Allarme disoccupazione giovanile femminile

  • Martedì, 29 Aprile 2014 13:41 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
29 04 2014

La crisi economica in corso ha fatto guadagnare all’Unione Europea il triste primato, condiviso con le aree del Medio Oriente e del Nord Africa, della disoccupazione giovanile. Una ricerca della McKinsey & Company-Valore D mostra come e perché le ragazze siano quelle che ne stanno scontando di più le conseguenze. In Italia, in particolare, il tasso di inattività giovanile è il più alto in Europa e nelle nazioni occidentali. Dei circa 6,5 milioni di giovani italiani tra i 20 e i 29 anni il 49% è inattivo e di questi la maggior parte non studia, non lavora e non cerca lavoro. Tra le ragazze la quota è ancora più disarmante: per il 49% (quasi una su due!) sono inattive, raggiungendo dei picchi nelle regioni meridionali del 65-70%.

Come mai?

La ricerca della McKinsey & Company-Valore D enumera tra le cause i condizionamenti sui comportamenti femminili sin dall’età infantile, lo difformità tra la formazione universitaria e le opportunità di impiego, i trattamenti sessisti nel campo del lavoro.

Già nell’ambito familiare tendono ad imporsi certi stereotipi: il 52 % delle mamme gioca con le figlie mentre svolge attività domestiche, cosa che non fa con i figli. Nelle attività più propriamente casalinghe (come apparecchiare e sparecchiare la tavola, rifare la stanza, pulire) le bambine hanno un ruolo ben più attivo dei bambini. Anche durante il percorso scolastico e universitario le ragazze sono maggiormente penalizzate: ad abbandonare gli studi per problemi economici sono alle superiori per il 25% ragazze e per il 12% ragazzi, mentre all’università le prime sono il 67%, i secondi il 58%.

Finiti gli studi, trovare un lavoro coerente con i propri studi sembra molto più difficile per le ragazze che per i ragazzi: impieghi disallineati al corso di studi sono nel primo caso il 28%, nel secondo il 18%. Il motivo principale è che gli indirizzi privilegiati dalle ragazze tendono a non prestarsi alle opportunità di lavoro disponibili. Le lauree tecnico-scientifiche, nonostante vadano incontro a maggiori offerte lavorative e salari più alti, non godono molto delle preferenze femminili: le laureate in queste materie sono il 9%, mentre i laureati sono il 14,8%.

Un motivo centrale di questo disallineamento è la mancata consapevolezza degli effettivi sbocchi lavorativi conseguibili con il proprio percorso di studi, delle retribuzioni e della disponibilità di posti. Ma anche laddove li si conosce, questi elementi non costituiscono un criterio dirimente per la scelta.

In ultima analisi, grossi scogli si trovano anche sul mercato del lavoro. Già nei tirocini e negli stage i ragazzi vengono retribuiti nel doppio dei casi rispetto alle ragazze. Questo è uno dei motivi principali che rende le ragazze più insoddisfatte delle loro prime esperienze lavorative. Il precariato poi è in prevalenza di genere femminile: dai 25 ai 34 anni le precarie sono il 25%, staccando di 9 punti gli uomini.

Che fare?

Da un lato le ragazze devo essere più consapevoli e informate rispetto al cammino lavorativo che si avviano ad intraprendere, potendosi avvalere anche di un supporto familiare capace di indirizzarle e valorizzarle. Dall’altro le aziende devono impegnarsi, anche e soprattutto a proprio vantaggio, a garantire le stesse opportunità.

Ordinaria violenza

  • Mercoledì, 23 Aprile 2014 08:33 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

DinamoPress
22 04 2014

Polizia. Si tratta solo di fare male e di fare paura. Una strategia della deterrenza che, nel corso degli ultimi anni, si è lasciata dietro un buon numero di vittime.

Il «cre­tino», quello che scam­bia il corpo di una gio­vane ragazza per uno zai­netto impu­ne­mente cal­pe­sta­bile, il poli­ziotto in bor­ghese esi­bito ripe­tu­ta­mente da gior­nali e tele­vi­sioni come sim­bolo media­tico di ogni vio­lenza poli­zie­sca «fuori dalle regole», l’uomo messo all’indice dalla recita dello stato di diritto che «non guarda in fac­cia nes­suno» non dovrebbe sen­tirsi troppo solo. Pas­sano pochi giorni dalle cari­che di piazza Bar­be­rini ed ecco che i suoi col­le­ghi, nel corso dello sgom­bero vio­lento di una palaz­zina nel quar­tiere romano della Mon­ta­gnola, que­sta volta in divisa, si acca­ni­scono a colpi di man­ga­nello su chi giace inerme in terra. Con tutta evi­denza non può essere scam­biato per uno zaino o un sacco della spaz­za­tura. Sono corpi ben rico­no­sci­bili e del tutto inca­paci di difen­dersi quelli che ven­gono ripe­tu­ta­mente, deli­be­ra­ta­mente, col­piti a san­gue da un folto gruppo di poliziotti.

È uno sgom­bero di occu­panti, di senza casa, di sfrat­tati, non ci sono Palazzi del potere da difen­dere, zone rosse o piazze da tenere sotto con­trollo. Si tratta solo di fare male e di fare paura. Di una stra­te­gia della deter­renza dif­fi­cil­mente ricon­du­ci­bile al puro e sem­plice pia­cere poli­zie­sco di menar le mani. Il video che ritrae il pestag­gio è, se pos­si­bile, ancora più crudo di quelli girati durante le cari­che di sabato scorso. Non offre «immagini-simbolo» tenere o com­mo­venti su cui fare cat­tiva poe­sia. Solo la testi­mo­nianza di quell’ordinaria vio­lenza che quo­ti­dia­na­mente si eser­cita nelle caserme, nelle car­ceri, per le strade e che, nel corso degli ultimi anni, si è lasciata die­tro un buon numero di vittime.


*da il Manifesto del 17/04/2014

La gra­tuita bru­ta­lità messa in campo alla Mon­ta­gnola non può che signi­fi­care due cose. O che ciò che dicono i ver­tici della poli­zia e il Mini­stero degli interni conta meno di niente, che gli agenti se ne infi­schiano alta­mente. O che, «con­tror­dine ragazzi! Nes­suno vi vieta di pestare a pia­ci­mento, anzi». A dire il vero c’è anche una terza pos­si­bi­lità: che tutta que­sta indi­gna­zione per i diritti (e i corpi) cal­pe­stati dei cit­ta­dini non sia altro che una mise­ra­bile messa in scena. E forse è pro­prio quest’ultima even­tua­lità la più pro­ba­bile. Gli «eccessi» di poli­zia in Fran­cia li chia­mano «sba­va­ture», qui da noi ci si con­sola con la trita sto­riella delle «mele marce». Ma tutti sanno che il pro­blema sta nel frut­teto e, ancor più, nel suo coltivatore.

deLiberiamoRoma, occupato il Governo Vecchio

  • Martedì, 22 Aprile 2014 14:32 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
22 04 2014

Centinaia di persone aderenti alla campagna deLiberiamo Roma hanno aperto le porte del Governo Vecchio, la vecchia sede della casa delle donne per pretendere l'utilizzo sociale del patrimonio immobiliare pubblico. Oggi pomeriggio alle 15 in Campidoglio saranno consegnate le proposte sulle quattro delibere cittadine d'iniziativa popolare su acqua, scuola, patrimonio, finanza pubblica.

I cultori dell’estimo edilizio definiscono Palazzo Nardini di via del Governo Vecchio (rimasta nell’immaginario cittadino “la casa delle donne” che nel 1976 l’occuparono a seguito di una manifestazione notturna dipanatasi nell’intera città al grido “riprendiamoci la notte”) “un limbo catastale” perché le istituzioni (Comune e Regione) che, da decenni nulla fanno per la sua manutenzione, si scaricano a vicenda la proprietà. Il risultato? Oggi un arrugginito catenaccio e un altrettanto terrificante lucchetto, serra il portone quattrocentesco di questo edificio misurando, come un qualsiasi metro alla Moccia, il doppio bugnato a punta di diamante che l’incornicia.

Eppure siamo all’interno di quel sistema viario che il Papa del Rinascimento Sisto IV, su suggerimento del Bramante (che alcuni vogliono come autore anche di questo edificio), volle realizzare per aprire e connettere il Vaticano, ad oriente, oltre il Tevere, con lo sviluppo della città.

Quella che oggi chiamiamo “Governo Vecchio” è infatti la vecchia via del Parione che, con via di Panico e dei Coronari rappresentava il sistema dei percorsi urbani disegnati nella pianta della città “a ventaglio” che, convergenti verso il ponte di Castel S.Angelo, esaltavano l’accesso al Vaticano. Una via importantissima che ha determinato una sistemazione urbanistica restata immutata fino agli sventramenti fascisti degli anni ’30.
Oggi Palazzo Nardini è stato riaperto con un occupazione simbolica fatta dai molti (oltre 70 le organizzazioni che animano la campagna “deLiberiamo Roma”) che lo hanno assunto quale convitato di pietra del riutilizzo a fini sociali del tanto abbandonato e inutilizzato patrimonio immobiliare cittadino, che Renzi e Marino vorrebbero alienare per “fare cassa”. Riprendersi l’esistente come “diritto alla città” però non basta. Le delibere d’iniziativa popolare, che oggi stesso saranno presentate al Comune per iniziare la raccolta delle firme e poi discuterle in aula Giulio Cesare, così come impone lo statuto capitolino, sono quattro. Insieme a strappare agli energumeni della rendita e all’appetito del mercato immobiliare il patrimonio pubblico, le delibere interessano la ripubblicizzazione del servizio idrico, ovvero: la difesa del referendum del 2011; spezzare il Patto di Stabilità interno con "l’introduzione di altre misure di finanza pubblica e sociale che contrastino gli effetti che la crisi economico-finanziaria rovocano nella popolazione"; il diritto allo studio, il potenziamento delle risorse per le scuole pubbliche e dire basta ai finanziamenti alle scuole private.

Un panorama "romano"molto diverso da quello che Marino e i suoi assessori si accingono a disegnare, in ossequio a Renzi e al co-sindaco Alfano, fatto di austerità, tasse e privatizzazioni. L’inizio della raccolta delle firme è fissato per il 25 Aprile nel corso delle molte iniziative che ricordano la fine della tirannide fascista.

Firme e parole per continuare a riportare Roma a riprendersi i propri diritti non poteva che avere inizio, molto più che simbolicamente, dal palazzo di via del Governo Vecchio, dove le donne riuscirono a reinventare, con quella lunga occupazione sul finire degli anni ’70, le tematiche del movimento con cui seppero parlare alla città. Governo e Sindaco oggi vogliono continuare a minare questo rudere e criminalmente abbandonarlo a vantaggio di una miriade di luoghi del consumo alimentare e del vestiario, che giorno dopo giorno cancellano il suo essere stato nel corso dei secoli, pur per motivi differenti, uno spazio pubblico della città. A noi impedire questo e tanto altro.

Repubblica.it
22 04 2014

Oltre un milione di famiglie è senza reddito da lavoro, mentre sono più di quattro milioni gli italiani che chiedono un aiuto per riuscire a mangiare. E tutti i componenti 'attivi' che partecipano al mercato del lavoro sono disoccupati. E' quanto emerge da dati Istat e Coldiretti sul 2013 che descrivono una situazione drammatica: solo un anno fa erano il 18% in meno quelli senza redditi, 955.000 nel 2012 contro i 1.130.000 attuali. Tra questi quasi mezzo milione (491.000) corrisponde a coppie con figli, mentre 213.000 sono monogenitore, 295.000 single e 83.000 coppie senza figli

Il numero delle famiglie dove tutte le forze lavoro sono in cerca di occupazione risulta in crescita quindi di 175.000 unità, in termini assoluti. E nel confronto con due anni prima il rialzo supera il 50%, attestandosi precisamente al 56,5%. Si tratta quindi di 'case' dove non circola denaro, ovvero risorse che abbiano come fonte il lavoro. Magari possono contare su redditi da capitale, come le rendite da affitto, o da indennità di disoccupazione, o ancora da redditi da pensione, di cui beneficiano membri della famiglia ormai ritiratisi dal lavoro attivo. A soffrire di più, ancora una volta, è il Mezzogiorno, con 598.000 famiglie. Seguono il Nord, che ne ha 343.000, e il Centro, con 189.000. Ma il fenomeno avanza dappertutto rispetto a 12 mesi prima.

Ai dati dell'Istat si sposano quelli, ugualmente a tinte fosche, di
Coldiretti. Secondo un'analisi dell'Associazione sono 4.068.250 le persone che in Italia sono state costrette a chiedere aiuto per mangiare nel 2013, con un aumento del 10 per cento sull'anno precedente. Per effetto della crisi economica e della perdita di lavoro si sta registrando un aumento esponenziale degli italiani senza risorse sufficienti neanche a sfamarsi: erano 2,7 milioni nel 2010, sono saliti a 3,3 milioni nel 2011 ed hanno raggiunto i 3,7 milioni nel 2012. In particolare, nel 2013 si contano 303.485 persone che hanno beneficiato dei servizi mensa, mentre sono ben 3.764.765 i poveri che nel 2013 hanno avuto assistenza con pacchi alimentari che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di aiuto piuttosto che il consumo di pasti gratuiti in mensa. Una situazione drammatica che, osserva la Coldiretti, "rappresenta la punta di un iceberg delle difficoltà che incontrano molte famiglie italiane nel momento di fare la spesa".

Lavoro, la rovina del Jobs Act

Il Fatto Quotidiano
16 04 2014

Il Jobs Act, o almeno, la prima parte di quella che vuole essere la riforma Renzi del mercato del lavoro (l’ennesima in pochi anni) è inaccettabile.

È inaccettabile perché trova la sua ratio politica nella stessa retorica che ha accompagnato ogni riforma del mercato del lavoro che è stata introdotta nel nostro ordinamento negli ultimi quindici anni e secondo cui con l’aumento della cosiddetta “flessibilità” si avrebbe come effetto un aumento dell’occupazione.

Ma non vi è alcun nesso causale tra l’aumento della flessibilità e l’aumento dell’occupazione. Se si osservano i dati sull’occupazione dal 2004 ad oggi vediamo che, al netto della crisi, la progressiva riduzione dei diritti dei lavoratori (ovvero la precarizzazione sfrenata) ha avuto come unica conseguenza la perdita di potere contrattuale con un’incidenza sul reddito dei lavoratori a dir poco drammatica.

È inaccettabile perchè il D.L. n. 34/2014 è contrario alla normativa comunitaria (Direttiva 1999/70) in materia di contratti a tempo determinato.
Tale disciplina prevede che ciascuno degli Stati membri debba rispettare rigorosi principi di limitazione della temporaneità dei contratti e ribadisce la regola per cui il rapporto di lavoro è a tempo indeterminato, vietando inoltre agli ordinamenti nazionali di porre riforme peggiorative in materia (“clausola di non regresso”).

La nuova disciplina prevede la possibilità di stipulare contratti a tempo determinato a-causali (ovvero senza giustificazione) della durata complessiva di 36 mesi, all’interno dei quali è altresì possibile effettuare fino a 8 proroghe per ciascun contratto (con l’aberrante effetto di poter stipulare fino a 288 proroghe in 36 mesi senza motivazione alcuna – qui trovate un breve video che ne illustra le rovinose conseguenze).

Allo stesso modo è illegittima la riforma nella parte in cui viene modificato il contratto di apprendistato: eliminando ogni obbligo da parte dell’azienda di effettuare l’attività di formazione ai lavoratori apprendisti viene meno la causa stessa del contratto.

È evidente che nessuno assumerà più lavoratori con contratti a tempo indeterminato, così come evidente che i lavoratori assunti con questi nuovi tipi di contratti si guarderanno bene dall’avanzare richieste e rivendicare diritti sapendo che in qualsiasi momento potrebbero essere lasciati a casa.

È inaccettabile perché in questo modo il diritto al lavoro perde definitivamente ogni valore e con esso buona parte dei principi costituzionali che reggono il nostro ordinamento, dal momento in cui ogni accesso al lavoro avviene attraverso forme contrattuali che si fondano sul ricatto e lo sfruttamento della forza lavoro rispetto ai quali i lavoratori non avranno più alcuno strumento di difesa.

Per questi motivi, un gruppo di avvocati e giuristi, proprio in ragione dell’illegittimità delle norme contenute nel D.L. 34/2014, ha presentato un esposto alla Commissione Europea che invitiamo tutti a sottoscrivere. Lo trovate sul sito dei Giuristi Democratici; analogo esposto si trova anche sul sito dei Quaderni di San Precario.

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