vigilare sull’effettivo rispetto della legge.

Quanto vale il lavoro di chi lavora coi bambini?

  • Nov 30, -0001
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15 11 2012 
 
di Ludovica Gambaro 
  
In Inghilterra la crescita del childcare per i più piccoli è avvenuta tutta dentro il settore privato. Che tipo di occupazione è stata creata? Tutta femminile, poco qualificata e poco retribuita. Spostando il lavoro di cura da donne con redditi medio alti a donne povere

Dopo 15 anni di riforme ed investimenti pubblici nel settore dei servizi all’infanzia, poco è cambiato per coloro che lavorano con i bambini di età prescolare nel Regno Unito. Il lavoro di childcare rimane tra le occupazioni meno retribuite del paese, con salari medi di poco superiori al minimo garantito, insieme a addetti alle pulizie, parrucchieri, e personale non qualificato nei settori della vendita al dettaglio e dell’agricoltura. Un’analisi dell’andamento salariale nel settore dal 1994 al 2008 rivela come metà degli occupati nel settore riceve una retribuzione oraria inferiore ai due terzi del salario medio nazionale, e questo dato rimane costante negli anni. Si tratta di circa 400mila lavoratori, o meglio di lavoratrici: il 99,8% sono donne. Sono esclusi gli insegnanti – e tra poco sarà chiaro il perché – il cui salario è ben superiore a quello medio ed è deciso con contrattazione nazionale.

Prima di capire quali siano i fattori che contribuiscono ai bassi salari delle lavoratrici del settore, conviene descrivere il sistema inglese di servizi (1). In Inghilterra non esiste la scuola d’infanzia – intesa come servizio a base universale con finalità educative – come da noi o in Francia. La scuola dell’obbligo però inizia presto, a cinque anni, e negli ultimi anni è divenuta prassi che i bambini di quattro inizino ad andare a scuola, nelle reception classes, per l’intera giornata scolastica. Invece di un servizio espressamente dedicato all’istruzione dei bambini di età prescolare, in Inghilterra c’è quindi un’estensione della scuola elementare, con delle apposite classi. A parte questa differenza nell’organizzazione del servizio, i bambini di 5 e 4 anni al di là della Manica sono a scuola, non molto diversamente dai loro coetanei francesi o italiani. Lì ci sono gli insegnanti: uno ogni 30 bambini coadiuvata da un’ assistente.

Per i bambini di tre anni esiste il diritto a 15 ore settimanali gratuite di istruzione pre-scolare, a cui il 90 percento accede. Spesso il servizio è erogato per 3 ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Si tratta quindi di un servizio con una copertura oraria ben più limitata di quanto non sia il caso in Italia, dove le scuole d’infanzia sono spesso, soprattutto al Nord, aperte fino a metà pomeriggio. Inoltre, diversamente dal caso italiano, questo servizio non è necessariamente erogato nelle scuole. Solo la metà dei bambini di tre anni inglesi sono a scuola; gli altri ricevono le 15 ore gratuite presso servizi privati – for-profit e non. La differenza fondamentale tra i due tipi di servizi risiede nel personale impiegato: mentre a scuola ci sono gli insegnanti, nel privato no. Non solo: al di fuori della scuole, la percentuale di lavoratrici con un titolo di studio universitario è esigua (5%) e i corsi di formazione professionale sono di qualità variabile e generalmente bassa. Infine, per i bambini al di sotto dei tre anni, esistono quasi esclusivamente servizi privati – asili o childminders. Lo stesso vale per i bambini di tre anni che usufruiscono di un servizio per più di 15 ore settimanali. Una struttura equivalente all’asilo pubblico italiano non esiste, perché fino agli anni più recenti, questo tipo di servizio era dedicato quasi esclusivamente ai bambini in carico presso i servizi sociali.

La Childcare Strategy dei governi Blair e Brown non ha potenziato l’offerta scolastica e ha, invece, sostenuto la crescita dei servizi privati. Dato questo assetto, che è stata mantenuto dall’attuale governo, ogni espansione dei servizi – sia per quanto riguarda il numero di ore che il numero di bambini coinvolti – può solo avvenire tramite servizi privati. Ad esempio, l’iniziativa (lanciata dal governo laburista e portata avanti dal governo Cameron) per offrire 15 ore settimanali di early learning ai bambini di due anni più poveri sarà attuata esclusivamente tramite servizi privati.

Quale occupazione nel childcare?

In questo contesto, è importante esaminare i salari della forza lavoro ad perché aiuta a capire che tipo di occupazione sia stata creata negli anni più recenti e quale verrà creata nell’immediato futuro.

Quali fattori contribuiscono a creare un’occupazione i cui livelli salariali sono così bassi? Conviene distinguere tra fattori legati al finanziamento e alla regolamentazione dei servizi all’infanzia e fattori contestuali, specifici del mercato del lavoro inglese. Partendo dai primi, gli attuali meccanismi di finanziamento pubblico ai servizi privati non creano alcun incentivo affinché i proprietari di asili privati assumano forza lavoro meglio qualificata e meglio remunerata. Il governo offre una deduzione fiscale a quei genitori che ricevono dei childcare vouchers dal proprio datore di lavoro. Per i genitori con salari bassi esiste un rimborso fino al 70% del costo di un asilo privato: tuttavia il rimborso non varia in relazione alle caratteristiche qualitative dei servizi offerti. ll copagamento incentiva i genitori a trovare la soluzione più economica, non solo per effettive difficoltà a far fronte alla spesa – un posto part-time in un asilo costa, in media, 400 sterline al mese – ma anche perché è più facile giudicare il prezzo di un servizio che la preparazione dello staff. Le scuole e gli asili ricevono finanziamenti pubblici per offrire le 15 ore gratuite per i bambini di 3 anni. Anche in questo caso però il finanziamento risponde solo al numero di bambini iscritti.

A un sistema di incentivi finanziari molto debole si contrappone un sistema di regolamentazione stringente, incentrato su un curriculum nazionale a cui tutti i servizi – scuole, asili privati e childminders – devono aderire. Esiste inoltre un sistema di ispezioni e verifica della qualità del servizio, i cui risultati sono pubblici e facilmente accessibili online: il genitore può scaricare sul proprio iphone un’application che indica gli asili più vicini e riporta i risultati dell’ispezione più recente. Il 60% dei servizi è giudicato di buona qualità e quindi il sistema serve soprattutto a identificare gli asili i cui standards sono molto bassi. Vi è tuttavia un aspetto che è regolato in maniera meno stringente: i titoli di studio necessari per lavorare in un asilo o come childminder. I requisiti minimi sono di poco superiori alla scuola dell’obbligo. E una recente review sul tema ha ribadito come la formazione professionale per gli addetti al settore sia confusa, di scarsissima qualità e non garantisca che chi lavora con i più piccoli abbia sufficienti competenze in lingua inglese e matematica.

Entrano poi in gioco fattori che riguardano più generalmente il contesto del Regno Unito, caratterizzato da un sistema educativo di tipo tecnico professionale molto debole, marginale rispetto a quello accademico. Questo problema si acuisce nel caso dei servizi per l’infanzia: mancando una tradizione di servizi specializzati, non si è sviluppato un sistema di formazione attinente, e non è emersa una figura professionale riconosciuta, come quella dell’insegnante, della puericultrice o della pedagoga. Si tratta inoltre di un mercato del lavoro in cui c’è poca corrispondenza tra titolo di studio, posizione lavorativa e paga. Per esempio, negli asili privati, non vi è nessuna differenza di salario orario tra chi ha un diploma di scuola dell’obbligo e chi ha un titolo di studio più elevato. Diverse ricerche (2) hanno suggerito come le lavoratrici cambino spesso datore di lavoro in cerca di un asilo che le paghi poco di più – la lavoratrice media non rimane nello stesso posto di lavoro più di tre anni.

Ma perché preoccuparsi dei livelli salariali di chi lavora con i bambini? Gli studi empirici condotti evidenziano come siano solo i servizi di qualità ad avere un effetto sulle capacità cognitive e comportamentali dei bambini (3). E, nonostante le definizioni di qualità varino, la presenza di personale qualificato e specializzato emerge come una condizione essenziale affinché i servizi offrano un ambiente educativo accogliente e stimolante. Nel caso inglese si tratta di insegnanti o dei, pochi, laureati in scienze della formazione primaria. Inoltre, le lavoratrici meglio pagate sono quelle con un turnover più basso e la continuità è un aspetto a cui i genitori, comprensibilmente, danno importanza.

Infine, i lavori di cura, e di cura dei bambini in particolare, sono svolti prevalentemente da donne. É quindi a svantaggio delle donne se questi lavori sono mal retribuiti e/o offrono condizioni lavorative sfavorevoli. Risulta quindi difficile immaginare come l’espansione dei servizi all’infanzia a basso costo possa promuovere le pari opportunità tra uomini e donne in tutti i ceti sociali. Più che di un passaggio delle responsabilità di cura da madri con redditi alti a donne (spesso madri) con scarso potenziale di reddito, c’è bisogno di una redistribuzione di risorse ben più ampia tra uomini e donne, tra famiglie e società e tra stato e mercato.

 
(1) Vi sono delle differenze all’interno del Regno Unito tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Quanto segue si riferisce all’Inghilterra soltanto, dove vive l'84% della popolazione.

(2) Rolfe, Heather. 2005. Building a stable workforce: recruitment and retention in the child care and early years sector. Children & Society 19 (1):54-65.

(3) Sylva, Kathy, Edward Melhuish, Pam Sammons, Iram Siraj-Blatchford, and Brenda Taggart. 2004. The Effective Provision of Pre-school Education (EPPE) Project : effective pre-school education: a longitudinal study funded by the DfES 1997-2004. Annesley: DfES Publications.

Caro Hollande, cambia il fisco per le donne

  • Nov 30, -0001
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03 10 2012

"Per una rivoluzione fiscale". In un brillante pamphlet, Landais, Piketty e Saez spiegano come ricostruire dalla base le tasse. E dicono no al quoziente familiare: penalizza le donne che lavorano, e porta il fisco a entrare in scelte personali da cui dovrebbe restare fuori. Un dibattito francese, che parla molto anche a noi.

“Il problema al giorno d'oggi non è né quello di ridurre né quello di aumentare le tasse. Si tratta piuttosto di ricostruirle da zero, di distribuirle meglio, di renderle più semplici, eque e leggibili”. Parole sante, e assai nette, sul tema più caldo e (im)popolare della scena politica da almeno un trentennio. Non vengono da politici o da sindacalisti, ma da tre economisti, Camille Landais, Thomas Piketty e Emmanuel Saez, che hanno voluto dedicare al tema delle tasse un libro scritto da accademici ma non accademico, scientificamente solido ma non diretto alla comunità scientifica, partigiano ma non fazioso. Un testo “di intervento pubblico” (così lo definiscono gli stessi autori), che porta il titolo programmatico “Per una rivoluzione fiscale”. Colpisce positivamente, nel libro, la chiarezza del linguaggio, l'imperativo etico di coinvolgere più gente possibile nella discussione e nella decisione sulle tasse (spinto al punto da creare un sito con un simulatore accessibile a tutti degli effetti delle riforme fiscali), e l'obiettivo redistributivo: dai più ricchi ai più poveri. E colpisce ancor di più il fatto che venga fuori, cosa rara per il nostro dibattito, che i contribuenti sono di due sessi: maschile e femminile. E che la valutazione dell'impatto di genere delle normative fiscali non è un corollario o un di più, ma un elemento importante sia della critica che della ricostruzione del sistema fiscale. E' quel che gli autori fanno nel capitolo sul sistema del quoziente familiare francese – che demoliscono – e in quello su un nuovo sistema più equo che potrebbe sostituirlo. Vista la popolarità di cui il sistema francese continua a godere nel nostro dibattito pubblico (motivo per cui qui a inGenere abbiamo deciso di dedicare al tema un corposo dossier), varrà la pena di guardare più da vicino gli argomenti di Landais, Piketty, Saez - studiosi che sono ben noti al mondo della ricerca economica per i loro lavori sul tema delle diseguaglianze crescenti nei redditi e nella ricchezza.

L'obiettivo principale, come si diceva, è redistributivo: la riforma del sistema fiscale, secondo gli autori, deve spazzar via quei privilegi correttivi, regimi speciali che man mano nel tempo hanno reso ingiusto e poco conoscibile il sistema; accompagnando in questo la dinamica del mercato che ha riportato la concentrazione della ricchezza e del reddito “ai tempi della Bella Epoque”, con un ritorno alla grande dell'economia dei rentier. Strada obbligata per riportare ciascuno a pagare il giusto, secondo gli autori, è introdurre (o tornare a) un sistema di tassazione basato sull'individuo, che raggiunga però tutti i redditi e le ricchezze dell'individuo; cominciando ad esempio a portare i redditi da capitale nella tassazione personale dei redditi, e chiudendo i regimi speciali che li hanno parzialmente o totalmente esonerati. Dunque c'è un favore degli autori verso un modello di imposte sul reddito basato sull'individuo (com'è, dalla riforma del '73, quello italiano) e non sulla famiglia (com'è, con l'istituto del quoziente familiare, quello francese). Favore che si rafforza, nell'analisi del libro, quando si vanno a valutare gli effetti specifici del quoziente, sistema che prevede che le aliquote marginali si applichino non già al reddito individuale, ma “al reddito imponibile diviso per il numero di quote previsto dal quoziente familiare”. Su questo sito molti articoli (v. per esempio post di redazione, e i contributi di Paladini e D'Ippoliti)  hanno già evidenziato come e perché un sistema del genere sia in sé regressivo, agevolando fiscalmente le famiglie numerose con i redditi più alti; e perché si traduca in un disincentivo fiscale al lavoro femminile. Critiche argomentate anche nel libro, che reputa un errore mettere al centro del sistema “la famiglia fiscale”. Prima di tutto, perché “l'amministrazione fiscale deve semplicemente cessare di preoccuparsi del problema 'chi vive in coppia con chi' (…) E' giunta l'ora che il sistema fiscale manifesti una certa neutralità a riguardo delle personalissime scelte della vita di coppia” (p. 95): a chi si applica il quoziente, alle coppie sposate o anche a quelle di fatto? Alle coppie etero o anche gay? Seconda questione, non meno importante: in una coppia nella quale i due partner hanno lo stesso livello di reddito, il quoziente familiare è ininfluente; diventa importante invece in una coppia nella quale uno dei due partner guadagna meno dell'altro, poiché contribuisce a far abbassare l'aliquota del reddito più alto: in sostanza, “funziona di fatto come una macchina che favorisce le coppie non paritarie!” (p. 96). Infatti, se i due partner sono entrambi stabilmente al lavoro ma con redditi differenti, il sistema del quoziente favorisce quella con maggiori sperequazioni tra i due redditi (in questo caso, il reddito più basso “abbassa” l'aliquota del più alto). Nel caso in cui uno dei partner – di solito la donna – ha più probabilità di entrare e uscire dal mercato del lavoro, e/o di variare il suo orario, tutto ciò può risolversi in un disincentivo al lavoro femminile: per esempio, per una donna decidere di passare dal part-time al tempo pieno potrà voler dire far alzare l'aliquota marginale del partner, e dunque ci sarà un incentivo economico a restare nel part-time. Così facendo, il sistema fiscale va contro un altro obiettivo della politica economica che è a parole universalmente riconosciuto, ossia quello di incentivare la partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Poi c'è il discorso “figli”, quello che fa più presa, per ovvi motivi culturali, politici, elettorali. Il fisco deve aiutare le famiglie con figli, si dice, incolpando (nel nostro caso) il sistema fiscale anche della bassa natalità italiana. Invece: toglietevi della testa che l'alta fertilità francese sia legata al quoziente familiare, scrivono gli autori. “Il quoziente familiare rappresenta un trasferimento significativo solo per il 10% (quello più ricco, ndr) della popolazione. Come potrebbe questo 10% ripopolare da solo la Francia?” (p. 146). L'alto tasso di fertilità delle donne francesi dipende allora da altre cose, dall'insieme delle prestazioni familiari che il sistema francese riconosce per i minori. Sistema che nel suo complesso va difeso, mentre il quoziente familiare e tutti i trasferimenti a favore dei nuclei familiari adesso in vigore vanno aboliti, e rimpiazzati con un meccanismo semplicissimo: un credito d'imposta di 190 euro al mese per ciascun figlio, che di default è diviso a metà tra i due genitori (salvo scelta diversa, volontaria, della famiglia, come già succede per i genitori separati). Oggi, il sistema “prestazioni familiari più quoziente” dà benefici che crescono al crescere del reddito: si va dai 150 euro per figlio a cui ha diritto il decile più povero della popolazione agli oltre 400 di quello più ricco. Il sistema proposto dagli autori, basato solo sul credito d'imposta, spalmerebbe invece i benefici (a spesa totale invariata) verso i livelli medi e bassi, permettendo di “dare in media quasi 180 euro a figlio all'anno in più a tutti i genitori dal primo al nono decile”.

Naturalmente, queste considerazioni e calcoli valgono per il caso francese, con caratteristiche specifiche sia riguardo alla maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, che all'efficienza della macchina dell'amministrazione finanziaria e al grado di compliance fiscale. Ma, depurate dalle specificità francesi, si posso applicare pari pari alla nostra situazione – anzi, a maggior ragione quanto alle preoccupazioni sul disincentivo al lavoro femminile. Ci confermano che quello del quoziente familiare è un falso mito, che sotto buone e familistiche spoglie finisce per attuare una pesante discriminazione di censo e genere; e, soprattutto, ci dicono che un buon progetto di ricostruzione del sistema fiscale deve mettere al centro il tema dell'equità e dunque anche della parità di genere.

 

Camille Landais, Thomas Piketty, Emmanuel Suez. Per una rivoluzione fiscale. Ed. La scuola, 2011

Detassare le donne? Non sempre conviene

  • Nov 30, -0001
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di Arianna Pugliese, Ingenere
6 settembre 2012

Se si abbassano le tasse sulle donne, queste andranno a lavorare di più? Parecchi dati mettono in dubbio l'assunto di base della "gender tax". Che rischia di funzionare da incentivo solo per alcune categorie di donne. Meglio pensare ad altri strumenti per raggiungere più efficacemente l'obiettivo.

TI AMO DA MORIRE

  • Nov 30, -0001
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di Francesca Molfino (ingenere.it, 9 settembre 2010)

A luglio 2010 la Casa per non subire violenza di Bologna scriveva:  “Dovremmo…. portare segni di lutto ogni giorno. Noi sappiamo che mediamente nel nostro Paese ogni tre giorni una donna è uccisa da un uomo che conosceva, che amava.”

A settembre 2010 Giancarla Codrignani scrive in un bell’articolo su Noi Donne: “L'estate è trascorsa conteggiando femminicidi. L'ira maschile ha infierito perfino sugli uomini stessi con suicidi successivi agli ammazzamenti di donne, a dimostrazione di quanto la violenza connoti il ruolo maschile, ormai pericoloso a se stesso e alla società dentro la quale portano la guerra.”

QUELLO CHE LA BANCA MONDIALE MANDA A DIRE ALLE DONNE

  • Nov 27, 2011
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di Elisabetta Segre, ingenere.it
25 novembre 2011

E’ in corso di presentazione, in giro per il mondo, il nuovo World Development Report 2012 su “Gender equality and development”. Si tratta dell'annuale rapporto della Banca mondiale dedicato ai temi dello sviluppo, che ogni anno viene declinato analizzando un aspetto diverso: l'anno scorso il focus era su sicurezza e conflitti, l'anno precedente sul clima, quest'anno invece il rapporto è appunto dedicato ad approfondire la relazione tra pari opportunità e sviluppo economico- sociale.

Il sito dedicato alla diffusione del rapporto è ricco di grafici e brevi commenti a video che ripercorrono in maniera ordinata e facilmente comprensibile i punti salienti e critici che emergono dal lavoro. Ma non solo: grafici e tabelle seguono la moda del momento e nel titolo già riassumono l'informazione saliente che forse solo un occhio esperto potrebbe ricavare con sicurezza dalla loro lettura (ad esempio, non si trova più un titolo come "tasso di fertilità" ma bensì "in tutto il mondo le donne hanno sempre meno figli").

E' compito estremamente arduo riassumere il lavoro di un nutrito team di esperti raccolto in un volume così corposo, ci affidiamo quindi alla sintesi proposta dagli autori stessi. Innanzitutto il rapporto ci accompagna attraverso i successi registrati in moltissimi paesi in via di sviluppo che hanno visto sensibilmente migliorare le condizioni soprattutto di salute e istruzione delle donne. Le donne hanno una speranza di vita più alta degli uomini in tutto il mondo, e nel campo dell'istruzione in molti paesi il gap uomo/donna sembra si sia addirittura invertito per i livelli di istruzione superiori.



Le brutte notizie però non mancano mai. Se per molti paesi i progressi sono evidenti, a livello globale le disuguaglianze aumentano e le condizioni di vita si polarizzano. Ed è soprattutto l'africa sub sahariana a preoccupare, dato che per molti aspetti la situazione sociale, economica e sanitaria di milioni di donne sta peggiorando. Anche nei paesi ricchi la situazione non è tutta rosa e fiori. Del resto se ne sono accorti già da tempo molti scienziati sociali che osservano, anche e soprattutto nei paesi cosiddetti sviluppati, il persistere di forti disuguaglianze di genere all'interno del mercato del lavoro, non solo per quanto riguarda i salari ma anche in relazione all'inquadramento lavorativo. Si tratta di una doppia segregazione sia di tipo orizzontale, ovvero le donne sono più presenti in settori a bassa qualifica, che di tipo verticale, ovvero all'interno dello stesso settore alle donne vengono affidate le mansioni meno remunerate e meno qualificate. E questo, sempre facendo riferimento ai paesi sviluppati, succede nonostante le donne abbiano già da tempo superato gli uomini nell'istruzione superiore e universitaria. E non è solo il mercato del lavoro a preoccupare, ma anche il mondo delle istituzioni e della politica dove le donne sono notevolmente sottorappresentate e dove l’empowerment è ancora un miraggio lontano.

Ci sono due aspetti che, soprattutto dal punto di vista politico, colpiscono di questo rapporto. Innanzitutto, così come l'Oecd ad inizio millennio ha finalmente riconosciuto che il welfare può essere un propulsore per la crescita economica e non solo un deterrente, anche la Banca mondiale mette in discussione natura e direzione della relazione causale tra crescita economica e miglioramento della condizione femminile, che poi non è altro che un’altra faccia della stessa medaglia visto il ruolo cruciale svolto dalle politiche sociali nel perseguire obiettivi di empowerment. Se da un lato, le condizioni socio-economiche delle donne possono liberare energie positive sia per il mercato del lavoro che per il mondo dell'impresa privata, dall'altro il mercato non è di per sé una garanzia per il miglioramento della condizione femminile. Si mette in discussione quindi il potere salvifico della crescita economica, di cui le due Istituzioni insieme al Fondo Monetario Internazionale erano tra le più agguerrite fan.

Ma quello che colpisce di questo rapporto è il ruolo affidato all'intervento pubblico. Se il mercato da solo non è in grado di garantire uguaglianza ed emancipazione per le donne, la ricetta per la Banca mondiale è un ruolo attivo della politica e delle istituzioni. Sono loro infatti la chiave di volta che consente di coniugare capitalismo ed equità, eliminando le differenze di genere nell’accesso all’istruzione e alle opportunità economiche, combattendo l’esclusione derivante da condizioni geografiche o etniche o economiche sfavorevoli, sostenendo la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, sollevando la donna dal peso di almeno parte dei lavori di cura.

Nasce spontaneo allora un sorriso amaro, pensando alle condizioni poste dalla Banca mondiale stessa ai prestiti concessi ai paesi in via di sviluppo e non solo. Condizioni durissime che mirano principalmente a ridurre la presenza dello Stato e delle istituzioni nell'economia e che, a pensarci bene, spesso penalizzano molto di più le donne degli uomini. Si tagliano posti di lavoro in settori dove l'impiego di donne è relativamente più consistente, come istruzione e sanità, e si tagliano servizi che spesso sono proprio di supporto al lavoro di cura ed assistenza ad anziani, bambini e disabili generalmente a carico delle donne.

Certo è un ricettario “sviluppista” quello proposto dalla Banca mondiale, e del resto sarebbe stupefacente il contrario. L'emancipazione economica passa attraverso lo sviluppo economico, l'ingresso nel mercato del lavoro, il lavoro salariato, l'incentivo all'imprenditorialità femminile. E del resto è un indiscutibile dato di fatto che lo sviluppo economico come noi lo abbiamo conosciuto abbia effettivamente portato all'emancipazione quanto meno economica di milioni di donne, e che gli esempi più riusciti siano i paesi in cui è stato messo in piedi un sistema in grado di coniugare mercato e intervento pubblico di regolamentazione e governance , come per esempio nei Paesi Scandinavi più volte citati anche nel Rapporto.

Ma è altrettanto indiscutibile il fatto che il modello di sviluppo fin'ora percorso dalle economie moderne è un modello che ha portato con sé tutta una serie di conseguenze che fanno emergere, oggi più che mai, tutta la sua insostenibilità ambientale, sociale e persino economica. Non solo, ma l'inserimento delle persone nel ciclo produzione/lavoro salariato/consumo non è sempre sinonimo di progresso e benessere. Ne è testimone il sempre maggior interesse verso misure di benessere che si distinguono dalla visione economicista che ha eletto il Prodotto interno lordo (PIL) a proxy universale per il progresso. E non è solo di benessere che si deve parlare. Lo sradicamento dal territorio di milioni di uomini e donne è stato il principale e più potente meccanismo che ha permesso il cortocircuito tra attività umana e ambiente (si veda a tal proposito il libro di Giuseppe de Marzo Buen vivir e, in particolare in merito al ruolo della donna nel preservare gli equilibri naturali, molti dei saggi di Vandana Shiva).

La domanda che rimane aperta è tristemente sempre la stessa: esiste una via alternativa, almeno in quei paesi ancora alla prime fasi di sviluppo economico capitalista, una via virtuosa che sia in grado di coniugare emancipazione, progresso e sostenibilità? Su questo, a mio papere, il rapporto della Banca Mondiale ancora non fornisce una risposta.

* L’autrice ringrazia Enika Basu e Anna Villa per l’utile discussione

DIVERSAMENTE PREOCCUPATE. RISPOSTE SUL FUTURO

  • Lug 25, 2011
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1209 volte
di Fiorenza Deriu, ingenere.it
21 luglio 2011

Vari studi hanno mostrato come in Italia il lavoro delle donne sia caratterizzato più frequentemente degli uomini da contratti a tempo determinato (49,9% nel 2010)(1), intermittenti e a part-time (il 75,6% delle donne in part-time non volontario contro il 24,4% degli uomini nel 2009)(2), quest’ultimo scelto prevalentemente per rispondere alla necessità di conciliare gli impegni dentro e fuori la famiglia. Inoltre, le donne sono più esposte al rischio di uscire precocemente dal mercato del lavoro al sopraggiungere del primo figlio o di fronte alla necessità di cura di membri anziani della famiglia con problemi di autosufficienza. Capita così che si “chiamino fuori” dal lavoro, dalla carriera, dalla crescita professionale(3).

VIOLENZA CONTRO LE DONNE, COSA FACCIAMO IN CONCRETO?

  • Feb 10, 2012
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2605 volte
di Francesca Molfino, ingenere.it
09 febbraio 2012

Care amiche, da più di vent’anni mi occupo della “violenza contro le donne” e lavoro con i Centri antiviolenza. Di solito si parla molto di violenza in occasione di uccisioni di donne per mano di uomini violenti, quando per qualche giorno il discorso sulla violenza sale alla ribalta - com'è successo negli ultimi giorni, per il tentato omicidio della compagna e uccisione del figlio per mano di un uomo a Roma, e anche in occasione della sentenza della Corte di Cassazione sullo stupro di gruppo.

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