Il ministro a sorpresa

  • Lunedì, 29 Aprile 2013 08:28 ,
  • Pubblicato in L'Intervista
Stefania Ragusa, Corriere Immigrazione
28 aprile 2013

Tanto vale dichiararlo subito: non ce lo aspettavamo. La decisione di affidare il ministero dell'Integrazione (e non dell'Immigrazione, non si tratta di sfumature) a Cécile Kashetu Kyenge non scioglie le contraddizioni né trasforma la sincretica compagine di governo nell'esecutivo che sognavamo, ma certo la pone sotto una luce differente. ...
Domenica scorsa l'Associazione A Buon Diritto ha organizzato una visita al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. I Cie sono un luogo sconosciuto, di cui si parla ancora troppo poco. E non dovrebbe essere così dal momento che la sua gestione, anche in termini economici, riguarda la nostra intera società. ...

Nella sezione delle transessuali

  • Martedì, 23 Aprile 2013 07:52 ,
  • Pubblicato in La Storia
Luigi Riccio, Corriere Immigrazione
22 aprile 2013
   
La sezione "B" del Cie di via Corelli è la sola in Italia ad ospitare le transessuali senza permesso di soggiorno. Le loro storie, la loro quotidianità.
"È come un carcere". Isabella cammina avanti e indietro, con i capelli raccolti in una cuffia. Siamo a Milano, nella sezione "B" del Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli. È la terza volta che Isabella finisce qui dentro. La prima quando aveva 23 anni. Ora ne ha 30. ...

Nella sezione delle transessuali

  • Lunedì, 22 Aprile 2013 13:41 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere Immigrazione
22 04 2013
   
La sezione “B” del Cie di via Corelli è la sola in Italia ad ospitare le transessuali senza permesso di soggiorno. Le loro storie, la loro quotidianità.

«È come un carcere». Isabella cammina avanti e indietro, con i capelli raccolti in una cuffia. Siamo a Milano, nella sezione “B”del Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli. È la terza volta che Isabella finisce qui dentro. La prima quando aveva 23 anni. Ora ne ha 30. Isabella è arrivata in Italia appena maggiorenne. Prima di ritornare al Corelli, batteva dalle parti di via Cristoforo Colombo, a Roma. È da sempre che fa la prostituta. Così si mantiene, così paga la cura ormonale necessaria per la sua transizione. Prende l’Androcun, il Diane 35. «Ma qui non li passano», racconta.

La sezione “B” è quella dove sono inviate le transessuali senza permesso di soggiorno. All’occorrenza, se si dichiarano come tali, vengono messi qui anche gli omosessuali. Al momento ce n’è uno solo, un giovane di 23 anni, che corre in cortile ascoltando musica attraverso gli auricolari, e non vuole parlare con noi. In tutto le trans sono sei, tutte latinoamericane, in prevalenza brasiliane. «Ora si sta bene. Prima, quando era più pieno, si litigava», continua Isabella. Sembra questo l’unico fattore capace di avvelenare il clima: il sovraffollamento. Alcune facce sono sorridenti, altre, come quella di Isabella, afflitte.

«Ma la colpa non è loro», specifica, riferendosi alla Croce Rossa, che gestisce il centro. Per queste “ospiti” la permanenza nel Cie sembra solo una snervante routine. Una fermata del pullman. Poi si riparte. Non sembrano quasi temere lo spettro dell’espulsione: il Brasile, senza il consenso degli interessati, non autorizza il rimpatrio. Sarà per questo che si respira un’aria distesa. Tutt’altra cosa – ci raccontano – rispetto alle altre due sezioni, la “E” e la “D”, dove sono “ospitati” 54 uomini. Qui, l’autorizzazione della prefettura per una visita probabilmente non sarebbe arrivata. Solo qualche giorno fa un ragazzo si è tagliato per protesta.

Sette camere, un corridoio, una sala mensa e un cortile interno. È questo lo spazio attorno cui si muovono i trattenuti della sezione “B”. Colloqui con l’esterno, visite mediche o una scappatella al “magazzino” (dove sono conservati gli oggetti personali vietati all’interno) sono i soli motivi per cui si esce. La più “anziana”, Naomi, è qui da un mese e quindici giorni. Ha 29 anni, è in Italia da un anno e mezzo. Prima di arrivare al Corelli viveva a Pisa. È stata presa dopo un diverbio con un cliente, che l’ha abbandonata su una strada alla periferia di Lucca. Ci racconta la sua giornata: «Mi sveglio verso le 9 del mattino, faccio colazione, a mezzogiorno pranzo e poi passo il tempo o guardando la Tv o giocando a pallavolo nel cortile», racconta.

Con le sue compagne di trattenimento ora va d’accordo, ma non è sempre stato così. «Ci possono essere gelosie: per un vestito, o magari perché il mio corpo è più bello del loro. Adesso però non ce ne sono». All’uscita da qui, sogna di trovare un uomo che la lasci «a casa sua», quando lui va a lavoro, «come una donna». In caso contrario, ripiegherebbe sul lavoro che ha sempre fatto. «C’è crisi anche qui, ma per me no» dice indicando il suo corpo.

Al 31 marzo, secondo i dati forniti dalla Croce Rossa, sono 34 le transessuali transitate al Corelli – 178 gli “ospiti” totali. Più della metà (18) è uscita per «incompatibilità» con la struttura, mentre solo 9 risultano effettivamente «imbarcate». A differenza che nel carcere, qui la cura ormonale per la trasformazione del corpo non viene ripresa. Ma così come negli istituti penali, manca «una formazione specifica» per gli operatori. «Alle persone transessuali», si legge nel rapporto sulle carceri della Commissione per i Diritti Umani del Senato, «ci si deve rivolgere al maschile perché tale è l’appartenenza di genere di questi soggetti secondo l’anagrafe, il che rappresenta un’ulteriore, pesante discriminazione». Ed è lo stesso che si verifica al Corelli.

Le “ospiti”, però, non sembrano farci caso. Per Isabella, ben più grave è il fatto che si trovi nuovamente in un Cie. «La prostituzione esiste dal tempo dei romani», mi dice. «Non sparisce mettendoci qui dentro». È più per questo che crede di essere ritornata qui. «Se non vogliono che ci mettiamo per strada, riaprano allora le case chiuse». Isabella soffre di diabete, attraverso questo spera di ottenere un permesso di soggiorno. Per lei, che è brasiliana e non vuole tornare in Brasile, la permanenza al Corelli è inutile. Per le altre probabilmente pure.

Luigi Riccio

L'eredità avvelenata del governo tecnico

  • Domenica, 21 Aprile 2013 13:33 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere Immigrazione
22 04 2013
    
Cosa sono e cosa dovrebbero diventare i Cie? Una proposta assai discutibile giunge in questi giorni dal governo dimissionario. I pareri di Fulvio Vassallo Paleologo, Filippo Miraglia, Alessandra Ballerini.

Tutto condensato in 27 pagine, più allegati. Il progetto di revisione del “sistema Cie” è stato realizzato, quasi in sordina, da uno staff di dirigenti e funzionari del ministero dell’Interno guidati dal sottosegretario Saverio Ruperto. Muove dal presupposto della necessità dei Cie e prevede numerose novità sia dal punto di vista amministrativo che del funzionamento vero e proprio.

Eccole, in estrema sintesi: l’affidamento dei centri a un solo ente gestore su tutto il territorio nazionale; la riduzione del periodo massimo di permanenza da 18 a 12 mesi (vista la sostanziale inutilità del precedente allargamento); maggiore autonomia decisionale dei prefetti nella definizione delle modalità di accesso; l’applicazione di standard sanitari omogenei e migliori in tutte le strutture, anche allo scopo di non creare occasioni di fuga («uno dei metodi maggiormente usati da parte dei trattenuti per tentare di fuggire consiste nel provocare, anche con atti di autolesionismo, le condizioni per essere ricoverati in strutture sanitarie esterne», si legge nel rapporto); raggruppamento degli “ospiti” sulla base dei diversi status giuridici; isolamento dei violenti e trattamento premiale per buona condotta; modifica del capitolato d’appalto con regolamento unico; nuova dislocazione dei centri presso città sedi di autorità diplomatiche, collaborazione fra ministeri interessati.

Il rapporto era stato commissionato dal Ministro al sottosegretario Ruperto nel giugno 2012, in concomitanza con l’emersione di lacune strutturali che avevano portato alla chiusura del “Serraino Vulpitta” di Trapani e del “Malgrado Tutto” di Lamezia Terme e di gravi inadempienze contrattuali emerse in numerosi centri. In varie occasioni noi di Corriere Immigrazione avevamo tentato di parlare con Ruperto per sapere come stessero procedendo i lavori: siamo stati sempre rimpallati.

Fulvio Vassallo Paleologo, dell’Università di Palermo, è fra gli studiosi e gli attivisti che da più tempo segue le tematiche connesse alle varie forme di detenzione amministrativa: «Il rapporto contiene la formalizzazione di prassi che sono in uso da mesi presso tutti i Cie, sulla base degli ampi poteri discrezionali esercitati dai questori e sotto la supervisione del Dipartimento libertà civili e immigrazione, del ministero dell’Interno (la cui responsabile è fra i relatori del rapporto n.d.r.).

L’uso di celle di isolamento ai fini di pestaggi mirati e i trasferimenti dopo le azioni di protesta sono documentati. Ci sono state in proposito anche denunce alla magistratura che però è rimasta inerte archiviando tutto. E adesso è caduta anche la volontà di denuncia dei detenuti, esposti a rappresaglie sempre più dure. Il rapporto  sembra rispondere alle richieste più estreme di alcuni sindacati di polizia ed è allarmante che esca fuori in un momento nel quale, di fatto, non c’è ministro dell’Interno.  Sembra quasi di cogliere un atto di impulso, un segnale raccolto e inviato alle forze di polizia, di un ulteriore discostamento delle prassi e delle normative sul trattenimento amministrativo in Italia, rispetto alla direttiva Ue 115/2008.

La proposta è quella di veder proliferare i Cie su tutto il territorio nazionale con un inasprimento delle condizioni di trattenimento e con il consueto corollario di nuovi “reati d’autore”. Ogni passo del rapporto apre un elemento di problematicità: si prende atto che i centri operano con capienza ridotta a causa del danneggiamento dei locali causato dai trattenuti, omettendo di dire che il forte ribasso dei corrispettivi previsti dalle convenzioni agli enti gestori hanno portato ad una diminuzione del personale degli stessi. Si annuncia che molti immigrati senza documenti potranno essere rimpatriati con maggiore velocità utilizzando non i Cie, ma i Cpsa (Centri di primo soccorso e accoglienza) spesso informali, con procedimenti che violano il ricorso a espulsioni collettive e violando gli stessi accordi di Schengen».

Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci: «Prima di abbandonare il suo incarico il ministro dell’Interno Cancellieri lascia un’eredità avvelenata: un ‘rapporto’ (anche se del rapporto non ha le caratteristiche, visto la scarsità di argomenti a giustificazione di scelte che sono per lo più in continuità con quelle di chi l’ha preceduta, in particolare l’ex ministro Maroni) sui centri di identificazione ed espulsione (Cie), in cui le problematiche individuate come principali sono assolutamente discutibili.

E così si parla, per esempio, della necessità di contenerne i costi, anche se questo va a discapito del rispetto dei diritti delle persone detenute. Non basta infatti la dichiarazione di intenti, quando poi non si mettono a disposizione le risorse per i servizi che servono a rendere concreti tali diritti. Altro aspetto su cui il ‘rapporto’ insiste molto è la necessità di prevenire e contenere gli atti di ribellione, isolando in appositi spazi – in strutture che già rappresentano la negazione dello stato di diritto – i rivoltosi e addirittura i ‘potenziali’ rivoltosi, prevedendo celle speciali in carceri speciali. Addirittura si fa cenno alla necessità di prevedere negli istituti carcerari sezioni ghetto in cui rinchiudere gli stranieri “per poterli identificare più agevolmente”.

Siamo alla teorizzazione dell’apartheid anche nelle carceri! Si propone poi di intervenire sulla normativa che determina le aggravanti, inserendovi anche la ribellione nei Cie, che verrebbe equiparata ai crimini meritevoli di un surplus di pena. Si continua insomma nella logica persecutoria che si è già dimostrata fallimentare dal punto di vista del contenimento dell’immigrazione irregolare, ma soprattutto vergognosa per uno stato che si vorrebbe civile e democratico».

L’Avvocato Alessandra Ballerini, parte da lontano e da un caso che forse è stato determinante per comprendere l’assurdità di tale rapporto. «Ricorderei la sentenza del giudice Edoardo D’Ambrosio che ha stabilito che i protagonisti della rivolta nel Cie di Crotone, che lanciarono alla Polizia oggetti vari – agirono per “legittima difesa” (sentenza n. 1410 del 12/12/12) e che la reazione degli stranieri alle “offese ingiuste” è da considerarsi proporzionata. Le condizioni di vita nel centro, sono state giudicate “al limite della decenza”: Le strutture – ha spiegato il giudice – non erano “convenienti alla loro destinazione”: che è quella di accogliere essere umani. E, si badi, esseri umani in quanto tali, e non in quanto stranieri irregolarmente soggiornanti sul territorio nazionale.

Lo standard qualitativo delle condizioni di alloggio non deve essere rapportato a chi magari è abituato a condizioni abitative precarie, ma al cittadino medio, senza distinzione di condizione o di razza». In pratica, sostiene Alessandra Ballerini, un giudice ha affermato che i detenuti avevano tutte le ragioni per ribellarsi in quanto sottoposti ad un regime inaccettabile che equivarrebbe alla tortura, se fosse finalmente contemplata nel nostro ordinamento. E parte da lontano perché a suo avviso sono infinite e numerose le ragioni di incostituzionalità della stessa esistenza dei Cie (un tempo Cpt): «Esistono limiti costituzionali alla limitazione delle libertà personali – prosegue – e alle modalità con cui queste si realizzano, che non possono essere regolate da un capitolato, come sostiene il documento del ministero. Il rapporto indicato mostra come si renda necessario superare le condizioni di discrezionalità in cui si applica la detenzione amministrativa, ma per definire ciò occorrerebbe una legge che non violi la costituzione.

Il T.U. sull’immigrazione, nelle sue continue modifiche restrittive e tenendo conto delle direttive Ue intervenute in materia, non chiarisce questo e non possono essere atti amministrativi o regolamenti a bypassare leggi e costituzioni. In fondo il rapporto afferma quello che chi si occupa da tanti anni di questa materia ha sempre affermato invano: l’inesistenza di un presupposto legislativo chiaro ed applicabile. A mio avviso, e lo dico anche in qualità di attivista di LasciateCIEntrare, bisogna fare esattamente altro. Rivedere il T.U. da cima a fondo per rendere più accessibili le regolarizzazioni e gli ingressi legali e, in osservanza alla direttiva europea 115/2008, recepita male e in ritardo dal precedente governo italiano, far divenire  il trattenimento “estrema ratio” e non la soluzione più semplice per non risolvere una difficoltà».

Stefano Galieni

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