Cronache di ordinario razzismo
25 03 2015

Là dove c’era un CIE ora c’è un CAS, una delle tante strutture istituite da pochi mesi per l’accoglienza “straordinaria” di richiedenti asilo. Ma la situazione non cambia. I CAS – Centri di accoglienza straordinaria – sono strutture nelle quali, dietro stipula di una convenzione con la prefettura locale, il gestore si impegna ad erogare un servizio di accoglienza, a fronte di un compenso di 35 euro quotidiane per ciascun migrante. Secondo il decreto di assegnazione delle convenzioni CAS poco conta che chi si occuperà dell’accoglienza non abbia alcun tipo di esperienza in questo ambito.

Lo scrive la campagna LasciateCIEntrare, che il 20 febbraio è entrata nel CAS (ex CIE) di Lamezia Terme. La struttura è gestita dallo cooperativa Malgrado tutto, la stessa che dal 1999 e fino alla fine del 2012 ha gestito il CIE di Lamezia, che è stato definito da più parti il CIE peggiore d’Italia. Quello era uno dei cie con il più alto numero di suicidi e di atti autolesionistici. Quello nel quale a un ragazzo di 18 anni è stato spezzato il midollo osseo provocando la paralisi totale e permanente degli arti superiori e inferiori.

Di seguito il resoconto della visita della campagna.

LasciateCIEntrare entra ed incontra i migranti nei CAS di Lamezia Terme (ex CIE) e di Feroleto – Calabria
20 febbraio 2015

Delegazione composta da
Yasmine Accardo (Associazione Garibaldi 101),
Emilia Corea e Fofana Mouctar (Associazione “La Kasbah”)

Là dove c’era un CIE ora c’è un CAS, una delle tante strutture istituite da pochi mesi per l’accoglienza “straordinaria” di richiedenti asilo. Siamo a Lamezia Terme ed alcuni referenti della campagna LasciateCIEntrare, che da anni si occupa di fare luce e informazione e pressione politica sulle “storture” del sistema, visitano il 20 febbraio una delle centinaia, forse migliaia (il Ministero dell’Interno non ha una mappatura “ufficiale”) strutture nelle quali – dietro stipula di una convenzione con la prefettura locale – il gestore si impegna ad erogare un servizio di accoglienza, a fronte di un compenso di 35 euro quotidiane per ciascun migrante.

Secondo il decreto di assegnazione delle convenzioni CAS poco conta che chi si occuperà dell’accoglienza non abbia alcun tipo di esperienza in questo ambito. Nel caso dell’affido alla cooperativa “Malgrado Tutto” possiamo stare tranquilli, l’esperienza c’è tutta! L’esperienza derivante dall’avere gestito dal 1999 fino alla fine del 2012 il CIE di Lamezia Terme quello che è stato definito da più parti il CIE peggiore d’Italia. Quello era uno dei cie con il più alto numero di suicidi e di atti autolesionistici. Quello nel quale a un ragazzo di 18 anni è stato spezzato il midollo osseo provocando la paralisi totale e permanente degli arti superiori e inferiori.

La struttura che la Malgrado Tutto gestisce è isolato su una collina, circondata dagli ulivi, a diversi chilometri dal centro di Lamezia Terme. Non ci sono più le sbarre alte 10 metri, le gabbie nelle quali venivano rinchiuse le persone (quelle apparse nelle foto di un noto mensile pochi mesi prima della chiusura del CIE) sono vuote. Vuoto è anche il posto di polizia. Ma l’aria che si respira è sempre la stessa. Camminare all’interno del recinto nel quale fino a qualche anno fa venivano rinchiusi i migranti come animali allo zoo, provoca una strana sensazione. E le richieste accorate di aiuto che pervengono da parte dei migranti presenti nella struttura sono pressoché le stesse di qualche anno fa. Si sentono abbandonati a se stessi i trecento migranti “ospiti” della struttura, sono “parcheggiati” lì dentro da oltre un anno.

La struttura, della capienza di 80 posti, ne ospita attualmente all’incirca trecento. Le stanze, le ex celle in cui i migranti venivano rinchiusi fino a qualche anno fa, contengono 8, a volte 9 letti. I bagni sono sporchi, non c’è acqua calda né riscaldamenti. Il cibo è di pessima qualità, ci riferiscono. Molti dei ragazzi indossano solo una felpa e un paio di ciabatte. Gli stessi abiti che avevano addosso nel momento in cui sono arrivati in Italia. Troviamo alcuni di loro visibilmente influenzati e febbricitanti, eppure nessun farmaco è stato fornito loro, secondo quanto ci riferiscono.

A volte con i soldi del pocket-money provvedono da soli a comprare qualcosa da mangiare.

Quello che più o meno chiedono insistentemente tutti è perché a distanza di sei mesi non sia stato loro notificato il diniego dello status da parte della Questura, perché non possano usufruire di nessun tipo di assistenza sanitaria, perché la sensazione è che siano “sprovvisti” e gli sia negato ogni diritto.
La maggior parte delle persone ascoltate racconta di essere stata reclutata da parte del gestore della struttura, Raffaello Conte, per lavorare all’interno della cooperativa nel servizio di pulizia e manutenzione urbana. Dieci euro al giorno per un totale di dodici ore di lavoro è il compenso che gli è stato proposto e che loro hanno accettato.
Ci chiediamo come si possa arrivare a livelli di sfruttamento di questo genere, ci chiediamo e cercheremo di sapere se la Malgrado Tutto percepisce compensi e importi o finanziamenti pubblici per la fornitura di questo “servizio”. Se le amministrazioni pubbliche hanno per caso mai vigilato ed effettuato controlli sulla “legalità” dei servizi prestati e sulla garanzia di qualsiasi diritto, a partire da quelli della tutela del lavoro.

Questo “lauto” compenso inoltre non viene corrisposto da oltre quattro mesi, raccontano i ragazzi intervistati.

E’ difficile restare calmi in una situazione del genere, il senso di impotenza e di rabbia di fronte alla sopraffazione, alla riduzione delle persone a numeri, alla privazione di ogni diritto ci accompagna per tutto il tragitto che da Piano del Duca porta a Feroleto, dove sorge un altro CAS.
Il centro di accoglienza “Ahmed Moammud” è composto da due palazzoni che si affacciano direttamente sulla superstrada.

“Ospiti” all’interno di ogni struttura 150 persone per un totale di 300 uomini e alcuni minori non accompagnati. Qui la situazione è ancora più angosciosa! Nessuno dei ragazzi con i quali abbiamo parlato possiede la tessera sanitaria, nessuno di loro è iscritto al S.S.N. Nessuno di loro sa che per usufruire dei farmaci di cui avrebbero bisogno basterebbe recarsi dal medico e farseli prescrivere. Qui la panacea di tutti i mali è l’OKI che i migranti ricevono dagli operatori della struttura. Di medici nemmeno l’ombra. I ragazzi riferiscono che gli operatori sono tre in tutto. Nessun mediatore linguistico culturale. Eppure sono diverse le nazionalità presenti e non tutti parlano o capiscono l’italiano.
Di notte nonostante la presenza di minori non accompagnati, nessun operatore rimane con loro all’interno delle strutture. Eppure, secondo quanto stabilito dalla normativa vigente le strutture dovrebbero garantire ai minori la custodia in un luogo sicuro (art. 403 c.c.), nel quale ritrovare un calore e un ambiente di crescita “a misura di minore”, troppo spesso perduti con la migrazione.

A tal fine la normativa italiana relativa alle strutture di permanenza dei minori è volta a fissare alcuni requisiti che possano assicurare la riproduzione di un ambiente “familiare” (art.2, L184/1983), in cui il minore possa sentirsi accolto e rispettato. Le strutture di accoglienza hanno l’obbligo di garantire i livelli standard di tutela dei diritti fondamentali: accesso ai beni essenziali, servizi socio-sanitari in condizioni di parità con i minori cittadini italiani, assistenza legale gratuita, accesso all’istruzione di base diritto a ricevere informazioni sul loro status, possibilità di esprimersi in una lingua a loro comprensibile tramite la presenza di apposite figure professionali di mediazione linguistico culturale e, soprattutto, protezione da ogni forma di abbandono, abuso, violenza e sfruttamento. Nel centro di malaccoglienza di Feroleto nessuno di questi standard è garantito. I ragazzi ospitati all’interno si recano due volte a settimana in una chiesa vicina dove un prete tiene un corso di italiano.

Il pocket-money, riferiscono, fino a qualche tempo fa si aggirava intorno ai 60 euro al mese, in seguito sono stati loro erogati 50 euro al mese ma è da tre mesi ormai che non lo ricevono. Il tutto è ridotto al minimo: sedie e letti consunti, muri sporchi e ingialliti, il cibo scadente.
Solitudine e abbandono. Quasi tutti hanno già fatto l’audizione presso la Commissione per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato. C’è un solo avvocato, ci dicono, che si occupa dei loro ricorsi. Uno solo per trecento persone. Ma ignorano come si chiami né hanno il suo numero di telefono. Dopo averlo incontrato una sola volta e avere firmato un paio di fogli non lo hanno più visto. Non sanno, quindi, se il ricorso sia stato effettivamente presentato .

Ci chiediamo anchein che modo siano stati scritti i ricorsi se l’avvocato non ha parlato con i singoli per conoscerne la storia personale, i percorsi affrontati per giungere in Italia ed in Europa, le rotte ed i paesi di transito. Molti dei ragazzi con i quali abbiamo parlato raccontano di essere nel centro da oltre un anno. In un limbo perpetuo, senza più energie per porsi domande. Tutte le forze ridotte all’attesa e alla delusione profonda che scava i volti. Nessuna strada davanti.
Fatta eccezione per quella lastricata di facili guadagni per chi gestisce questi luoghi. La stessa strada sulla quale muoiono tutte le speranze di una vita dignitosa. Accogliere i migranti? Basta disporre di quattro pareti e qualche branda. Tanto chi controlla? Sulla strada del ritorno ci accompagnano le parole pronunciate da uno dei giovanissimi ragazzi del centro: “siete le uniche persone con le quali parliamo da tempo, nessuno viene mai qui a chiederci come stiamo, cosa vogliamo, ci sentiamo come se fossimo spazzatura scaricata in questo posto. E tra poco, quando sarete andati via saremo nuovamente soli, abbandonati e dimenticati dal resto del mondo”.

Di seguito il link dell’articolo pubblicato il 23 marzo su repubblica.it, scritto dalla giornalista Raffella Cosentino: Nell’inferno dei Centri di accoglienza straordinaria, “Tanto chi controlla?”

Accoglienza e Mafia Capitale: azione a Roma

  • Mercoledì, 11 Marzo 2015 12:44 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
11 03 2015

Blitz di migranti e degli attivisti della rete Resistenze Meticce dentro il Servizio Generale S.P.R.A.R., che gestisce l'accoglienza a Roma. In corso un incontro con il dirigente responsabile, mentre all'esterno si sta svolgendo un presidio. Leggi anche Prosegue la lotta dei migranti ospiti nel progetto ASTRA

In mattinata alcune decine di migranti assieme alla rete Resistenze Meticce hanno fatto un blitz alla sede centrale dello S.P.R.A.R. (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati. Il sistema degli SPRAR, di cui abbiamo già parlato più volte, è lo strumento attraverso cui i comuni italiani gestiscono l’accoglienza, di concerto con il ministero degli interni.

Gli ospiti del centro Metro Hotel, autori del blitz, vivono da mesi in condizioni di profondo disagio, senza acqua calda e con la corrente che salta a causa di un impianto non in grado di sostenere il consumo elettrico della struttura. L’ennesima storia di sfruttamento dei rifugiati su cui le cooperative del sistema “Mafia Capitale” lucrano da anni, dato che “si fanno più soldi coi migranti che con la droga”.

Il centro in cui i miganti sono ospitati è infatti gestito da tre cooperative, una delle quali è la cooperativa “Eriches29”, salita più volte alle cronache negli ultimi mesi per far parte del sistema Buzzi-Carminati. Sistema basato sullo sfruttamento dei migranti attraverso la speculazione sui fondi destinati all’accoglienza, come in questo caso, dove gli ospiti dichiarano di non ricevere neanche un euro dei soldi che dovrebbero spettare loro ogni giorno.

Il centro Metro Hotel ora sta – fortunatamente – per essere chiuso e gli ospiti verranno trasferiti, resta però l’incognita della destinazione di queste persone, che nel frattempo hanno avviato la pratica per richiedere lo status di rifugiati. Un iter burocratico lungo e complesso, il cui esito non è scontato e che, se trasferiti fuori dal Comune di Roma, sarebbero costretti a ricominciare da capo. Già negli scorsi giorni avevano inviato una lettera alle istituzioni competenti chiedendo dei chiarimenti sulla loro situazione.

Richiesta rimasta inascoltata e che li ha spinti ieri ad inviare una nuova richiesta ed oggi ad "andare a trovare" direttamente i responsabili della gestione degli SPRAR romani.

L'incontro ha ottenuto per tutti i migranti il mantenimento della Commissione Asilo a Roma. Quindi, anche se alcuni di loro verranno trasferiti fuori città, l'ufficio centrake dello SPRAR pagherà le spese di viaggio andata e ritorno per Roma, dove gli ospiti finiranno l'iter dela richiesta d'asilo. Non sono sempre gli utlimi a pagare Mafia Capitale.

Psicofarmaci fuori controllo nel Cie di Ponte Galeria

  • Martedì, 24 Febbraio 2015 14:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Hurriya
24 02 2015

Qualche tempo fa vi avevamo raccontato di come nel lager di Ponte Galeria venisse fatto uso di psicofarmaci per sedare e tenere sotto controllo tutti/e coloro che si ribellavano all’internamento, alle deportazioni e ai loro aguzzini (qui).

Quelle denunce avevano avuto come conseguenza la rimozione coatta di un articolo sul sito dinamo press, che aveva pubblicato il comunicato di un’azione alla sede romana della cooperativa che gestiva il Cie (ne abbiamo parlato qui ).

Non crediamo si tratti di uno scoop, poiché questi ulteriori dispositivi di annientamento li riconosciamo in tutti i tipi di carcerazione, ma in realtà anche alcuni giornali main stream avevano portato alla luce, in passato, come tale pratica fosse diffusa (nel 2012 e nel 2013).

A distanza di nemmeno un anno, nonostante il cambio di gestione del Cie romano, è da poco uscito su Left un reportage dedicato all’uso e all’abuso di psicofarmaci che viene fatto nel lager romano dal Titolo “FARMA-CIE. Sbarcati, rinchiusi e sadati. Nel Cie di Ponte Galeria l’uso di psicofarmaci è fuori controllo” che potete leggere qui.

Adesso denunciateci tutti.

I Cie non si possono umanizzare, dei Cie solo macerie.

Il Fatto Quotidiano
24 02 2015

Il nuovo governo di Alexis Tsipras, in Grecia, ha annunciato la chiusura del Cie di Amygdaleza, il centro di identificazione ed espulsione recentemente passato alla cronaca per il suicidio di un migrante recluso e per una serie di ronde violente messe in atto dagli agenti del centro nei confronti degli immigrati. Una struttura già denunciata dai media greci per le terribili condizioni in cui vivevano i soggetti detenuti, tra la mancanza dei più elementari diritti civili e la totale assenza delle necessarie norme igienico sanitarie.

Il governo Tsipras ha inoltre annunciato la progressiva chiusura di tutti i Cie del Paese, inizialmente rilasciando i soggetti più vulnerabili (minori non accompagnati, donne incinte, anziani, malati, vittime di tortura etc) e successivamente proponendo un’opzione alternativa alla detenzione, come l’obbligo di firma al commissariato di polizia e la dichiarazione della propria residenza.

Nel frattempo, nel Cie di Ponte Galeria a Roma, due migranti si sono tagliati le vene all’altezza dell’incavo interno del gomito e hanno successivamente ingoiato le lamette per protesta contro le condizioni in cui sono costretti a vivere. In contemporanea, 13 richiedenti asilo sono stati espulsi dal centro accoglienza Namastè di Roma, per aver protestato contro la mancata erogazione del “pocket money”: il kit igienico mensile e la diaria di 2,5 euro data in forma di beni (abbonamento per il trasporto urbano, ricariche telefoniche, tabacchi e buoni pasto). Dopo l’ordinanza di revoca delle misure di accoglienza da parte della Prefettura i 13 giovani si ritrovano dunque a vivere per strada, con la sola colpa di aver rivendicato qualcosa che gli spettava per legge. Un diritto che gli era stato negato, insieme all’erogazione del cibo e dell’acqua calda, a seguito del commissariamento della cooperativa che gestiva il centro, Eriches Coop. 29 giugno, coinvolta nell’inchiesta Mafia Capitale.

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Un’indagine che ha ampiamente dimostrato quanto sbagliato e dannoso possa essere il sistema di accoglienza attualmente in vigore. Un modus operandi che, solo a Roma, ha già portato a 37 arresti, insieme a centinaia di indagati che certamente si moltiplicherebbero se si decidesse di estendere le investigazioni su tutto il territorio nazionale.

Gare d’appalto truccate con accordi per la spartizione dei centri, personale carente o poco qualificato, servizi non corrisposti e strutture non a norma, fino a sconfinare nello sfruttamento della prostituzione, traffico di droga e giri di estorsioni.

Anche per questa ragione la Confederazione Usb (Unione sindacale di base) di Roma e Lazio ha organizzato la manifestazione del 23 febbraio, contro l’inefficiente sistema di accoglienza italiano e i numerosi scandali che lo hanno coinvolto. Richiedenti asilo, rifugiati, migranti e operatori del settore, uniti per denunciare la condizione di abbandono di centri spesso privi dei servizi minimi di assistenza, sprovvisti di riscaldamento e acqua calda e tenuti in piedi da operatori sottopagati, con contratti precari e turni di lavoro massacranti.

La protesta si oppone inoltre alla vergognosa campagna strumentale secondo la quale i richiedenti asilo e i migranti riceverebbero fino ai 40 euro al giorno di soldi pubblici. Una falsità spesso portata avanti da esponenti politici per riscuotere facile consenso, che puntualmente omettono di spiegare come questa cifra, solitamente più bassa, venga destinata alle cooperative in base a una valutazione sui costi di gestione dei centri, di cui solo un paio di euro vengono destinati agli immigrati per le loro piccole spese quotidiane.

La manifestazione intende inoltre commemorare le circa 330 vittime che hanno recentemente perso la vita negli ultimi naufragi nel Mediterraneo, che già hanno riaperto la polemica sulla chiusura dell’operazione Mare Nostrum e sulla totale inadeguatezza di Triton. Il nuovo sistema di pattugliamento delle frontiere era stato peraltro già bocciato dagli stessi analisti di Frontex, che in un documento del 28 agosto 2014 avevano previsto l’incremento di morti che già oggi ci ritroviamo ad aggiungere alle statistiche.

Gabbie dorate

La pena è scontata ma le sbarre non finiscono. Sette anni dopo il suo ingresso nel carcere di Rebibbia, Abdellah - nome di fantasia - osserva la città attraverso i vetri di una volante della Polizia. Direzione Ponte Galeria, periferia sud-est della Capitale. È qui, accanto alla Fiera di Roma, polo dei divertimenti per le famiglie romane, che si trova il più grande Centro di identificazione ed espulsione italiano. Come l'80 per cento dei migranti trattenuti nel centro, Abdellah proviene dal carcere; ha saldato il suo debito con la giustizia, ma a separarlo dalla libertà è un pezzo di carta.
Veronica Di Benedetto Montaccini, Left ...

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