×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Cosa succede a Pozzallo

  • Martedì, 09 Giugno 2015 11:53 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
09 06 2015

Lei, la bambina che vedete nella foto, è mia figlia. Loro sono profughi siriani di passaggio a Milano. Domenica scorsa, mentre ero a casa, alle prese con un’influenza fuori stagione e la mia bambina dormiva, mi hanno chiamato per segnalarmi la loro presenza. Erano passati dalla Turchia, avevano attraversato il mare, ed erano sbarcati in Sicilia il 20 maggio. Erano stati quindi portati nel centro di primo soccorso e accoglienza di Pozzallo, e lì era accaduto qualcosa che non avevano assolutamente messo in conto: ora volevano che questo qualcosa fosse conosciuto. Potevo raggiungerli?

Ho preso due antidolorifici, mi sono caricata la pargola in spalla e mi sono incamminata. Una volta raggiunto il mezzanino della Stazione Centrale, quello che ormai da molti mesi è diventato il punto di transito dei profughi siriani ed eritrei, quello che le istituzioni avrebbero voluto repentinamente chiudere per non appannare la vetrina dell’Expo e che poi è stato fortunatamente riaperto, mi è tornato a esser chiaro quanto possa essere emozionante e sensato il mestiere del giornalista, quando lo si riporta alla sua essenza: raccontare quel che rischia di non uscire mai dall’ombra, dare voce a chi non ce l’ha.

A Pozzallo Alaaeddin Alfarhat e Ismail Muhamad mi hanno detto di essere stati portati in una stanza e picchiati perché, sapendo che questo li avrebbe costretti a chiedere asilo in Italia, per effetto di Dublino, non volevano che fossero loro prese le impronte.
Jwad Kathan, Mhmuod Iskay, Amer Ismail e altri, quando hanno capito cosa stava succedendo, hanno iniziato una protesta, chiedendo diritti e rispetto. Ad Alaaddin e Ismail Muhamad le impronte sono state prese. Ma loro hanno deciso comunque di non fermarsi in Italia e di partire per raggiungere i parenti che vivono altrove.
Quelle che seguono sono le loro parole. E ringrazio l’amico siriano Sam Mouazin per averle tradotte per noi. Potete anche ascoltarle in video. Queste parole confermano, ahimè, i timori espressi nell’esposto che un gruppo di attivisti ha presentato a inizio maggio e anche nell’interrogazione, nata da quell’esposto, presentata dall’europarlamentare Barbara Spinelli al Parlamento Europeo. Spetterà alle autorità competenti, adesso, fare gli accertamenti del caso.

La foto della mia bambina che gioca con i profughi è stata scattata a fine intervista. Vederli ridere insieme, in una parentesi di normalità, mi ha riempito di gioia. E credo che incontri come questi non possano che fare bene anche ai piccoli.


Alaaeddin Alfarhat (in Siria faceva l’imprenditore): «Il 20/05/2015 eravamo in acqua, abbiamo chiamato la guardia costiera italiana, ma nessuno parlava arabo, perciò abbiamo dovuto chiamare un’attivista di cui avevamo il contatto, raccontarle l’accaduto e chiederle di intervenire. Dopo 4 /5 ore la guardia costiera è arrivata. Noi avevamo una bandiera italiana e l’abbiamo sollevata. C’era un elicottero che volava sopra di noi e ci filmava. Sono arrivate le imbarcazioni e ci hanno tratti in salvo, portandoci a Pozzallo».

Ismail Muhamad: «Dopo che ci hanno portato lì, hanno cominciato a prendere le impronte digitali. Noi abbiamo rifiutato di rilasciare le impronte perché sapevamo che, in questo caso, saremmo stati costretti a presentare la domanda di asilo in Italia e a fermarci in questo Paese. Allora hanno preso me e questo ragazzo che è vicino a me e altri e ci hanno portato dentro. Ci hanno interrogato e ci hanno chiesto chi fosse l’attivista alla quale ci eravamo rivolti, che rapporto avessimo con lei e perché non se ne andasse a svolgere questa sua attività al suo paese, ossia il Marocco, invece che in Italia (si tratta di Nawal Soufi, conosciuta come l’Angelo dei siriani, ndr). Intanto noi continuavamo a rifiutare di dare le impronte. A questo punto hanno preso una telecamera e ci hanno portato in un ufficio, dove cono molta pacatezza ci hanno spiegato quali fossero i nostri diritti e cosa prevedeva la legge italiana. Dopo di che hanno chiuso le telecamere e hanno iniziato a picchiarci. A me hanno messo le manette e le hanno chiuse schiacciandomi i polsi con i piedi. Guardate qui. I segni si vedono… Alla fine hanno preso le impronte con la forza. Quando sono uscito, sono andato in un ufficio dove c’era un presidio di Medici Senza Frontiera e ho chiesto di fare un report su quello che mi era accaduto. Mi hanno risposto che, se lo avessero fatto, lo avebbero dovuto consegnare alle medesime persone che mi avevano picchiato e che dopo non sarebbe più stato consentito al loro presidio di stare lì e loro non avrebbero più potuto prendersi cura dei bambini che arrivavano».

Jwad Kathan: «Io facevo il poliziotto nel mio paese e non abbiamo mai trattato le persone come ho visto fare qua. Noi che siamo fuggiti dai nostri paesi abbiamo visto qua un trattamento che non avremmo immaginato possibile nemmeno per i criminali o gli animali. Trattamento molto cattivo. Ci buttavano il cibo addosso, tra urla e insulti. Ci hanno spinti, urlando. Ci hanno picchiato».

Mhmuod Iskay (è venuto con la famiglia, in Siria faceva il cuoco): «Quando abbiamo visto quello che stave accadendo, ossia che veniva usata la forza contro quelli che erano stati portati via, siamo rimasti scioccati. Eravamo in 350 sulla barca. C’erano 102 bambini. In prevalenza eravamo famiglie con I bambini. Di fronte a quello che abbiamo visto abbiamo reagito con una sorta di manifestazione spontanea. Chiedevamo diritti umani e democrazia. Abbiamo chiesto anche di quell’attivista e la polizia si è arrabbiata ancora di più. Mio figlio di 3 anni era nudo dalla cintola in giù. E’ rimasto senza pantaloni per tre giorni. A furia di gridare e e manifestare, io ho perso la voce. Poi ci hanno portato in un altro centro di accoglienza, a Mineo. E lì siamo stati trattati in un modo completamente diverso. Ci hanno dato vestiti, farmaci, scarpe. Shampoo, dentifricio. La tuta che indosso me l’hanno data loro. E incomprensibile questa differenza. Pozzallo sembrava un centro di detenzione, non di accoglienza».

 

Dove sono andati i soldi?

  • Lunedì, 08 Giugno 2015 13:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
08 06 2015

Ecco una notizia che, raccontata nel modo sbagliato, farebbe felice Salvini: per accogliere i rom nei centri di accoglienza, il Comune di Roma ha speso otto milioni nel solo anno 2014, circa 33mila euro a famiglia. È la somma che si ricava dalla ricerca Centri di Raccolta S.p.A., diffusa recentemente dall’Associazione 21 Luglio: l’anno precedente, la stessa 21 Luglio aveva accertato che per la gestione degli otto “villaggi della solidarietà” (cioè dei campi nomadi regolari e attrezzati), si erano spesi 17mila euro per nucleo familiare [si veda Campi Nomadi SpA, pag. 48].

Avete presente Crozza quando imita Salvini, e fa pronunciare al leader del Carroccio la fatidica frase «vi do un dato…»? Nel nostro caso, il Matteo padano potrebbe dire «vi do un dato: ogni famiglia rom riceve dal Comune di Roma 1.400 euro al mese se abita in un campo, e più di 2.700 euro (sempre al mese) se accolta in un centro di accoglienza». E a raccontarla così, vien proprio da pensare che sono dei privilegiati, questi “zingari”.

Il problema è che la storia non è andata affatto in questo modo: perché i rom, in realtà, non hanno mai beneficiato di questo fiume di denaro. A riempirsi le tasche sono state cooperative, imprenditori e aziende, che in molti casi figurano anche nelle inchieste su Mafia Capitale. Ma andiamo con ordine.

Come (non) funzionano i centri di raccolta

Dunque – dicevamo – il Comune di Roma ha stanziato otto milioni di euro per i cosiddetti “centri di raccolta”: strutture dove i rom vengono alloggiati temporaneamente, di solito dopo uno sgombero, in attesa di trovare sistemazioni migliori (almeno in teoria).

Il centro più noto è quello di Via Visso, chiamato “Best House Rom”: un’espressione inglese un po’ maccheronica, che si potrebbe tradurre più o meno come “la miglior casa per i rom”. È un nome dal sapore beffardo, visto che la struttura è senza finestre, senza luce naturale, e in stanze di 12mq vivono mediamente cinque persone (ne abbiamo parlato anche sul nostro giornale). Non proprio “best”, insomma…

Nella capitale esistono tre “centri di raccolta” propriamente detti (Via Salaria, Best House Rom e Via Amarilli), più quattro strutture che dovevano essere “temporanee”, e che poi – come capita in Italia – sono diventate permanenti: Via San Cipirello, Via Torre Morena, Via Toraldo e ex Fiera di Roma. Di questi spazi, il “Best House” è sicuramente il peggiore, ma anche gli altri sono largamente al di sotto degli standard di un’accoglienza dignitosa.

Per di più, nonostante il loro carattere “provvisorio”, i centri di raccolta sono di fatto dei veri e propri luoghi di segregazione permanente. «Queste strutture», spiega Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 Luglio, «sono concepite per far restare le persone accolte il più a lungo possibile: lo dimostrano i dati sulle risorse impiegate dal Comune per il mantenimento dei centri. Della spesa totale nel 2014, il 90,6% è stato utilizzato per la gestione, il 4% per sicurezza e vigilanza, il 5,4% per la scolarizzazione dei minori, mentre nulla è stato destinato all’inclusione sociale dei rom».

Chi ci guadagna

Insomma: il Comune spende cifre ragguardevoli, e i rom continuano a vivere in condizioni di marginalità sociale e abitativa. Se due più due fa quattro, significa che quei soldi non vanno ai rom, e servono a riempire le tasche di qualcun altro.

Per la quasi totalità – ci spiega l’Associazione 21 Luglio – i fondi stanziati dal Comune sono stati assegnati a enti e cooperative tramite affidamento diretto e senza bando di gara. Al solo Consorzio Casa della Solidarietà, operante nei centri di via Salaria, via Amarilli, via di Torre Morena e nella ex Fiera di Roma, è andato il 49,2% delle risorse (poco meno di 4 milioni di euro). La Cooperativa Inopera, attiva nel Best House Rom, ha ricevuto più di 2,5 milioni di euro (il 32% del totale).

Consorzio Casa della Solidarietà e Cooperativa Inopera: teniamo bene a mente questi nomi, e cerchiamo di capire a chi corrispondono. Il primo figura sin dagli inizi nelle inchieste di Mafia Capitale (vedi qui e qui): si tratta di un insieme di attori imprenditoriali, di ispirazione cattolica, che secondo le inchieste della Procura (ancora tutte da accertare in sede di giudizio) avrebbero stipulato un patto di alleanza con le cooperative di Salvatore Buzzi.

Inopera si è vista invece affidare – anche in questo caso senza alcun bando di gara – la gestione del Best House Rom: le prime determine di affidamento sono firmate dal direttore del dipartimento Servizi sociali dell’era Alemanno, Angelo Scozzafava, indagato per Mafia capitale.

A noi, naturalmente, non interessano gli aspetti penali della vicenda, su cui la Magistratura farà luce a tempo debito. Quel che preme rilevare è che il fiume di denaro uscito dal Comune di Roma (cioè dai contribuenti) non è andato affatto ai rom e ai sinti, ma a soggetti imprenditoriali la cui vocazione “sociale” è – diciamo così – tutta da dimostrare.

Il Patto dell’Invisibilità

Ai rom un’accoglienza di serie B, magari indegna di un paese civile, ma pur sempre meglio degli sgomberi continui; agli imprenditori i soldi; ai politici i voti. Si potrebbe riassumere così il tacito “patto” che, secondo l’Associazione 21 Luglio, ha guidato le politiche sociali capitoline negli ultimi anni.

«In questo accordo non scritto», spiega Carlo Stasolla, «l’Amministrazione comunale garantirebbe un mero assistenzialismo all’interno delle strutture, senza alcun percorso di inclusione e di fuoriuscita; la famiglia rom, in cambio di un alloggio sotto-standard, assicurerebbe all’Amministrazione una sorta di invisibilità che si traduce anzitutto nella mancata rivendicazione dei propri diritti; l’ente gestore sarebbe lautamente pagato per garantire l’osservanza del “patto”».

La parola chiave, in questo caso, è «invisibilità»: i rom non devono rivendicare i propri diritti, non devono avere voce pubblica. Anzi, si deve continuare a dire che rubano, che non sono cittadini degni di questo nome, che perciò non meritano niente, vanno allontanati dalla città, cacciati, espulsi. In questo modo, si potranno gestire politiche di “emergenza”, che andranno ad arricchire i soliti noti a spese del contribuente.

 

Meltingpot
26 05 2015

Roma, 25 Maggio 2015 - I primi mesi del 2015 hanno visto riaccendersi il dibattito sulla questione immigrazione e sulla sostenibilità dell’attuale sistema di accoglienza.

Episodi di corruzione come quelli portati alla luce da Mafia Capitale e l’alto numero di migranti in arrivo via mare impongono un continuo monitoraggio delle condizioni di permanenza e dell’efficienza delle strutture attualmente predisposte alla loro accoglienza.

A tal fine, nella giornata di oggi Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha svolto un’audizione davanti alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza, identificazione e trattenimento dei migranti in virtù della sua presenza continuativa all’interno del Centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Mineo, la struttura di accoglienza che ospita in assoluto il maggior numero d’immigrati in Europa.

Da Novembre 2014, un team di MEDU è presente ogni settimana all’interno del CARA di Mineo per raccogliere testimonianze e fornire assistenza medica e psichiatrica ai richiedenti asilo vittime di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, all’interno del progetto “ON.TO: Stop alla tortura dei rifugiati lungo le rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso il Nord Africa”. Nello svolgimento della sua attività, il team di MEDU - composto da un coordinatore, un medico psichiatra, una psicologa ed un mediatore culturale, ha riscontrato nel CARA di Mineo numerose e rilevanti criticità che prescindono, nella maggior parte dei casi, dalla gestione contingente e sono piuttosto connaturate al modello stesso di centro basato su una macrostruttura che ospita dalle 3.200 alle 4.000 persone.

Sovraffollamento. Isolamento della struttura rispetto al territorio. Tempi medi di permanenza di 18 mesi in attesa del completamento della procedura di riconoscimento della protezione internazionale (contri i 35 giorni previsti dalla legge). Mancata iscrizione dei richiedenti asilo al Servizio sanitario nazionale (in contrasto con la normativa vigente). Disfunzioni nella fornitura ed accesso ai servizi di supporto psicologico e legale. Fenomeni di degrado, illegalità e violenza difficilmente gestibili come riconosciuto dalle stesse forze di polizia. Questi alcuni dei problemi più gravi rilevati da MEDU nel centro di Mineo ed illustrati stamani alla Commissione parlamentare d’inchiesta.

L’insieme di tali criticità si ripercuote negativamente sul benessere degli ospiti, ridotti ad un numero e costretti a lunghe file anche per mangiare e per ricevere cure mediche. La relazione che s’instaura tra operatori e migranti accolti non può che essere squilibrata, con il richiedente asilo costretto in una dimensione passiva e disfunzionale di dipendenza dagli operatori.

A maggior ragione, il modello del CARA di Mineo si conferma del tutto inadeguato ad accogliere i richiedenti asilo più vulnerabili. Le grandi dimensioni rendono particolarmente problematica l’individuazione e la presa in carico delle persone affette da severi disturbi psichici e delle vittime di trattamenti inumani, degradanti o torture – purtroppo presenti in numero assai rilevante tra i migranti forzati presenti nel centro -, per le quali sarebbe necessario un approccio basato su una maggiore attenzione alla singola persona.

D’altro canto, alcune caratteristiche stesse del modello Mineo - condizioni di anonimato, lunghi tempi di attesa e di permanenza, il sentirsi “staccati” dal territorio circostante - rappresentano importanti fattori di rischio per l’insorgenza e l’aggravamento del disagio psichico ed elementi che condizionano pesantemente ogni processo di crescita e di cura.
MEDU ha concluso la sua relazione alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta delineando gli elementi chiave di un modello alternativo di accoglienza che sia decentrato e costruito su strutture di dimensioni medio-piccole, distribuite in maniera uniforme in tutte le province ed adeguatamente monitorato.

Tale modello permette infatti di costruire un tessuto di relazioni sociali con il territorio ed i suoi servizi, facilitando concreti percorsi di autonomia del migrante, migliorando il suo accesso ai servizi sanitari, psicologici, sociali e legali e favorendo l’individuazione e l’assistenza dei soggetti più vulnerabili.

Medici per i Diritti Umani (MEDU), organizzazione umanitaria indipendente, fornisce dal 2006 assistenza e orientamento socio-sanitario ai rifugiati in condizioni di precarietà nell’ambito di differenti programmi. Il progetto “ON.TO: Stop alla tortura dei rifugiati lungo le rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso il Nord Africa” è realizzato con il sostegno dell’Unione Europea e di Open Society Foundations.

- www.mediciperidirittiumani.org

Per i migranti l'eccezione è regola

  • Lunedì, 25 Maggio 2015 08:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
25 05 2015

Il 7 aprile 2015 una delegazione di LasciateCIEntrare si reca a Bari per “visitare” il Cie e il Cara, luoghi da qualche anno “accessibili” grazie alle denunce e all’azione capillare delle tante associazioni che fanno parte della campagna e che si occupano di migranti. Non è la prima volta che visitiamo Bari, ma adesso “l’emergenza” si è spostata sulle centinaia di Cas, Sprar e Hub, centri sparsi sul territorio in maniera liquida e distorta. Un puzzle assurdo, ingestibile, incontrollabile al quale oggi possiamo aggiungere un tassello: l’Ex-Set, un capannone trasformato da sei mesi in una tendopoli per circa 180 migranti. Con gli attivisti di Rivoltiamo la Precarietà scopriamo una realtà che si è urbanizzata nella sua “normale eccezione”, ultima evoluzione di un percorso di accoglienza che vale la pena raccontare. Un percorso che attraversa la cattiva gestione di alcune amministrazioni locali e le scelte di un governo nazionale che ha fatto della “emergenzialità” una strategia.

La “seconda accoglienza”

Quando, a febbraio 2014, termina l’emergenza Nord Africa, migliaia di migranti restano per strada con in tasca 500 euro di “buonuscita” e, pur essendo stati parcheggiati per due anni in un centro, senza alcun programma di inclusione lavorativa. Lo stesso sistema d’accoglienza che ha portato nelle mani dei gestori milioni di euro non ha garantito ai migranti alcun tipo di servizio. Molti di quei migranti sono partiti alla volta di Francia e Germania. E chi è rimasto in Italia vaga ancora tra lo sfruttamento lavorativo dell’edilizia e dell’agricoltura, nelle campagne di Puglia, Calabria, Campania e Sicilia. Mentre aumenta in maniera vertiginosa il numero di ghetti ed esplodono quelli già esistenti. Questi centri “informali” sono praticamente invisibili alle istituzioni. Invisibili sono i diritti umani, i contratti di gestione e appalto, i flussi di denaro che da anni vengono “smistati” in via del tutto discrezionale.

In quello stesso febbraio a Bari un gruppo di circa 180 migranti occupa l’ex Convento di Santa Chiara, di proprietà della Sovraintendenza abbandonato da anni, dove non c’è acqua né luce, ma spazio a sufficienza. Alcuni di loro sono transitati per il Cara di Bari e ci sono rimasti anche due anni. Le nazionalità, sempre più o meno le stesse. Molti uomini e alcune donne che provengono da Ghana, Nigeria, Gambia, Somalia, Eritrea, Etiopia, Togo.

Sistemano il posto, le loro condizioni di vita non sono certo dignitose, ma sempre meglio che vivere e dormire per strada. In mancanza di soluzioni del Comune, nasce la Casa dell’ex Rifugiato. I migranti si autorganizzano, imparano l’italiano grazie a volontari. Insieme agli attivisti della città, organizzano manifestazioni e incontri con le istituzioni locali alle quali presentano richieste per l’assegnazione di immobili in disuso da recuperare e destinare ad abitazione per la cosiddetta “seconda accoglienza”.

Lo sgombero umanitario

Tutto fila liscio fino allo scorso ottobre, quando il Comune di Bari notifica un’ordinanza di sgombero su sollecitazione del Patrimonio ai Beni culturali. Lo “sgombero umanitario” avviene il 13 novembre 2014, i migranti vengono trasferiti presso il capannone Ex-Set in via Brigata Regina, un edificio in passato chiuso e bonificato per amianto. All’interno del capannone il Comune ha fatto allestire una tendopoli: 19 tende messe a disposizione da Regione Puglia e Protezione civile, tre moduli/container per i servizi igienici, e la promessa che entro due mesi ci sarebbe stata l’assegnazione di un’abitazione definitiva.

A vederlo quel posto di “dignitoso e decente” ha ben poco. Ci vogliono resilienza e fantasia da parte dei migranti per organizzarsi autonomamente e rendere “vivibile” questa assurda condizione. Le istituzioni, dall’Asl ai referenti del Comune, da queste parti non si vedono mai, gli unici a dare solidarietà sono gli abitanti del quartiere che ogni domenica portano il loro sostegno ai migranti.

L’eterna tendopoli

Moro, punto di riferimento tra i migranti della tendopoli, ci accompagna in una sorta di visita guidata dell’Ex-Set: «In Africa vivevo in una casa di mattoni, qui in Italia ho conosciuto le tende. Ci avevano detto che saremmo dovuti rimanere due/tre mesi, ma siamo qui da oltre 5 mesi. Prima quando eravamo nell’ex convento, non faceva così freddo. Tenevamo tutto in ordine e avevamo aggiustato molti ambienti. Stavamo molto meglio. Guardate questo posto, pensate che è autorizzato». Mentre racconta ci accompagna a visitare un’ala della struttura dove decine di piccioni svolazzano e lasciano escrementi dappertutto: «Qui fa sempre molto freddo. Vedete. Qui è tutto aperto. E ognuno si arrangia come può». L’Ex Set è un edificio alto e con molte finestre rotte. Non ci sono porte. Il tasso di umidità è altissimo, come dimostrano i muri ammuffiti. Eppure nell’accampamento diversi migranti svolgono attività: c’è chi ripara biciclette e chi cuce vestiti. O. viene dalla Guinea e con la sua macchina da cucire sistema con cura gli abiti che gli portano per rammendi o per modificare le misure: «Questo piccolo lavoro mi permette di guadagnare un po’. Qualche vestito lo prendo nella spazzatura, lo lavo e lo aggiusto per rivenderlo. Ci stiamo abituando a stare qui ma non avevo mai vissuto così nel mio Paese. Non pensavo di venire in Europa e finire a vivere in una tenda. Ho sempre vissuto in una casa». Mentre parla, segna con una matita la traccia per tagliare un pezzo di pantalone. È molto abile e per tutto il tempo della visita non ha fatto altro che lavorare. Poco più in là, esce da una tenda K. mentre arriva una folata di vento fortissima che ci ferma nel gelo diversi secondi. Lui, a maniche corte, sorride e dice: «Siamo abituati ma forse è meglio se rientro». Dalla tenda osserva il suo amico che monta le gomme alle biciclette e ci dice: «Lui è bravissimo! Guarda com’è veloce a riparare una gomma. Noi tutti ci muoviamo in bici ed è molto importante che siano sempre in ordine». Moro alza le braccia e sorride: «Strana l’Italia! Abbiamo tutti un permesso di soggiorno ma veniamo sfruttati per lavorare e qualche volta nemmeno ci pagano. A lui (indica un uomo con il cappello che si sta avvicinando, ndr) avevano promesso un contratto di lavoro in un cantiere navale. Gli avevano anche chiesto la copia dei documenti. Questo, diversi mesi fa. Poi lo hanno cacciato perché c’era un controllo della polizia. E lui aspetta ancora i suoi soldi».

In cerca di un’alternativa

«Ci hanno parlato di costruire container», riporta Moro. «Ma perché con la stessa cifra non ci aiutano a trovare posti che possiamo invece ristrutturare noi?». A gennaio i migranti avevano, insieme al gruppo di attivisti di Rivoltiamo la Precarietà, incontrato il prefetto e l’assessore al Welfare e ai Lavori pubblici, per discutere di un’alternativa alla tendopoli. In quell’occasione viene protocollata l’ennesima richiesta per l’utilizzo di spazi comunali in disuso da recuperare in forma di housing. Intanto il prefetto ufficializza la somma di 1,6 milioni di euro del ministero dell’Interno da utilizzare per l’allestimento di “prefabbricati”. Poi, pochi giorni fa, arriva un bando di gara che prevede la costruzioni di moduli prefabbricati per temporanea ospitalità, per l’importo di 600.000 euro. La “localizzazione” è ancora sconosciuta e, di fronte alle proposte ufficiali dei diretti interessati, le istituzioni ripetono che la decisione è ormai presa, e i soldi sono vincolati.

Che in città esistano spazi capienti e senz’altro migliori dell’Ex-Set, per “accogliere” esseri umani, è risaputo. Ci sarebbe l’ex ospedale Bonomo, oppure alcune caserme militari dismesse. O, ancora, i beni confiscati alla mafia: immobili che necessitano di investimenti ben inferiori ai fondi già disponibili, inoltre c’è la piena disponibilità dei migranti a ristrutturare questi spazi da destinare a uso abitativo, permettendo anche una riduzione della spesa. L’associazione Libera si è resa disponibile a supportare questa soluzione. Senza dimenticare che l’ubicazione dei prefabbricati è una scelta fondamentale, che decide se realizzare o meno un nuovo ghetto.

Redattore Sociale
06 05 2015

Dopo gli ultimi sbarchi di questi giorni, che hanno portato a oltre 30 mila il numero delle persone arrivate via mare nel nostro paese dall’inizio dell’anno, si torna a parlare di “emergenza accoglienza”, con i centri pieni e le prefetture in affanno per trovare i posti aggiuntivi richiesti da una circolare di ieri del ministero dell'Interno Alfano che ne "assegna" 80 per ogni provincia. Un problema da imputare non tanto al flusso straordinario di migranti (gli arrivi sono in linea con quelli registrati lo scorso anno) quanto piuttosto alla mancanza di una gestione strutturale e ai ritardi burocratici, che portano ad allungare i tempi di permanenza dei migranti nei centri. A sottolinearlo sono le associazioni che da sempre si occupano di immigrazione. In particolare, spiega Oliviero Forti della Caritas, molti centri sono pieni, perché all’interno ci sono persone arrivate già nel 2014: su circa 85 mila migranti presenti oggi nelle strutture, due terzi circa sono quelli arrivati lo scorso anno.

Oltre un anno nei centri in attesa dell’esito delle commissioni
La maggior parte delle persone, oggi nei centri, è in attesa dell’esito della domanda di asilo o protezione internazionale. “Il primo modo per decomprimere il sistema, è andare a velocizzare i tempi delle commissioni territoriali – afferma Forti - Se decidono velocemente le persone possono uscire e quindi lasciare spazio alle persone che stanno arrivando ora”.

Sulla stessa scia anche Filippo Miraglia, vicepresidente dell’Arci: “Il paradosso è che a causa dei ritardi della burocrazia e delle commissioni abbiamo un tasso di occupazione dei posti letto nei centri di accoglienza assolutamente sproporzionato. Per una persona che arriva nel nostro paese e vuole chiedere asilo il primo step è costituito dalla compilazione della domanda di protezione, il famoso modulo C3. Solo per fare questo si possono aspettare anche sei sette mesi,perché gli uffici spesso non sono attrezzati – sottolinea - Dopodiché, scatta il periodo di attesa: una volta compilato il modulo per l’appuntamento con la commissione passa più o meno un anno. In tutto questo tempo ovviamente il richiedente occupa un posto”.

Oltre ai ritardi, c’è anche il nodo dei dinieghi in aumento, che crea un ulteriore allungamento dei tempi di permanenza nelle strutture. “Le commissioni lavorano male soprattutto dal punto di vista della qualità dei giudizi e generano molti contenziosi – aggiunge Miraglia -. Il personale non ha una formazione adeguata e spesso si valuta in maniera discrezionale. Succede così che i ricorsi vengano spesso vinti dal richiedente, ma nel frattempo si allunga il periodo in cui si occupa un posto, perché ovviamente durante il ricorso si ha comunque diritto all’accoglienza. Quindi persone che potrebbero uscire dall’accoglienza vi rimangono, generando poi la situazione che si sta verificando adesso”.

La programmazione che non c’è
Oltre al problema dei tempi di attesa, permane la mancanza di un piano strutturale per la gestione dell’accoglienza. “Il problema della primissima accoglienza è difficile da superare anche perché non è facile gestire un numero elevato di arrivi in tempi brevi, come è successo negli ultimi giorni. Ma bisogna arrivare a una gestione ordinata dell’accoglienza – aggiunge Forti -. Quello che chiediamo è che il sistema Sprar venga rafforzato, con maggiori risorse e posti a disposizione. E che in tempi brevi esca il bando per i minori non accompagnati”.

Secondo il responsabile della Caritas c’è bisogno anche di una maggiore corresponsabilità da parte delle regioni, per evitare che solo alcune si facciano carico dell’assistenza ai profughi. Miraglia, dell’Arci, sottolinea che “c’è bisogno anche di allargare il numero dei comuni aderenti ai progetti Sprar, oggi solo 500 su 8000. E’ assurdo che ci siano migliaia di comuni che non accolgono e poi centinaia di progetti di accoglienza straordinaria, i cosiddetti Cas, spesso gestiti da enti non competenti. Questo è un problema che va affrontato al più presto, perché il ricorso alla gestione emergenziale ha consentito a soggetti che facevano altro di mestiere di entrare nel campo dell’accoglienza e di dichiarare una competenza su questo. Addirittura ci sono ditte che prima si occupavano delle pulizie che oggi sono diventati enti gestori. Si parla molto del business dell’accoglienza, ma non si dice mai che il malaffare trova gioco facile proprio dentro la gestione emergenziale. Andrebbe, invece, rafforzata la gestione ordinaria, e soprattutto lo Sprar portando la sua capienza da 22mila posti a 60mila”.

Numeri gestibili
Secondo il responsabile immigrazione dell’Arci “il governo sta rispondendo all’emergenza perché non può fare altrimenti , ma la verità è che non si vuole registrare il fatto che questo paese ha bisogno di un sistema strutturato di accoglienza con molti più posti e risorse. Il paradosso è che in questo modo si sperperano molte più risorse pubbliche – conclude Miraglia -. I numeri sarebbe gestibilissimi con un piano strutturato, invece andiamo in emergenza, una situazione che non fa altro che generare rifiuto nelle comunità locali”. (ec)

 

 

 

 

facebook