A Berlino l'acqua torna pubblica

  • Mercoledì, 18 Settembre 2013 07:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Contro Piano
18 09 2013

Berlino si riprende la sua acqua. A tredici anni dalla privatizzazione della rete idrica cittadina, la capitale tedesca ha deciso di ricomprare parte delle quote cedute a società e compagnie.

Nella giornata di ieri, il Land ha infatti annunciato di avere riacquistato la quota del 24,95% nella rete idrica cittadina da Rwe, numero due dell’energia in terra tedesca, a un prezzo di 618 milioni più interessi.

La quota del Governo cittadino sale così dal 50,1% al 75,05%. Il gruppo francese Veolia mantiene una quota del 24,95% in Bwb anche se, a quanto pare, si è già detta disposta alla vendita.

La cessione di quote fa parte del piano di dismissioni per un totale di 7 miliardi varato da Rwe e da completarsi entro fine 2013 per ridurre l’indebitamento e garantire il livello di rating attuale. L’operazione, che deve ancora essere approvata dal Parlamento, avrà validità retroattiva dal primo gennaio di quest’anno.

Secondo quanto ricorda Radiocor, Berliner Wasserbetriebe era stata privatizzata nel 1999 con la cessione di quote ciascuna del 25% circa a Rwe e Veolia per 3,3 miliardi di marchi (1,69 miliardi di euro), la coalizione che governa la città ha detto da tempo di puntare al totale ritorno della società sotto il controllo comunale.

Intanto il quotidiano “Rheinische Post” rivela, citando fonti sindacali, che Rwe ha in programma il taglio di “almeno” altri 2mila posti di lavoro in Europa e la delocalizzazione di linee produttive, il che porterebbe a 8mila i tagli già decisi. I dipendenti a rischio sarebbero, secondo fonti del sindacato Ver.di, tra 2mila e 5mila su un totale di 70mila in tutto il mondo.

dea IlMitte, quotidiano italiano di Berlino

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Altre voci sullo stesso tema:


È un grande successo per i 666 000 cittadini berlinesi che hanno aperto la strada a questa rimunicipalizzazione con il referendum del 2011, il primo ad essere vinto a Berlino.

“Siamo felici ed orgogliosi di essere riusciti a far ritornare l’acqua in mano pubblica, ma siamo però critici sul prezzo troppo alto del riscatto” - dichiara Gerlinde Schermer che nel 1999, nel suo ruolo di parlamentare, aveva votato contro quel pessimo affare – Sappiamo che ciò renderà molto difficile per i prossimi 30 anni una diminuzione del prezzo dell’acqua che è alto”.

Il Berliner Wassertisch, che dal 2006 lotta per una gestione dell’acqua democratica e partecipativa, è consapevole che il successo ottenuto comporta la prosecuzione di un impegno molto intenso. “Ora dobbiamo controllare e premere sui nostri politici – spiega Dorothea Hërlin, membro fondatore del Berliner Wassertisch – Dobbiamo impedire che proseguano con la logica del profitto, a lungo praticata nella gestione dell’acqua” .

Per questo il Berliner Wassertisch ha reso pubblico un progetto di “Carta dell’Acqua di Berlino” con il quale si è aperta una discussione in tutta la città su come istituire un “Consiglio dell’Acqua di Berlino” quale strumento di democrazia diretta partecipativa nel quadro di una gestione trasparente, democratica, ecologica e sociale dell’Acqua a Berlino.

Un primo commento di Laura Valentukeviciute di GiB (Beni Comuni in mano ai cittadini) : « Può essere un grande passo in avanti verso una gestione dei nostri beni comuni non più basata sulla logica del profitto ma sui costi e sul benessere dei cittadini. »

La decisione definitiva sull’accordo sarà presa dal Parlamento di Berlino ma non vi è dubbio che la coalizione SPD-CDU sarà consenziente.

Contatti :
Dorothea Haerlin
Berliner Wassertisch – Bene Comune

We shall overcome

Internazionale
30 07 2013

Sono trascorsi due mesi dal referendum bolognese sui finanziamenti comunali alle scuole d’infanzia paritarie private. Ieri il consiglio comunale si è ritrovato in maniche di camicia, con il costume da bagno già in valigia, a votare sul da farsi. Cioè niente. Ci sono volute ben due lunghe sedute consiliari per appurarlo.

Il consiglio comunale di Bologna ha respinto l’atto di indirizzo presentato da Sel (in maggioranza) e dal M5s insieme a Federica Salsi, l’epurata da Grillo (all’opposizione). Le forze politiche che hanno appoggiato il referendum del 26 maggio chiedevano che si prendesse atto del risultato uscito dalla urne. Degli ottantaseimila votanti, cinquantamila (cioè il 59 per cento) si sono detti a favore dello spostamento dei fondi comunali dalle scuole d’infanzia paritarie private a quelle pubbliche.

Il Pd si è invece espresso con un ordine del giorno per il mantenimento dello status quo precedente al referendum, e i gruppi consiliari di PdL e Lega l’hanno votato, elogiando l’operato e la posizione della giunta comunale.

Il sindaco Merola ha ringraziato gli oppositori-alleati, specificando però che non si tratta delle prove generali di grandi intese anche a Bologna. In effetti viene da dire che qui si è piuttosto in presenza di “basse intese”, davvero infime, se ciò su cui Pd e PdL si sono trovati d’accordo è ignorare l’esito di una consultazione popolare.

Del resto, è pur vero che il “democratico” sindaco Merola l’aveva annunciato già prima del voto che nulla sarebbe cambiato, a prescindere dal risultato. Dunque tutto come da copione.

Probabilmente non c’era da aspettarsi granché di diverso da forze che portano avanti una politica di piccolissimo cabotaggio, di gestione minima dell’esistente, di attenzione a non urtare alcun equilibrio di potere, nella speranza che le persone si abituino un po’ alla volta alla cessione di sovranità, alla perdita di democrazia, che elaborino il lutto, e passino oltre stringendo ancora di un buco la cinghia.

Tanto meno ci si poteva aspettare uno strappo dagli alleati di maggioranza vendoliani, che hanno condotto il dibattito consiliare con argomentazioni giuste, ma solo dopo averle disinnescate in partenza con la premessa che la suddetta maggioranza non era in alcun modo in discussione.

È meglio specificare che, parlando di democrazia, non la si intende come ideale o come feticcio formale. La democrazia è prima di tutto un’attitudine pratica all’apertura, alla discussione, alla condivisione delle decisioni che riguardano una comunità attraversata inevitabilmente da disaccordi e conflitti. La democrazia è quell’insieme di pratiche imperfette che fanno attrito rispetto allo slittamento progressivo della società verso l’oligarchia, l’unanimismo e l’autoritarismo. Un processo che avanza non già a passo di marcia, ma per forza d’inerzia e per pusillanimità politica.

E i promotori del referendum, gli eroici spartani del Nuovo Comitato Articolo 33? Sono rimasti in Piazza Maggiore non stop per tre giorni e tre notti, dandosi il cambio su un piedistallo, come statue viventi, esponendo un cartello molto semplice: “Rispetto per il referendum”.

Infine, ieri, quando ormai è stato chiaro che i giochi erano fatti, hanno emesso l’ultimo comunicato, avanzando una richiesta provocatoria a tutto il consiglio comunale, maggioranza e opposizione trasversali: se dalla consultazione popolare non siete in grado di trarre alcuna conseguenza, né di tipo amministrativo né di tipo politico, abbiate il coraggio di modificare lo statuto comunale e cancellare lo strumento del referendum consultivo.

In effetti, dopo il voto consiliare di ieri che senso potrebbe mai avere chiedere di essere ancora consultati?

Del resto, basta alzare lo sguardo sull’Italia e constatare che, oltre a un parlamento eletto con una legge che avrebbe fatto invidia ai paesi del socialismo reale, abbiamo il secondo governo non eletto consecutivo, sorretto dalle medesime forze conservatrici.

Questa nazione è diventata una repubblica presidenziale de facto, senza elezione diretta del presidente. E attualmente è governata da una compagine tanto promiscua quanto immobile che riesce a compattarsi perfino di fronte a una plateale violazione dei diritti civili e internazionali come il caso Ablyazov.

Di fronte a tutto questo che importanza potrà mai avere un referendum consultivo ignorato? Ne ha. È il caso di preoccuparsi di ogni segnale che ci dice forte e chiaro a cosa dovremo fare fronte.

La partita bolognese finisce così, nel mezzo di questa lunga estate calda, ma resta l’esempio pratico di ciò che è successo, l’incredibile esperienza di lotta dal basso che ha sfidato i vertici della politica e dell’economia cittadina e li ha battuti sul campo. Resta il paradosso in cui questi si sono chiusi, incapaci di riconoscere la sconfitta, costretti a negare la realtà, arroccati dentro il palazzo, mentre fuori il mondo cade a pezzi (per dirla con Marco Mengoni).

I reduci della battaglia, che ieri si sono visti negare anche il minimo riconoscimento dei loro sforzi e della vittoria ottenuta insieme a cinquantamila bolognesi, non stanno a lagnarsi o a piangersi addosso. Raccolgono lancia, spada e scudo e tornano a lucidarli per la prossima occasione. Perché di questo almeno si può stare certi: non mancheranno le occasioni per ingaggiare ancora battaglia insieme a tutti coloro che vorranno esserci. In difesa della scuola pubblica e contro l’arroganza del potere politico.

“We shall overcome / some day…”

Acqua pubblica

Internazionale
11 06 2013

Il 12 e 13 giugno di due anni fa, circa 26 milioni di italiani hanno speso qualche minuto del proprio tempo per votare due sì al cosiddetto “referendum per l’acqua pubblica”. Oggi ognuno di loro farebbe bene a spendere altrettanti minuti per provare a capire cos’è successo nel frattempo e cosa si potrà fare in futuro.

Da più parti si sente ripetere che, come al solito, il referendum non è servito a niente. I privati continuano a gestire il servizio idrico locale e nelle bollette c’è ancora la famigerata percentuale per la remunerazione del capitale investito, ovvero: per fare profitti sicuri con un bene comune. Eppure, la narrazione del “voto inutile” va disinnescata, perché non solo è falsa, ma serve pure a delegittimare l’unico referendum vincente da diciassette anni a questa parte.

Certo non si può negare che la strada del cambiamento è stata fin dall’inizio piena di ostacoli. Giusto il tempo di abrogare le norme oggetto del voto, e subito il governo Berlusconi ha tentato di farle rientrare dalla finestra con l’articolo 4 del cosiddetto “decreto di Ferragosto”. Classica data balneare, utile per far passare nefandezze, ma la corte costituzionale ha bloccato il provvedimento proprio in virtù della volontà popolare uscita dalle urne. Poi ci hanno provato con il patto di stabilità, la manovra “salva Italia” del governo Monti e l’autorità per l’energia.

Tanto accanimento non dimostra solo che l’acqua è un buon affare, ma fa capire anche come gli sconfitti non possano accettare di esserlo. Perché accettarlo significherebbe ammettere che le risorse più preziose per la vita devono essere sottratte al mercato e alla libera concorrenza. Il che equivale a bestemmiare il credo neoliberista, mostrando che la logica del profitto non è in grado di trovare il giusto equilibrio con il benessere collettivo. Non a caso, gli anni dell’acqua privata sono stati anche quelli più poveri di investimenti per migliorare il servizio idrico.

Ma tanto accanimento significa anche che l’avversario è forte, agguerrito, e lo è grazie al risultato di due anni fa.

Gli inquilini del condominio Itaca di Modena, per esempio, hanno deciso di aderire alla campagna di obbedienza civile lanciata dal forum italiano dei movimenti per l’acqua. Visto l’esito del referendum, hanno deciso di obbedire alla legge e di togliere dalle loro bollette la percentuale di “remunerazione del capitale investito” (circa il 18 per cento). Per far questo, si sono semplicemente rifiutati di pagarla. La cifra è di poco conto: 500 euro all’anno per un intero condominio, eppure la multiutility Hera non ha voluto sentire ragioni e pochi giorni fa – dopo diverse “riduzioni di flusso” – senza nessun preavviso ha interrotto il servizio. Al che i cittadini sono andati in municipio con asciugamani e spazzolini da denti per chiedere al sindaco di poter usare la sua acqua. E il sindaco – che come tale è pure socio di Hera – ci ha messo una buona parola e ha fatto riaprire i rubinetti, anche se, da buon sostenitore del referendum, farebbe meglio a pretendere che l’azienda di cui è azionista rispettasse la volontà popolare.

Nel frattempo a Imperia la percentuale che i modenesi di Itaca si rifiutano di pagare è stata eliminata dalle bollette. A Vicenza si lavora per mettere la gestione dell’acqua in mano a una società di diritto pubblico e senza scopo di lucro. A Reggio Emilia hanno strappato il servizio idrico al controllo di Iren, una società mista. Inoltre il comune, nel suo nuovo statuto, garantisce “la gestione partecipativa del bene comune acqua”. A Trento si protesta contro la nuova In House spa. In Toscana, i comuni dell’ex Ato 3 (zona di Firenze, Prato e Pistoia) hanno respinto la nuova “tariffa truffa”, che di fatto ripropone la logica del profitto privato garantito in bolletta. L’unico a votare a favore è stato il sindaco Matteo Renzi. E poi Forlì, Palermo, Piacenza…

UNO SCANDALO CONTEMPORANEO: LA DISTRUZIONE DEI DIRITTI SOCIALI

  • Martedì, 17 Aprile 2012 06:53 ,
  • Pubblicato in Diritti
di Maria Grazia Campari
17 aprile 2012

I diritti sociali, secondo una teoria giuridica democratica assai diffusa, costituiscono il perno e la condizione indispensabile per il godimento dei diritti civili e politici. Agente principale di effettività dei diritti sociali è per la nostra Costituzione il lavoro, considerato quale fondamento della Repubblica (art. 1). Nell’attualità, anche a contrasto di un sistema che nega i diritti acquisiti, il concetto è stato così tradotto: “Il lavoro è un bene comune”, nel senso che esso va tutelato “come bene comune di una collettività”.

LAVORO E BENI COMUNI. CHE NE DITE?

  • Martedì, 17 Aprile 2012 13:21 ,
  • Pubblicato in L'Iniziativa
di Alberto Lucarell e Ugo Mattei, Il Manifesto
17 aprile 2012

Proviamo a dare qualche contenuto concreto alla discussione sul soggetto politico nuovo che si svolgerà il 28 aprile prossimo a Firenze. Così possiamo cominciare a rispondere alle diverse posizioni critiche che sono state avanzate nel dibattito (molto vivo e interessante) che, sta svolgendosi sul Manifesto.
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