Communianet
13 07 2015

E’ stato rilasciato dal Centro di identificazione ed espulsione di Bari Palese, e audito dalla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che gli ha finalmente riconosciuto la protezione umanitaria. Sembra incredibile la storia di B.A. Solo una settimana fa scriveva “Mi stanno uccidendo, aiutatemi”, in una lettera pubblicata dall’agenzia Ansa e diffusa dai quotidiani. E proprio l’attenzione che si è concentrata intorno alla sua vicenda, grazie anche agli attivisti di Rivoltiamo la precarietà, gli ha permesso di uscire dal Cie in cui era detenuto, dopo più di vent’anni di residenza in Italia.
“E’ cambiato tutto in una settimana”, sottolinea lui stesso, che in Italia è arrivato nel 1991, 23 anni fa, all’età di dodici anni. E dove ha frequentato le scuole, ha lavorato, si è sposato con una donna italiana, con la quale ha avuto un figlio. Insomma ha vissuto gran parte della propria vita in Italia. Ma questo non è stato sufficiente a evitargli il trattenimento nel Cie: non solo in quello di Bari, ma anche in quello di Roma, Ponte Galeria, dove è stato portato prima di ricevere un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza. Una misura predisposta a seguito di alcune condanne – tutte scontate – per reati di piccola entità.
All’interno del Cie fece, nel 2013, domanda di asilo, che però fu respinta. Ma proprio dal Cie di Ponte Galeria fu rilasciato, per “incompatibilità con il suo stato di salute”: B.A. è infatti cardiopatico, e per questo porta uno stent, segue una terapia farmacologica e negli anni si è recato varie volte in Svizzera. ‘Invitato’ a lasciare l’Italia entro sette giorni, decide di andare in Austria e lì chiedere protezione. In attesa dell’esame della domanda, in Austria gli è stato assicurato un alloggio e un sussidio, era stato anche programmato un intervento chirurgico di rivascolarizzazione. Che B.A. non è riuscito a fare: lo scorso 2 giugno, in ottemperanza all’ordine stabilito dal Giudice di sorveglianza di Frosinone di dare esecuzione alla misura di espulsione, la polizia austriaca lo ha prelevato da casa e lo ha accompagnato alla frontiera, consegnandolo alla polizia italiana che lo ha portato nel Cie di Bari. Qui ha inoltrato domanda di protezione. E qui lo scorso 28 giugno ha iniziato uno sciopero della fame e delle medicine “dopo essere stato aggredito da un poliziotto in servizio nel centro”, come ha scritto lui stesso in una lettera (che si può leggere qui), in cui ha spiegato le modalità dell’aggressione che, stando a quanto si legge, ha avuto luogo “davanti le telecamere a circuito chiuso” e alla presenza di un’infermiera e di un operatore.
Dopo la promessa di una visita medica ospedaliera per un pre-ricovero al fine di un intervento chirurgico, l’uomo ha interrotto lo sciopero in corso. Ma secondo il medico che ha effettuato la visita di controllo presso il reparto di cardiologia del Policlinico di Bari “non solo non ha bisogno dell’intervento, ma non ha neppure bisogno della terapia”. A. B. è tornato dunque nel Cie. Il medico del Centro di identificazione ed espulsione, dopo aver visto le cartelle cliniche di A.B., ha spiegato di “non essere assolutamente d’accordo”: i medici del Policlinico di Bari dopo un primo controllo avevano già incrementato la terapia seguita dall’uomo, suggerendo in quell’occasione “un intervento di rivascolarizzazione” – per il quale B. A. ha appunto effettuato la visita di pre-ricovero – perché, come ci spiega il diretto interessato, “lo stent si è chiuso e ho bisogno di un by-pass”. Ciononostante, il medico del Cie ha specificato che “deve valere quello che dice lo specialista, di cui comunque attendiamo la relazione”. Specialista che ad oggi risulta sospeso dal suo incarico presso l’ospedale barese.

Intanto la vicenda di B. A. è rimbalzata sui quotidiani. Alcuni parlamentari di Sel hanno presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno, e il presidente della Commissione del Senato per la tutela e la promozione dei diritti umani, Luigi Manconi, ha sollecitato la Prefettura di Bari. Lo stesso Manconi a febbraio aveva presentato un’interrogazione al Ministro dell’interno sul Cie. Un’altra interrogazione, presentata dalla deputata di Sel Pannarale Annalisa, chiedeva di fare luce sul decesso di un cittadino cittadino egiziano di 25 anni.
Sul Cie di Palese si è inoltre espresso il Tribunale di Bari, in risposta a una class action avanzata dall’associazione Class Action Procedimentale, ordinandone la ristrutturazione immediata per garantire “standard dignitosi di vivibilità”. Una sentenza che non è mai stata rispettata, come denunciato anche da Medici per i Diritti Umani, che già nel 2012 aveva “messo in luce le critiche condizioni strutturali e ambientali in cui versava il centro”.

Nonostante tutti gli interventi e gli appelli lanciati dalle associazioni antirazziste, il Cie di Bari Palese continua a esistere, e a nuocere a molte persone. Anche se hanno passato tutta la propria vita in Italia, anche, incredibilmente, se nate in Italia (qui la storia di Emra Gazi, nato in Italia e detenuto nel Cie di Bari prima di essere liberato per le condizioni psico-fisiche in cui lo aveva ridotto la detenzione).
La Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato ha definito il sistema Cie “un impianto intimidatorio” che lo stato mantiene in chiave “puramente simbolica”. E che ricade pesantemente sulla vita delle persone. “Quando il Governo ammetterà che questo sistema è inutile e fallimentare e deciderà di attuare le misure alternative alla detenzione amministrativa?” chiedeva lo scorso febbraio la campagna LasciateCIEntrare.
La domanda rimane la stessa, insieme ad altre: quante altre persone dovranno subire condizioni di vita indegne e imposte, prima di vedere riconosciuti – forse – i propri diritti? Per una persona che riesce a uscire da questo calvario, quante altre lo vivono in silenzio e nell’indifferenza dell’intera società?

Communianet
13 07 2015

E’ stato rilasciato dal Centro di identificazione ed espulsione di Bari Palese, e audito dalla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che gli ha finalmente riconosciuto la protezione umanitaria. Sembra incredibile la storia di B.A. Solo una settimana fa scriveva “Mi stanno uccidendo, aiutatemi”, in una lettera pubblicata dall’agenzia Ansa e diffusa dai quotidiani. E proprio l’attenzione che si è concentrata intorno alla sua vicenda, grazie anche agli attivisti di Rivoltiamo la precarietà, gli ha permesso di uscire dal Cie in cui era detenuto, dopo più di vent’anni di residenza in Italia.
“E’ cambiato tutto in una settimana”, sottolinea lui stesso, che in Italia è arrivato nel 1991, 23 anni fa, all’età di dodici anni. E dove ha frequentato le scuole, ha lavorato, si è sposato con una donna italiana, con la quale ha avuto un figlio. Insomma ha vissuto gran parte della propria vita in Italia. Ma questo non è stato sufficiente a evitargli il trattenimento nel Cie: non solo in quello di Bari, ma anche in quello di Roma, Ponte Galeria, dove è stato portato prima di ricevere un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza. Una misura predisposta a seguito di alcune condanne – tutte scontate – per reati di piccola entità.
All’interno del Cie fece, nel 2013, domanda di asilo, che però fu respinta. Ma proprio dal Cie di Ponte Galeria fu rilasciato, per “incompatibilità con il suo stato di salute”: B.A. è infatti cardiopatico, e per questo porta uno stent, segue una terapia farmacologica e negli anni si è recato varie volte in Svizzera. ‘Invitato’ a lasciare l’Italia entro sette giorni, decide di andare in Austria e lì chiedere protezione. In attesa dell’esame della domanda, in Austria gli è stato assicurato un alloggio e un sussidio, era stato anche programmato un intervento chirurgico di rivascolarizzazione. Che B.A. non è riuscito a fare: lo scorso 2 giugno, in ottemperanza all’ordine stabilito dal Giudice di sorveglianza di Frosinone di dare esecuzione alla misura di espulsione, la polizia austriaca lo ha prelevato da casa e lo ha accompagnato alla frontiera, consegnandolo alla polizia italiana che lo ha portato nel Cie di Bari. Qui ha inoltrato domanda di protezione. E qui lo scorso 28 giugno ha iniziato uno sciopero della fame e delle medicine “dopo essere stato aggredito da un poliziotto in servizio nel centro”, come ha scritto lui stesso in una lettera (che si può leggere qui), in cui ha spiegato le modalità dell’aggressione che, stando a quanto si legge, ha avuto luogo “davanti le telecamere a circuito chiuso” e alla presenza di un’infermiera e di un operatore.
Dopo la promessa di una visita medica ospedaliera per un pre-ricovero al fine di un intervento chirurgico, l’uomo ha interrotto lo sciopero in corso. Ma secondo il medico che ha effettuato la visita di controllo presso il reparto di cardiologia del Policlinico di Bari “non solo non ha bisogno dell’intervento, ma non ha neppure bisogno della terapia”. A. B. è tornato dunque nel Cie. Il medico del Centro di identificazione ed espulsione, dopo aver visto le cartelle cliniche di A.B., ha spiegato di “non essere assolutamente d’accordo”: i medici del Policlinico di Bari dopo un primo controllo avevano già incrementato la terapia seguita dall’uomo, suggerendo in quell’occasione “un intervento di rivascolarizzazione” – per il quale B. A. ha appunto effettuato la visita di pre-ricovero – perché, come ci spiega il diretto interessato, “lo stent si è chiuso e ho bisogno di un by-pass”. Ciononostante, il medico del Cie ha specificato che “deve valere quello che dice lo specialista, di cui comunque attendiamo la relazione”. Specialista che ad oggi risulta sospeso dal suo incarico presso l’ospedale barese.

Intanto la vicenda di B. A. è rimbalzata sui quotidiani. Alcuni parlamentari di Sel hanno presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno, e il presidente della Commissione del Senato per la tutela e la promozione dei diritti umani, Luigi Manconi, ha sollecitato la Prefettura di Bari. Lo stesso Manconi a febbraio aveva presentato un’interrogazione al Ministro dell’interno sul Cie. Un’altra interrogazione, presentata dalla deputata di Sel Pannarale Annalisa, chiedeva di fare luce sul decesso di un cittadino cittadino egiziano di 25 anni.
Sul Cie di Palese si è inoltre espresso il Tribunale di Bari, in risposta a una class action avanzata dall’associazione Class Action Procedimentale, ordinandone la ristrutturazione immediata per garantire “standard dignitosi di vivibilità”. Una sentenza che non è mai stata rispettata, come denunciato anche da Medici per i Diritti Umani, che già nel 2012 aveva “messo in luce le critiche condizioni strutturali e ambientali in cui versava il centro”.

Nonostante tutti gli interventi e gli appelli lanciati dalle associazioni antirazziste, il Cie di Bari Palese continua a esistere, e a nuocere a molte persone. Anche se hanno passato tutta la propria vita in Italia, anche, incredibilmente, se nate in Italia (qui la storia di Emra Gazi, nato in Italia e detenuto nel Cie di Bari prima di essere liberato per le condizioni psico-fisiche in cui lo aveva ridotto la detenzione).
La Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato ha definito il sistema Cie “un impianto intimidatorio” che lo stato mantiene in chiave “puramente simbolica”. E che ricade pesantemente sulla vita delle persone. “Quando il Governo ammetterà che questo sistema è inutile e fallimentare e deciderà di attuare le misure alternative alla detenzione amministrativa?” chiedeva lo scorso febbraio la campagna LasciateCIEntrare.
La domanda rimane la stessa, insieme ad altre: quante altre persone dovranno subire condizioni di vita indegne e imposte, prima di vedere riconosciuti – forse – i propri diritti? Per una persona che riesce a uscire da questo calvario, quante altre lo vivono in silenzio e nell’indifferenza dell’intera società?

Cronache di ordinario razzismo
13 07 2015

“La nuova tipologia di accoglienza predisposta da Prefettura e Croce Rossa rappresenta una completa violazione dei minimi standard di accoglienza e dignità umana”. Lo affermano gli attivisti di Africa Insieme e Progetto Rebeldìa, dopo la visita effettuata, insieme al consigliere comunale Francesco Auletta (Una città in Comune- PRC) ai tre container installati a Cascine Nuove all’interno del Parco di San Rossore, per l’accoglienza dei richiedenti asilo. “I container sono stati installati in uno spiazzo verde completamente esposto al sole, con temperature interne che nello scorso fine settimana hanno toccato i 46 gradi. Mancano le docce e la collocazione spaziale non può che richiamare la volontà di esclusione e allontanamento di persone che sono scappate dalla guerra e hanno attraversato il mare in cerca di un futuro migliore”, scrivono gli attivisti. Che parlano di “urbanistica del disprezzo: luoghi inospitali, isolati e mal collegati con la città, ai quali è possibile accedere solo previa autorizzazione delle istituzioni competenti”. Luoghi di esclusione, “la cui gestione – sottolineano i membri delle associazioni – è stata affidata alla Croce Rossa, che già durante la precedente esperienza di accoglienza, nei container di via Pietrasantina, ha mostrato le fortissime lacune e criticità nella gestione di percorsi di integrazione sul territorio”. Visti i precedenti, non si capisce quali siano “e motivazioni che hanno portato a questa scelta”. “Più che la volontà di costruire percorsi di inclusione sociale e professionale sul territorio sembra che l’obiettivo sia quello di ‘controllare, contenere ed escludere’ persone colpevoli di essere fuggite dalla loro terra e, dopo un viaggio straziante e interminabile, di aver presentato domanda di protezione internazionale”, denunciano gli attivisti, che evidenziano anche la totale mancanza di accoglienza della giunta. asilo

“L’amministrazione comunale non mette a disposizione nemmeno un metro quadro per fare accoglienza in città. Eppure gli spazi ci sarebbero: dalla progettualità sul Distretto 42 presentata e bocciata in consiglio comunale, che prevedeva l’utilizzo di parte degli spazi per l’accoglienza, agli innumerevoli immobili abbandonati da anni in città; dalla struttura di accoglienza di via Garibaldi, chiusa da oltre un anno e mezzo per lavori mai realizzati, agli appartamenti abbandonati di proprietà dell’università”. Proprio a fronte di questa situazione, le associazioni invitano il sindaco Filippeschi, l’assessore alle politiche sociali Capuzzi, il presidente della Croce Rossa Cerrai e il prefetto Visconti “a trascorrere 24 ore nei container per verificare se possa ritenersi umana e dignitosa un’accoglienza di questo tipo”: “richiediamo con forza ed estrema urgenza – proseguono – che entro 48 ore i container vengano smantellati per evitare che, dopo la sottoscrizione delle leggi razziali nel 1938, il Parco di San Rossore diventi teatro di una nuova vergogna”.

Qui il testo delle associazioni
Le immagini dei container sono state scattate dagli attivisti di Africa Insieme e Progetto Rebeldia

Cie: parlamento catalano approva mozione per la chiusura

  • Lunedì, 06 Luglio 2015 12:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
06 07 2015

Il Parlamento catalano ha approvato la mozione, presentata dalla Commissione giustizia e diritti umani, con cui si richiede all’esecutivo nazionale di “iniziare nel tempo più breve possibile un processo di chiusura dei Cie (Centros de Internamiento de Extranjeros)”, in linea con un concreto cambiamento delle politiche migratorie. Tutti i gruppi parlamentari hanno appoggiato la proposta, eccetto il PP e Ciutadans.

Concretamente, il Parlamento ha sottolineato l’urgenza di sostituire la detenzione nei Cie con misure alternative al trattenimento, sulla base della legislazione europea – nello specifico la Direttiva 2008/115/CE – che insiste sulla necessità di prevedere misure amministrative piuttosto che di detenzione. Inoltre, la mozione approvata sollecita il governo centrale a interrompere immediatamente le “deportaciones exprés”, ossia i rimpatri coatti effettuati entro 72 ore di detenzione: una pratica che impedisce alla persona interessata di avere qualsiasi tipo di assistenza o possibilità di informarsi sui propri diritti. E’ stata inoltre sottolineata la necessità di fermare il cosiddetto “racial profiling” – di fatto una schedatura su base etnica – sulla base del quale le forze dell’ordine fermano e identificano le persone. La mozione reclama infine l’apertura di indagini sulle denunce di maltrattamenti e tortura all’interno del Cie di Barcellona.

Sul caso specifico del Cie catalano dell’area commerciale di Zona Franca, la mozione richiede che vengano implementate, in attesa della chiusura, alcune misure per migliorare le condizioni dei trattenuti, come l’assistenza sanitaria 24 ore su 24, un servizio di traduzione per gli avvocati, la presenza di una guardiana piuttosto che della polizia.

“E’ un momento storico, ci aspettiamo ora un cambiamento nelle politiche di immigrazione”, ha commentato l’avvocato Andrés García Berrio della campagna Tamquem els CIE , promotrice delle mobilitazioni per la chiusura dei Cie, culminate nella manifestazione del 20 giugno. “Esigiamo ora che i programmi elettorali per le prossime elezioni prevedano la chiusura dei Cie”. “Tutto questo è stato reso possibile dall’impegno di associazioni, attivisti, singole persone. Continueremo a lavorare per il rispetto della dignità umana, per la giustizia e contro il razzismo”, ha fatto eco l’associazione Sos Racisme, tra le associazioni promotrici della campagna.

Clicca qui per maggiori info.

Video da dentro il CIE di Ponte Galeria a Roma

  • Martedì, 23 Giugno 2015 12:02 ,
  • Pubblicato in Flash news
MeltingPot
23 06 2015

Video da dentro il CIE di Ponte Galeria a Roma.

L’appello di un ’utente’ rinchiuso nel centro.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo video girato al’interno del CIE di Ponte Galeria a Roma

La descrizione delle condizioni disumane nelle quali versano uomini e donne reclusi nel CIE di Ponte Galeria e l’appello disperato di uno di loro

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