×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

La Repubblica
16 02 2015

Ibrahim si è tagliato le vene all'altezza dell'incavo interno del gomito del braccio destro. Mostra la ferita sanguinante con grossi punti che la ricuciono. Ricorda le bocche cucite, la protesta che circa un anno fa portò alla ribalta nazionale le drammatiche condizioni del Centro di identificazione ed espulsione più grande d'Italia, quello di Ponte Galeria, a Roma. Un ammasso di ferro e cemento che si trova accanto alla Nuova Fiera di Roma, vicino all'aeroporto di Fiumicino. Ibrahim ha solo 19 anni e viene dal carcere, dove ha interamente scontato la sua pena, come tutti gli ex detenuti passati allo status di "trattenuti", cioè "ospiti" non più reclusi, formalmente. Devono essere identificati e rimpatriati. Nella metà dei casi questo non avviene.

Giovani vite bruciate. Rachid ha vent'anni, è marocchino. Anche lui si è tagliato le vene nello stesso punto. Poi ha ingoiato due pezzi di lametta. Lo dice con noncuranza. Mostra lo stomaco: "ce li ho ancora qui", dice. Arrivato in Italia all'età di tredici, scappò da una comunità di accoglienza per minori di Agrigento. Aveva creduto ai suoi connazionali che, per telefono, gli raccontavano di una vita ricca e bella nel Nord Italia e lo spinsero a fuggire. Ma arrivato a Modena, è finito come migliaia e migliaia di altri minori soli, nella tratta di minori a fini di spaccio di droga. Ha fatto il carcere. Ora è nel Cie. A soli vent'anni il futuro appare bruciato, più di quella frontiera che bruciò da piccolo (da harraga come si dice in arabo).

Autolesionismo, scabbia e disagi psichici. Mohammed invece ha mangiato un pezzo di ferro grande quanto l'indice e il pollice insieme. Ce l'ha dentro da una settimana. "Mi hanno detto che devo andare in bagno e buttarlo fuori, ma niente". Arrivato meno di due anni fa, non ha avuto guai con la giustizia. Lavorava in nero per un egiziano che ha un autolavaggio sulla Magliana. L'hanno preso e buttato in gabbia. Il suo sfruttatore è libero e impunito. Un altro ragazzo mostra una cartella clinica di pronto soccorso dell'ospedale Vannini del 3 febbraio, in cui c'è scritto che il 118 l'ha soccorso per trauma cranico mentre era in stato di fermo all'ufficio immigrazione. Un altro ancora mostra una diagnosi di psicosi che lo affligge. Un giovane che sostiene di avere 17 anni parla solo francese. È rinchiuso con altri sette uomini in una cella. Sono in isolamento per sospetta scabbia, perché condividevano la gabbia con altri due trattenuti che l'hanno effettivamente avuta. Materassi per terra. Lenzuola di carta lacere. Riscaldamenti rotti. Bagni allagati. Mura ammuffite. Gabbie ancora annerite dalla rivolta del febbraio 2013. Scene di vita quotidiana nei Cie. Una vita da 29 euro al giorno a persona, pagati dallo Stato alla cooperativa che lo gestisce. A un anno dalle bocche cucite, dalle lettere al Papa e al presidente della Repubblica, niente sembra essere cambiato a Ponte Galeria. Anche se il trattenimento massimo è diminuito da un anno e mezzo a tre mesi.

Appello al sindaco Marino per chiuderlo. "Chiediamo a Ignazio Marino, come sindaco e come medico, di visitare al più presto questa struttura e di mobilitarsi per chiederne la chiusura immediata, anche nella veste di autorità sanitaria locale - hanno dichiarato i Radicali di Roma dopo una visita - Oltre ai tentativi di suicidio e agli atti di autolesionismo, che sono ormai all'ordine del giorno, a Ponte Galeria persistono infatti casi di scabbia e di altre patologie dovute alla promiscuità e alle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere gli ospiti del centro". La delegazione era composta, tra gli altri, dal consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi e dal segretario di Roma, Alessandro Capriccioli. La visita è stata organizzata dalla campagna LasciateCIEntrare, che chiede la chiusura dei Cie perché "inutili" e l'applicazione di misure alternative alla detenzione amministrativa.

Appalti milionari. L'appalto triennale fino al 2017 costerà oltre 8 milioni di euro solo per la gestione data agli ex gestori del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, la cordata Gepsa - Acuarinto, formata da un'associazione culturale di Agrigento e dalla francese Gepsa (Gestion etablissements penitenciers services auxiliares), che fa capo a Cofely Italia, società del gruppo Gdf-Suez, multinazionale dell'energia. Attualmente i migranti rinchiusi sono 73, di cui 18 donne su una capienza di 364. Gli stessi soggetti gestiscono da gennaio anche il Cie di Torino, dove l'appalto è per 37 euro a persona trattenuta al giorno. Hanno vinto al ribasso su base d'asta di 40 euro ed erano gli unici concorrenti. "A Torino abbiamo trovato 20 migranti - dice Gabriella Guido, portavoce di LasciateCIEntrare che li ha visitati entrambi - lì il contratto prevede che per il primo mese venga pagata la quota per le presenze effettive di trattenuti, ma dal trentunesimo giorno di gestione si passa al corrispettivo della metà della capienza del centro anche se i trattenuti effettivi sono di meno". La capienza ufficiale a Torino è di 180 posti. "Visti questi numeri esigui, ci chiediamo a che servono strutture che hanno più personale dell'ente gestore e forze dell'ordine che trattenuti - continua Guido - il Cie ormai ha solo la funzione di dipingere il migrante come una persona pericolosa per la società davanti all'opinione pubblica".

A Bari un morto. Oltre al tempo di trattenimento, è stato ridotto anche il numero dei Cie attivi, passati da 13 a 5, con Milano, Bologna e Gradisca che vengono usati al momento per l'accoglienza dei profughi in arrivo e non più per la detenzione e i rimpatri. Sono state chiuse anche le sezioni femminili, ultima quella di Torino, per cui l'unica sezione per le donne resta quella di Roma. Ciò nonostante, nei Cie si continua a morire giovani. L'ultimo in ordine di tempo è Reda Mohammed, 26 anni, che nel Cie di Bari è deceduto per "arresto cardiorespiratorio irreversibile" lo scorso 7 febbraio.

Il Cie di Torino non chiude, sarà una piccola Guantanamo

  • Giovedì, 05 Febbraio 2015 14:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Garantista
05 02 2015

Il Centro di identificazione ed espulsione di Torino non verrà chiuso, ma sarà adibito per rinchiudere – almeno transitoriamente – i presunti terroristi islamici . La chiusura era stata promessa dallo stesso Sergio Chiamparino, il presidente della regione Piemonte. Invece ora si viene a scoprire che nel Cie torinese di via Brunelleschi verranno rinchiusi potenziali jihadisti.

In realtà il centro è già stato messo alla prova. Veniamo così a conoscenza che l’operaio pakistano di 26 anni, residente a Macerata, che inneggiava sul web alla Jihad, esultando su Facebook per la sanguinosa catena di esecuzioni Isis, il 20 gennaio scorso è stato rinchiuso nel Cie di Torino assieme ad altri islamici colpiti da provvedimenti analoghi in Piemonte. Lo avevano prelevato nel calzaturificio di Civitanova Marche – dove lavorava da anni – gli investigatori della Digos di Macerata; il gip del Tribunale ha convalidato la sua immediata espulsione. Il giovane, in Italia da 12 anni con la famiglia, non ha alcun tipo di precedenti e si era difeso: «Non ho contatti con i guerriglieri, ho ricevuto i video jihadisti da un amico», aveva detto. Ma dopo la permanenza nel Cie, è stato espulso.

Il Centro di identificazione ed espulsione di Torino dunque diventerà un luogo di transito, ultima meta prima del rimpatrio definitivo, di presunti fiancheggiatori, propagandisti, arruolatori, «foreign fighters» in partenza o di ritorno dai fronti di guerra del Califfato dell’Isis, tutti gli espulsi dal territorio nazionale dopo indagini incrociate tra l’intelligence europea e l’anti-terrorismo di polizia e carabinieri, in stretto collegamento con il Viminale.

Il Cie in questione doveva essere chiuso. Fu visitato dal senatore Luigi Manconi e ne denunciò la situazione degradante. Poi fu la volta degli esponenti del Sel, tanto da presentare un’interrogazione parlamentare. E infine c’è stato il consiglio regionale del Piemonte che aveva approvato una mozione presentata da Sel che chiede la chiusura. Invece la beffa. Nel più stretto riserbo hanno ristrutturato varie sezioni del Cie e dai 20 posti attuali, se ne otterranno ben 90. Siamo passati dalla chiusura imminente, ad una riproposizione di una piccola Guantanamo?

Damiano Aliprandi

Lasciateci entrare
20 01 2015

INVISIBILI TRA GLI INVISIBILI AL CARA DI CROTONE

Visita al CARA di Crotone in data 22 dicembre 2014 a cura della campagna LasciateCIEntrare

L'INGRESSO

Una delegazione di LasciateCIEntrare accede al CARA di Crotone il 22 Dicembre alle ore 10.30. E’ composta da Francesco Noto, Ahmed Baraou e Yasmine Accardo. Dopo aver presentato documenti e foglio di autorizzazione all’entrata ci lasciano entrare senza scorta. Restiamo straniti, abituati ad entrare sempre scortati da poliziotti ed addetti. Immaginiamo che il sistema di sorveglianza sia qui, probabilmente, molto sicuro. Ci guardiamo intorno alla ricerca delle telecamere. Effettivamente ce ne sono molte.

I CAMPI DOVE SI COLTIVANO SOLDI

Ci dirigiamo subito verso il Campo A, la Baraccopoli di container gialli e blu dove i migranti stanno svolgendo le loro attività quotidiane: mercatini improvvisati, vendita al dettaglio di bibite, lavaggio vestiti che appendono sulle funi montate tra un container e l’altro. Abbiamo modo di parlare con diversi di loro. Alcuni sono arrivati da poco altri sono qui da oltre un anno. Nessuno inizialmente vuole parlarci. Sono guardinghi e si girano intorno come a valutare la presenza di altri. Gli diciamo che rappresentiamo una campagna che si pone l’obiettivo di salvaguardi dei diritti. Non si fidano e molti restano in silenzio. Alcuni ci dicono che non possono parlare con i giornalisti, perché altrimenti il rischio è quello di non avere il permesso di soggiorno. Qui non vogliono che loro parlino e loro preferiscono non farlo. “Siamo qui, intanto. Siamo obbligati ad accettare tutto. Voi uscirete e noi resteremo con loro”. Nei container dormono fino ad otto persone. In ognuno c’è un fornelletto, che i migranti comprano da se. I container sono sporchi e malmessi. Ci chiediamo come si riscaldino lì dentro. Un container ha la porta aperta e mostra macerie di un incendio. C’è un gatto dentro che si lava. Molti dei migranti sono in città dove si recano anche per cercare un piccolo lavoretto o per fare una passeggiata. Ci raccontano che con i crotonesi, però, non hanno alcun contatto. Ci avviciniamo ai bagni dove alcuni addetti hanno appena terminato le pulizie. Le docce sono otturate e quindi l’acqua ristagna alla base e le pareti sono quindi ammuffite. Cambiamo area e cui dirigiamo al campo B, per la strada incontriamo altri migranti. Loro ci salutano e riusciamo a scambiare qualche parola in più. La scena è sempre la stessa: si guardano intorno preoccupati. Qualcuno di loro ci incalza dicendoci che lì non sono trattati bene: vanno dal medico e non vengono assistiti. Uno di loro ha un problema agli occhi e continua ripetutamente a chiedere assistenza, ma gli viene detto che non ha niente e non ha bisogno di nessuna terapia. Eppure lui continua a non vedere bene. Si strofina gli occhi e si chiede se sia giusto essere trattati così. Il suo compagno ha dolori alterni all’addome ma anche per lui la risposta è stata la stessa: non hai niente. Vogliamo sperare che sia davvero così. Continua a parlarci dicendoci che nessuno qui riceve soldi. Hanno soltanto un pacchetto di sigarette a settimana. Internet lo pagano due euro all’ora e se lo sono fatti da se. Esiste anche il barbiere, dato che quello del campo non deve funzionare un granchè, un euro il taglio capelli, cinquanta centesimi la barba. Mentre parliamo con alcuni migranti, altri a gruppi ci guardano da lontano. Vorrebbero probabilmente avvicinarci ma non lo fanno.

GLI AVVOCATI SCIACALLI

Proseguiamo verso l’area B, dove c’è anche una moschea. le abitazioni non sono baracche ma moduli abitativi bianchi. Più migranti ci si avvicinano qui. Confermano tutti quanto ci hanno già detto altri. In particolare ci raccontano che nel caso qualcuno ricevesse negativo dalla commissione, un avvocato dell’interno li manda da un collega a Crotone, che si prende 200 euro per i ricorsi. Non tutti hanno questa cifra. E devono averla però entro 15 giorni dal diniego. Altrimenti niente ricorso e nessun documento. Quindi devono procurarsi soldi e lo fanno cercando piccoli lavoretti a Crotone, facendo l’elemosina ai supermercati o cercando vestiti nei rifiuti da rivendere una volta puliti. Soldi anche per telefonare ai propri cari. Perché non gli danno nemmeno le schede telefoniche.

COSI' DOVREBBERO ESSERE LE VISITE NEI CENTRI DI DETENZIONE

In quest’area c’è una donna che ha partorito da poco, dentro al centro. Dice che non hanno voluto portarla in ospedale e che ha sofferto pene indicibili. Avrebbe voluto fare il parto cesareo. Ma niente da fare ha partorito lì. Siamo al campo da circa due ore e mezza. Nessuno a parte i migranti si è avvicinato a noi. Entriamo nelle palazzine dove ci sono gli ambulatori per le visite, i saloni dove si fa scuola. Giriamo tutto l’edificio e ridiscendiamo. Stanno chiamando i migranti al pranzo ed assistiamo alla distribuzione. Le porzioni di cibo sono minuscole: Riso e carne, di cui non si conosce la provenienza. Molti qui sono musulmani, lamentano che vorrebbero carne halal, ma ci hanno rinunciato: o questo o niente. Il pasto è composto da: una fettina di carne, una porzione di riso, una mela, una bottiglia d’acqua. Mentre siamo lì, avremmo potuto fare la fila per prendere il cibo, ma non avevamo la tessera. Qui non ti guardano nemmeno in faccia.

IL CAPANNONE DEL BENVENUTO

Verso le 13 e 15 arriva un autobus ed un folto gruppo di poliziotti e militari. Ci avviciniamo al capannone. Salutiamo poliziotti e militari ed entriamo senza alcun tipo di ostacolo. Nel capannone ci sono circa 50 migranti, siriani, appena arrivati. Sono seduti sui letti e gli viene dato il pasto, che consumano in maniera poco dignitosa, mentre un mediatore di lingua araba spiega in fare piuttosto severo qualcosa. Ci avviciniamo ai migranti per sapere da dove vengono: dalla Turchia. Ci sono donne e bambini. Lasciamo un nostro contatto telefonico. Mentre parliamo ad un tratto il mediatore punta il dito verso Ahmed.” Lui non l’ho identificato”. Ahmed risponde dicendo che lui ha già i documenti. C’è il responsabile della prefettura che comincia ad urlare, dicendo lui lì cosa ci fa e chi l’ha autorizzato ad entrare. Rispondiamo tutti insieme che siamo la delegazione di LasciateCIEntrare. E siamo autorizzati dalla prefettura, cioè da lui. Continua ad urlare e ci ordina di uscire. Vuole sapere da dove siamo entrati: “dalla porta centrale. Abbiamo lasciato i documenti e mostrato l’autorizzazione”: Non ci crede e continua a sbraitare. Arrivano i poliziotti cui mostriamo il foglio di autorizzazione. Ci guardano sgomenti: non sapevano che fossimo lì!

IL BUONSENSO

Ci invitano ad uscire, dicendoci che comunque noi lì non possiamo stare, perché ci sono migranti appena arrivati. Gli diciamo che proprio da Crotone, ci erano giunte segnalazioni su pestaggi ai migranti per prendere le impronte. E che l’on Intrieri ne fece un’interrogazione parlamentare. Ci accompagnano verso l’uscita, mentre continuiamo ad incalzarli su quanto accaduto a Crotone pochi mesi fa. Ci assicurano che loro accolgono i migranti e li trattano bene. Il poliziotto ci chiede se abbiamo scattato foto, confida nel nostro buon senso. Gli diciamo che ci opponiamo al non prendere foto all’interno. E quindi ci lascia all’uscita.

Dopo un'ora riceviamo una telefonata da un siriano all’interno: vogliono costringerli a prendere le impronte. Diamo loro nome di avvocato e numero di telefono. Cominciano uno sciopero della fame. Chiamiamo l’avvocato, che si dirige verso il cara. Proviamo a rientrare. Ce lo permettono. Incontriamo nuovamente il poliziotto che ci aveva accompagnato all’uscita. Incalziamo nuovamente . chiedendo di poter entrare lì dove sono i siriani, per garantire il diritto di non rilasciare le impronte, con procedura indicata da documento ASGI (che inviamo per mail). Il poliziotto telefona ci lascia a lungo in attesa. Dopo una mezz’oretta torna. Ci dice che non possiamo andare ma che ai migranti non prenderanno le impronte. Gli diciamo che c’è un avvocato e che la parola “Forzate” non significa a suon di botte. Ci accompagna nuovamente all’uscita. Più tardi entrerà nuovamente un’altra persona, Simona Martini, sempre come LasciateCIEntrare per assicurarsi delle condizioni dei migranti: i bambini giocano e non ci sono problemi. I migranti siriani se ne andranno il giorno dopo. Noi per tre ore siamo stati invisibili tra gli invisibili.

LA PUZZA DEI SOLDI

Ovviamente rimane l'amaro in bocca, per la nostra impotenza di fronte a queste strutture-mostro che fagocitano esseri umani e macinano soldi. Ma lo Stato e il parastato sa dove piazzarle. Tutto il tempo della visita ha spirato un vento che oltre ad abbassare le temperature profumava l'aria di quel tanfo che senti quando sei vicino ad una discarica. Sono le discariche dei Vrenna. Qui tutto intorno è un via vai continuo di camion che trasportano, smistano, triturano, trasformano i rifiuti in soldi. Esattamente con il Centro di Crotone, al posto dei rifiuti provenienti dagli oggetti, esseri umani.

AHMED

La mia visita lampo al"cara" di Crotone è stata una sorpresa per me Ahmed Berraou. Vivo in Italia da 20 anni e sono un imam. Sono stato presidente della comunità islamica dal 1997 fino al 2011 ed oggi sono presidente di un’ associazione di volontariato nel'ambito immigrazione oltre che mediatore culturale da anni e sindacalista nel direttivo della CGIL. Sono stato chiamato dalla Campagna LasciateCIEntrare per far parte della delegazione in visita al CARA il girono 22 Dicembre c.a. Siamo arrivati la mattina a Crotone, passando per una strada ben nota per il degrado ambientale e le discariche. Intorno alle 10.30 siamo arrivati al CARA di Santa'Anna io, Francesco e Yasmine. Abbiamo presentato l'autorizzazione ad entrare del prefetto, lasciato le nostre carte d'identità ed abbiamo percorso soli il lungo vialone che conduce all’interno. Ci siamo diretti verso il Campo A che da più di 10 anni si trova lì e si compone di container di ferro sistemati in fila al cui interno “dimorano” un minimo 8 persone per lo più asiatici e maliani in condizioni igieniche del tutto insane e dove il sistema elettrico non possiede alcun sistema di sicurezza..In alcuni containers sono stati allestiti anche dei negozietti fai da te di migranti che si trovano lì da oltre un anno. L’assistenza sanitaria è penosa, così mi riferiscono tutti i migranti con cui riesco a parlare, soprattutto perchè è difficilissimo incontrare i medici, visto che per lo più vengono visitati da infermieri o stagisti. Il cibo è insufficiente e senza né gusto nè sapore, oltre che non avere nessuna indicazione se sia o meno helal, nel caso si tratti di carne. Tutte le persone con cui ho parlato si lamentano di tutto ma sono costretti ad accettare le condizioni del campo per paura o per ricatto, visto che gli si dice. “o così o niente permesso di soggiorno”. La storia più triste è quella di una donna marocchina che ha partorito nel campo dopo una lunga sofferenza e che adesso ha una figlia malata di 4 mesi nata dopo un intervento dentro al cara e senza aver mai visto l’ospedale.

Continuando a visitare il campo siamo giunti al posto di prima identificazione dove abbiamo trovato più di 50 persone tra uomini, donne e bambini tutti siriani appena arrivati dalla sicilia. Stavano tutti dentro un capannone, un posto davvero poco degno per una prima accoglienza. Mi sono avvicinato a un giovanotto, che aveva la stanchezza tracciata pesantemente sul viso, a lui ho lasciato il mio biglietto da visita con numero di telefono per chiamare in caso di necessità. Stavamo scambiando due chiacchiere quando, dopo un po’, è arrivato un funzionario della polizia e dell'accoglienza che ha cominciato a gridare gridando e bestemmiare, usando parole molto volgari e senza motivo. Diceva che noi non potevamo stare lì e chiamato la polizia, l'esercito, i carabinieri e la guardia di finanza per impedirci di restare lì. Quindi siamo stati “scortati fuori” e dopo un po’ siamo stati richiamati dal siriano cui avevo lasciato il mio numero. Volevano costringerli a prendere le impronte con la forza. Così siamo entrati di nuovo, però la polizia ci ha impedito di parlare con loro, che all’interno erano già in sciopero della fame. Abbiamo però spiegato loro che non potevano prendere le impronte per forza e che esiste un’altra procedura e non solo, che già da l’ erano arrivate segnalazioni di “botte” ai siriani, nei mesi precedenti. Abbiamo chiamato un avvocato di zona perchè li potesse difendere, ma non è stato fatto entrare. Poi è arrivata un’altra ragazza del volontariato della zona, che aiuta molti siriani. E’ entrata anche lei, ma non le è stato permesso di vedere i siriani del gruppo. Comunque è proprio il campo della Vergogna!

Marta Bonafoni
23 12 2014

Le sorti del personale della società Auxilium, che ha perso la gara d’appalto indetta dalla prefettura per il prossimo triennio. Al loro posto il Centro di identificazione ed espulsione viene oggi gestito da un raggruppamento di imprese guidato dalla francese GEPSA, società leader nella logistica di penitenziari e centri di detenzione. Un passaggio che pone diversi interrogativi e incide in maniera preoccupante sulle condizioni dei migranti e sulle prospettive degli ex-dipendenti.

ROMA – Il clamore delle inchieste sulla “Terra di mezzo” l’ha fatto passare in secondo piano, eppure quanto sta avvenendo al CIE di Ponte Galeria contribuisce a gettare una luce inquietante sulla gestione dei centri per migranti. Siamo alla mezzanotte di domenica 14 dicembre, quando decine di persone abbandonano il Centro di Identificazione e Espulsione, aperto nel 1999 all’estrema periferia romana. Non sono evidentemente i quasi 100 migranti trattenuti, bensì il personale della società Auxilium, che ha perso la gara d’appalto indetta dalla prefettura per il prossimo triennio. Al loro posto il CIE viene oggi gestito da un raggruppamento di imprese guidato dalla francese GEPSA, società leader nella logistica di penitenziari e centri di detenzione. Un passaggio che pone diversi interrogativi e incide in maniera preoccupante sulle condizioni dei migranti e sulle prospettive degli ex-dipendenti.

La telefonata. “Auxilium era mille volte meglio, chi gestisce oggi la struttura ha sottovalutato la situazione”. A dirlo non è stato uno dei dipendenti della società esclusa, ma Ibrahim (nome fittizio), che a Ponte Galeria è recluso da poche settimane. Raggiunto al telefono, ha raccontato nei dettagli gli effetti del cambio di gestione sulle condizioni dei migranti reclusi. “Nella sezione maschile siamo quasi 80, con dieci bagni alla turca che per i primi quattro giorni di gestione non sono stati mai puliti. Potete immaginare l’odore. Solo il 19 dicembre hanno portato la carta igienica, mentre fino ad ora non è stato ripristinato il servizio di barberia e non possiamo quindi rasarci da cinque giorni”.

La storia di Ibrahim. Accento romano marcato, Ibrahim è arrivato in Italia 24 anni fa, da ragazzino. Come molti reclusi, è stato portato nel CIE direttamente dal carcere, ma mai si aspettava di trovare un tale degrado. “All’interno del centro – ci ha spiegato con ansia – ci sono persone con gravi problemi di salute, che necessitano di cure specialistiche che non sono garantite”. Lui stesso dice di avere problemi di cuore e al sistema nervoso, di essere stato operato in passato e di dover assumere medicinali salvavita e sottoporsi a controlli costanti. Qui interviene un altro disservizio, ovvero la mancanza degli autisti, che Auxilium prevedeva anche per facilitare le visite ospedaliere: “adesso c’è solo un’ambulanza, che si mette in moto solo se uno cade per terra svenuto”. “In questo modo – prosegue – i giudici confermano la convalida di trattenimento oltre i 30 giorni anche per chi non sta bene, dicendo che non ci sono accertamenti medici che lo dimostrino”.

E i giornalisti restano fuori. Quella di Ibrahim è una fra le tante storie di person
e che si trovano nei CIE pur vivendo in Italia da anni o avendo presentato richiesta di asilo. A toccare con mano la situazione sono state Barbara Spinelli, europarlamentare italiana e Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio che ha appena presentato un’interrogazione per chiedere chiarezza sul numero e sulla gestione dei centri per migranti presenti in regione. Venerdì 19 hanno visitato la struttura di Roma, incontrando i rappresentanti della nuova gestione e diversi ospiti e, all’ingresso del centro, una delegazione dei 67 dipendenti di Auxilium oggi senza lavoro. Ad accompagnarle dovevano essere alcuni giornalisti e avvocati membri della campagna LasciateCIEntrare, che per la prima volta da quando la campagna è stata istituita sono stati bloccati all’ingresso senza nessun provvedimento formale, salvo una comunicazione della prefettura che “sconsigliava” la visita, viste “le normali situazioni di disagio e criticità fisiologicamente legate alle fasi di cambio gestione”. Il racconto dell’onorevole Spinelli e di Bonafoni, accanto alla testimonianza diretta di Ibrahim e di altri migranti contattati, ai video e alle foto inviateci, sono però sufficienti a definire i contorni di una vicenda che ha ben poco di normale, tanto che Gabriella Guido, coordinatrice di LasciateCIEntrare, ha parlato di “una Guantanamo italiana, che aggiunge ulteriore disumanità a luoghi già di per sé disumani”. Per capirne meglio i contorni bisogna viaggiare dalle periferie parigine alle coste siciliane.

Chi sono i nuovi gestori. E’ alle porte di Parigi che ha sede infatti GEPSA, acronimo che sta per Gestione Penitenziari E Servizi Ausiliari, titolare dell’appalto per Ponte Galeria. La società è una branca del gruppo Cofely, holding dell’energia che ha 2200 dipendenti solo in Italia e lavora per numerose amministrazioni pubbliche. Cofely è a sua volta controllata da GDF-Suez, fra i colossi mondiali dell’energia, al secondo posto per fatturato nel 2013 con oltre 80 miliardi di euro. Nell’agrigentino ha sede invece Acuarinto, associazione culturale che dal 1996 gestisce centri per richiedenti asilo, vittime di tratta e minori non accompagnati, su finanziamento diretto del governo o tramite il sistema SPRAR. La cooperativa romana Synergasia, specializzata in interpretariato e mediazione linguistica, ci riporta infine nella capitale.

Spesa dimezzata, servizi dimezzati. Sono questi tre soggetti, con l’apporto di Cofely, ad aver vinto la gara di appalto per la gestione del CIE di Ponte Galeria, bandita dalla prefettura di Roma dopo la naturale scadenza dell’appalto della Auxilium. Una vittoria che segue a quelle già ottenute nel 2014 per i CIE di Torino e di Milano – quest’ultimo convertito in centro per richiedenti asilo – e per quello di Gradisca di Isonzo, in Friuli, che dovrebbe essere riaperto a breve. Appalti da milioni di euro, più di 2 e mezzo solo a Roma, aggiudicati sfruttando il criterio dell’asta al ribasso: oggi per Ponte Galeria si spendono circa 28 euro a persona al giorno, a fronte dei 41 euro del precedente appalto. Inevitabile che ciò si rifletta sugli ospiti. Diego Avanzato, direttore del CIE e membro di Acuarinto, ci ha spiegato come questo dato vada rapportato alla capienza massima del CIE, passata da 364 a 250 posti. A ben vedere, però, questo peggiora ulteriormente la questione: se alcune spese – come quelle per i dirigenti e per la struttura, che è la stessa – rimangono fisse, la quota riservata ai servizi sarà infatti ancora più bassa. Non a caso il pocket money destinato agli ospiti è sceso da 3,50 a 2,50 euro al giorno, e – ha raccontato Ibrahim – “non abbiamo visto né mediatori culturali né psicologi”.

Il sistema delle aste al ribasso. E’ il sistema che ha permesso a GEPSA e ai suoi soci di diventare il principale gestore dei CIE italiani – 5 oggi in funzione – e di entrare con forza anche nei centri per richiedenti asilo, dai CARA ai CDA, eliminando competitors come Croce Rossa e, per Ponte Galeria, Auxilium. Un mercato fruttuoso e difeso a suon di ricorsi incrociati al TAR: GEPSA e Eriches 29 Giugno – la cooperativa di Salvatore Buzzi, oggi arrestato per Mafia Capitale – si erano contese la gestione del CARA romano di Castelnuovo di Porto, oggi andato a Auxilium, mentre in Friuli GEPSA era stata costretta a ritirarsi dalla redditizia gestione di CIE e CARA dopo il ricorso al TAR della rivale Connecting People. A pagarne le spese sono gli ex-lavoratori, formalmente ancora dipendenti di Auxilium, che attendono il promesso riassorbimento nella nuova struttura, e soprattutto i migranti reclusi, che in poche ore hanno visto peggiorare condizioni di vita già molto difficili.

Micromega
23 12 2014

di ***

Svariati giorni prima del 19 dicembre scorso avevamo chiesto di far parte della delegazione che avrebbe accompagnato nella visita al Cie di Ponte Galeria, vicino Roma, l’europarlamentare Barbara Spinelli (L’Altra Europa con Tsipras), in missione ufficiale.

Fra noi c’era chi lo aveva già visitato numerose volte e chi, invano, nel lontano 1999, aveva cercato di far luce sul caso di un recluso: Mohamed Ben Said, morto la notte di Natale di quell’anno, la mandibola fratturata, forse imbottito di psicofarmaci, comunque “soccorso” quand’era già cadavere.
Quella di Ben Said non è la sola morte da Cie e neppure da Ponte Galeria: nel corso degli anni ce ne sono state numerose.

Fin dal 1998, quando furono istituiti dalla legge Turco-Napolitano col nome di Cpt, alcune/i di noi non hanno mai smesso denunciarne l’arbitrio e l’irriformabilità; e a questo scopo negli anni recenti siamo entrate/i più volte nei Cie di tutta Italia.

Sapevamo bene, dunque, di quell’immenso carcere di massima sicurezza, con sbarre e gabbie riservate a persone colpevoli di non essere cittadini italiani e di non avere titolarità per restare in Italia. Ma entrare lì dentro è necessario, per conoscere e far conoscere all’esterno brandelli di storie di vite vilipese e de-umanizzate, per provare a raccontare la rabbia, la rassegnazione, l’umiliazione dei “trattenuti”: quelli che gli attuali gestori chiamano, assurdamente, ospiti o, peggio ancora, utenti. Altrimenti, ci si abitua alla banalità del male, si finisce per considerarla ovvia, al massimo dolorosa ma inevitabile.

Fino al 2011, entrare nei Cie, dopo un’autorizzazione della Prefettura, non era impossibile. Poi, il 1° aprile, sopraggiunse la circolare del ministro Maroni, che permise l’accesso solo ai parlamentari e ai funzionari di alcune organizzazioni umanitarie, vietandolo a giornalisti, avvocati, studiosi, attivisti... Così, un gruppo di giornalisti lanciò la campagna LasciateCIEntrare, che mobilitò la società civile, attirò l’attenzione dei media e infine portò, durante il governo Monti, alla sospensione di quella circolare.

Nel frattempo, molti Cie hanno sospeso l’attività: di tredici che erano operanti, oggi ce ne sono cinque e con capienza ridotta. Continuano ad esservi recluse persone in situazioni le più varie, perfino richiedenti-asilo, ma soprattutto migranti che, scontata una pena carceraria, sono di fatto condannati a una seconda pena.

Lo scorso anno, proprio in questi giorni e proprio a Ponte Galeria, era scoppiata la rivolta “delle bocche cucite”. Quasi una ventina di reclusi, infatti, si erano cucite le labbra per protestare contro la lunghezza dei tempi di trattenimento (allora diciotto mesi) e contro le condizioni di vita all’interno. La protesta terminò il giorno di Natale, grazie alla mediazione di un sacerdote, ma a più riprese continuarono le fasi di tensione. Solo da poco, finalmente, il governo ha drasticamente ridotto a novanta giorni i tempi massimi di trattenimento, ma i Cie restano ciò che sono: strutture concentrazionarie.

Intanto, a Ponte Galeria, a quello che sin dal 2010 era l’ente gestore, l’Auxilium, il 15 dicembre è subentrata la Gepsa, un’azienda francese, coadiuvata dall’Acuarinto, che ha vinto l’appalto riducendo drasticamente i costi (29 euro al giorno per ogni “trattenuto”), ma anche il personale e i servizi garantiti.

La visita programmata con Barbara Spinelli, per il 19 dicembre, cadeva, dunque, pochi giorni dopo il passaggio di consegne. Sicché la Prefettura, pur non negando esplicitamente l’ingresso, all’ultimo momento ci aveva “consigliato” di spostare la visita della nostra delegazione, fermo restando il diritto di entrare dell’europarlamentare, accompagnata.

Così, alle 13.30 circa del 19 dicembre, Barbara Spinelli varca le sbarre del Cie, insieme con due collaboratrici e con Marta Bonafoni, consigliere regionale del Lazio. L'ingresso nelle gabbie le è possibile unicamente perché compie un atto di disobbedienza civile. Mentre i reclusi sono ammassati contro le sbarre dell'ultima inferriata, che dà sul cortile della mensa, e la polizia è schierata a far barriera, riesce a sgusciare dentro e a parlare con i prigionieri.

Nel contempo, da dentro, Spinelli verifica il parere favorevole della Prefettura e contratta affinché anche noi possiamo entrare. Ma una funzionaria di polizia ci comunica che lei non ha ricevuto alcuna lista per ulteriori ingressi e che a decidere di negarci l’accesso sarebbe il dott. Mancini, responsabile dell’Ufficio immigrazione della Questura di Roma. A giustificare il diniego, le difficoltà connesse al cambio di gestione, le carenze non ancora risolte, la tensione dei reclusi...

Mentre discutiamo con la funzionaria, avendo già consegnato i nostri documenti d’identità a un milite nel gabbiotto d’ingresso, lei controbatte con una frase infelice: «Qui dentro ha cercato di entrare gente con precedenti penali. Chi ci dice che non ne abbiate anche voi?».

Insomma, per difetti di comunicazione fra apparati dello Stato e per l’indisponibilità della Questura ad accettare le richieste di un organo di governo qual è la Prefettura, veniamo tenuti fuori o, meglio, possiamo entrare nel cortile tramite cui si dovrebbe poter accedere al centro.

Intorno a noi, dei cani – antidroga? – rinchiusi in un furgoncino dei Carabinieri abbaiano furiosamente: anche loro, forse, esasperati per essere in gabbia. Ci chiediamo se siano gli stessi che, da più di un anno, sono (o erano) condotti abitualmente all'ingresso della mensa per “tenere buoni” i reclusi che passavano per recarsi a mangiare.

Barbara Spinelli, Daniela Padoan e Marta Bonafoni escono più volte per tentare di trovare una soluzione. Gabriella Guido, portavoce di LasciateCIEntrare, telefona ai vari soggetti istituzionali, che negano sia stata consegnata la lista dei nostri nomi.

Nell’attesa, parliamo con i nuovi gestori. Alle nostre domande sullo stato attuale del Cie, replicano che le loro regole aziendali prevedono che si possano dare informazioni solo se vagliate anche dalla Prefettura. Daniela Padoan telefona alla responsabile-comunicazione dell’“azienda”, la quale aggiunge che, per ottenere informazioni, è d’obbligo inviare una richiesta scritta alla sede della società nonché alla Prefettura, cioè «al nostro cliente». Come se non si trattasse di atti pubblici la cui trasparenza sarebbe d’obbligo, soprattutto al tempo di Mafia Capitale.

A tarda sera, dopo che anche l’on. Spinelli ha terminato un secondo giro nel centro, ci allontaniamo da quell’incubo di gabbie. Ce ne andiamo col dubbio che la discrezionalità rispetto agli accessi, che abbiamo constatata e subìta, non sia un incidente casuale ma una scelta. Ribassati i costi e peggiorate, almeno per ora, le condizioni della struttura, temiamo che l’ostilità della Questura e dell’ente gestore verso visitatori “indiscreti” divenga la norma. Sicché la riduzione dei tempi di trattenimento potrebbe avere, come contraccolpo, il peggioramento, se possibile, delle condizioni di vita nel Cie.

Quando, al contrario, in una situazione normale ove non c’è niente da nascondere, la collaborazione della società civile con gli enti locali e istituzioni quali le Prefetture, le Questure e il ministero dell'Interno potrebbe contribuire all’attività di controllo, monitoraggio, corretta informazione dell'opinione pubblica.

Tutto ciò ci preoccupa per la sorte dei reclusi e per lo stato dei diritti dell’intero Paese. Ci preoccupa perché crescente, ci sembra, è la volontà di tornare a celare le gabbie per umani con un muro di gomma, così da interdire ai reclusi il diritto di testimoniare e chiedere aiuto a quella società civile e a quella politica che non si rassegnano.

Uno dei responsabili dell’ente gestore ci aveva detto che loro, pur non apprezzando posti simili, sono orgogliosi di gestirli: «Qualcuno deve pur farlo e noi sappiamo farlo meglio di altri». Parole che fanno venire i brividi. Anche noi non apprezziamo questi posti. Qualcuno dovrà pur darsi da fare per chiuderli definitivamente. Noi, insieme a tanti altri e altre, cercheremo di farlo al meglio e ci riusciremo.

*** Antonello Ciervo, Stefano Galieni, Cinzia Greco, Annamaria Rivera, Giacomo Zandonini e, per solidarietà, Barbara Spinelli.

(23 dicembre 2014)

facebook