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Attenzione

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Corriere della Sera
27 03 2015

Abusi sessuali tra le mura del convento di San Giovanni Rotondo, dove ha vissuto San Pio da Pietrelcina. La storia l’ha raccontata la trasmissione Mediaset «Le Iene» che ha raccolta la denuncia di una ragazza Anna che, negli anni scorsi, mentre lavorava all’interno del convento, avrebbe subito attenzioni sessuali e di mobbing da parte di un frate cappuccino e di un altro dipendente laico della struttura religiosa. Una infanzia difficile quella di Anna con un padre violento e in preda all’alcool che trova un lavoro all’interno del convento di San Giovanni Rotondo. Ma proprio quella dimora diventa per lei un luogo di violenze e abusi subiti. Una bella ragazza, come la descrive don Peppino, un frate che l’ha aiutata a trovare il lavoro, di cui molti frati si invaghiscono.

Il racconto
Poi un giorno il primo abuso. Era una domenica. Anna stava lavorando in cucina ad un lavello quando arriva un frate, «uno importante del convento»: entra, inizia a toccarla e dopo essersi alzato il saio si sarebbe masturbato davanti alla ragazza. «Non devi avere paura - le avrebbe detto il frate -. Gli uomini sono tutti così». Nel corso della trasmissione televisiva sono stati sentiti anche altri frati che avrebbero confermato le attenzioni morbose di quel cappuccino verso la ragazza, descrivendo anche quel frate come «un pezzo grosso, uno che poteva andare dove voleva». A nulla sono servite anche le denunce fatte dalla giovane alla Curia Generale. Anzi le attenzioni e anche le minacce aumentarono anche quando Anna cambiò postazione di lavoro, dalla cucina alla portineria. E alle attenzioni del frate si aggiungono quelle del collega di lavoro della donna.

La denuncia in trasmissione
Le aggressioni subite dalla donna sono state confermate nel corso della trasmissione televisiva da due frati. Per il collega di lavoro si è aperto un processo dopo la violenza sessuale subita il 14 luglio del 2012. Ma neanche la denuncia serve a placare i problemi per la donna che continua a subire minacce: anche perché il collega continua a lavorare accanto a lei. Una situazione che causa alla donna anche problemi di salute. E continua l’odissea e il mobbing per la donna che si ammala di fibromalgia: per questo è costretta a stare a casa per superare i suoi problemi di salute. E a novembre del 2013 riceve una lettera di licenziamento «per giusta causa» per assenza dal posto di lavoro oltre il peridio consentito dalla legge. Don Peppino, il frate che ha sempre aiutato la donna, si è poi recato dal ministro provinciale dei Frati Cappuccini chiedendo spiegazioni sul licenziamento della donna. Un incontro filmato e mandato in onda nel corso della trasmissione in cui emergerebbe che Anna era una persona sgradita al convento perché aveva denunciato i frati.

La risposta dei frati cappuccini
«I Frati Minori Cappuccini di San Giovanni Rotondo - è scritto in un comunicato - sono costernati e respingono con forza le deliranti affermazioni, diffamatorie e calunniose, esposte durante la trasmissione “Le iene” del 26 marzo, costruite sulla base delle dichiarazioni di una ex dipendente del Convento di San Giovanni Rotondo, signora Anna Verde, licenziata per “giustificato motivo”, rese dopo essersi vista respingere in due gradi di giudizio il relativo ricorso presentato dinanzi al giudice del lavoro. Tali dichiarazioni, tra l’altro, sono state abilmente corroborate da ritagli di interviste con domande “nocive” a un sacerdote di 88 anni, ricoverato da oltre 20 anni nell’infermeria annessa al Convento, e a due Frati Cappuccini della Sicilia, che hanno dimorato a San Giovanni Rotondo solo per pochissimi giorni e che hanno riferito racconti della ex dipendente. L’inverosimiglianza di tali dichiarazioni emerge chiaramente dalle circostanze di tempo e di luogo esposte, che rendono la versione fornita non solo priva di qualsiasi fondamento, ma anche illogica e poco credibile.

Gli episodi narrati a carico di un presunto frate, di cui è ignoto il nome (ad oggi non ci risulta nessun frate indagato né imputato), si sarebbero infatti verificati in un luogo di passaggio del convento, sempre frequentato da frati e personale laico nelle diverse ore della giornata. Risulta, invece, che un dipendente laico del Convento è imputato per presunte molestie in danno della citata ex dipendente, ma non è stata ancora celebrata la prima udienza dibattimentale. A seguito di tale denuncia, comunque, i Frati hanno aperto un procedimento disciplinare a carico del dipendente, che ha fornito ampie giustificazioni negando ogni addebito. Eventuali provvedimenti saranno presi solo a seguito della conclusione del giudizio. Si precisa, inoltre, che non vi è alcun nesso tra il licenziamento della dipendente (avvenuto a novembre del 2013) e il procedimento penale che narra di fatti che sarebbero accaduti nell’anno 2010 e in aprile del 2012 (denunciati nel luglio 2012), così come appare parimenti strumentale aver dichiarato che i frati hanno privato dell’abitazione la ex dipendente, lasciandola “in mezzo ad una strada”. In realtà, si tratta semplicemente della scadenza naturale di un contratto di locazione, prevista per il mese di giugno 2015, rispetto alla quale la proprietà ha formulato una proposta di nuova locazione ad un canone corrispondente al valore di mercato. Le gravi e calunniose dichiarazioni della ex dipendente costringono i Frati Minori Cappuccini a sporgere denuncia per calunnia, a tutela della loro onorabilità ed integrità morale».

Luca Pernice

 

 

 

 

 

Che vuol dire misericordia

Ci sono delle cose che papa Bergoglio ha detto fin dal principio, che sul momento non vennero capite, ma si sono capite dopo, o si stanno comprendendo solo ora. Per esempio quando, presentandosi la prima sera al popolo sul balcone di san Pietro aveva detto: "Adesso vi benedico, ma prima chiedo a voi di benedirmi" non si poteva capire, come adesso invece è chiaro, che lì c'era già l'idea di una riforma del papato.
Raniero La Valle, Il Manifesto ...

Il Fatto Quotidiano
10 02 2015

È successo domenica 8 febbraio nella chiesa di Santo Stefano nel comune parmense di Sala Baganza dove due ragazze sarebbero state cacciate per essersi lasciate andare al gesto di affetto

di Silvia Bia 

Cacciate dal parroco perché si abbracciavano durante uno spettacolo in parrocchia. È successo domenica 8 febbraio nella chiesa di Santo Stefano nel comune parmense di Sala Baganza (Parma), dove due ragazze sarebbero state cacciate per essersi lasciate andare al gesto di affetto. Le giovani però non hanno accettato l’imposizione e dall’episodio è scaturito un aspro diverbio che ha richiesto perfino l’intervento di una pattuglia dei carabinieri.

Quanto accaduto è stato denunciato dalle associazioni Ottavo Colore, Agedo (associazione Genitori di figli omosessuali) e Certi Diritti, che hanno riportato il racconto della coppia: “Denunciamo ancora una volta il modo violento e discriminatorio in cui viene attaccato il diritto fondamentale di vivere liberamente il proprio orientamento sessuale, vogliamo qui ricordare che la Corte costituzionale ha chiarito oltre tre anni fa che gay e lesbiche ‘hanno il diritto fondamentale di vivere liberamente la loro condizione di coppia’, quindi anche di baciarsi e tenersi per mano per strada, se lo desiderano”.

Il gesto contestato in questo caso sarebbe un semplice abbraccio. Secondo le ricostruzioni dei carabinieri e dei testimoni, le ragazze stavano assistendo al saggio di canto insieme al pubblico, invitate dalla cugina di una delle due, che si esibiva nella parrocchia. Vista la troppa affluenza delle persone in sala, alcune erano dovute rimanere fuori appoggiate al muro del corridoio e così anche le giovani. Nel corso dello spettacolo, durante una canzone romantica, le due si sarebbero lasciate andare ad un abbraccio, come tante altre coppie presenti.

Subito dopo però sarebbero state allontanate dal parroco, che si sarebbe rivolto a loro con queste parole: “O vi staccate immediatamente o dovete andarvene, ci sono anche dei bambini qui”. Il sacerdote pensava forse di chiudere la situazione con quell’appunto e una semplice sgridata, come è abituato a fare in altri frangenti con i suoi parrocchiani. Ma le due ragazze si sono ribellate a quella che per loro era una discriminazione nei loro confronti, e così hanno chiesto spiegazioni: “E se fossimo lesbiche cosa fa, ci caccia?”. La situazione in poco tempo è degenerata: il sacerdote ha portato le ragazze nel cortile per chiarire le cose lontano dallo spettacolo in corso, ma la discussione è sfociata in una lite e a quel punto l’uomo ha deciso di rivolgersi ai carabinieri. Quando la pattuglia è arrivata, le giovani si erano già allontanate dalla parrocchia e la situazione era ritornata alla normalità. Le ragazze hanno raccontato quanto accaduto ai militari, ma al momento nessuno ha sporto denuncia sull’episodio, mentre la parrocchia di Sala Baganza ha scelto di non commentare.

“Questi gesti non saranno più ignorati. Dietro ogni persona discriminata, ci saranno la famiglia, gli amici e sempre più cittadini pronti a reagire, a denunciare, a lottare – hanno dichiarato le associazioni – Scagliarsi apertamente contro queste ragazze non esprime in realtà alcun valore morale o etico, ma al contrario solo disprezzo e disgusto per una popolazione che reclama libertà, dignità e protezione dalla violenza. Ancor peggio se questo atteggiamento è assunto da un prete che dovrebbe per la sua missione includere le persone, non perseguitarle e rendersi conto che dietro alle parole ci solo vite di persone, ci sono famiglie che vanno rispettate i cui figli e figlie non sono bersagli da colpire”.

Il Fatto Quotidiano
30 01 2015

Anche chi si professa laica/o, non può non essere interessato al pensiero della Chiesa cattolica, e non solo di Papa Francesco. Ad oggi infatti le decisioni della Chiesa Cattolica, piaccia o no, incidono profondamente sulla vita di tutte noi donne italiane. E allora in breve.

Un autorevole gesuita attraverso la rivista Civiltà Cattolica, ha criticato i vescovi filippini per la loro “non apertura” alla contraccezione e le loro posizioni di chiusura verso la “salute riproduttiva”.

La posizione del gesuita è stata a sua volta criticata da Padre Fessio formatosi alla scuola teologica di Joseph Ratzinger, fondatore e direttore negli Stati Uniti della casa editrice Ignatius Press, che così replica:

“E’ vero che l’aborto è un male peggiore della contraccezione, e anche “decisamente più grave”? Non necessariamente. Prendiamo il caso di coppie sposate che senza grave necessità utilizzano la contraccezione per rinviare la nascita di figli per anni, dopo che si sono sposati. Certamente in alcuni casi la volontà di Dio per loro è che siano aperti a una nuova vita. Qual è allora il male più grave? Prevenire il concepimento – e l’esistenza – di un essere umano con un’anima immortale, voluto da Dio e destinato alla felicità eterna? O abortire un bambino nel grembo materno? Quest’ultimo è certamente un male grave, “Gaudium et spes” lo definisce un “crimine abominevole”. Ma comunque esiste un bambino che vivrà eternamente. Mentre nella prima circostanza non esisterà mai un figlio che Dio intendeva venisse al mondo.”

Ecco l’esempio di quando un pensiero maschile razionale e attento alla regola, si cala senza rispetto, né considerazione, né ascolto nella nostra pancia, nel grembo delle donne.

Sostenere che l’aborto sia da ritenere in qualche misura, una pratica di controllo delle nascite che Cristo preferirebbe è abominevole e spero che le teologhe e i teologhi del rinnovamento intervengano con decisione.

Sostenerlo e non avviare una riflessione, sostenerlo e non interrogare le donne che quella vita in grembo portano non è più accettabile.

Sostenere che la contraccezione non sia alla base di una doverosa salute riproduttiva, ignorando la diffusione delle malattie sessualmente trasmesse, non è più una posizione difendibile da alcuna religione e infatti Papa Francesco nel suo recente viaggio nelle Filippine non ha avvallato la posizione oscurantista dei vescovi del Paese.

Non abbiamo bisogno ora del pensiero di Padre Fiorio in particolare in un Paese che non educa ad una sessualità responsabile, dove i ragazzi e le ragazze non hanno interlocutori con cui confrontarsi su questi temi con conseguenze pesanti per tutti, ma in particolare per le giovani donne.

Lorella Zanardo

Il Fatto Quotidiano
29 10 2014

Appello di Papa Francesco ai movimenti popolari: “Proseguite con la vostra lotta”. Per tutti Bergoglio nell’incontro mondiale svoltosi in Vaticano e organizzato dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace, ha chiesto “terra, tetto e un lavoro” dicendo che quando affronta questi temi viene bollato come un “comunista”, ma “l’amore per i poveri è al centro del vangelo, è la dottrina sociale della Chiesa”, anche se il discorso, lungo e appassionato, lo fa apparire come un vero e proprio “Papa politico”. E poi ancora, punta il dito contro la finanza: “E’ un crimine che milioni di persone soffrano la fame, mentre la speculazione finanziaria condiziona il prezzo degli alimenti, trattandoli come qualsiasi altra merce. Nessuna famiglia senza tetto. Nessun contadino senza la terra. Nessun lavoratore senza diritti. Nessuna persona senza la dignità del lavoro”. Ad ascoltare Francesco c’erano i membri di un centinaio di sigle provenienti dai cinque continenti che rappresentano reti nazionali e internazionali che operano nei Paesi ricchi e nel Terzo Mondo. Realtà che riuniscono lavoratori precari, esponenti dell’economia informale, migranti, indigeni, contadini senza terra e abitanti di zone periferiche.

Tra i movimenti italiani presenti all’udienza col Papa anche la Banca etica, il Centro sociale Leoncavallo di Milano e la rete “Genuino clandestino”, un network di centri sociali che coordina i No Tav e i movimenti No Expo. Ad ascoltare Francesco c’erano anche gli “indignados” spagnoli e moltissime organizzazioni impegnate nella difesa della sovranità alimentare dei popoli in tutto il mondo. “Il Papa – ha spiegato il cancelliere della Pontificia accademia delle scienze, monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, che ha coordinato l’incontro – non teme la politicizzazione, anzi questa è necessaria perché i politici si rendano conto dei problemi e dunque ci vuole una certa pressione”. Tra i partecipanti all’evento anche Evo Morales, appena riconfermato presidente della Bolivia, in veste di leader storico dei “cocaleros” del suo Paese, il movimento di contadini che hanno rivendicato la coltivazione della foglia di coca come coltura nazionale e non come base del narcotraffico. “L’incontro privato e informale tra il Papa e Morales – ha spiegato ai giornalisti il portavoce vaticano padre Federico Lombardi – è un’espressione di affetto e vicinanza al popolo e alla Chiesa boliviana e un sostegno per il miglioramento dei rapporti fra le autorità e la Chiesa nel Paese”.

Un intervento appassionato quello di Papa Francesco, ricco di speranza e di denuncia al tempo stesso con il valore, per ampiezza e profondità, di una vera e propria piccola enciclica sociale. Già nella sua Buenos Aires il cardinale Bergoglio era sempre stato vicino alle comunità popolari come i “cartoneros” e i “campesinos” nelle villas miseria. Francesco ha, quindi, ripreso il filo di un impegno in fondo mai interrotto neppure a Roma dove più volte ha denunciato la “cultura dello scarto”, evidenziando come i poveri oggi sono messi ai margini della società e la solidarietà è soffocata “dagli effetti distruttivi dell’impero del dio denaro”. Per il Papa, infatti, non si vince “lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che solamente convertono i poveri in esseri domestici e inoffensivi”. Chi riduce i poveri alla “passività”, secondo Francesco, oggi sarebbe chiamato da Gesù “ipocrita”.

Rivolgendosi ai “campesinos” Bergoglio ha espresso la sua preoccupazione per il loro sradicamento dalla terra a causa “di guerre e disastri naturali”. E ha aggiunto che è un crimine che milioni di persone soffrano la fame, mentre la “speculazione finanziaria condiziona il prezzo degli alimenti, trattandoli come qualsiasi altra merce”. Di qui, l’esortazione a continuare “la lotta per la dignità della famiglia rurale”. Quindi ha rivolto il pensiero a quanti sono costretti a vivere senza una casa e ha rilevato con amarezza che “nel mondo delle ingiustizie abbondano gli eufemismi per cui una persona che soffre la miseria si definisce semplicemente ‘senza fissa dimora'”. Sul tema dell’occupazione il Papa ha precisato che “non esiste una povertà materiale peggiore di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro”. Il risultato è quello “di un’opzione sociale, di un sistema economico che pone i benefici prima dell’uomo”. Bergoglio ha sottolineato che il tasso di disoccupazione giovanile in alcuni Paesi supera perfino il 50 per cento. “Qui – ha affermato il Papa – ci sono ‘cartoneros’, venditori ambulanti, minatori, ‘campesinos’ a cui sono impediti i diritti del lavoro, a cui si nega la possibilità di sindacalizzarsi. Oggi desidero unire la mia voce alla vostra e accompagnarvi nella vostra lotta”. Ma Francesco ha ribadito anche che stiamo vivendo la “Terza guerra mondiale a pezzi”, denunciando che “ci sono sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra”. Un sistema economico, incentrato sul denaro sfrutta la natura “per sostenere il ritmo frenetico di consumo” e di qui derivano effetti distruttivi come il cambiamento climatico e la deforestazione. Tematiche che saranno focalizzate nell’enciclica sull’ecologia che Bergoglio sta preparando e nella quale ci saranno anche le preoccupazioni dei movimenti popolari.

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