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Il Fatto Quotidiano
22 10 2014

Divieto di ingresso in chiesa se la gonna è troppo corta, è l’imposizione di don Gianluca Pretta, parroco di Gesico, in provincia di Cagliari. Per non lasciare adito a dubbi, domenica il prete ha affisso un cartello all’ingresso della Chiesa di Santa Giusta in cui sono precisate le misure delle gonne ammesse nel luogo di culto con tanto di disegno e titolazione: “E’ più chiaro?”. “La gonna deve arrivare a toccare il ginocchio. Non costringete il parroco a cacciarvi. Questo è un luogo sacro. Rispetto” recita il cartello.

L’iniziativa del parroco sta facendo discutere il paese, che si è diviso tra favorevoli e contrari, anche se questi ultimi sembrano la maggioranza perché conta la presenza di giovani parrocchiani. Il sindaco di Gesico, Rodolfo Cancedda, ha commentato la vicenda parlando di una presa di posizione che porta indietro negli anni: “La crociata intrapresa dal parroco contro le gonne corte è démodé. Siamo nel 2014. Pur non condividendola, tuttavia, ritengo che bisogna rispettarla e di conseguenza adeguarsi. Il padrone di casa in fin dei conti è lui”.

Don Pretta non commenta. Il sacerdote, raggiunto telefonicamente, ha detto di non avere niente da dire e il giorno successivo all’affissione e dopo la festa di Sant’Armatore, il prete ha rimosso il cartello contestato.

Le suore di Trento

Internazionale
22 07 2014

Le suore di Trento hanno ragione. Per quale motivo un istituto scolastico cattolico, gestito da religiose, dovrebbe accettare un’educatrice omosessuale? Per chi considera l’omosessualità una devianza, una triste sventura, è del tutto legittimo porsi il problema di quanto un docente gay o una docente lesbica possa agire come esempio negativo sugli alunni e le alunne.

Il problema infatti non è delle suore, ma di uno stato laico e aconfessionale che finanzia le loro scuole e se ne vanta, affermando per legge (n. 62 del 2000) che quegli istituti fanno parte del sistema scolastico pubblico.

Il problema è di una ministra come Stefania Giannini che a fronte di un episodio come quello della scuola di Trento cade dal pero e minaccia di agire con la “dovuta severità”, quando le basterebbe dare un’occhiata alle carte formative delle scuole cattoliche per accorgersi quali sono i requisiti richiesti ai docenti e alle docenti, come per esempio “vivere un’esemplare vita cristiana” (ovvero quella che la Chiesa ritiene tale).

Il problema è di un’amministrazione come quella di Bologna che si accanisce a ignorare i risultati del referendum cittadino di poco più di un anno fa, nel quale si è affermata la volontà di reindirizzare sulle scuole materne statali e comunali i soldi pubblici destinati agli istituti parificati (la stragrande maggioranza dei quali ha un orientamento confessionale).

Proprio in occasione di quel referendum ci chiedevamo quale trattamento potrebbero subire in certi istituti i maestri e le maestre che non rientrassero in determinati parametri: “A parità di preparazione professionale, una maestra divorziata avrà le stesse possibilità di essere assunta di una felicemente coniugata? E una maestra che esprimesse posizioni critiche nei confronti della Chiesa quante possibilità avrebbe di insegnare in queste scuole? Una maestra gay verrebbe valutata per la sua preparazione o verrebbe discriminata?”.

L’episodio di Trento fornisce già una risposta, per quanto scontata, dato che si tratta di una contraddizione evidente per chiunque non voglia fingere di non vedere e per chi – come i suddetti amministratori – allora ci accusò di “ideologismo” e “statalismo”. Come se esistesse qualcosa di più ideologico della discriminazione sessuale o di più statalista dei finanziamenti pubblici ai privati.

Il governo di centro-destra-sinistra attualmente in carica non sembra, né può essere, intenzionato a cambiare rotta in materia di finanziamenti pubblici alle scuole parificate. Proseguirà sulla stessa linea degli ultimi quindici anni, continuando a ripetere il ritornello “scuola parificata = meno costi per lo stato”. Poco importa quali siano i costi sociali, culturali, civili, di tale politica.

Perché gira e rigira si torna sempre al punto di partenza: quale modello scolastico vogliamo finanziare con i nostri soldi? Vogliamo ancora garantire a tutti un’istruzione pubblica di buon livello, ispirata ai princìpi costituzionali e che quindi rifiuta e combatte le discriminazioni di ceto, confessione, etnia, orientamento sessuale, abilità, eccetera? Oppure preferiamo che i nostri soldi siano utilizzati per finanziare le scuole di ogni distinto gruppo sociale, religioso, etnico o politico? Pensiamo ancora che sia importante educare i futuri cittadini al rispetto di determinati princìpi e pratiche di convivenza tra diversi, all’accettazione delle differenze, al rispetto, all’eguaglianza, alla libertà? Oppure non ce ne frega più niente, ognuno per sé e Dio (fuori di metafora) per tutti?

Il destino di questo paese, viene da dire, è contenuto in buona parte nella risposta a queste domande e non è certo roseo. Ma vale ugualmente la pena continuare a porle ai governanti e agli amministratori che fingono di non vedere i fari del camion in fondo al tunnel. Se non altro per farli sentire un po’ peggio ogni volta che si guardano allo specchio.

Mea Maxima Culpa, in un film gli orrori dei preti pedofili

  • Venerdì, 18 Luglio 2014 10:31 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
18 07 2014

Il documentario del regista statunitense Alex Gibney, disponibile in streaming per gli abbonati E+, descrive con crudezza gli abusi durati oltre vent'anni di don Lawrence Murphy in un collegio per minorenni sordi. Un crimine avvolto dal silenzio della Chiesa che ora Bergoglio vuole finalmente spezzare

Nel 2012, quando uscì nelle sale, fece discutere parecchio fuori e anche dentro la Chiesa: «Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio», il film del regista statunitense Alex Gibney dedicato ai preti pedofili e ai loro crimini. Fece discutere soprattutto per il caso che fa da base a tutta la narrazione, la vicenda di don Lawrence Murphy (1925-1998), accusato di abusi particolarmente disgustosi, durati per vent’anni, in un collegio per minorenni sordi, la St. John School a Saint Francis, nel Wisconsin.

Un caso doloroso, che mostra come per anni, fino all'arrivo di Benedetto XVI al soglio di Pietro, ci sono stati centinaia di sacerdoti che hanno abusato di minori e lo hanno fatto troppo spesso grazie a vescovi impreparati, che al posto di intervenire li spostavano di diocesi in diocesi. I loro crimini sono stati una gravissima vergogna, uno scandalo, un’offesa inaudita, tanto che prima di Francesco, già Benedetto XVI chiese più volte perdono.

Joseph Ratzinger nel 2005, durante la via crucis al Colosseo poche settimane prima la morte di Giovanni Paolo II e il seguente conclave, fece capire che se fosse stato eletto al soglio di Pietro la lotta alla pedofilia sarebbe stata al centro del suo pontificato: «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa», disse. E mantenne le promesse. Fu lui a denunciare le omissioni e ad aprire la strada che ha portato a far sì che la Santa Sede abbia più potere rispetto a prima.

Può sembrare strano, ma fino a pochi anni fa tutto dipendeva dal vescovo locale che, se voleva, poteva di fatto insabbiare.

Molto è cambiato con Francesco. A lui si deve soprattutto il coraggio di usare parole, sulla pedofilia, che nessuno aveva mai usato. Le ultime due settimane fa, in una delle sue omelie più gravi: «I capi della Chiesa non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso». Gli abusi del clero sui bimbi, e in particolare i suicidi di chi non ha retto alla pena, «pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza, e su quella di tutta la Chiesa». Per questo, «chiedo perdono anche per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa». Parole gravi, come quelle pronunciate poco dopo: gli abusi dei preti sono «atti esecrabili che hanno lasciato cicatrici per tutta la vita».

Alex Gibney, già pratico della corruzione umana, indaga e confronta i casi di pedofilia clericale verificatisi in America e in Europa
Francesco per primo ha invitato le vittime di abusi sessuali in casa sua: per la prima volta sei vittime di abusi sessuali commessi da preti (tre uomini e tre donne provenienti da Germania, Irlanda e Regno Unito) hanno partecipato - è accaduto due settimane fa - a una sua messa a Santa Marta e si sono poi fermati a dialogare per tre ore con lui.

Anche Benedetto XVI incontrò alcune vittime durante i viaggi apostolici negli Stati Uniti, in Australia, Malta, Regno Unito e Germania. Dopo anni di silenzio il suo gesto ruppe una inconcepibile ipocrisia. Bergoglio, tuttavia, ha fatto qualcosa di più: ha fatto entrare le vittime lì dove, fino a qualche anno fa, i loro nomi creavano soltanto imbarazzo e irritazione.

Già di ritorno dal viaggio in Terra Santa Francesco aveva detto ai giornalisti che il crimine di pedofilia è paragonabile a una «messa nera». E di culto sacrilego ha parlato ancora successivamente: «Da tempo sento nel cuore un profondo dolore, una sofferenza, tanto tempo nascosto, dissimulato in una complicità che non trova spiegazione». Per il Papa sono atti «più che deprecabili. È come un culto sacrilego perché questi bambini e bambine erano stati affidati al carisma sacerdotale per condurli a Dio ed essi li hanno sacrificati all’idolo della loro concupiscenza».

È forse questa la riforma più importante che Bergoglio sta portando nella Chiesa. Non soltanto quella della curia romana ma anche, e soprattutto, quella del clero. Ratzinger aprì la via di questa grave riforma. Ma c’è voluto l’arrivo di un religioso al timone della Chiesa per dare un esempio che oggi preti e vescovi non possono più non seguire. Un religioso come religioso è il cardinale Sean O’Malley arcivescovo di Boston. Fu lui fra i primi a rompere, dopo l’era del cardinale Bernard Law, il tabù di una diocesi macchiata da crimini orrendi commessi dai suoi preti. Di lì il vento nuovo iniziò a entrare nella Chiesa. Non a caso è al cappuccino O’Malley che il gesuita Francesco ha affidato la Commissione pontificia per la Tutela dei Minori da lui creata lo scorso dicembre. Una Commissione che ha aperto le porte anche alle vittime. Fra queste l’irlandese Marie Colllins che lo scorso marzo disse a Repubblica: «Non è scontato che la Chiesa chieda a una vittima della pedofilia dei preti aiuto per migliorare la protezione dei minori. Tuttavia ritengo che questo sia un passo decisivo. Non si può cambiare se la voce di chi ha subìto abusi non è ascoltata».

«Mea maxima culpa» ha il pregio di parlare di un tema che per essere risolto deve essere conosciuto. Forse anni fa un film siffatto avrebbe spaventato il Vaticano. Oggi, a parte qualche imprecisione nella narrazione che a volte infastidisce il pubblico meno ingenuo, serve a non dimenticare che la pedofilia è un crimine che nessuno può permettersi di occultare.

Paolo Rodari


Riduzione allo stato laicale. È questa la pena che la Congregazione per la Dottrina della fede ha comminato in primo grado a monsignor Jozef Wesolowski. L'accusa parla di abusi sessuali su minori. Ora l'arcivescovo ha due mesi per ricorrere in appello. ...
L'impianto complessivo, pur privo dei toni definitivi di altri documenti vaticani emanati durante i pontificati di Wojtyla e Ratzinger, ribadisce la visione tradizionale della famiglia cattolica: fondata sul matrimonio fra uomo e donna e aperta alla procreazione. ...

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