×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 404

Ribellarsi è giusto, anche nei Cie: una sentenza storica

  • Giovedì, 10 Gennaio 2013 13:46 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micromega
10 01 2013

Nei lager per migranti le rivolte e la loro repressione, così come gli atti di autolesionismo, sono talmente endemiche che ormai non fanno più notizia, se non allorché convenga tornare ad additare il pericolo pubblico dei “clandestini”. Sicché quello che si è consumato fra il 9 e il 15 ottobre scorsi nel Cie “S. Anna” di Isola Capo Rizzuto è stato solo uno dei tanti episodi di ribellione alla illegittima sottrazione della libertà personale e a condizioni di reclusione intollerabili: negazione di cure sanitarie basilari, materassi lerci e privi di lenzuola, latrine altrettanto luride, pasti ridotti al minimo e consumati per terra…

Nel corso di quella rivolta alcuni “ospiti” salirono sul tetto e lanciarono grate e altre suppellettili divelte contro il personale di servizio e di vigilanza. Tre di loro – un algerino, un marocchino e un tunisino – si arresero dopo ben sei giorni di rivolta e di digiuno, e furono arrestati con l’accusa di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.

Come spesso accade, ad accendere la miccia della rivolta erano state alcune odiose pratiche routinarie. Ad A.A., onesto cittadino algerino che viveva a Viareggio lavorando come cameriere, erano stati sottratti alcuni innocui effetti personali durante una “operazione di bonifica” del Cie, come si dice con formula eufemistica degna di un lager. Ad A.H., altrettanto onesto cittadino marocchino, che abitava con la famiglia a Gioia Tauro e lavorava da artigiano, era stato rifiutato il permesso di visitare la madre moribonda. Quanto al terzo, D.A., cittadino tunisino, egli, che viveva a Cosenza da molti anni con la sua compagna, allora incinta di tre mesi, si era ritrovato di punto in bianco ammanettato per strada, imprigionato in una caserma di polizia, poi trascinato in quell’inferno.

Si dirà che tutto questo non è che la consueta banalità del male. In tal caso, però, è l’esito processuale ad essere tutt’altro che consueto e banale: il 12 dicembre scorso il giudice del tribunale di Crotone, Edoardo D’Ambrosio, ha assolto e resi liberi i tre rivoltosi – anzi “dimostranti”, come li definisce rispettosamente – con una motivazione che non potrebbe essere più limpida e più fedele alla Costituzione italiana e alla Convenzione europea dei diritti umani: reagire ad offese ingiuste, scrive il giudice, è un atto di legittima difesa. Allorché la dignità umana è calpestata e la giustizia oltraggiata, egli afferma, ribellarsi è legittimo. E lo è non solo sul piano morale, ma anche su quello specifico del diritto, nazionale ed europeo.

Il giudice D’Ambrosio non si limita a enunciare un principio, bensì lo inserisce nel contesto concreto. I tre cittadini stranieri, scrive nella sentenza, “sono stati trattenuti” in strutture “al limite della decenza, intendendo tale ultimo termine nella sua precisa etimologia, ossia di conveniente alla loro destinazione: che è quella di accogliere essere umani”. E rimarca: “esseri umani in quanto tali, non in quanto stranieri irregolarmente soggiornanti sul territorio nazionale”, i quali andrebbero trattati secondo lo standard qualitativo che si applica (o dovrebbe applicarsi) al cittadino medio, senza distinzione di origine, nazionalità, condizione sociale.

E non solo. Egli contesta che il “trattenimento” dei tre cittadini stranieri nel Cie sia stata una misura proporzionata all’entità della violazione amministrativa e, fra le righe, mette in dubbio la stessa legittimità dei lager per migranti: l’offesa alla dignità umana, soggiunge, è ancor più grave per il fatto che si tratta di persone le quali, “costrette ad abbandonare i loro Paesi di origine per migliorare la propria condizione”, sono state private della libertà personale senza aver commesso alcun reato.

Quella del tribunale di Crotone è una sentenza che non è ampolloso definire storica. Se poi si considera che due giorni fa la Corte europea per i diritti umani con voto unanime ha condannato l’Italia per il trattamento inumano inflitto a sette detenuti nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, si può auspicare che qualche crepa vada aprendosi nel fortilizio lugubre del sistema detentivo italiano. Ma il parlamento e il governo che scaturiranno dalle prossime elezioni vorranno occuparsi della violazione dei diritti fondamentali di coloro che sono ristretti nelle carceri e nei Cie? L’esperienza ci rende pessimisti, la volontà politica ci fa sperare.

Lampedusa, quale accoglienza dopo il naufragio

Sono in scadenza gli impegni presi dal Governo per l’emergenza Nord Africa e come Cnca temiamo il disinteresse delle istituzioni. E’ per questo che oggi voglio riportare l’attenzione su una questione che considero fondamentale. Lo faccio invitandovi a leggere la Lettera da Lampedusa, una lettera collettiva rivolta a tutti noi. A ciascuno risuonerà in maniera differente perché «metà della parola appartiene a chi la ascolta». Quello che risuona in modo più forte per me è l’incontro con la gente di Lampedusa: il sindaco, il sacerdote, le organizzazioni che qui si impegnano, ma soprattutto la gente comune. Questa lettera è in primo luogo un’espressione di vicinanza e di ringraziamento agli abitanti di quel briciolo di terra spersa nel nostro mare.

Il 29 settembre scorso, 19 donne e uomini provenienti da tutta Italia hanno scelto di andare a vedere il mare e a toccare la terra dove sono approdate migliaia di persone. Poi di scriverci. Sono una piccola rappresentanza degli operatori e dei volontari che costituiscono i 250 gruppi del Cnca.

“I giorni più difficili sono stati quelli dei primi mesi del 2011 quando, per giorni, sbarcavano quasi mille persone ogni notte e il Centro era chiuso: arrivarono 4.800 persone in quattro giorni. A Lampedusa mancano le strutture adeguate, a cominciare dai bagni pubblici: 400 furono ospitati nella parrocchia, molti altri in strutture alberghiere e in case della gente per potersi lavare e avere ristoro. Sono state le famiglie e i cittadini a rispondere.”

Poi, è avvenuto lo sbarco più drammatico. Era l’8 maggio.

Ogni volta, i migranti ci scuotono. Forte. Come scosse telluriche nella notte. Perché spesso arrivano quando è buio. Mettono in crisi la nostra comodità invitandoci ad uscire fuori dalle nostre case, lungo le strade, sulle spiagge. Ci chiedono indirettamente di condividere il poco che abbiamo. Questa è la Lampedusa che non viene raccontata…“Esserci in quei momenti, per noi lampedusani, vale più di ogni parola, ma dopo l’accoglienza immediata cosa c’è?”

Queste visite non annunciate, sono destabilizzanti. Bauman, in Cose che abbiamo in comune, scrive: «nell’epoca dei telefoni cellulari possiamo scambiarci con gli amici messaggi anziché visite, e tutte le persone che conosciamo, o quasi, sono costantemente online e in grado di annunciare con debito anticipo l’intenzione di venirci a trovare. Per questo motivo l’inaspettato scampanellio della porta o del citofono rappresenta un evento straordinario, talvolta annuncia un potenziale pericolo». Già. Soprattutto nelle grandi città, suonare a casa di qualcuno è diventato un atto che solo in pochi osano. Invece, come ha detto don Stefano, raccontando quello che non viene raccontato “la gente di Lampedusa ha salvato la faccia all’Italia di fronte alla comunità internazionale”.

I gesti silenziosi di una comunità sono per tutti noi una presa di consapevolezza importante. E’ da qui che parte il Cnca nel suggerire la direzione per una politica dei diritti e delle prospettive nuove. Perché si parla di una questione fondamentale per una società civile: del pieno diritto di uomini, donne e bambini a essere accolti. Perché dopo un naufragio non si vede più nulla. Solo il mare. E l’attenzione scema.

“A differenza di un terremoto, dove ci vengono mostrati cumuli di macerie, corpi sepolti, mezzi di soccorso che accorrono, il pianto dei parenti e poi le bare allineate, quando c’è un naufragio non si vede nulla. I barconi vengono inghiottiti, i parenti non si vedono perché sono altrove, i cadaveri per giorni arrivano a riva o s’impigliano nelle reti dei pescatori.” Ha raccontato Giusi Nicolini, sindaco dell’isola, per poi concludere così: “In tutto questo abbiamo imparato che davvero siamo tutti sulla stessa barca”.

A me invece torna in mente l’affermazione del rappresentante di un’Ong tunisina incontrato a Napoli: «Le madri tunisine non danno più pesce da mangiare ai loro bambini da quando, qualcuno dei fratelli più grandi, è partito per Lampedusa e il suo corpo è sparito in mare».

Il Fatto Quotidiano
09 01 2013

A. H., cittadino marocchino, viveva con la famiglia e lavorava come artigiano a Gioia Tauro quando la polizia lo ha trovato senza documenti e portato nel Cie di Isola Capo Rizzuto. Una volta arrivato nel centro è stato costretto a permanere – come egli ha poi raccontato al Tribunale di Crotone – in condizioni igieniche precarie, in ristrettezza di pasti e di luoghi all’aria aperta. Il 9 ottobre 2012, A. H. scopriva che sua madre era in coma. Chiedeva di poter andare a visitare la madre, ma il permesso gli veniva negato. Fu così che prese la decisione di protestare contro la restrizione della sua libertà e contro quelle condizioni di vita, che – secondo quanto dichiarato da A. H. al giudice – ‘manco gli animali’ conoscono.

A. A., cittadino algerino, viveva a Viareggio e lavorava come cameriere quando è stato trovato privo di documenti di identità e poi portato nel centro di Isola Capo Rizzuto. Anche lui ha raccontato al giudice delle condizioni di vita precarie nel centro, specificando che gli asciugamani e le lenzuola non venivano mai cambiati e che erano tutti costretti a mangiare per terra, per assenza di tavoli. Poi ha detto anche di non aver avuto la possibilità di difendersi, perché l’udienza di convalida si era svolta senza alcun interprete. Il 9 ottobre 2012, durante una delle solite “operazioni di bonifica” del centro, gli venivano sottratti degli effetti personali, perfino un deodorante stick. Anche A. A., stremato da quelle condizioni di vita umilianti, decise di non tollerare più quella situazione.

D. A., cittadino tunisino, viveva in Italia da molti anni e con la sua compagna, incinta di tre mesi, andava a fare la spesa quando è stato trovato senza documenti e portato in manette nel Cie di Isola Capo Rizzuto. Anche lui ha raccontato al giudice delle condizioni disumane del centro (ospiti bisognosi di cure, pasti scarsi e consumati per terra), ragione per cui anche lui decise il 9 ottobre scorso di unirsi alla rivolta degli stranieri trattenuti nel centro, reclamando la sua libertà.
E così hanno lanciato sassi e calcinacci all’indirizzo del personale di vigilanza del centro. Sono stati poi arrestati. L’imputazione riguardava i reati di danneggiamento e di resistenza a pubblico ufficiale. Il Tribunale di Crotone ha ritenuto provati i fatti contestati agli imputati, ma li ha comunque assolti per legittima difesa.

La sentenza del Tribunale di Crotone segna un punto di non ritorno nella giurisprudenza italiana sui presupposti e sulle condizioni del trattenimento. Il ragionamento del Tribunale è particolarmente pregnante perché si appoggia innanzitutto sulle fonti sovranazionali che regolano la detenzione amministrativa degli stranieri irregolari, giungendo così a valutare illegittimi i provvedimenti di trattenimento degli imputati nel Cie, in quanto adottati in violazione degli artt. 15 e 16 della direttiva europea sui rimpatri 2008/115/CE. Tale direttiva, infatti, prescrive che il trattenimento dello straniero irregolare possa venire disposto solo quando ogni altra misura meno afflittiva risulti inadeguata. Il decreto di trattenimento, dunque, deve contenere sempre la motivazione per cui le altre misure meno afflittive, prescritte dalla direttiva, non possono essere adottate, pena la sua nullità. Avendo sempre come base giuridica il diritto europeo, il Tribunale di Crotone ha accertato poi che le condizioni di vita nel centro – che la sentenza descrive in modo analitico e definisce “lesive della dignità umana” – configurano una violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU).

Allora, se gli imputati sono stati privati della loro libertà personale in modo illegittimo e per di più fatti vivere in condizioni lesive della dignità umana, la loro rivolta nel Cie è da considerarsi legittima difesa, cioè proporzionata all’offesa ingiustamente subita. Punto. E’ questo che dice la sentenza.

Un’altra recente sentenza del Tribunale di Milano, per quanto diversa per impostazione e conclusioni, va comunque a rafforzare l’orientamento giurisprudenziale del Tribunale di Crotone. Anche qui, infatti, si denunciano a gran voce le condizioni di vita infernali all’interno dei centri di detenzione per immigrati. Il tribunale di Milano ha assolto 8 immigrati tunisini, che avevano partecipato ad una rivolta nel Cie di Via Corelli a Milano, bruciando materassi e altri oggetti, dal reato di devastazione (per intenderci, si tratta di quel reato introdotto nel codice penale in epoca fascista e di recente rispolverato ed utilizzato contro i manifestanti di Genova durante il G8 nel 2001) ritenendo insussistente quel “pericolo concreto per l’ordine pubblico” richiesto dalla norma. Il tribunale di Milano ha riconosciuto in questo caso la colpevolezza degli imputati soltanto per il reato di danneggiamento. Molto significative sono le pagine contenenti la motivazione della sentenza di Milano, perché anche qui, sulla base di molte testimonianze, emergono con forza le condizioni degradanti del Centro di identificazione ed espulsione di Milano, dove agli immigrati trattenuti vengono sequestrati illegittimamente ed ingiustificatamente perfino i telefoni cellulari.

Ho già scritto altre volte sui Cie, per denunciare la loro crudeltà ed incostituzionalità, ritenendoli non soltanto un luogo in cui vengono disumanamente segregati per 18 mesi quei ‘clandestini’ prodotti volutamente dalle leggi, ma anche come lo spazio attraverso cui capire ed interpretare l’essenza delle politiche migratorie in Italia. Si tratta di un anello decisivo nel processo di normalizzazione della clandestinità (così utile per gli imprenditori del nord e del sud, che richiedono sempre più lavoratori senza diritti e docili) ed una prova inconfutabile del razzismo di stato. Le sentenze dei Tribunali di Crotone e di Milano mettono soltanto il sigillo.
 
Il Fatto Quotidiano
06 01 2013

Sono poco più di ventimila i profughi giunti nel 2011 in Italia che hanno fatto domanda di protezione internazionale e che sono stati accolti all’interno del piano della cosiddetta emergenza Nord Africa. Sono scappati dal loro Paese di origine (Nigeria, Ghana, Mali, Somalia, Costa D’avorio, Pakistan, Sudan, Bangladesh…) dopo essere stati feriti con pistole, coltelli, bastoni o cocci di bottiglia. Hanno visto e subito ogni tipo di violenza. Hanno perso casa, lavoro e affetti in pochi minuti. Sono stati inseguiti e imprigionati. Sono stati torturati, minacciati e violati in ogni modo. Per questioni etniche, religiose, sociali e familiari. Sono sopravvissuti a tutto. Al dolore, alle ferite, alla fuga. Sono scappati con ogni mezzo: a piedi o nascosti su camion. Hanno attraversato deserti e mari. Sono partiti in 100 ed arrivati in 10. E poi di nuovo, in Libia, sono stati inseguiti, imprigionati e picchiati, caricati a forza su barche di fortuna. Incastrati l’uno sull’altro, a centinaia. Notti e giorni sul mare, nel buio, nel freddo, nella sete, nella paura. Loro e nostro malgrado verso l’Italia.

Sono questi i profughi dell’emergenza nord Africa. Hanno vissuto fino a pochi giorni fa nel timore di essere ricacciati indietro verso le violenze da cui sono scappati o verso una terra, la Libia, che non li ha mai voluti e che non li riconosce come rifugiati perché non ha ancora ratificato la convenzione di Ginevra del 1951. Molti di loro, intervistati dalle Commissioni Territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato, hanno ricevuto un rifiuto di protezione e dunque di permesso di soggiorno, secondo le indicazioni del nostro Governo. Riuscire a “superare” l’intervista in Commissione è stata per molti una prova impossibile e fallimentare e lo stesso dicasi per l’interrogatorio davanti al giudice in sede di ricorso avverso il rifiuto. Sono stati costretti, in pochi minuti e davanti estranei, a raccontare l’indicibile e a ricordare ciò che nessuno vorrebbe aver vissuto né vorrebbe ascoltare. Sono stati accusati di essere vaghi, imprecisi. Di raccontare storie inverosimili. E così i loro racconti, inaccettabili perché abominevoli, sono rimasti di fatto inascoltati e le loro richieste di protezione respinte. E’ per questo che per oltre un anno si sono raccolte firme per chiedere al Governo di disporre il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari in favore di tutti i profughi della cosiddetta emergenza Nord Africa.

Solo a due mesi dalla scadenza del termine dell’emergenza il governo, con una serie di circolari, ha deciso di dare la possibilità ai profughi “rifiutati” di chiedere alla Commissione competente di riesaminare le loro domande di protezione per evitare che al 31 dicembre scorso migliaia di richiedenti asilo si trovassero senza permesso e dunque irregolari ed in mezzo a una strada. Le procedure sono state attivate in fretta e furia dal mese di novembre e buona parte dei profughi (ovviamente quelli ancora in contatto o ospiti delle strutture di accoglienza e dunque in qualche modo rintracciabili) si sono ripresentati in questura, hanno compilato altri moduli e i più fortunati hanno già messo in tasca l’agognato permesso di soggiorno per motivi umanitari o per protezione sussidiaria.

In poche settimane si è cercato di fare, compulsivamente, quello che non si è fatto in un anno e mezzo di colpevole e costosa inerzia. E allora viene da chiedersi: perché non darlo subito un permesso di soggiorno umanitario? Perché spendere tempo, denaro ed energia? Perché tenere in eterna emergenza migliaia di persone per un anno e mezzo? Perché occupare questure, commissioni, tribunali, avvocati, interpreti per mesi, a spese nostre (in termini di denaro) e loro (in termini di ansia, difficoltà e disorientamento)? Perché il nostro governo è da sempre incapace di trattare il tema dell’immigrazione se non in termini di emergenza? Queste persone sono state minacciate per mesi di essere ricacciate indietro. Sono state rifiutate in ogni modo. Gli è stato rifiutato il permesso e gli è stato periodicamente intimato di abbandonare i luoghi di accoglienza. Come potevano investire sul loro futuro se gli veniva negato? Come potevano integrarsi in un Paese che non li voleva? Fino a ieri si è detto che al 31 dicembre sarebbero stati tutti messi definitivamente in mezzo a una strada. Sono scoppiate rivolte represse con violenza.

Ora si è fatta per l’ennesima volta marcia indietro. Per altri due mesi pare che verrà offerto a queste persone ancora un tetto sopra la testa ma la gestione passerà dalla protezione civile alle prefetture. Per sottolineare come il “problema” sia, secondo chi ci governa, non più una calamità naturale (tipo: piovono profughi) ma di ordine pubblico. E quindi da gestirsi di conseguenza. Con la forza.

Un anno e mezzo di pessima accoglienza ci è già costato un milione e 300 mila euro, il dileggio internazionale (“paradosso italiano” titolava il New York Times) e la sofferenza di migliaia di persone che rischia ogni giorno di sfociare in rabbia.

Ci hanno “mangiato” gli enti gestori di molte strutture che hanno preso soldi non per accogliere ed integrare ma per lucrare sull’emergenza: ammassando profughi in strutture inidonee, sfruttandoli ed affamandoli. Tanto in Italia nessuno controlla come vengono spesi i soldi pubblici.
Mettere, oggi o tra due mesi, i profughi in mezzo a un strada senza aver permesso loro di integrarsi e di rendersi autonomi vuol dire ingrossare le file dei senza fissa dimora, o dei detenuti nei Cie e nelle carceri (con ulteriore danno e costo).
E così sta succedendo fuori dalle strutture che hanno già chiuso i battenti per incapacità, malafede o perché abbandonate dalle istituzioni.

E cosa succederà tra due mesi, quando tutte le strutture chiuderanno?
Me lo chiedono i direttori “per bene” di diverse strutture liguri, me lo chiedono le decine di profughi che ho imparato a conosere in questi mesi. Me lo chiedono in un misto di agitazione e rabbia. Me lo chiedono toccandosi la testa, perchè non ci capiscono più niente. Mi dicono, i profughi, che nella loro testa c’erano molte buone cose e potenzialità ma a tenerli fermi nella paura e nell’incertezza per mesi, si sono perse.

Intanto a Lampedusa gli sbarchi non sono mai finiti. Si separano i morti dai vivi e i vivi vengono rinchiusi e dimenticati per settimane nella costosa gabbia di Contrada Imbriacola. Nell’indifferenza di molti.
Ma non di tutti.

La sindaco di Lampedusa giorni fa, ricordando i morti che il mare consegna alla sua Isola scriveva: “Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti… Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore… Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza”.

Intanto Stefano Rodotà giovedì scorso sulle pagine de La Repubblica si indignava della scarsa attenzione ai diritti umani nell’agenda Monti. Ecco, io vorrei essere governata da persone così, che capiscono che tutelare i diritti umani non è solo un dovere ma è la scelta più intelligente, dignitosa e vantaggiosa per il nostro Paese.

Bari, l'inferno del Cie: ''Qui diventiamo pazzi''

  • Giovedì, 20 Dicembre 2012 09:05 ,
  • Pubblicato in Flash news
La Repubblica
20 12 2012

Un detenuto su quattro assume psicofarmaci, almeno una decina di migranti avrebbe i sintomi della scabbia e solo i bagni di un modulo sono stati rifatti, mentre gli altri versano in condizioni indecenti. Questa la fotografia al termine di un’ispezione nel Cie di Bari, il centro di identificazione e espulsione per migranti al quartiere San Paolo, condotta dagli attivisti delle campagne “Class Action Procedimentale” e “LasciateCientrare”.
Giornalisti e avvocati sono entrati nella struttura dove ci sono 108 migranti, per lo più tunisini e marocchini, in attesa di essere espulsi. Ancora visibili, nonostante i lavori in corso, i segni delle rivolte, con le bruciature sul soffitto e sulle mura. “Questo luogo va chiuso – ha spiegato l’avvocato Luigi Paccione, legale della class action – non si possono tenere rinchiuse persone che non hanno commesso reati. Aspettiamo fiduciosi il pronunciamento del tribunale di Bari”. Dentro il centro ci sono i migranti trovati senza documento e senza permesso di soggiorno. "Qui dentro non sappiamo che fare - denunciano i detenuti - diventiamo pazzi. Persino il carcere è meglio". Ecco le loro testimonianze (video)

facebook