Anche le femministe piangono?

  • Martedì, 10 Settembre 2013 07:32 ,
  • Pubblicato in Flash news

Femminile Plurale
10 09 2013

di Laura Capuzzo

Un contributo in vista di Paestum 2013

It seems we loose the game before we even start to play (L. H.)

 

Ho trent’anni, non ho partecipato alla grande (oramai mitologica?) stagione del femminismo italiano, perciò nei confronti di essa provo deferenza e rispetto, ma non ne temo la schiacciante autorità.

Non porto il peso di quello che è rimasto oggi di quel cammino che pareva meraviglioso e che pareva inarrestabile. Rispetto quel passato che è anche fortunatamente presente. Lo considero un’eredità da riprendere e da far rifiorire anche però a costo di sconvolgerlo, anche a costo di rivoltarne teoreticamente la sostanza. Ma lo considero anche un’arma, con cui pensare soluzioni ai problemi delle nostre vite.

Uno dei problemi fondamentali che sentiamo come urgenti, forse il più urgente, è il problema delle condizioni materiali di vita. Il riferimento alla questione era presente già nella lettera di invito a Paestum 2012, ma essa non è stata tematizzata, privilegiando altri argomenti avvertiti in quel momento come più interessanti e pressanti.

Ed è proprio su questa gerarchia di urgenza a mio avviso che, se c’è, si innesta lo scontro intergenerazionale. Donne di generazioni nuove spesso vivono una vita completamente diversa dalle cosiddette “storiche”. Diverse fondamentalmente per la mancanza di sicurezza economica.

Il lavoro, la sua mancanza o la sua precarietà, è il maggior problema mio e di moltissime (la maggior parte) delle mie coetanee.


Spacciato come effetto della crisi, esso è invece esito previsto di processo iniziato ben prima del 2008: il colpo di coda di un sistema capitalista e neoliberista che sta piano piano richiedendo (o riprendendosi) indietro tutta quella serie di diritti conquistati da lavoratrici e lavoratori nelle lotte di un passato nemmeno così lontano. Diritti, conquiste che scivolano via lasciando donne e uomini sempre meno cittadine e cittadini sempre più dominate e dominati.

Nessuna però parla di questo.

Se c’è una crisi a cui stiamo assistendo, essa è la crisi dello stato, sacrificato in nome della finanza; osserviamo, alcune incredule, la condizione comatosa di uno Stato che ha tradito i propri cittadini e si fa portavoce e garante di un sistema economico che prospera chiedendo a noi salatissime corvè. Gli esseri umani sono merci di scambio, ma oggi – a differenza del passato – ciò è permesso sotto le false insegne della libertà personale e della libera scelta e diviene perciò del tutto a-problematico.

Nel felice connubio tra sistema economico capitalista e patriarcato sono le donne (e spesso non solo le “giovani”) a subire maggiormente il peso di questa situazione.

Viviamo in un sistema complessivo di dominio economico, sociale e culturale che viene ipocritamente nascosto ed ignorato.

Per combattere il cosiddetto precariato, definizione che andrebbe ridiscussa perché circoscrive (e dunque minimizza) il problema che invece è diffuso e strutturale, si invoca una soluzione oramai divenuta “classica”: quella del reddito di esistenza (o di cittadinanza). Misura che non convince. È come combattere la violenza contro le donne con un disegno di legge. Se il problema è strutturale, per generare cambiamento è necessario modificare la struttura, agire sugli effetti serve solo a creare una tregua temporanea, ma non serve a intaccare le cause, distruggerle e porre le basi per un modello di sviluppo nuovo.

Siamo disposte, in quanto femministe, a vivere sotto il dominio schiacciante dell’economia capitalista? Possiamo pensare a pratiche politiche radicali e femministe che possano in qualche modo scalfire tale sistema o per lo meno dare respiro ad una vita condizionata dalle preoccupazioni economiche? Il Primum vivere dell’anno scorso e il Libera ergo sum di quest’anno non vogliono significare anche questo?

La Repubblica
27 06 2013

Come può un disabile vivere con 260 euro al mese quando solo la batteria di una carrozzina ne costa 100?". Difficile rispondere a chi chiede più fondi e sostegno dallo Stato per gestire la disabilità. Un interrogativo che arriva dall'audizione di Alessandra Incoronato e Luisa Panattoni, due persone affette da patologie gravemente invalidanti, che oggi hanno parlato di fronte alla Commissione Diritti umani del Senato.

"Nelle case dei disabili anziani ho trovato il quarto mondo. Ho trovato sporcizia, anziani da soli, abbandonati", spiega Alessandra Incoronato, dell'Associazione Diritto alla Vita, che si occupa di tutelare i Diritti dei disabili ed anziani a Santa Marinella. Incoronato, 45 anni, malata terminale, trova la forza per aiutare altre persone in difficoltà: "Sono felice di vivere, ma non mi lascia vivere il fatto che un governo lasci un disabile al 100% con 260 euro di pensione. I Comuni non funzionano. Ogni giorno viene tolta l'assistenza a qualcuno. Persone abbandonate nei propri letti. Lasciate sole a morire. Non è vero che non ci sono soldi. Questo è stato un mondo dimenticato. Perché non ci date la possibilità di andare avanti? Di cambiare una carrozzina?".

Più spazio quindi e fondi alle esigenze dei disabili gravi, anche per restituire loro i diritti fondamentali garantiti invece sulla carta. "Le patologie invalidanti limitano i diritti delle persone - spiega Luigi Manconi, presidente della Commissione dei Diritti umani del Senato - . Riducono la possibilità di godere dei diritti che spettano ad ogni cittadini. La Convenzione sulla disabilità dell'Onu impone attenzione sui diritti delle persone, ma anche la Carta sociale europea sul tema della disabilità. Bisogna tornare, proprio usando il motto dell'Associazione Luca Coscioni, dal corpo dei malati al cuore della politica. Oggi il corpo dei malati è qui nel cuore della politica, al Senato".

Di fronte alla Commissione Diritti umani ha parlato anche Luisa Panattoni dell'Associazione Luca Coscioni, malata di sclerosi multipla. La malattia le ha lasciato poca voce, ma basta per chiedere sostegno alle centinaia di persone che si ammalano. "Sono disabile al 100%. Dopo la diagnosi mi sono detta e adesso? Come cambia la mia vita. Al tempo lavoravo come insegnante precaria. Mi ero detta: 'Andrò a scuola insieme alla sclerosi multipla'. Bisogna andare avanti". Ma per non arrendersi servono spesso ausili tecnici e sostegno economico.

Su un tema così importante Manconi ha chiesto un'audizione al ministro della Salute per mettere a punto una strategia sul tema.

Quando i due indici, quello demografico relativo alle nuove nascite e quello economico relativo ai consumi, si muovono in sincronia discendente, come accade ormai da tempo in Italia, gli studiosi parlano ufficialmente di decadenza.  ...

No alla chiusura della tv greca!

  • Giovedì, 13 Giugno 2013 10:45 ,
  • Pubblicato in Flash news

Tavola della pace
13 06 2013

NO ALLA CHIUSURA DELLA TV GRECA!
Oggi alle 18 sit-in davanti all'Ambasciata
(via Mercadante 36, angolo via Rossini)


La chiusura da parte del governo greco del servizio pubblico -Ert- è un atto brutale, di gravità inedita e inaudita. Non lo si consideri un fatto meramente locale, in quanto costituisce l'esempio estremo di una tendenza che ha già fatto capolino in Europa, a cominciare dal Portogallo.

Per questa ragione oggi alle 18:00 davanti all'Ambasciata greca (via Mercadante 36, angolo via Rossini) numerose associazioni tra le quali Fnsi, Usigrai e Articolo21 hanno deciso di promuovere un sit-in per dire no alla chiusura della tv pubblica ellenica "Ert" e il licenziamento di 2800 persone.

Creare lavoro, subito. Si, ma come?

  • Giovedì, 13 Giugno 2013 07:50 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenre.it
13 06 2013

“Non ho visto da molto tempo un grafico sul mercato del lavoro più deprimente di questo”: è il commento del blogger Brad Plumer ad una coppia di grafici tratti da un recente rapporto dell’Ilo (International labour organization), intitolato World of Work. I grafici, riportati qui sotto, mostrano la relazione riscontrata, separatamente, nei paesi “avanzati” e nei paesi “emergenti e in via di sviluppo”, fra due indicatori, “Qualità del posto di lavoro” e “Prestazione del mercato del lavoro”.

La “qualità” è misurata dalla variazione dei salari medi, inclusi i guadagni accessori, e dalle ore lavorate per lavoratore fra il 2007 e il 2011. La “prestazione del mercato del lavoro” è rappresentata dal numero di posti di lavoro creati nello stesso periodo. In questi anni, osserva l’Ilo, in pochissimi paesi “avanzati” (Korea del Sud, Polonia, Norvegia, Repubblica Ceca) si è assistito a un simultaneo aumento del numero dei posti di lavoro e della “qualità” del lavoro. Invece, nella maggior parte di questi paesi, si è avuto o l’uno o l’altro: un peggioramento della “qualità” del lavoro ed un aumento dell’occupazione, oppure un miglioramento della “qualità” ed una riduzione dei posti di lavoro. Il grafico dei paesi emergenti mostra una tendenza molto meno evidente: i paesi considerati si distribuiscono in modo più uniforme fra i quattro quadranti. Fra i paesi che sembrano riuscire ad associare elevata crescita dei posti di lavoro e “qualità” del lavoro troviamo Brasile, Peru, Cile, Paraguay, Uruguay. Concentriamoci per il momento sui paesi “avanzati”.
A prima vista, il grafico sembra convalidare l’idea, molto diffusa in Europa, che riforme del mercato del lavoro (generalmente definite ‘strutturali’) orientate a far accettare salari e guadagni accessori minori (cioè posti di lavoro peggiori) conducano ad un aumento dell’occupazione.

Questa interpretazione, tuttavia, non è l’unica possibile: essa deriva dall’aver proiettato sul grafico una precisa direzione causale, da sinistra a destra, cioè dalla variazione del salario medio (considerato un misuratore indiretto della variazione della qualità del lavoro) all’aumento dell’occupazione. I conti però non tornano se guardiamo ai due paesi in cui il più elevato miglioramento della “qualità” del lavoro si associa alla più elevata riduzione dei posti di lavoro, cioè Irlanda e Spagna. Come lo stesso blogger e altri hanno rilevato, l’aumento dei salari riflette in realtà un mutamento di composizione. La riduzione dell’occupazione (dovuta alla caduta della domanda in questi paesi) ha inciso di più sui lavori temporanei e precari: l’aumento dei salari medi è quindi l’effetto contabile dell’eliminazione di posti di lavoro sottopagati associati all’aumento della disoccupazione. La direzione causale va in questo caso da destra a sinistra: dalla variazione negativa dell’occupazione all’aumento “statistico” della “qualità” del lavoro.

Ne derivano due implicazioni. La prima è che anche per i paesi che hanno associato aumento dell’occupazione e peggioramento della “qualità” dei posti di lavoro (Germania, Israele, Belgio, Svezia, Canada) vi può essere stato un effetto composizione: in questo caso, l’aumento dei posti di lavoro ha riguardato relativamente di più i posti di lavoro temporanei e precari. La seconda implicazione è più generale: se abbandoniamo l’idea che siano i salari a determinare la creazione di posti di lavoro, rimane aperto l’interrogativo su cosa di fatto determini la creazione di nuovi posti di lavoro. Su questo, le variabili selezionate dall’Ilo non riescono a fornire alcuna indicazione, e rinviano ad analisi più complicate: l’analisi della variabile latente che influenza sia la variazione dell’occupazione sia l’andamento dei salari, cioè il tasso di crescita dell’economia, non si presta a facili generalizzazioni. Tuttavia, alcune informazioni di geografia economica possono fornire utili indicazioni, qualora si rifiuti l’illusione ottica che porta tacitamente ad attribuire lo stesso peso ad ogni paese, e a considerare la prestazione di ciascun paese “atomisticamente” indipendente da quella degli altri. Si può osservare allora che l’associazione fra aumento del numero dei posti di lavoro della Germania e peggioramento della “qualità” del lavoro (riconducibile alle riforme Hartz del mercato del lavoro, che hanno inciso relativamente di più nei servizi, con salari inferiori alla media) deve essere collegato ad un modello di sviluppo fondato su più pilastri: include, accanto a moderazione salariale all’interno, la crescita delle esportazioni di beni di investimento verso i paesi asiatici, e riduzioni dei costi di produzione associati ad un’estesa delocalizzazione di fasi di lavorazione manifatturiera in Austria, Slovacchia, Polonia, Repubblica Ceca. Non è quindi un caso che in questi paesi dell’Europa Centro-Orientale si osservi, nel grafico dell’Ilo, un’associazione fra aumenti dei salari (cioè della “qualità del lavoro”) e aumenti dell’occupazione.

Un’analoga interpretazione può essere estesa ai paesi emergenti e in via di sviluppo: troviamo che la crescita del Brasile, in parte dovuta all’aumento dei prezzi delle materie prime agricole e all’aggancio con i paesi asiatici emergenti, trascina verso l’alto salari e occupazione anche nei paesi vicini. Da un rapido confronto fra America Latina ed Europa, emerge che il limitato ruolo di locomotiva svolto in questi anni dalla Germania si è esercitato esclusivamente nei confronti dei paesi dell’Europa orientale, pur traendo vantaggi rilevanti (in termini di minori tassi di interesse e di più vantaggioso tasso di cambio) dall’appartenenza all’Unione monetaria europea.

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