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Abbatto i muri
15 04 2014

La repressione è un metodo. Non è un vizio che scappa alla “mela marcia” di turno. Si parla dell’albero, della maniera in cui si tengono i cittadini sotto scacco. Si parla di una politica che mette in croce i cittadini e poi criminalizza qualunque forma di protesta. Che sia movimento, partito, gente di piazza, comunque sia chi comanda avrà sempre brutte parole da spendere in direzione di chi dissente e belle parole in difesa dei tutori.

Intanto bisogna chiarire un punto: la povertà è un problema di ordine pubblico? Il disagio lo è? La rivendicazione di diritti lo è? Perché negli ultimi anni abbiamo solo sentito parlare di accattoni che lasciano sporcizia per le strade della capitale, gente sporca brutta e cattiva che imperverserebbe senza criterio né ragioni per le vie di quella città. Perché è la premessa che è sbagliata. Ed è sbagliata anche se in soccorso e a legittimazione della repressione arriva l’intellettuale tal dei tali che un po’ presta parola a difendere il governo di Israele e un po’ a farci ulteriormente oggetto della sua umanissima esperienza collaborata dai tutori che sarà brutta quanto vuoi ma è la sua esperienza. E’ sbagliata anche se si erge un coro che insiste nel rimuovere il conflitto per salvare le istituzioni patriarcali divise tra patriarchi cattivi e patriarchi buoni, e il punto è che sempre di patriarchi si tratta.

La repressione è un metodo. Non è qualcosa che scappa di mano e non c’è un modo giusto e un modo sbagliato per imporla. E’ repressione e basta. Si tratta di quello strumento di cui si serve una società in cui non si discute con le parti sociali, non gli dai mai spazio, le marginalizzi, isoli, le zittisci, le releghi fuori da tutto, e allora quelle parti sociali strepitano, urlano, e per finire le criminalizzi e le reprimi.

La gente che va in piazza starebbe volentieri a fare altro. Non va in piazza per sport, per sporcare la città, per disturbare il corretto svolgimento della democrazia. Quella gente lì rappresenta la democrazia ed è bene che chiunque sappia questa cosa. Un manganello contro di loro è un manganello contro un tentativo di partecipazione, contro una voce che racconta che ci siamo anche noi, quegli altri, gli zombies, i morti che camminano, i poveri, gli sfrattati, quelli che sono massacrati dalla precarietà, che rivendicano il diritto di poter progettare e non accettano più che alcune decisioni piovano sulle loro teste.

Quello che si fa da diversi anni è la costante criminalizzazione delle manifestazioni di piazza. Si demonizzano gli scioperi, i sit in, i presidi attivi, si sorvegliano le voci singole e collettive, si tiene a bada perfino la manifestazione femminista tal dei tali dove i tutori accorrono a sequestrare gli striscioni. Non c’è una maniera corretta e una scorretta in cui si può dire qualcosa che pensi valga la pena riferire al mondo. C’è solo il fatto che devi chiedere il permesso, ottenere una autorizzazione, contrattare con chi reprime per ottenere un minuscolo spazio per la libera espressione della democrazia.

Avete in mente voi quante volte accade che la persona più paziente resta lì per giorni a contrattare un percorso per un corteo che viene regolarmente sviato nelle zone più periferiche affinché il mondo non sappia? Come se la gente che prende pulmann, porta le bandiere, si sveglia presto al mattino, si affaticasse tanto solo per farsi un giro di giostra. Tra mille telecamere, fotografi utili alla repressione devi sapere che non ti prendono sul serio. Ti fanno sfilare per farti prendere l’ora d’aria ma il conflitto sociale di cui sei portatore devi tenertelo e mai esprimerlo. Non parlo di violenza perché chi fa del male alle persone fisiche, in piccole dosi o da stragisti, non mi è mai piaciuto. Senza contare che gli stragisti non erano roba della democrazia che chiedeva ossigeno per le persone. Le stragi erano strategia della tensione, un ulteriore metodo per tenere a bada tutti e offendere in modo violento il diritto di dissentire e manifestare.

Quella di cui fate parte è comunque Matrix, una democrazia truccata e questo prescinde dalle singole persone che possono anche credere nel mestiere che fanno ma di fatto servono a sedare l’opinione che va in controsenso. Servono ad arginare le conseguenze precise di una politica che massacra la gente tutti i giorni. Dal punto di vista umano posso anche comprendere chi reprime per lavoro ma poi smette la commozione e quando penso alle due parti in causa non riesco proprio, anche sforzandomi, a identificarmi con chi chiude la bocca al disoccupato, il povero, il cassintegrato, il precario, la non garantita, la prevaricata dalle leggi dello stato.

Un sistema gerarchico in cui chi sta a capo e mi comanda insiste nel dirmi che la repressione serve per il mio bene, mentre al governo c’è chi democristianamente molla un pacco di pasta in più a chi ha stipendi bassi togliendo quella stessa pasta ad altra gente che non sa cosa mangiare, quel sistema lì è paternalista e autoritario. In una nazione in cui il potere economico si barrica dietro i palazzi, protetto da leggi elettorali che escludono partiti di sinistra dalla discussione pubblica, mentre stiamo qui a farci prendere in giro su quel che rappresenta per davvero il jobs act, cosa altro resta alle persone per raccontare il proprio problema?

Che altro si può fare dopo le tragedie personali e familiari, i suicidi, le tante persone costrette a tornare in famiglia dopo anni di fallimentare precariato, pensionati ottantenni che hanno ancora le famiglie a carico e non sanno cosa fare… che altro si può fare di fronte a chi dimentica che non abbiamo niente, ché non possiamo pagare il diritto all’istruzione, alla sanità, a cose essenziali mentre il potere si fa beffe di chi è precario e una volta ci chiama capricciosi, un’altra fannulloni, e la volta dopo dice che se non trovi lavoro è colpa tua.

Voi che avete conti in banca e case di cui dite di non sapere nulla, voi che vi spartite beni, incarichi, donazioni per sopravvivere a voi stessi tra una fondazione e l’altra, voi che godete di privilegi e non vi manca niente, cosa potete saperne di quel che succede nella vita di una persona che sa come campare e che in definitiva se non si ribella si suicida? Voi, intellettuali, selezionatori di repressori buoni e repressori cattivi, avete presente la miseria? Avete in mente un modo per restituirci il futuro? Perché se ce l’avete siamo tutti orecchi. Siamo qui. Diteci come fare. Purché non pretendete una delega perché qui c’è gente che si autorappresenta e l’epoca dei poveri cristi poco istruiti che si affidavano a chiunque è anche finita. Diteci. Proponete una soluzione. E che non sia quella che conclude che bisogna rassegnarsi e stare zitti, per favore. Che non sia quella.

Se avete una soluzione vi ascoltiamo. Ma se non ce l’avete, allora, vi prego, abbiate almeno il buon gusto di tacere. Grazie.

Atlasweb
19 03 2014

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) chiede di “orientare” la protezione sociale verso i più svantaggiati, quelli che sono stati maggiormente colpiti dalla crisi e che hanno bisogno di una rete di sicurezza “minima” per non cadere nello status di “emarginati”.greciaprotestepovertà

Con la pubblicazione del rapporto “Panorama sulla società”, l’Ocse osserva che con la ripresa economica non ci si può permettere di incorrere nel rischio di lasciarsi tentare dal rinvio delle riforme strutturali, in primis pensioni e sanità.

L’organizzazione ricorda che dal 2007 il numero dei disoccupati nei suoi 34 paesi membri è aumentato di un terzo, fino a 48 milioni di persone, e che la percentuale di famiglie che non riceve alcun reddito da lavoro è raddoppiata in Spagna, Grecia e Irlanda (oltre il 16 per cento).

Questa tendenza interessa soprattutto i giovani e i lavoratori poco qualificati, mentre in termini relativi le donne e gli over 65 sono quelli che meglio stanno uscendo dalla crisi.

In media, con la crisi i ricchi hanno perso meno reddito rispetto ai poveri. Il divario sociale tra il 2007 e il 2010 è stato particolarmente importante in Spagna, Italia, Grecia, Irlanda ed Estonia.

Turchia, Spagna, Slovacchia, Grecia, Italia e Israele sono i paesi dove è più aumentata la povertà in questo periodo. Nel 2010 le maggiori proporzioni di popolazione povera (con redditi inferiori al 50 per cento della media) si riscontravano in Israele (20,9 per cento), Messico (20,4 per cento), Turchia (19,3 per cento), Cile (18 per cento), Stati Uniti (17,4 per cento), Giappone (16 per cento) e Spagna (15,4 per cento), rispetto ad una media dell’11,3 per cento nell’aerea Ocse.

Grecia e Spagna sono stati gli unici paesi membri dell’organizzazione in cui il tasso di occupazione tra il 2007 e il 2013 è sceso di oltre il 10 per cento, per situarsi al 49,2 per cento nel primo e al 54,3 per cento nel secondo, contro il 66,2 per cento di media nell’area Ocse.

Diario della guerra ai vecchi

  • Mercoledì, 19 Marzo 2014 08:53 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
19 03 2014

Dicono, ma poi andrà verificato perchè, sostiene Cottarelli, la decisione è politica, che sono in vista tagli alle pensioni di reversibilità e agli assegni di accompagnamento per invalidità. Dicono così, ma non stupisce troppo che a venir toccati siano i meno visibili e soprattutto i meno produttivi. Una persona giovane produce e consuma, qualora riesca ad avere un lavoro, sia pure tanto, tanto precario. Un vecchio no. Dunque, è inutile.
So che mi perdonerete anche stavolta se riporto qui un passo da “Non è un paese per vecchie”. Oggi, peraltro, mia madre compie 91 anni. Prende una pensione di reversibilità. Ce la fa a malapena, ma non ha mai perso allegria, ed è questo che mi ha insegnato, ed è per questo che la ringrazio, per questo vado avanti.

Nella cultura e nel pensiero, prima ancora che nelle scelte politiche e sociali, si è infranta ogni solidarietà: giovani contro vecchi, e, per forza di cose, viceversa. L’Italia è un paese di vecchi, ma non per vecchi. Per vecchie tanto meno: visto che la questione di genere si aggrava ulteriormente nella terza età, dove è molto meno evidente e sembra non contare troppo. Alle donne, doppiamente bollate come cittadine improduttive che sottraggono risorse al resto della società, non si rivolge magari l’accusa di gerontocrazia, dal momento che dal potere sono state lontane in giovinezza e lo sono maggiormente dopo i 65 anni. In compenso, sono coloro che immobilizzano l’economia, la cultura, i palinsesti televisivi, i consumi, l’etica, la politica: In poche parole, sono la causa prima del rallentamento e del declino.
A giudicare dagli umori collettivi, i vecchi andrebbero – metaforicamente o meno – uccisi. Come in “Diario della guerra del maiale” di Adolfo Bioy Casares: dove i giovani di Buenos Aires decidono di colpo che chiunque più di cinquant’anni è inutile alla società, e dunque va cacciato e sterminato. Andrebbero cancellati, come ne “Il signore delle mosche di Golding”: dove si realizza il sogno oscuro di ogni adolescente: un mondo senza adulti. Andrebbero eliminati, come nel racconto “L’esame” di Richard Matheson, dove ogni anziano che non è più in grado di superare un test psicofisico deve venire ucciso.
I vecchi non meritano difesa, in una società dove i figli sono più infelici dei padri: infelicità reale, ma forse non completamente attribuibile alle deprecate pensioni dei nonni . Anche perché, molto spesso, sono proprio gli anziani ad essere i garanti delle famiglie: secondo il rapporto Istat del luglio 2009, “soltanto le famiglie con almeno un componente anziano mostrano una diminuzione dell’incidenza di poverta’ (dal 13,5% al 12,5%) che è ancora piu’ marcata in presenza di due anziani o piu’ (dal 16,9% al 14, 7%).”
Dati che scivolano in secondo piano: l’immaginario preferisce immaginare pensionati che succhiano risorse come i denti di un vampiro. Neanche i vampiri, a proposito, sono più rugosi e decrepiti, ma eternamente giovani e appassionati come gli adolescenti di “Twilight”. Dorian Gray finisce al cinema. Le donne cinquantenni vengono chiamate coguare per l’insana abitudine a concupire ragazzini e diventano un serial televisivo: a qualcuno sembra persino una vittoria.
Ma torniamo ai soldi. In uno dei suoi saggi più belli, “La vieillesse” (tradotto in italiano con “La terza età”), Simone de Beauvoir pone un primo paletto. Ammesso che i vecchi abbiano troppo denaro, cosa significa, davvero, quel “troppo”? :

“Quando si viene a discutere del loro trattamento economico sembra che essi vengano considerati come appartenenti a una specie estranea: sembra che non abbiano né gli stessi bisogni né gli altri sentimenti degli altri uomini, visto che si ritiene sufficiente concedergli una misera elemosina per sentirsi sdebitati verso di loro. Questa comoda illusione viene accreditata dagli economisti e dai legislatori, quando deplorano il peso che i non-attivi rappresentano per gli attivi, come se questi ultimi non fossero dei futuri non-attivi, e assumendosi il carico delle persone anziane non assicurassero il proprio avvenire”.

Una mitologia, secondo la filosofa, messa in circolazione dal pensiero borghese che si sforza di far apparire il vecchio come “altro”, in modo che nessuno lo difenda:

“Se i vecchi manifestano gli stessi desideri, gli stessi sentimenti, le stesse rivendicazioni dei giovani, fanno scandalo; in loro, l’amore, la gelosia, sembrano odiosi o ridicoli, la sessualità ripungnante, la violenza irrisoria. Essi devono dar l’esempio di tutte le virtù (…) l’immagine sublimata di se stessi che si propone loro è quella del venerabile Saggio, aureolato di capelli bianchi e ricco d’esperienza, che guarda alla condizione umana da un’altissima cima. Se loro non ci vogliono stare, allora precipitano molto in basso: l’immagine che si contrappone alla prima è quella del vecchio pazzo farneticante, zimbello dei bambini. In ogni caso, per la loro virtù o per la loro abiezione, essi si pongono al di fuori dell’umanità, e pertanto gli si può rifiutare senza troppi scrupoli quel minimo che si ritiene necessario per menare una vita umana”.

Corriere della Sera
03 03 2014

Trovate una lettera e una email: la coppia aveva deciso di farla finita per motivi economici e di salute

Hanno deciso di morire insieme. Angustiati da vari problemi, a quanto sembra di salute e anche legati ad alcuni debiti. Lunedì mattina un consulente per case farmaceutiche milanese, Mario Nati, di 72 anni, ha ucciso la moglie, Giovanna Bicchierari, 70 anni, farmacista in pensione, sparandole un colpo alla testa con una pistola calibro 22, regolarmente detenuta, con la quale si è poi a sua volta tolto la vita, colpendosi alla testa. È accaduto - a quanto accertato dalla polizia - intorno alle 3 del mattino nel bell'appartamento dei due coniugi in via Osma, nella zona dell’Ippodromo di San Siro. I due coniugi sono stati trovati sul letto dalla polizia.

IL MESSAGGIO - Attorno alle 2.30 il figlio ha ricevuto un sms dal padre, in cui si manifestava l’intenzione di farla finita da parte dei genitori, ed è subito andato a casa loro nel quartiere Bonola. Gli agenti hanno trovato la porta dell’appartamento sbarrata e hanno fatto irruzione con l’aiuto dei vigili del fuoco. Marito e moglie, riversi sul letto matrimoniale, erano ancora in vita. Gli operatori del 118 hanno cercato di rianimarli con ogni mezzo, ma per loro non c’è stato nulla da fare. Il pensionato avrebbe rivelato il movente dell’omicidio-suicidio nell’sms inviato al figlio, dicono gli inquirenti, che parlano di «gravi motivi personali». Nell’appartamento, in perfetto ordine, sono state trovate una lettera e una email che spiegavano chiaramente che la coppia aveva deciso di farla finita sia per motivi economici che di salute. Marito e moglie hanno anche dato indicazioni su come desideravano si svolgessero i loro funerali.

IL PRECEDENTE - Nemmeno una settimana fa a Pantigliate, nel Milanese, si era verificata un’analoga tragedia della disperazione: martedì mattina un 78enne ha ucciso la moglie di 80 anni, malata di Alzheimer, e poi si è tolto la vita impiccandosi.

Famiglie più povere e ricchi più ricchi. Parola di Bankitalia

  • Mercoledì, 29 Gennaio 2014 08:58 ,
  • Pubblicato in INGENERE

In genere
29 01 2014

Le famiglie cambiano aspetto, e cambiano aspettative. I dati diffusi ieri dalla Banca d'Italia nell'indagine "I bilanci delle famiglie italiane nell'anno 2012" parlano di un calo della ricchezza e di un diffuso clima di sfiducia tra i componenti di famiglie sempre più piccole. Il report apre proprio su questo: la composizione delle famiglie rimpicciolisce sempre più: aumentano le famiglie formate da un solo componente (dal 24,9 per cento del 2010 al 28,3 per cento; erano il 16,1 per cento nel 1991), diminuiscono le coppie con e senza figli. "Tra il 2010 e il 2012 il reddito familiare medio è calato in termini nominali del 7,3 per cento - si legge nell'introduzione del rapporto - quello equivalente del 6; la ricchezza media è diminuita del 6,9 per cento". Per reddito equivalente si intende una misura pro-capite che tiene conto della dimensione e della struttura demografica della famiglia, ed è stato in media pari a 1.500 euro al mese, con una contrazione più forte registrata tra i lavoratori autonomi.

La ricchezza è sempre più in mano a pochi: "È continuato il trend di crescita della concentrazione dei redditi (l’indice di Gini misurato sui redditi equivalenti è salito al 33,3 per cento dal 32,9 del 2010; era il 32,7 nel 2008)", sottolinea il report. Stesso andamento per la ricchezza: "Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 46,6 per cento della ricchezza netta familiare totale (45,7 per cento nel 2010)", e qui l'indice di Gini i, è pari al 64 per cento, in aumento rispetto al passato (era il 62,3 per cento nel 2010 e il 60,7 nel 2008).

La quota di individui poveri è del 14,1% (di un soffio inferiore al 2010), ma molti più nuclei familiari risultano in condizioni di vulnerbilità finanziaria: "riguardano circa il 13,2 per cento dei nuclei indebitati e il 2,6 per cento del totale delle famiglie. Il fenomeno appare in aumento rispetto al passato (+3,1 punti percentuali tra le famiglie indebitate; +0,4 sul totale)".

Su quanto la povertà o il rischi di ristrettezze economiche sia alto per le donne, qui su inGenere è stato descritto in un recente articolo dal titolo: Donne, lavoratrici e mamme. I nuovi volti della povertà. Mentre sui crescenti problemi dell'unico cuscinetto che ha ammortizzato i colpi fino a poco fa - la famiglia, appunto - c'è l'articolo Il terzo escluso. Cosa dicono i dati sulla povertà in Italia.

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