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La testimonianza dell'incontro fra il primo Papa americano e un Presidente americano non poteva dunque non essere sconvolgente per chi la teme e per chi la ammira, accomunati nello stesso segno, dove paura e speranze convergono. ...

Fuori la Chiesa dalla scuola pubblica

Il Fatto Quotidiano
27 03 2014

Leggo che il cardinale Angelo Bagnasco, pur non essendo membro del governo italiano, suggerisce al ministro dell’Istruzione di evitare la diffusione dei libretti “Educare alla diversità a scuola” destinati alle scuole primarie e secondarie di secondo grado. Trovo che le ragioni espresse dal cardinale rispondano a mio avviso a un rovesciamento della realtà. E vi spiego perché.

Anni fa, quando occupavo un banco alle scuole elementari, ricordo che per prima cosa bisognava onorare il crocifisso e fare una preghiera. Seguivano le lezioni e sui libri di scuola si apprendeva che la famiglia era sempre composta da uomo, donna e figli. Lui tornava a casa stanco dalla guerra o dal lavoro e lei a fare la mamma e la casalinga. Se si parlava di donne a svolgere lavori retribuiti comunque ci si riferiva sempre a funzioni compatibili con il ruolo di cura, perciò sarebbero state felici di fare le maestre, le infermiere, le allevatrici di figli altrui. Conclusa la lezione si recitava ancora una preghiera e così, noi bimbe, crescevamo nella convinzione che da grandi avremmo dovuto essere mogli e madri, con mariti lavoratori addestrati a fare sacrifici per la patria, mantenere la famiglia e a dare ai figli giusto un bacio della buonanotte.

La scuola non contemplava alcun modello di vita differente. Si propagandava a tutte le ore la dipendenza economica delle donne, l’impiego dei corpi femminili per la riproduzione e la cura, quello dei corpi maschili per il profitto e poi si spacciava come unica idea di mondo possibile la cultura etero/patriarcale. Disertare quei ruoli di genere imposti era causa di forti pressioni normative da parte di chi, dall’alto, calava sulle nostre vite una propria convinzione morale. Accanto alle pressioni normative erano frequenti anche la costante demonizzazione e delegittimazione di qualunque scelta differente.

La donna che voleva studiare, lavorare e mantenersi da sola veniva descritta con disprezzo come “donna in carriera”, dunque egoista, priva di amore per la famiglia e anormale per la sua richiesta di asili, servizi e collaborazione nel ruolo genitoriale. L’uomo che disertava quello schema familiare, colui il quale voleva essere un genitore più presente o colui il quale dichiarava di essere gay veniva trattato – e lo è ancora – come fosse un’anomalia, un essere contagioso, malato, destinato ad un girone rieducativo nel quale qualcuno gli avrebbe fatto intendere quanto fosse sbagliato non somigliare alle figurine stampate sui nostri antichi libri di scuola.

In realtà l’idea di “instillare” in maniera ideologica una maniera di vivere il proprio sesso viene applicata sin dalla nascita. Basti vedere come negli ospedali sono orientati a mutilare chirurgicamente i corpi di bambini intersex convertendoli in quello che la mentalità comune trova più “normale”. Sui corpi, il genere imposto e la sessualità dei bambini poi si interviene in maniera sistematica stabilendo che se hai una vagina sei femmina e dovrai comportarti da femmina, se hai un pene sei un maschio con tutto quel che ne consegue. Di naturalizzazione della differenza in naturalizzazione della differenza l’idea imposta è diventata una certezza. Abbondano, ancora, purtroppo, studi che stabiliscono come naturalmente l’uomo possa fare meglio questo e quello e la donna invece abbia capacità d’altro tipo.

C’è perfino un particolare femminismo che sposa e ribadisce, senza scardinare e sovvertire il sessismo in esse contenuto, queste teorie parecchio datate e stabilisce che giusto quella differenza “naturale” tra i sessi sarebbe origine di straordinaria magnificenza delle donne. Il nostro cervello funziona meglio, noi siamo fantastiche creature, empatiche, dedite alla cura, materne, sicché possiamo governare meglio, decidere perfettamente e dunque da lì alle quote rosa il passo è breve. Stessa teoria sessista vuole che gli uomini siano per natura violenti, guerrafondai, sporchi, brutti e cattivi, perciò non in grado, ad esempio, di sostenere la genitorialità, da single o separati, in maniera emotivamente e concretamente paritaria a quella materna. Così se a decidere per gli F35 è un ministro uomo o una ministra della difesa donna cambierebbe tutto. Se a cambiare un pannolino è un uomo o una donna ci sarebbe una grande differenza.

Il pregiudizio derivante da qualunque teoria autoritaria normativa sui generi è certamente fonte di discriminazioni e anche di bullismo. Lo è di crudeltà indicibili nei confronti dei bambini. Lo so perché sono una genitor(A) e ho trovato, ahimè, che dopo un tot di anni i libri a scuola non erano cambiati, il crocifisso stava sempre lì e a nulla serviva dire che in quella classe c’erano bambini di varie religioni che meritavano tutti eguale rispetto così come rispetto meritavano quei figli che a scuola non dovevano sentirsi discriminati perché il nucleo familiare di riferimento non somigliava ancora a quello della grotta a Betlemme.

Con tutto il rispetto per chi è credente e – se tanto può servire – confidandovi che a scuola recitai perfino con curiosità il ruolo di Maria, davvero non è più tempo. Non lo è più. Non è tempo di ingenerare diffidenza verso chi è diverso come se fosse fonte di distruzione e male. Se i genitori sono omosessuali non crolla il mondo e invece l’unico male che deriva a quei bambini è l’omofobia che li rende vulnerabili ai dispetti e alle violenze di grandi e piccini. Ed è questa la vera dittatura con la quale abbiamo a che fare, perché qualunque convinzione non può essere imposta dall’alto e se in una scuola arriva qualcuno a dire che il mondo è anche un po’ differente, chi registra questa cosa come fosse un attentato alla morale e parla di libertà di educazione da parte dei genitori dovrà fare i conti con quei tanti genitori, oramai, sempre più visibili che devono essere trattati con rispetto e senza alcun timore.

Le scuole, per l’appunto, non sono campi di rieducazione e indottrinamento. Sono luoghi pubblici pagati con le tasse di chiunque. Sono luoghi in cui ancora, purtroppo, non abbiamo un’educazione sessuale che insegni il rispetto per tutti i generi e a vivere la sessualità in modo bello, consapevole, senza rischi di gravidanze indesiderate e contagio di malattie sessualmente trasmissibili. Chi vuole una scuola cattolica la frequenti senza pretendere che quella scuola debba finanziarla anch’io. Ma la scuola pubblica deve essere il luogo tollerante, pluralista, in cui le tante culture esistenti devono essere parte dell’istruzione per ciascuno. Perché i bambini si sentano pienamente accettati qualunque sia la loro etnia, cultura, religione, famiglia di provenienza. Perché una società evoluta non può ancora immaginare di creare barriere di genere tra persone che dovranno avere, sempre, eguali diritti e doveri, con tutto ciò che questo comporta.

Eretica

Circolo Mario Mieli
20 03 2014

Sì, siamo in Italia, precisamente a Lucca, e queste parole vi risultano stranissime.

Non si tratta, però, di una bufala e tutto quello che state per leggere corrisponde a verità: nessuna esagerazione, niente di niente, alla faccia dell’omofobia del Vaticano e della quasi totalità della chiesa (recentemente al centro della bufera, tra l’altro, anche per una dichiarazione di Don Mazzi su Berlusconi).

Gay. Ecco, lo confesso – queste, le parole del vescovo di Lucca, Italo Castellani -: quando utilizzo questa parola sembra che ci sia già un giudizio intrinseco. A usarla ho difficoltà. È quindi necessario un trapasso culturale, perché la differenza è ricchezza. […] Se tutti i fiori fossero uguali, i prati perderebbero la loro bellezza”.

Il concetto – fa notare Gayburg – è stato ribadito anche dal vaticanista Rai Raffaele Luise, secondo il quale l’omosessualità non è una devianza, non nel senso negativo che qualcuno vuole attribuire a questa parola: “Ci sono 486 specie animali che contemplano l’omosessualità. Quindi questa non è una caratteristica puramente umana. Non è una devianza, ma fa parte della natura. L’omosessualità è un’attitudine umana. Quindi ci troviamo di fronte a una grande sfida, fuori e dentro la chiesa”.

Lobby gay? Non esistono Parole importanti anche sulle lobby gay, delle quali ha parlato anche Papa Bergoglio: “In Vaticano non mi risulta ci siano lobby. Sì, esistono massoni che si relazionano ai poteri forte e che si occupano dei rapporti e delle relazioni economiche. […] Sì, ci sono tanti gay […], anche in alto. Ma non ho elementi per dire che esista una lobby massonica e una lobby gay”. Chissà cosa si inventerà “l’altra Chiesa”, ora, per mettere in cattiva luce quanto emerso.

Il Fatto Quotidiano
25 02 2014

Ha creato caos, tristezza e tante difficoltà agli italiani la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, di cui il 24 febbraio ricorrono i 10 anni dalla sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Una legge, che secondo Carlo Flamigni e Maurizio Mori, autori del libro appena pubblicato “La fecondazione assistita dopo 10 anni di legge 40. Meglio ricominciare da capo!” (edito da Ananke), sarebbe più corretto ribattezzare ‘Berlusconi-Ruini’, visto che di fatto ne furono i principali ispiratori e sostenitori. Una legge che andrebbe eliminata e sostituita con una più snella e leggera.

“La nostra idea – spiega Maurizio Mori, professore di Bioetica all’Università di Torino – era quella di far vedere che questa legge non sta in piedi. Non solo non ha risolto i problemi per cui era nata, ma ne ha creati degli altri”. Nel libro si ripercorre la genesi di questa contestata norma, oggetto anche di referendum nel 2005, riprendendo il dibattito che iniziò sul tema prima degli anni 2000. Già nel 1999, scrivono Mori e Flamigni, “ci fu anche uno scandaloso intervento del cardinale Ruini che fece ripetute pressioni esplicite quanto illecite sui senatori, sollecitando l’approvazione della legge”. Di fatto poi, analizzando i vari episodi e interventi, “emerge con chiarezza come sia stato concluso un patto, un rapporto non propriamente virtuoso, tra Berlusconi alla ricerca di consenso politico – continua Mori – e la gerarchia della Chiesa cattolica spesso predisposta a scambi di basso profilo. Camillo Ruini, all’epoca presidente della Conferenza episcopale italiana, ha offerto il supporto ideologico, mentre Berlusconi è stato il braccio armato che ha consentito di far portare a casa al mondo cattolico questa legge”. E si sbaglia a dire che questo fu una mediazione tra i fronti laico e cattolico, continua Mori, “perché se una mediazione c’è stata, è stata tra chi, come il mondo cattolico, avrebbe proprio voluto vietare in toto l’accesso alla fecondazione assistita, e chi consentirla al minimo”.

Adesso però, secondo gli autori, sono profondamente cambiate anche le condizioni di base che hanno portato alla legge, “ossia la capacità di persuasione della Chiesa cattolica e l’efficacia del patto concordato tra Berlusconi e la chiesa del cardinal Ruini”. Il 27 novembre scorso, come è noto, il Senato ha votato la decadenza del leader di Forza Italia, e l’elezione a Papa di Jorge Mario Bergoglio ha visto cambiare l’ordine delle priorità per la Chiesa cattolica. “Se sotto Giovanni Paolo II – rileva Mori – al primo posto tra le grandi sfide c’era la vita, seguita dal pane, dalla pace e dalla libertà religiosa, ora con Bergoglio al primo posto ci sono il pane e la pace, non più la vita. Dunque un cambio di priorità”.

Ma come dovrebbe essere una nuova legge sulla fecondazione assistita? Senza troppi paletti. “Prima di tutto – conclude Mori – non dovrebbe limitare l’accesso alle tecniche di procreazione alle coppie sterili, ma consentirlo a chiunque voglia ricorrervi. Poi bisognerà trovare le modalità e i limiti per garantire ai nati la tutela dovuta, ma come arrivarci deve essere un problema principalmente medico. Deve essere una legge leggera. Ormai la fecondazione in vitro è diventata un elemento del modo di gestire la trasmissione della vita. Bisogna prenderne atto”. Come confermano anche i dati presentati dalla Società italiana di fertilità e sterilità e Medicina della riproduzione (Sifes), in un convegno organizzato Roma sempre il 24 febbraio. In otto anni, dal 2005-2012, sono stati quasi 80mila i bimbi nati grazie alla procreazione assistita, pari al due per cento di tutti i nati in Italia. “Ma se è stata vinta la battaglia contro gli incoerenti divieti imposti – ha detto Andrea Borini, presidente della Sifes – è necessario lavorare a una nuova legge, modellata sulla realtà italiana, in grado di dare soluzione coerente ed efficace ai problemi che ci sono e a quelli che si presenteranno”.

La Repubblica
12 02 2014

La Santa Sede riduce allo stato laicale l'ex parroco di Como, don Marco Mangiacasale, anticipando la giustizia italiana. È il primo caso nel nostro Paese sotto il pontificato di FrancescoCITTA' DEL VATICANO - Può la giustizia vaticana, su un caso di pedofilia nella Chiesa, arrivare prima di quella italiana con una sentenza definitiva? E apparire così ancora più ferma e inflessibile? Può, nell'era di Papa Francesco. Lo dimostra un caso risolto di recente dal Sant'Uffizio: quello di don Marco Mangiacasale, il sacerdote della diocesi di Como già condannato nei primi due gradi del processo penale a 3 anni, 5 mesi e 20 giorni di carcere per abusi sessuali su 4 ragazze minorenni. L'ex parroco e poi economo della parrocchia di San Giuliano, con una sentenza firmata dal Papa argentino e dal Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, monsignor Gerhard Ludwig Mueller, lo scorso 13 dicembre è stato infatti "ridotto allo stato laicale".

Il provvedimento, giunto dopo l'indagine (Investigatio praevia) del delegato all'inchiesta, il reverendo Andrea Stabellini come vicario giudiziale, equivale per un sacerdote al massimo della pena applicabile secondo il diritto canonico. "È come una condanna a morte o un ergastolo", dice a Repubblica un attento osservatore di cose vaticane. Ed è una misura che in questo caso la Santa Sede ha preso non attraverso un processo tradizionale, con i testimoni e la difesa. Ma, addirittura, scegliendo la via amministrativa, quella più rapida, visto il grado di certezza del Vaticano.


La riduzione di don Mangiacasale allo stato laicale è la prima di cui si ha notizia per un sacerdote italiano sotto Francesco. Un altro caso, affrontato lo scorso anno dal Sant'Uffizio, è quello del prete australiano Greg Reynolds. La Congregazione della Dottrina delle Fede lavora intensamente: nel biennio 2011-2012 i preti spogliati da Benedetto XVI del loro ministero sacerdotale sono stati circa 400. Commenta la fonte, senza stupirsi: "Questa è la politica, che in un linguaggio laico potrebbe definirsi giustizialista, introdotta da Ratzinger quando da cardinale guidava il Sant'Uffizio. Prima da prefetto, e poi da pontefice, pur di reprimere il triste fenomeno ha introdotto una legislazione inflessibile, e in alcuni casi non garantista".

Nel documento Papa Francesco e il Prefetto Mueller hanno dato facoltà al vescovo della diocesi di Como, monsignor Diego Coletti, di divulgare la notizia. Il 30 gennaio, un giovedì sera, Coletti ha convocato nel suo ufficio dalle 21 alle 22,30 le famiglie coinvolte. Tutti in piedi, è stata data lettura delle disposizioni della Gerarchia ecclesiastica. "Don Marco Mangiacasale è stato ridotto allo stato laicale, non potrà fare l'educatore nelle scuole cattoliche né partecipare in ogni modo a gruppi o organizzazioni dove siano presenti dei giovani". Il documento vaticano era già stato sottoscritto da Marco Mangiacasale. I convenuti hanno apposto la loro controfirma. Sedutisi, hanno pregato il vescovo di rendere nota la decisione. "Secondo noi, è bene divulgare la notizia. Ci sembra giusto che i fedeli di San Giuliano sappiano come si è concluso il procedimento canonico e che esiste una Chiesa pulita, in cui noi crediamo, capace di rendere giustizia. Ci faccia il regalo, monsignore: sabato 15 febbraio, quando lei verrà in visita in parrocchia, lo dica alla comunità".

La discussione è stata lunga. E piuttosto animata. Ma niente da fare. Coletti ha deciso di mantenere il riserbo sulla vicenda. Persino in un momento in cui, dopo la polemica Onu-Vaticano sulla pedofilia, lo stesso portavoce papale, padre Federico Lombardi, ha ricordato che la Chiesa affronta la questione "con un'esigenza di trasparenza ". Il colpo di scena finale, alla vigilia della visita pastorale del vescovo di Como a San Giuliano, è l'improvvisa comunicazione del monsignore di non poter andare adducendo motivi di salute.

C'è chi dice che Coletti (il quale contattato da Repubblica attraverso la sua addetta stampa ha preferito non parlare) si sia sentito superato dalla sentenza della Santa Sede. E si possono ricordare le sue parole al momento della condanna di don Marco, quando disse che il sacerdote "ha ammesso i suoi errori e sta seguendo un percorso di riparazione del male commesso ".

Forse, dicono in Vaticano, monsignor Coletti "come fa un padre, puntava ancora a recuperare la propria pecorella". C'è invece chi dice che il vescovo di Como abbia forse agito a oltranza nella difesa di don Marco, contribuendo per anni a insabbiare il caso prima che venisse scoperto grazie a una dichiarazione di una delle ragazze al nuovo parroco di San Giuliano, don Roberto Pandolfi.

Marco Mangiacasale, che in attesa della sentenza definitiva della Cassazione ha già scontato dall'8 marzo al 26 maggio 2012 due mesi di isolamento nel carcere del Bassone, a Como, e ora si trova protetto nella casa della sorella, ha risarcito le famiglie, come ha disposto la giustizia civile. Ora, anche quella vaticana è intervenuta. Non ci sono sconti nell'era della trasparenza di Papa Francesco.

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