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La Repubblica
15 04 2013

Le richieste firmate già da migliaia di cittadini, diciotto testi di riforma presentati in Parlamento e due consultazioni dirette abrogative. Si moltiplicano le iniziative contro le vecchie politiche sull'immigrazione. Un assedio attorno al  "fortino" della Bossi-Fini, del pacchetto sicurezza (col reato di clandestinità) e della legge sulla cittadinanza (inchiodata allo ius sanguinis). Iniziativa dei Radicali italiani

di VLADIMIRO POLCHI

ROMA - Due leggi d'iniziativa popolare, petizioni firmate da migliaia di cittadini, diciotto testi di riforma presentati in Parlamento e due referendum abrogativi. Si moltiplicano gli "attacchi" alle vecchie politiche sull'immigrazione. Un assedio che vede però ancora inespugnato il fortino della Bossi-Fini, del pacchetto sicurezza (col reato di clandestinità) e della legge sulla cittadinanza (inchiodata allo ius sanguinis). L'ultimo tentativo di rivoluzionare il pianeta immigrazione cammina sulle gambe di due referendum abrogativi appena depositati in Cassazione.

I due referendum sull'immigrazione. Il 10 aprile scorso, su iniziativa dei Radicali italiani, sono stati depositati in Cassazione sei quesiti referendari. "In queste settimane - scrivono i promotori - prima di partire con la raccolta delle 500mila firme necessarie, vogliamo allargare il fronte alle forze sociali, politiche e ai cittadini". Due dei sei quesiti referendari colpiscono le politiche migratorie: uno modifica le regole sulla permanenza nei Cie, l'altro interviene sulle norme che "incidono sulla precarizzazione dei lavoratori migranti". Ecco il link.
 
I Cie come extrema ratio. Il primo quesito mira a ridurre a 60 giorni i tempi di trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione (Cie). Si vuole infatti cancellare "la parte della normativa che determina una inutile logica detentiva degli immigrati, con costi enormi per lo Stato (18 milioni e 607mila euro nel 2012, per coprire unicamente i costi di servizi all'interno dei centri, con risultati fallimentari e violazione di diritti umani), in quanto dispone la possibilità di prorogare il trattenimento degli immigrati irregolari nei Cie oltre il termine di 60 giorni, sufficienti nella maggior parte dei casi a comprendere se l'identificazione è realmente possibile. Questo in contrasto con la direttiva comunitaria 2008/115/CE sui rimpatri, che prevede solo in casi particolari la proroga del trattenimento fino a 18 mesi".
 
Stop al ricatto dei "padroncini". Il secondo quesito referendario abroga quelle norme che "costringono centinaia di migliaia di migranti al ricatto continuo dei datori di lavoro (creando l'effetto concorrenza sleale con i lavoratori italiani) oppure che li obbliga al lavoro nero o a servizio della microcriminalità. Il referendum infatti prevede l'abrogazione degli articoli 4 bis e 5 bis del Testo unico immigrazione, entrambi incidenti sul permesso di soggiorno perché legano indissolubilmente la possibilità di restare nel nostro Paese  -  anche di cittadini da anni in Italia  -  alla stipula di un contratto di lavoro".
 
Meno irregolari, più tasse. Per i Radicali, "si tratta in sostanza di eliminare le due norme più restrittive che hanno caratterizzato il pacchetto sicurezza del 2009 fortemente voluto da Maroni e la legge Bossi-Fini del 2002, per ritornare a un regime simile a quello introdotto dalla legge Turco-Napolitano del 1998. Secondo il Dossier Caritas 2012, nell'ultimo anno i permessi di soggiorno non rinnovati sono stati 263mila. La maggioranza di queste persone non avrà rinunciato alla speranza che li ha fatti partire, ma sarà rimasta in Italia, alimentando l'area dell'irregolarità e le perdite anche economiche del mancato introito fiscale. È la Fondazione ISMU a stimare che ogni immigrato regolare versa in media quasi seimila euro l'anno tra tasse e contributi. La regolarizzazione di almeno 500mila lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno già attivi in Italia porterebbe nelle casse dello Stato tre miliardi di euro ogni anno di sole tasse".

Giù le mani dai giovani migranti di Roma

Il Comune di Roma sta procedendo con i controlli sommari dei giovani e giovanissimi migranti ospiti dei centri per minori non accompagnati, nonostante le molte denunce di giuristi, medici e associazioni e le proteste dei ragazzi ospiti dei centri. ...

Tre bambini nel Cie

  • Lunedì, 08 Aprile 2013 09:13 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere Immigrazione
08 04 2013

Pesante operazione nei centri accoglienza e tre minori finiscono a Ponte Galeria. Lo sconcerto degli operatori sociali. La denuncia dell’Asgi

Valentina riaggancia il telefono e la gioia esplode sul suo volto. L’incubo sembra essere finito, i ragazzi sono tornati al centro di accoglienza dopo la notte passata al Cie di Ponte Galeria. «Andiamo a trovarli?» dice guardando Eva con gli occhi pieni di lacrime. «Certo che ci andiamo», risponde Eva, allargando le labbra in un sorriso. La tensione accumulata negli ultimi giorni vola via in pochi secondi. Eva e Valentina sono due volontarie dell’associazione Yomigro e alla vigilia di Pasqua sono state involontarie protagoniste di un caso di “mala gestione” da parte del comune di Roma ai danni di alcuni minori stranieri non accompagnati, ospiti di uno dei tanti centri sorti nella capitale anche in seguito alla cosiddetta Emergenza Nord Africa. Una vicenda con pesanti anomalie, ma che per essere capita necessita di un passo indietro.

Ottobre 2012. La cronaca locale de la Repubblica titola: «La Procura indaga sui finti minorenni. Nel fascicolo i nomi di 400 falsi adolescenti. Ai raggi X gli atti dei vigili e i certificati medici, nel mirino ci sono gli immigrati indagati per aver detto il falso». In sostanza sembra che a un certo punto, in seguito alla gestione emergenziale e caotica dell’Emergenza Nord Africa, dentro i centri fossero entrati moltissimi finti minorenni, grazie anche all’aiuto di medici, avvocati e vigili compiacenti. Un business vero e proprio.

Ai primi di marzo di quest’anno, ai centri di accoglienza per minori cominciano ad arrivare una serie di fax con elenchi di nomi di presunti finti minori a cui vine richiesto di presentarsi in dipartimento per una verifica: agli ospiti viene in pratica offerta la possibilità di dichiararsi maggiorenni, lasciare immediatamente il centro e beccarsi un’espulsione. In caso di rifiuto, spiegano a Yomigro, il giorno seguente vengono sottoposti ad una seconda visita medica di accertamento dell’età presso l’Ospedale militare del Celio, e lì dichiarati maggiorenni. Allontanati immediatamente dal centro con in tasca un provvedimento di espulsione e una pesante denuncia penale per esibizione di documenti falsi, falso ideologico e truffa ai danni dello Stato. «L’operazione dovrebbe riguardare circa 800 raazzi. Il tutto», aggiungono le volontarie di cui sopra, «senza che sia data loro una spiegazione ed essendo minori (anche se presunti), senza la possibilità di una tutela legale, essendo tutore per loro il responsabile del centro».

Il Giovedì Santo tre ragazzi bengalesi, precedentemente portati al Celio per l’accertamento dell’età in seguito ad una visita piuttosto invasiva e che niente hanno a che fare con l’Ena, vengono prelevati dal centro di accoglienza San Michele e, in quanto giudicati maggiorenni e destinatari di un decreto di espulsione, accompagnati direttamente al Cie di Ponte Galeria per non aver ottemperato all’obbligo di recarsi all’ufficio operativo dove avrebbero dovuto prelevare il foglio di via. I tre, visibilmente molto giovani anche agli occhi del personale del Cie, vengono sottoposti ad una nuova visita presso l’ambulatorio del centro, e per uno di loro la minore età viene immediatamente dichiarata. In ogni caso dovrà trascorrere la notte al Cie, nella sezione maschile, potendo uscire e fare ritorno al centro solo la mattina seguente.

Per gli altri due l’attesa sarà più lunga. In seguito alle pressioni esercitate dall’associazione, e, probabilmente in virtù dei dubbi ancora legati alla loro età anagrafica, i due ragazzi rimasti trascorrono la notte di venerdì nella sezione femminile, in una stanza a parte. Potranno uscire solo nel pomeriggio di sabato. «Noi non sappiamo se dietro la storia dei finti minori ci sia un business vero e proprio», osserva Valentina. «Quello che sappiamo per certo è che con questa operazione sono vittime due volte: della tratta dei minori, su cui nessuno, a quanto ne sappiamo, si sta preoccupando di indagare, e di questa operazione che si accanisce sull’ultimo anello della catena e spinge verso le dimensione del nero e del sommerso». Quando tutto questo sarà finito – si legge ancora nel comunicato di denuncia di Yomigro – quanti minori non accompagnati avranno ancora il coraggio di chiedere aiuto? Quante giovani e giovanissime vittime di traffico o truffe saranno disposte a denunciare chi si è approfittato di loro? Sicuramente pochissimi. Gli altri troveranno nuovi faccendieri, pronti a vendere a caro prezzo la speranza di un futuro migliore.

Il comune di Roma, dal canto suo, sembra avere accolto la tesi dei falsi minori senza porsi particolari domande. In data 20 febbraio il sindaco Alemanno scrive così in una lettera inviata al Ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, e al prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, per chiedere il rimborso di quanto anticipato dal comune in fatto di accoglienza minori: «Roma Capitale vive da anni la difficile condizione di ‘Città di secondo sbarco’, per ciò che riguarda la tematica dei Minori Stranieri Non Accompagnati (i cosiddetti “Msna”) che pone nella diretta responsabilità del Sindaco della Città nella quale viene identificato il minore, l’onere della protezione dello stesso. Già prima degli eventi socio politici che hanno interessato il Nord Africa, Roma sopportava l’accoglienza del 30% dei Msna presenti sul territorio nazionale (1.500 su un totale di 5.000), con uno sforzo economico a carico del Bilancio comunale di circa 15 milioni di euro, solo parzialmente coperto dai trasferimenti dello Stato (circa il 20% delle risorse necessarie).

Dalla emanazione dell’Ordinanza 3933 del 2011, stiamo inoltre affrontando la difficile situazione dei Minori provenienti dall’Emergenza Nord Africa per la quale Roma Capitale ha subito il raddoppio delle ordinarie presenze di minori che sono divenuti quasi 2.800, comportando una spesa straordinaria nel 2012 di quasi 20 milioni. Stando alla cronaca, e all’inchiesta avviata dalla procura, la cifra versata per ogni ospite si aggirerebbe intorno ai 70 euro al giorno, cifra che tuttavia, denunciano alcune associazioni, non corrisponderebbe a effettivi servizi erogati, a partire dai kit personali, alla biancheria, al pocket money, fino all’abbonamento per i mezzi pubblici. E che il più delle volte, come sembra ormai accertato, va a coprire anche quelli che sono i falsi minori».

Secondo Salvatore Fachile, avvocato dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, che sta seguendo la vicenda nel complesso e nello specifico, in seguito al mandato affidatogli da 4 ragazzi ormai ex-ospiti dei centri di accoglienza, le anomalie in questa vicenda sarebbero molteplici. «Quello che sappiamo per certo è che si tratta di un controllo a tappeto a partire dagli ultimi arrivi per andare a  ritroso nel tempo fino agli arrivi della cosiddetta Emergenza Nord Africa; la procedura è di carattere amministrativo, dunque non c’è un ordine individuale da parte della magistratura (e qui sta il suo punto debole) – sottolinea Fachile – … diventa penale solo successivamente, quando l’ospite, dichiarato maggiorenne, oltre al decreto di espulsione, viene accusato di reati pesantissimi. Come Asgi ci stiamo muovendo per intraprendere azioni di carattere politico e poter fermare  questa assurda procedura».

In quanto al caso dei tre ragazzi bengalesi riconosciuti minorenni in seguito alla visita fatta nel Cie, Fachile non ha dubbi: «Questa è la dimostrazione di come la macchina messa in moto abbia diverse falle e gli accertamenti fatti al Celio non siano infallibili, il caso di questi tre ragazzi ne è la dimostrazione… e poi c’è il fatto grave che tre minori abbiano dormito dentro un Cie…». Ovvero tutti gli estremi per intraprendere un’azione legale pesante quanto questa operazione.

Bruna Iacopino

I 120 ospiti della palazzina in cemento grigio costruita accanto al Cara, che è il Cie (centro di identificazione ed espulsione), sono detenuti a tutti gli effetti. Come tali, possono muovere poco l'economia. ...

Come mandare tre minorenni al CIE

  • Giovedì, 04 Aprile 2013 08:10 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
04 04 2013

Prosegue l'operazione del Comune di Roma contro i ragazzi stranieri ospiti dei centri per minori non accompagnati. Questa settimana nuovi controlli a tappeto. Mentre la settimana scorsa tre minorenni sono finiti al CIE di Ponte Galeria. Per essere infine riaffidati al centro che li aveva in carico, dopo un calvario durato giorni. La testimonianza dei tre ragazzi.

Vedi anche: Non giocate con le nostre vite (28-03-2013)

La pasqua ha solo rimandato di un giorno l’implacabile macchina messa in moto dal Comune di Roma: i malcapitati della settimana saranno visitati oggi (mercoledì 3 aprile), ammesso che non cedano alla tentazione di allontanarsi dal centro, spaventati da quanto subito dai ragazzi sottoposti a controlli prima di loro. Le voci girano veloci e la storia dei ragazzi finiti al CIE ormai, nei centri per minori, la sanno tutti.

Un’operazione voluta in primis dal Comune di Roma, su cui ricade l’onere dell’accoglienza ai minori senza famiglia. E sui cui ricade innanzitutto il dovere di tutela: per lo Stato italiano, il tutore legale dei minori non accompagnati è il sindaco della città. Ma evidentemente Alemanno li considera “figliastri” e se ne vuole sbarazzare.

Non si tratta di qualche caso isolato: a quanto pare, negli accordi stretti con l’ospedale militare del Celio si prevede di sottoporre ad accertamenti medici forzosi fino a 800 ragazzi. Tutti giovanissimi stranieri, da considerarsi colpevoli a priori: è il teorema dei “finti minori”. Un teorema che aleggia in città da tempo, a fronte di un oggettivo abbassamento dell’età dei nuovi flussi migratori, in particolare dal Bangladesh, che andrebbe indagato e compreso meglio. Nuovi giovanissimi migranti per i quali Roma non è più città di transito, come nel caso dei minori afgani o iraniani, che da anni transitano “a frotte” in città senza che il Comune o le autorità muovano un dito. Eppure i traffici di cui sono vittime sono ben noti, e le rotte altrettanto. Ma ora che Roma è diventata la meta finale per nuovi flussi di ragazzi soli, la musica cambia.

Come da noi già denunciato, nel corso delle ultime settimane è stata avviata una procedura speciale che, stando agli elementi raccolti, il Comune di Roma preparava da mesi e che si va a inserire in un’indagine penale condotta dalla Procura di Roma per contrastare il traffico dei migranti e il loro sfruttamento. È inoltre emerso che le modalità della nuova visita di accertamento dell’età sarebbero state concordate anche con il Tribunale per i Minorenni, con il quale sarebbe stato stipulato un protocollo per consentire che i minori già dichiarati tali da una struttura ospedaliera pubblica vengano sottoposti a una nuova visita senza che nei confronti del singolo ragazzo sia stato emanato un ordine della magistratura: viene considerato sufficiente quello emanato dalle forze dell’ordine, su impulso del Comune di Roma.

Un’indagine investigativa che prevede la denuncia per reati molto gravi delle presunte vittime del traffico stesso: vittime che, dopo essere state denunciate, non vengono neppure ascoltate o interrogate ma sono oggetto di un ordine di espulsione immediata. Con tutto ciò che ne consegue, tanto per i diretti interessati quanto in conseguenza dell’effetto paura che questa operazione sta scatenando tra i circa duemila ragazzi stranieri in carico ai centri per minori non accompagnati di Roma.

Tre minorenni al CIE: la testimonianza raccolta da Yo Migro

Amin (nome di fantasia) ci chiama la sera del 28 marzo. È molto agitato: ci dice che i suoi amici sono in pericolo, sono in carcere. Cerchiamo di capire. È stato chiamato dai ragazzi espulsi dal centro. Immaginiamo non si tratti propriamente di carcere, ma del CIE di Ponte Galeria. Stabiliamo un contatto telefonico diretto con uno dei ragazzi trattenuti. Comunicare è quasi impossibile: non parla italiano o altre lingue veicolari. Ci passa un uomo adulto: conferma che i ragazzi sono lì a Ponte Galeria, reclusi come lui. Uno dei tre ragazzi è stato portato un’altra volta in ospedale per accertamenti. Gli altri due sono disperati. Non sanno perché si trovano lì. Le parole pronunciate al telefono sono comunque inequivocabili: carcere – perché? – aiuto!

Questi i fatti così come riferiti dai tre ragazzi*
Lunedì 25 marzo 2013
I ragazzi, accompagnati dall'assistente sociale del centro, si recano in autobus presso degli uffici siti di via Merulana. Hanno un colloquio individuale con 5 persone non meglio identificate e vestite in borghese, in presenza di un mediatore e della responsabile del centro. Ai ragazzi viene chiesto quando e come sono arrivati in Italia, dove vivono e di confermare la propria data di nascita. Vengono informati che, in caso di conferma della minore età, saranno sottoposti a visita medica il giorno dopo. Tornano al centro in autobus, accompagnati dall'assistente sociale.
Al rientro, la responsabile del centro gli dice che fanno ancora in tempo ad andarsene.

Martedì 26 marzo 2013
I ragazzi sono condotti in autobus all'ospedale militare del Celio. Sono accompagnati dalla responsabile del centro, dall'assistente sociale e da un’altra persona. All'ospedale del Celio vengono chieste loro le generalità, in presenza degli stessi 5 individui del giorno prima. Questa volta i cinque sono in divisa: sulle uniformi c’è scritto "Roma Capitale". Ci sono poi tre medici e un mediatore sociale. I ragazzi firmano un documento di cui non conoscono il contenuto. Alla loro richiesta di chiarimenti, il mediatore risponde che non può dire altro.
La visita si svolge in presenza dei 3 medici. I ragazzi vengono denudati e l'osservazione si concentra su dentizione e peluria. Vengono sottoposti ai raggi X del polso. Dopo un paio d’ora di attesa, vengono portati all’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma per il fotosegnalamento. Il trasporto avviene a bordo di due vetture della Polizia Locale di Roma Capitale. Verso sera, sempre le stesse due vetture li portano all’U.O. di Sicurezza Pubblica della Polizia Locale di Roma Capitale, in via Vincenzo Bonifati 93/95 a Ponte di Nona. Firmano dei documenti di cui non capiscono il contenuto e gli viene intimato di ripresentarsi presso quegli stessi ufficio la mattina seguente.
Da Ponte di Nona vengono portati al centro per minori a ritirare gli effetti personali. Gli agenti entrano nel centro. Ogni ragazzo è portato da un agente nella propria stanza e "invitato" a sbrigarsi a prendere le sue cose e andarsene. Questo avviene tra le nove e le dieci di sera. È tardi, il centro per minori è pieno: la scena si svolge davanti a tutti. I ragazzi passano la notte in strada. Qualcuno dei loro coetanei riesce, di nascosto, a portargli delle coperte.

Mercoledì 27 marzo 2013
I tre ragazzi cercano di tornare da soli, come da ordini, all'unità di polizia locale a Ponte di Nona. Non riescono a ritrovare il posto (gli uffici sono stati difficili da individuare anche per l’avvocato e gli operatori di Yo Migro, con tanto di automobile e mappe). Passano un'altra notte in strada. Sono a digiuno: non hanno un soldo in tasca.

Giovedì 28 marzo 2013
I ragazzi, grazie alle indicazioni telefoniche di un coetaneo, riescono a raggiungere gli uffici di Ponte di Nona. Qui firmano dei documenti di cui non conoscono il significato e sono riportati all’Ufficio Immigrazione, dove vengono prese ancora una volta le impronte. Riescono a capire che sorge qualche problema tra gli agenti della polizia di Roma Capitale e quelli dell’Ufficio Immigrazione. Ciascun ragazzo viene condotto in una stanza, dove due agenti della Questura gli chiedono l’età e documenti che la comprovino. I ragazzi esibiscono il referto della prima visita medica di accertamento dell'età. Quella a cui si erano sottoposti, come da prassi, all’atto dell’emersione in Italia e della conseguente presa in carico in quanto minori non accompagnati.
Le due volanti della Polizia Locale di Roma Capitale li portano al CIE di Ponte Galeria.
A Ponte Galeria, un medico chiede loro ancora una volta l'età e l'esibizione di attestazioni al riguardo. I ragazzi mostrano il referto. Uno dei 3 viene riportato a Roma, in un altro ospedale, e sottoposto ancora ai raggi X. Ricondotto a Ponte Galeria, passa la notte con gli altri due.

Venerdì 29 marzo 2013
I tre ragazzi sono riportati all’Ufficio Immigrazione, forse in presenza di un avvocato. Qui il ragazzo sottoposto ai raggi X la sera prima viene riconosciuto minore e ricondotto al centro di accoglienza. Gli altri due sono invece portati a loro volta in ospedale per nuovi accertamenti. Il responso dell'ospedale pare sia per entrambi di 18 anni spaccati. I ragazzi vengono reclusi al CIE per la seconda notte consecutiva, dopo un passaggio all’Ufficio Immigrazione dove viene loro permesso di avere il primo contatto diretto con l'avvocato dell'associazione Yo Migro.

Sabato 30 marzo 2013
In mattinata sono condotti dinanzi a un giudice, in presenza di un avvocato d'ufficio, senza preavviso d'udienza. Non capiscono molto di quanto accade, tranne che saranno riportati al centro per minori. Qualche ora dopo una macchina della Guardia di Finanza li riconsegna al centro di accoglienza. Il centro rilascia loro una dichiarazione di ospitalità accompagnata da certificato di nascita e non più, come avviene di solito, dal referto della prima visita medica: quella che ne aveva accertato in prima istanza la minore età.

*Testimonianza raccolta il 1 aprile 2013 a Roma dagli operatori dell'A.p.s. Yo Migro con l'assistenza di un mediatore linguistico. Ci chiediamo cosa ne sarebbe stato dei ragazzi, se non fossero riusciti a stabilire un contatto l'esterno.

Il parere del dott. Carlo Bracci, di Medici contro la Tortura, sui metodi di rilevazione dell'età. Intervista realizzata con la collaborazione di Esc Infomigrante


 

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