Il Fatto Quotidiano
08 01 2014

La disoccupazione giovanile continua a crescere, battendo un record dopo l’altro. Il tasso rilevato dai dati provvisori dell’Istat ha toccato il 41,6% in aumento di 0,2 punti rispetto a ottobre (dato rivisto al rialzo al 41,4%) e di quattro punti rispetto a novembre 2012: si tratta della cifra più alta dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 1977. Ma non sono solo i giovani a essere interessati dalla scarsità di lavoro. E’ record anche per il tasso di disoccupazione generale, che a novembre si attesta al 12,7%: il dato è in crescita rispetto al 12,5% registrato a ottobre, mentre si registra un aumento di 1,4 punti su base annua. La tendenza è confermata dai dati Inps, che parlano di una marcata crescita (+32,5%) delle domande di disoccupazione rispetto al 2012. Tra gennaio e novembre 2013, all’istituto di previdenza sono state presentate quasi due milioni di richieste (per la precisione 1.949.570).

Nel dettaglio, i giovani disoccupati alla ricerca di un posto sono 659mila, con un aumento di 23mila unità rispetto a novembre 2012: l’incidenza dei senza lavoro sull’intera popolazione in questa fascia di età è pari all’11 per cento. Il numero di inattivi, ovvero tutti coloro senza un impiego e quindi anche chi ha rinunciato a cercarlo, compresi tra i 15 e i 24 anni raggiunge i 4,4 milioni, in aumento dell’1,9% (+81 mila) rispetto a novembre 2012. Il tasso di inattività dei giovani è pari al 73,7%, in crescita di 0,2 punti percentuali rispetto a ottobre e di 1,7 punti nei 12 mesi. L’Istat precisa poi che a novembre 2013 erano occupati 924mila giovani tra i 15 e i 24 anni in calo dell’1,3% rispetto al mese precedente (-12 mila) e del 12,4% su base annua (-131 mila).

Considerando invece tutte le fasce di età, i disoccupati a novembre erano 3 milioni 254 mila, in aumento di 57mila unità rispetto a ottobre (+1,8%) e di 351 mila unità rispetto a novembre 2012 (+12,1%). La crescita tendenziale della disoccupazione è molto più consistente per gli uomini (+17,2%) che per le donne (+6,1%). Il tasso di disoccupazione è pari al 12,7%, al top dal 1977, anno di inizio delle serie storiche trimestrali. A novembre gli occupati erano 22 milioni 292mila, in calo dello 0,2% rispetto a ottobre (-55mila) e del 2% su base annua (-448mila): il tasso di occupazione si attesta nel mese al 55,4%, diminuendo di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di un punto rispetto a novembre 2012. Il dato tra gli uomini è diminuito più rapidamente di quello femminile (-0,3 punti su mese e meno 1,7 punti su novembre 2012).

Per quanto riguarda l’Eurozona, infine, il tasso di disoccupazione si è attestato al 12,1% nel mese di novembre. Lo rileva Eurostat, precisando che il tasso, corretto per gli effetti di stagione, è fermo dallo scorso aprile. Il dato è in linea con le attese. A novembre resta stabile anche la disoccupazione nell’Ue a 28 Paesi, che rimane al 10,9% da maggio. La disoccupazione, a novembre 2012, si era posizionata all’11,8% nell’Eurozona e al 10,8% nel complesso dell’Ue. Nello scorso novembre il tasso di disoccupazione giovanile era pari al 24,2% nell’area della moneta unica, in crescita dal 23,9% di un anno prima, mentre nell’Ue a 28 era al 23,6%, in aumento dal 23,4% di novembre 2012.

Quando Millennium People è sotto casa

  • Mercoledì, 11 Dicembre 2013 08:07 ,
  • Pubblicato in Flash news

Infoaut
11 12 2013

Alzi la mano chi non si è esaltato alle gesta degli abitanti di Chelsea Marina, quel ceto medio in rivolta descritto dalla magistrale penna di Ballard. E quante foto e commenti entusiasmanti circolano nei social network sui manifestanti in Ucraina che caricano la polizia con le ruspe, incuranti della presenza al loro interno di neo-nazisti o dell’abbattimento della statua di Lenin. Ancora, non è almeno dall’inizio degli anni ’90 che si versano fiumi di inchiostro per riempire libri e documenti sulla necessità di organizzare il “popolo delle partite Iva”, i lavoratori autonomi e il “quinto stato”, combattendo alacremente con quella sinistra che continua a vederli come mera riproduzione di una piccola borghesia parassitaria e fatta di evasori? Improvvisamente, però, quando il verbo si fa carne, quando i soggetti concreti sbucano fuori dai romanzi e irrompono nella realtà, quando le ambiguità e le contraddizioni viaggiano per migliaia di kilometri e ti piombano sotto casa, quando il quinto stato cessa di essere una figura retorica idealizzata sui siti di movimento e diventa un artigiano incazzato o un piccolo imprenditore che non si vuole più suicidare, ecco che improvvisamente tutto cambia: “all’armi son fascisti!”. Guai a immischiarsi o anche solo provare a capire, sono di destra e reazionari, saltano addirittura fuori piani di golpe militare. E così tutti ad accodarsi al Partito di Repubblica e ai benpensanti di sinistra, fosse anche di quella radicale, a cui piacciono le rivolte senza rivoltosi, le rivoluzioni piene di educazione e buoni sentimenti. Era successa la stessa cosa quasi due anni fa, quando i “forconi”, quelli originali, bloccarono per settimane la Sicilia: sinistra istituzionale e buona parte dei movimenti si compattarono nella denuncia dietrologica, in quel caso condita dall’etnicizzazione della protesta (“è diretta dalla mafia”). Noi fummo tra le poche voci fuori dal coro, andammo a fare inchiesta militante e costruimmo rapporti, capimmo che nelle pieghe dell’ambivalenza si trattava di una composizione di piccoli produttori che – dietro all’etichetta formale di “autonomia” – vivevano in realtà condizioni di dipendenza e sfruttamento.

É lo stesso atteggiamento che ci ha guidati nelle scorse settimane e che ci ha accompagnato in alcune piazze del #9d. Siamo andati lì innanzitutto per comprendere, il che non ha nulla a che fare con il sociologismo – l’atteggiamento di chi oggi scatta una foto del reale e lo prende come dato di natura, quindi se un lavoratore ha la bandiera italiana è un fascista. La comprensione per noi è sempre legata alla parzialità, significa costruire armi per migliorare o modificare la pratica, intessere relazioni dentro la composizione sociale. E qui abbiamo trovato (almeno in alcune città, innanzitutto a Torino) quello che avevamo scorto già nelle settimane scorse: un ceto medio perlopiù tradizionale (artigiani, piccoli commercianti, gestori di bancarelle ai mercati, lavoratori autonomi in buona parte di prima generazione, ecc.), duramente colpito dalle misure di austerity, che ha paura di perdere quello che ha o che ancora gli rimane e cerca disperatamente di difendersi. Al loro fianco, in una miscela ampia e variegata, altri settori di classe e popolari, compresi studenti, precari e giovani proletari; significativa la presenza degli ultras, in alcune piazze anche migranti di prima e di seconda generazione, non di radio con bandiere tricolori. Ovviamente lo scenario cambia da regione a regione: non molto dissimile da quella del Piemonte la partecipazione nelle città liguri, nel nord-est i blocchi sono stati fatti da autotrasportatori e quella base sociale che a partire dagli anni Novanta ha guardato alla Lega, a Bologna la protesta è stata guidata dall’associazione dei familiari di artigiani e piccoli imprenditori che si sono suicidati, a Roma più marcata è la presenza fascista, ridimensionato l’impatto in Sicilia. La pratica principale è quella del blocco della circolazione, non ci si sottrae al fronteggiamento con la polizia se questa impedisce di raggiungere l’obiettivo prefissato (i palazzi del potere), uso intensivo dei social network (da cui la mobilitazione è nata), l’odio è rivolto innanzitutto contro Equitalia e la casta, identificando nella politica un blocco compatto di interessi contrapposto a quelli di chi lavora.

Oltre al dato delle città, va sottolineato che in molti paesi e periferie urbane da giorni non si parla d’altro, e in tanti piccoli luoghi negozi ed esercizi commerciali sono rimasti chiusi. Tutti improvvisamente fascisti, oppure la materialità delle corde toccate ha consentito una diffusione capillare della mobilitazione? Sia chiaro: abbiamo visto anche fascisti e saluti romani, ma non sono stati i fascisti – salvo forse in situazioni specifiche – a determinare l’organizzazione. Sono andati al traino. Certo, se si continuerà ad etichettare questo pezzo di composizione sociale come reazionario, prima o poi la profezia si autoavvererà: la storia, per chi vi è così affezionato da ripetere le solite categorie in modo atemporale, dovrebbe pur insegnarci qualcosa. Non manca chi fa affidamento alla polizia, proponendo (come avviene a Roma) di portare thermos di tè per scaldarsi insieme a celerini e carabinieri. Ma ve le ricordate durante l’Onda le discussioni sulla polizia, i cori rivolti ai caschi blu “noi lottiamo per i vostri figli”, o le immagini dalla Spagna o dalla Germania (false, dunque frutto di desiderio) dei poliziotti che si tolgono i caschi per unirsi ai manifestanti? Nelle piazze e sulle strade bloccate sventolavano la bandiera italiana, in Ucraina sventola la bandiera europea, fascisti e reazionari ci sono da una parte e dall’altra (a Kiev alcuni gruppi neo-nazisti hanno assaltato le sedi dei compagni, eppure la distanza di sicurezza esotica permette a vari siti di movimento di entusiasmarsi per l’ennesima rivolta dei propri sogni). Sia chiaro: non amiamo il tricolore durante i cortei, ma non ci piaceva nemmeno lo sventolio di migliaia di bandiere americane nelle manifestazioni dei latinos quando, nel 2006, bloccarono per mesi il paese contro la legge sull’immigrazione. Forse però quelle bandiere sono almeno in una certa misura – cioè per coloro che non fanno parte delle minoranze ideologizzate e per ora piuttosto marginali del #9d – svuotate di significato.

A noi sembra, piuttosto, che siamo in presenza di ampi strati sociali che sono stufi di pagare la crisi. Per difendersi dall’impoverimento scaricano spesso le contraddizioni su chi gli sta vicino, rischiano di identificare il nemico non solo in alto (la casta) ma anche in basso (gli immigrati), pensano di poter ritornare ai privilegi di un ceto medio definitivamente scomparso e proletarizzato. Ma i proletari non hanno ideali da realizzare, ci ammoniva Marx. E Romano Alquati ci insegnava che quando il ceto medio va in crisi di mediazione si aprono grandi possibilità di trasformazione radicale. Per coglierle e provare a indirizzarle, però, bisogna starci dentro, sporcarsi le mani, essere pronti a rivedere i propri schemi di lettura politica. La ricomposizione non si dà mai perché i singoli segmenti sociali la vogliono di comune accordo, ma perché comprendono che per ottenere un miglioramento delle proprie specifiche condizioni di vita, perfino delle proprie istanze corporative, devono mescolarsi con altri soggetti.

Allora, invece di lamentarsi perché chi si ribella non lo fa “a sinistra” (sarebbe meno inquietante se al posto di qualche politico rampante di Fratelli d’Italia ci fossero stati i renziani o i vendoliani amici di Riva?), sarebbe meglio iniziare a prendere atto che quella storia, piaccia o non piaccia, è finita. E soprattutto che, al di fuori delle ambiguità sociali (anche di quelle più urticanti, di cui il #9d è gravido), c’è solo spazio per le identità di piccoli gruppi marginali. Ripetiamo, a scanso di equivoci, che di merda ne abbiamo vista tanta: militanti fascisti, qualche politico in passerella, piccoli sindacati corporativi e reazionari. E chissà quanta altra merda vedremo, con l’intensificarsi della crisi. Benvenuti nel deserto del reale! Ma è qui, in questo deserto, che dobbiamo organizzarci. Altrimenti restano le piccola oasi in cui ci si rassicura a vicenda, discutendo della composizione sociale che vorremmo, dandole bei nomi di fantasia, consolandoci con i sogni di rivoluzioni patinate. Ma come tutte le oasi, non sono niente altro che un miraggio. E per citare Huey P. Newton, leader delle Pantere Nere, uno che di ambiguità della composizione sociale se ne intendeva: “Il deserto non è un circolo. É una spirale. Quando siamo passati attraverso il deserto, niente sarà più lo stesso”.

 

Panta rhei os potamòs

Gli studenti e la tonnara degli affitti in nero

  • Mercoledì, 09 Ottobre 2013 10:21 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
09 10 2013

ORA c'è anche uno studio immobiliare a certificare lo scandalo abitativo. Su mezzo milione di universitari italiani fuorisede, solo il due per cento può essere ospitato in strutture pubbliche (in carico agli enti regionali per il diritto allo studio). Il resto si deve trovare una stanza, quasi sempre pagata in nero (niente ricevuta, niente tasse).

La stagione della tonnara degli studenti post-diplomati si apre nella seconda metà di agosto per concludersi a novembre inoltrato. E la casa, meglio, la stanza, andrà a influenzare subito la scelta dei corsi di laurea da parte degli studenti favorendo quelli attivi nelle sedi più vicine alla nuova residenza.

Casa.it, portale immobiliare diffuso, offre un dossier "canoni per universitari" e un listino quartiere per quartiere. La città-sede più cara, si legge, è Roma. Con tre università pubbliche (compresa l'enorme Sapienza) e diverse private, la capitale richiama un popolo di matricole dal Sud. Una stanza nella periferia romana costa almeno 300 euro al mese, in centro può arrivare a 1.500 euro. In "area universitaria" i prezzi sono questi: il canone minimo mensile a Tor Vergata, sulla Salaria e a Ostiense sta tra 360 a 520 euro per un monolocale, tra 540 e 780 euro per un bilocale.

Milano segue a ruota: da 250 euro per un monolocale in periferia (poco più grande di una stanza e distante dai poli universitari) a punte di 1.200 euro in pieno centro. La vicinanza agli atenei pubblici (e privati) gioca un ruolo determinante: in zona Città Studi, intorno alla Bocconi e al polo della Bicocca un monolocale va via tra i 300 e i 450 euro mensili, un bilocale tra i 450 e i 600 euro.

Firenze, Genova, Napoli e Bologna si segnalano per il divario tra le quotazioni più economiche delle periferie e il prezzo medio richiesto per le sistemazioni pregiate. A Firenze la forchetta va da 250 a 1.100 euro mensili, a Napoli si parte da 200 euro per arrivare a 750. La città universitaria meno cara è Ferrara: 220 euro in periferia, 450 in centro. Torino è in un range tra 200 a 550 euro mensili, Urbino tra 250 e 550.

Le trattative con gli universitari si chiudono in fretta, con il proprietario di monolocale che impone il prezzo a chi ha fretta di trovare un luogo dove preparare l'esame o radunare le sue cose. In tre mesi a Roma si stipula (spesso un contratto privato), in 1,4 mesi a Pavia. Il centro studi dell'immobiliare commenta: "Dagli anni Ottanta a oggi il segmento degli affitti agli universitari fuorisede si è evoluto quasi esclusivamente aggiornando le quotazioni ai valori delle locazioni tout court". Mai ci fu pietà, o una parvenza di welfare, per chi studia.

Il Fatto Quotidiano
01 10 2013

Lavoro questo sconosciuto. In Italia quattro giovani (15-24) su dieci attivi non ha lavoro e complessivamente gli italiani disoccupati sono oltre 3 milioni, dato in aumento rispetto al mese precedente dell’1,4% e del 14,5% su base annua. I dati Istat fotografano una situazione desolante del pianeta lavoro. Per i sindacati è “allarme” e Confindustria parla di “dramma”.

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) ad agosto balza al 40,1%, in rialzo di 0,4 punti percentuali su luglio e di 5,5 punti su base annua. Un vero e proprio record perché viene così superata per la prima volta la soglia del 40% e raggiunto il livello più alto dall’inizio sia delle serie mensili (2004) sia trimestrali (1977). Tra i 15 e i 24 anni le persone in cerca di lavoro sono 667 mila. L’Istituto di Statistica specifica che si tratta di un dato riferito al mese di agosto (stime provvisorie e destagionalizzate). Il record disoccupazione giovanile in Italia viene confermato anche da Eurostat. Peggio solo la Spagna con il 56%, ma probabilmente sarebbe superata dalla Grecia: manca il dato di agosto ma a giugno era al 61,5%. Nell’Eurozona la disoccupazione giovanile ad agosto è al 23,7%. La più bassa in Germania (7,7%) e Austria (8,6%).

Istat: “In Italia oltre 3 milioni di disoccupati”. In termini generali la disoccupazione in Italia ad agosto sale al 12,2%, in rialzo di 0,1 punti percentuali su luglio e di 1,5 punti su base annua. L’Istat aggiunge come sia stato uguagliato il massimo già raggiunto a maggio, il livello più alto dall’inizio sia delle serie mensili, gennaio 2004, sia delle trimestrali, primo trimestre 1977. Il numero di disoccupati ad agosto, pari a 3 milioni 127 mila, aumenta dell’1,4% rispetto al mese precedente (+42 mila) e del 14,5% su base annua (+395 mila). Ad agosto gli occupati risultano 22 milioni 498 mila, sostanzialmente invariati rispetto al mese precedente e in diminuzione dell’1,5% su base annua (-347 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,8%, rimane invariato in termini congiunturali e diminuisce di 0,8 punti percentuali rispetto a dodici mesi prima.

Rispetto al mese precedente la disoccupazione ad agosto cresce sia per la componente maschile (+1,7%) sia per quella femminile (+1,0%). Anche su anno la disoccupazione cresce sia per gli uomini (+18,9%) sia per le donne (+9,4%). Il tasso di disoccupazione maschile, pari all’11,7%, aumenta di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,9 punti nei dodici mesi; quello femminile, pari al 12,9%, aumenta di 0,1 punti rispetto al mese precedente e di 0,9 punti su base annua.

Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuisce ad agosto dello 0,3% rispetto al mese precedente (-42 mila unità) e dello 0,8% rispetto a dodici mesi prima (-113 mila). Il tasso di inattività si attesta al 36,3%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,2 punti su base annua. Il numero di inattivi diminuisce nel confronto congiunturale per effetto del calo della componente femminile (-0,7%), mentre aumenta quella maschile (+0,4%). Anche su base annua si osserva una crescita dell’inattività tra gli uomini (+1,7%) e un calo tra le donne (-2,1%).

Uil e Cisl: “Dati allarmanti”, Confindustria: “Dramma”. La Uil considera “allarmanti i dati diffusi oggi dall’Istat sulla disoccupazione (12,2% ad agosto). “Continua a crescere la disoccupazione – dice il segretario generale Uil, Luigi Angeletti a margine del convegno a Cnel – ma la cosa allarmante è che la speranza di trovare lavoro per i giovani in Italia è più che negli altri paesi, anche più che in Spagna nonostante il tasso di disoccupazione sia più alto”. Angeletti ha ricordato che la gran parte dei disoccupati italiani lo sono da lungo tempo e che introdurre nuove regole nel mercato del lavoro non basta. “Solo la crescita economica può servire – ha detto – abbiamo bisogno di un governo che prenda decisioni” a partire dalla riduzione della pressione fiscale sul lavoro. I nuovi dati sulla disoccupazione, con quella giovanile al 40,1% “danno la misura della cruda realtà del Paese. C’è bisogno di un sussulto di responsabilità da parte di ciascuno, cosa che noi chiediamo – dice il segretario Cisl Raffaele Bonanni -. I dati di oggi sono il segno di tutto ciò che non va, la differenza che c’è tra quello che serve e quello che purtroppo è. Si correggono rimettendo a posto le questioni di Governo, bisogna far crescere la responsabilità, garantire che ci sia un governo che governi e superare rapidissimamente questa situazione. Bisogna dare corso a quello che si stava preparando, un confronto tra il Governo e le parti sociali su tasse, spesa pubblica e punti utili di politica industriale per invertire la rotta”.

Il dato sulla disoccupazione giovanile diffuso oggi dall’Istat “è il vero dramma del Paese” e per questo “chiediamo la responsabilità di tutte le forze politiche” perché ci sia “un governo che lavori per consentire l’aggancio dell’Italia alla ripresa – afferma il vicepresidente di Confindustria, Aurelio Regina – . E’ necessario che il governo prenda a riferimento le tasse sul lavoro e sulle imprese, perché questa è la priorità, in questo modo si riattivano i consumi e si incentivano le imprese ad assumere”: insomma, sintetizza, “chiediamo che il governo nella Legge di stabilità dia spazio a un deciso taglio del cuneo fiscale”: il Paese “ha bisogno di risposte urgenti, abbiamo poco tempo.

Rapporto Cnel: “Ragazzi più attivi, ma più disoccupati”. Intanto proprio la questione della performance del lavoro è tema di un rapporto del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro). In particolare per quanto riguarda la questione giovanile non si arresta il fenomeno dei Neet (“not in employment, education or training”): la quota di ragazzi che non hanno un’occupazione e al tempo stesso non sono a scuola o in formazione si attesta al 23,9% della popolazione giovanile, con punte di 35% nelle regioni del Mezzogiorno. Più attivi sul mercato, ma più disoccupati o sotto inquadrati rispetto ai livelli di istruzione conseguiti, i giovani confermano ancora una volta il vuoto che esiste tra i risultati del sistema formativo e la domanda di lavoro ed il progressivo incremento del fenomeno dell’over-education. I giovani sono inoltre più frequentemente working poor, lavoratori a basso salario, che accettano condizioni lavorative, che li espongono al rischio di indigenza, pur di entrare nel circuito produttivo. Peraltro, la maggiore disponibilità a prestazioni saltuarie e non inquadrate ha determinato la crescita del lavoro nero in tutto il Paese.

Nell’Eurozona disoccupazione stabile, in Germania al 5,2%. La disoccupazione nell’Eurozona rimane stabile ad agosto al 12,0% rispetto a luglio rileva Eurostat, sottolineando che anche nell’Ue a 28 Paesi il tasso risulta stabile al 10,9%. In entrambe le aree, i tassi sono aumentati rispetto ad agosto 2012, quando erano rispettivamente pari all’11,5% e al 10,6%. Ad agosto 2013, 26,6 milioni di uomini e donne erano disoccupati nell’Ue a 28, di cui 19,17 nella zona euro. Rispetto a luglio, il numero di disoccupati è rimasto pressoché stabile sia nel complesso dell’Unione sia nell’area della moneta unica. Nel confronto con agosto 2012, il numero di disoccupati è aumentato di 882 mila nell’Ue a 28 e di 895 mila nella zona euro.

Tra gli Stati membri, i tassi di disoccupazione più bassi sono stati registrati in Austria (4,9%), Germania (5,2%) e Lussemburgo (5,8%), e i più alti in Grecia (27,9% a giugno 2013) e Spagna (26,2%). Rispetto ad un anno fa, il tasso di disoccupazione è aumentato in sedici Stati membri, è caduto in undici ed è rimasto stabile in Polonia. I maggiori incrementi sono stati registrati a Cipro (12,3% al 16,9%) e in Grecia (24,6% al 27,9% tra giugno 2012 e giugno 2013). Le maggiori diminuzioni sono state osservate in Lettonia (15,6% al 11,4% tra il secondo trimestre del 2012 e 2013) ed Estonia (10,1% al 7,9% tra luglio 2012 e luglio 2013).

Il Fatto Quotidiano
10 09 2013

Un italiano su dieci in condizione di “gravi privazioni materiali”. E’ quanto afferma un rapporto della Commissione europea, secondo cui l’11% della popolazione non ha accesso a beni di prima necessità, tra cui il riscaldamento e la carne. Questa percentuale, relativa al 2011, è pari al doppio rispetto alle altre grandi nazioni dell’Unione come Regno Unito, Francia e Germania. Nonostante le rassicurazioni del governo sui miglioramenti della nostra economia, appaiono quindi critiche le condizioni di vita di una fetta considerevole della popolazione.

Il commissario alla sanità Tonio Borg ha pubblicato una relazione dedicata alle disuguaglianze in materia di salute tra gli Stati membri che evidenzia come i fattori socioeconomici contribuiscono a determinare le disuguaglianze: vanno dal livello del reddito al tasso di disoccupazione al livello di istruzione di una popolazione, a cui si aggiungono fattori di rischio come il tabagismo e l’obesità.

Sul fronte sanitario, nonostante le difficoltà economiche, l’Italia esce a testa alta dalla relazione di Bruxelles. I dati parlano da soli. L’Italia in 10 anni è riuscita a ridurre ulteriormente – rispetto a Francia, Germania e Regno Unito – la mortalità infantile, portandola da una media nel 2001 di 4,4 decessi per mille nati vivi, a 3,2 nel 2011. Calo che pure si registra a livello europeo dove nello stesso periodo si è passati in media da 5,7 a 3,9 decessi.

Incoraggiante è anche la situazione in Europa che, secondo le conclusioni di Bruxelles, continua a fare passi avanti nella lotta alle disuguaglianze in materia di salute. Infatti, oltre alla diminuzione della mortalità infantile si riduce tra gli Stati membri anche la differenza sulla speranza di vita dei loro cittadini. Differenza che purtroppo resta ancora elevata. Un solo esempio: nel 2011 la Lituania ha registrato un tasso di mortalità maschile sotto i 65 anni tre volte più elevato di quello dell’Italia, che si pone al secondo posto nell’Ue dopo la Svezia per minor numero di decessi. Borg non ha dubbi: “colmare le disuguaglianze sanitarie in Europa deve rimanere una priorità a tutti i livelli”.

facebook