Il vecchio liberismo contro i beni comuni

Beni comuniE' appena stata battezzata la nuova tribù degli "antibenicomunisti" capitanati dall'Istituto Bruno Leoni e promossa da Pierluigi Battista. [...] Si tratta di una formidabile mistificazione, ma ancor più significa non comprendere proprio il carattere innovativo e contemporaneo che sta alla base della teoria e dei movimenti dei beni comuni.
Corrado Oddi, Il Manifesto ...

Finanza, acqua e democrazia. La Grecia e l'Italia

  • Giovedì, 16 Luglio 2015 09:36 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
FinanzaMarco Omizzolo e Roberto Lessio, Articolo 21
14 luglio, 2105

Il popolo greco in questi giorni è stato trattato come quattro anni fa fu trattato quello italiano. Con larga maggioranza gli ellenici hanno detto no alle misure finanziarie che ora gli sono state imposte in modo ancora più restrittivo, in cambio di un ennesimo "prestito ponte".

Il dominio del profitto e il T-tip

  • Lunedì, 04 Maggio 2015 11:39 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
04 05 2015

di Ugo Biggeri*

Senza Società non c’è Mercato. È un affermazione logica, ma purtroppo non ovvia, anzi spesso non evidente o addirittura negata. La somma di interessi individuali (persone o imprese che siano) non è sufficiente a creare un mercato. Nessuna forma di mercato. Infatti tra i tanti fattori che determinano l’esistenza di un mercato alcuni, fondamentali, dipendono dalla “piattaforma” su cui il mercato opera. Regole, opportunità, infrastrutture, propensione al rischio ed agli investimenti: tutte cose che dipendono da relazioni complesse e non posso essere determinate individualmente.

Un esempio chiarificatore riguarda la fiducia. Di sicuro fidarsi degli altri implica un sistema di relazioni molto più ampio che uno scambio bilaterale. Della fiducia dei mercati spesso si parla a sproposito, come se dipendesse da divinità superiori, salvo poi cercare di stimolarla attraverso i comportamenti dei cittadini (consumatori). La piattaforma che determina la fiducia… Siamo noi.

È la società intesa nel senso più ampio possibile il cui buon funzionamento dovrebbe essere garantito dai governi. Anche i mercati asettici e virtualizzati dell’high frequency trading (“regolati” da ordini generati dai computer) hanno effetti e sono influenzati da quello che succede nella società mondiale. Eppure sono decenni che incessantemente il pensiero economico dominante tende a ignorare o a vivere con fastidio le interazioni che dalla società arrivano al mercato. Non il viceversa, che invece è sopravalutato.

Perché? Ci sono sicuramente tante ragioni, ma una di queste ê sicuramente dovuta all’evoluzione del pensiero economico e delle pratiche finanziarie degli ultimi anni. Un evoluzione che vede il profitto non più come un vincolo fondamentale per poter realizzare qualunque attività che abbia risvolti economici, ma che è divenuto obbiettivo unico cui qualunque impresa dovrebbe tendere. Questo sembra indicare che la migliore forma di impresa sia quella che agisce con la mentalità dell’investitore puro: in realtà, non solo una forma lontana dal vissuto della maggioranza degli attori economici, ma neanche auspicabile, perché in un mondo di investitori puri, mancherebbero… gli imprenditori e buona parte delle attività economiche. Questo scivolamento del profitto da vincolo ad unico obbiettivo non è un aspetto secondario perché stabilisce delle priorità nel modo di fare impresa, ma più in generale stabilisce un ordine di priorità tra obbiettivi diversi dal profitto.

Ed il T-Tip (il nuovo accordo commerciale in fase di approvazione tra Use ed Ue, ndr) si inserisce decisamente in questa logica. Il problema del T-tip infatti non è dato dall’idea di favorire gli scambi, che può essere ragionevole. Ma dall’accanimento nell’individuare i governi, le leggi ed le azioni volte al miglioramento di standard sociali, ambientali e culturali, come un ostacolo al mercato. Il sistema di giudizio sulle dispute rappresenta il culmine di un aberrazione giuridica che vede le grandi imprese allo stesso livello (ma in realtà sopra) non solo delle piccole imprese, ma anche dei cittadini e soprattutto dei governi. Grandi imprese e pensiero economico che con una costanza intergenerazionale cercano di ottenere “l’indulgenza perpetua” che elimini dal rischio di impresa il “fattore umano”, le scelte della società.

Trovo che questo aspetto più di altri sia inaccettabile nel T-tip: fare impresa comporta capacità di lettura del contesto in cui si opera ed assunzione di rischi. Le autoregolazioni funzionano quando vi è separatezza tra chi fa le regole e chi le deve rispettare. Le autoregolazioni in cui solo una categoria di operatori determina le regole sono destinate a dare pessimi risultati e gli scandali finanziari che hanno coinvolto la finanza mondiale in questi anni ne sono un chiaro esempio. Occorre che siano attori diversi ed indipendenti a determinare le regole senza rischi di “ritorsione” : è un campo di attività che deve guardare ad interessi collettivi, tipico delle forme di governo, presenti ed auspicabili. Lo dico da banchiere che opera nella finanza etica e si trova ad operare in un sistema sovra regolato per le piccole banche, ma che riconosce il valore fondamentale del sistema regolatorio, della necessità di un sistema di controllo interno ed esterno che aiuti a far bene impresa.

Il T-tip assomiglia alla pretesa di poter “picchiare” l’arbitro o le autorità in caso di regole che modifichino, per il bene di tutti, il gioco. Non si può fare nello sport, non si poteva fare da bambini. È buon senso che come cittadini ci mobilitiamo oggi perché non lo possano fare in futuro le grandi imprese.

 

*presidente di Banca Etica. Questo articolo è la postfazione del libro “Nelle mani dei mercati” di Alberto Zoratti, Monica Di Sisto e Marco Bersani, pubblicato da EMI. Il libro è un supporto per la campagna contro il T-tip

La repubblica viareggina per i beni comuni

  • Lunedì, 27 Aprile 2015 10:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communia.net
27 04 2015

Il 31 maggio si svolgeranno elezioni per il rinnovo delle amministrazioni locali in varie parti del territorio nazionale. La Versilia sarà chiamata al voto nelle sue
due città più importanti: Viareggio e Pietrasanta. La situazione nei due comuni presenta qualche analogia ma soprattutto numerose difformità che ci hanno portato a
prendere decisioni diverse sul da farsi.

Viareggio è una città con un dissesto economico e commissariata. Le passate amministrazioni di centrodestra e centrosinistra non sono riuscite a concludere le
legislature allontanando le persone dalle urne. L'ultimo sindaco fu eletto con un'astensione che superò il 50%. Tuttavia, la città è stata attraversata da diversi
conflitti sociali come quelli sulla casa, sull'ambiente e sul diritto all'istruzione per l'infanzia.
A Pietrasanta la situazione è opposta e la città appare anestetizzata. Anche nella città di Botero si sono alternati ad amministrare centrodestra e centrosinistra, con
scandali e gestioni discutibili, ma qui per una serie di motivi, che richiederebbero un'analisi lunga e approfondita, il conflitto sociale è rimasto sottotraccia e non
ha permesso lo sviluppo di una proposta politica d'alternativa.

La differenza maggiore sta nel protagonismo delle giovani generazioni. A Pietrasanta assente a Viareggio, nonostante limiti e contraddizioni, presente. A Pietrasanta
lo scontro elettorale ha preso la forma del classico schema bipolare con il centrosinistra che, dopo primarie a dire poco oscene, candida a sindaco Rossano Forassiepi
un figlioccio dell'uscente sindaco del PD Domenico Lombardi. È bastato che a vincere non fosse il candidato renziano perché tutta la cosiddetta sinistra radicale si
accodasse al PD. Il centrodestra, dal canto suo, ripresenta l'ex sindaco ed ex inquisito, Massimo Mallegni. Sullo sfondo del quadro compaiono le altre candidature:
quella del Movimento cinque Stelle e purtroppo quella fascista del candidato del Movimento Idea Sociale che in città ha aperto una sede e si è reso, pure, protagonista
di alcune provocazioni. La sinistra di alternativa non è riuscita a costruire una proposta autonoma e contrapposta al PD. Appare, quindi, scontato che non solo non
parteciperemo al voto ma faremo campagna attiva per l'astensione.

A Viareggio le condizioni oggettive e la voglia di cambiamento hanno prodotto una frammentazione che vede al momento la presenza di otto candidati. I soggetti sociali
attivi nella lotta per la casa, nei comitati contro le antenne, in alcuni spazi sociali e in varie vertenze presenti sul territorio hanno dato vita all'assemblea di
Viareggio Bene Comune che nell'ultimo anno ha provato a denunciare la questione del debito e del dissesto e che ha poi maturato la convinzione di presentarsi alle
elezioni con la lista Repubblica Viareggina per i beni comuni. Il nome rievoca l'esperienza delle giornate rosse del 1920 che videro la città insorgere e proclamare
per tre giorni la repubblica. Alla carica di sindaco è stato candidato Filippo Antonini, avvocato impegnato nella battaglia giudiziaria per avere verità e giustizia
rispetto alla strage ferroviaria del 29 giugno che causò la perdita di trentadue vite e che vede tra l'altro imputato l'ex amministratore di ferrovie e attuale
amministratore di finmeccanica Mauro Moretti, sempre coccolato dai vertici del PD e della CGIL.

Come Blocco Anticapitalista abbiamo partecipato fin dall'inizio a questo percorso che si è sviluppato con assemblee partecipate e dove le decisioni sono state prese
con il metodo di una testa un voto. Non sono mancati i problemi e i momenti di tensione. Tuttavia, le assemblee sono riuscite a far passare il principio che nessuna
persona compromessa con passate amministrazioni e con politiche liberiste dovesse essere candidata o anche solamente presente alla stesura del programma. Ne è emersa
alla fine una lista giovane, figlia di esperienze reali di lotte dal basso che ha fatto sue le istanze dei movimenti della lotta per la casa, della lotta per le difese
ambientali, degli animalisti, delle questioni di genere, dei diritti degli LGTBQ, del mondo del lavoro in particolar modo quello precario. Per questo motivo abbiamo
deciso di sostenerla attivamente.

Si tratta di un esperimento che richiederà, successivamente, un'attenta analisi. Nessuno di noi si è fatto l'illusione che da un
processo elettorale possa ricomporsi un soggetto politico. Gli echi del disastro prodotto da quella che veniva chiamata sinistra radicale si continuano a far sentire
anche a Viareggio. Ciononostante, pensiamo, che alcuni soggetti sociali nella ricerca di una rappresentanza devono assumersi delle responsabilità provando a non
delegare ma divenendo essi stessi protagonisti di una maturazione politica non affatto scontata. In questo nodo strategico sta il senso di questo esperimento che dovrà
essere posto poi ad attenta valutazione.

 

Dinamo Press
10 02 2015

Roma, 10 febbraio ore 16.30 in Campidoglio: la Giunta Marino, come il Governo Renzi, prova a mascherare il rilancio delle privatizzazioni con fantomatici processi di razionalizzazione delle aziende partecipate. La delibera inserita all'interno del bilancio 2015 con cui s'intende mettere sul mercato alcuni dei gioielli della capitale non a caso porta un titolo che tenta di confondere le acque, ovvero "Indirizzi per la razionalizzazione delle partecipazioni di Roma Capitale ...".

In realtà si delinea un disegno complessivo di dismissioni, liquidazioni, scioglimenti e cessioni di quote detenute dal Comune. Un progetto che ha poco di razionale visto che si avvale di un unico strumento quello della delega al mercato rispetto alla gestione di servizi pubblici essenziali. Un progetto che è figlio solo dei vincoli imposti dal patto di stabilità interno, dalla spending review e più in generale dalle politiche di austerità. Un progetto che punta a mettere sul mercato la città stessa, dagli edifici ai servizi pubblici, compresi quelli essenziali come l'acqua e le farmacie comunali.

Infatti si prevede la definitiva privatizzazione di Acea Ato 2 S.p.A., quindi della gestione dell'acqua a Roma, attraverso la cessione ad Acea holding delle quote (3,5%) detenute da Roma Capitale. Passaggio propedeutico e necessario alla più ampia operazione di fusione di tutte le aziende partecipate dalla stessa Acea che gestiscono il servizio idrico nel centro Italia. Una linea politica opposta non solo ai risultati referendari del 2011, ma anche a quanto proposta attraverso la delibera di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell'acqua a Roma, che ha faticosamente avviato il proprio iter istituzionale.

Si prevede anche la privatizzazione di Farmacap, l'azienda speciale che gestisce le farmacie comunali, attraverso la sua dismissione e trasformazione in società per azioni. Un processo che, avendo nel mercato e nella profittabilità l'unico metro di valutazione, inevitabilmente porterà a far sì che diversi quartieri della nostra città, soprattutto quelli periferici, non vedranno più garantito una servizio essenziale come quello delle farmacie. Un danno gravissimo alla collettività e un attacco feroce al diritto alla salute, che mette a rischio anche I lavoratori del settore.

Come Coordinamento Romano Acqua Pubblica, pertanto, ci sentiamo di sostenere con forza la vertenza aperta dalle lavoratrici e dai lavoratori di Farmacap volta ad opporsi a tale progetto di privatizzazione. Saremo al loro fianco a partire dalla mobilitazione in programma il 10 febbraio al Campidoglio per portare il nostro contributo e costruire insieme un percorso comune di lotta. E' infatti possibile costruire un nuovo modello di città che guardi al godimento dei beni comuni e del welfare locale, attraverso la riappropriazione sociale e la gestione partecipativa dei servizi pubblici e del patrimonio.

Un primo incontro per avviare un confronto in questa direzione è fissato il 12 febbraio alle 17.30 al Rialto.

tratto dal sito del Coordinamento Romano Acqua Pubblica

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